sabato 16 aprile 2016

A Londra il protagonismo dei circoli europei

Il 16 aprile scorso, all'Assemblea dei circoli europei del PD, ho tenuto la mia relazione politica dicendo queste poche cose.
Buona lettura

Buongiorno e grazie a tutti voi per essere venuti dai diversi paesi e città europee che rappresentate.

Grazie a Roberto Stasi, Massimo Ungaro e a tutto il circolo del PD di Londra che ci ospita e che ha curato l’organizzazione di questa Assemblea.
Grazie ad Alessandra Fabrizio, per il lavoro di supporto che fa quotidianamente da Roma e ad Alessandra Cattoi per quello di comunicazione coi circoli e la stampa all’estero.
Grazie a Massimiliano e Francesco, che su mandato dei circoli europei stanno aiutando il lavoro di raccordo degli stessi circoli, rendendolo più fluido, costante e concreto.
E grazie a Emanuele Fiano per la disponibilità a seguire in continuità i nostri lavori anche oggi, dopo essere stato con noi a Basilea il mese scorso.
E a Sesa Amci ed Ettore Rosato, che saranno con noi domani.

Quella di oggi è un’altra tappa del lungo e articolato percorso politico che stiamo portando avanti in diverse sedi e tra diversi livelli politici e territoriali (formali e informali) per arrivare a definire un quadro complessivo di impegni del PD che sia ampiamente condiviso e dunque concretamente realizzabile.

Cito solo alcune di queste tappe: il documento di giugno 2015, il convegno alla Festa de l’Unità di Milano, la festa Europea de l’Unità e l’Assemblea dei circoli PD di settembre a Lussemburgo, il coordinamento dei circoli del Nord America, l’Assemblea dei circoli del Brasile e il convegno di Basilea.

Tutte tappe frutto di un percorso comune che parte dalla volontà di tenere insieme ogni livello della Comunità Partito, a partire dalla centralità dei circoli che sono il nucleo più vicino al territorio e il motore del rapporto diretto con la comunità.

Circoli che da tempo hanno mostrato un protagonismo nuovo, soprattutto tra le nuove generazioni, fatto non solo di attivismo, quanto anche di capacità di analisi, di elaborazione politica, di visibilità mediatica fuori e dentro il Partito, di capacità di interazione coi gruppi dirigenti nazionali e con esperti e studiosi di diversi campi del sapere.

Ma protagonismo che, in diversi casi, fa ancora fatica a trovare un radicamento diffuso fuori dal Partito e nella società.
In quella fascia della società organizzata e attiva politicamente ed elettoralmente (che vale circa il 35%) e ancor più nella fascia ampia che non partecipa al voto e che si attesta intorno al 65% dei cittadini italiani all’estero.
Che è poi la fascia larga di popolazione che dovremmo intercettare e rappresentare come PD e come Sinistra che guardano al futuro dell’Italia.
E in questa direzione, quindi, sono certamente necessarie alcune riforme di sistema delle quali da tempo si parla.

Riforma della legge elettorale all’estero (con tutto ciò che ne consegue, AIRE compresa);
dell’articolazione della rappresentanza (ne abbiamo parlato anche a Basilea almeno sul metodo);
riforma dei patronati, in un’ottica dell’allargamento della sfera dei servizi e della sussidiarietà;
riforma del sistema di promozione della lingua e cultura, nella direzione della proiezione del sistema Paese e della politica estera e dell’Italia.

Ovviamente, però, il risultato dipenderà da quale direzione vogliamo dare a queste riforme, senza cadere nei rischi del passato e dei Governi Berlusconi e Monti.
Allora, lo ricorderete, la direzione che si stava prendendo era quella dell’arretramento in un conservatorismo liberista ed economicistico, coerente a una visione di chiusura nazionale: il contrario di ciò che è e deve essere, ancor più oggi, la Sinistra.

Il contrario di ciò che come PD stiamo facendo in Europa, dove con forza col nostro Governo e nel PSE stiamo chiedendo il superamento delle politiche dell’austerity e un piano di investimenti ampio.
Dove stiamo contrastando con forza e con coraggio le politiche di chiusura verso rifugiati e migranti: prima da soli oggi con qualche sostegno in più.
Dove stiamo contrastando la paura delle diversità, a cominciare da quella religiosa che qualcuno vuole strumentalmente trasformare in uno scontro Islam-Occidente.
Dove stiamo chiedendo non un ritorno al rafforzamento degli Stati nazione e delle singole cittadinanze, ma una maggiore integrazione politica e una cittadinanza europea.

Dunque, anche le nostre riforme devono essere coerenti sul piano della visione generale, nazionale ed europea, che come PD stiamo costruendo.
E questa coerenza va cercata, a mio avviso, non solo negli aspetti e contenuti politici generali, ma anche negli strumenti che servono per realizzarli: che siano essi anagrafe, legge elettorale o ente per la gestione del sistema della lingua e cultura.
Quest’ultimo,poi, io credo essere il tassello in assoluto più importante e più delicato nel puzzle delle riforme da fare.

Quello nel quale, pur su un piano di generale condivisione, possono in realtà nascondersi i dettagli più diabolici, che Marco Fedi ha fatto intravedere in un suo intervento di qualche giorno fa e ai quali dobbiamo prestare la massima attenzione come PD.
Il rischio, infatti, è quello di favorire qualche specifico interesse e cancellare un mondo dal quale io credo, invece, non si può prescindere per il bene dell’Italia e delle nostre comunità.

Insieme a queste riforme di sistema, devono poi esserci anche temi di contenuto più immediato, di risultati su questioni che riguardano i bisogni quotidiani e concreti delle comunità alle quali poi dovremo andare a chiedere la fiducia e il voto.
Temi ai quali i nostri parlamentari eletti all’estero quotidianamente dedicano attenzione in Parlamento (e dobbiamo essergliene grati perché non è semplice) e che, in parte, hanno già trovato qualche risposta, in parte devono ancora trovarla prima della fine della legislatura.

Sono diversi, ma poi vorrei fossero loro a indicarli nei loro interventi per individuare le priorità.

Io mi limito a ricordare qui le diverse questioni della cittadinanza e le attese di anni ai consolati.
Anche per ricordarvi, a questo proposito, di firmare la petizione che chiede di destinare almeno parte dei 300 euro delle percezioni ai consolati.

Cosa che sia il sottosegretario Amendola che il ministro Gentiloni hanno preso in seria considerazione.
Dunque una petizione con migliaia di firme (e a oggi siamo già a 5.000) aiuterebbe il lavoro del Ministro e del Sottosegretario a spingere con più forza sul MEF per la realizzazione a breve di questo provvedimento che migliorerebbe i servizi ai cittadini.

Ecco, dunque, che anche rispetto al luogo del Partito o delle istituzioni nel quale ci troviamo a discutere;
del Paese o della ripartizione geografica alla quale guardiamo;
degli interlocutori con i quali discutiamo;
oltre a un piano generale di condivisione su alcune priorità, vi è poi una articolazione di temi e di contenuti che rappresentano interessi, priorità o esigenze diverse e, talvolta, persino contrastanti.

Per questo, quindi, serve, è utile, è d’obbligo, avere sempre uno sguardo complessivo, una discussione ampia e aperta, un impegno su tutta la Circoscrizione estero e con essa e l’Italia, per arrivare a individuare insieme temi, priorità, direzione politica e fare così sintesi comune.
Senza fretta, senza paura del confronto, ma con tempi scanditi e certi entro i quali chiudere con una proposta e un impegno del Partito e del Governo.
In questo senso, chiaramente, il contributo dei circoli a questa discussione è fondamentale, anche per le cose dette in apertura e per la loro vicinanza alle comunità.
E il contributo dei circoli europei non è secondario, sia per quantità e livello organizzativo, che per qualità.
Per questo io credo che i contributi che usciranno dalla discussione di oggi e domani qui a Londra, possono essere un ulteriore e importante tassello che si aggiunge a quelli delle altre tappe citate, a quello arrivato dal Coordinamento del Nord America, gli altri dell’Assemblea del Brasile, del convegno di Basilea e dai lavori del CGIE, dove molto di ciò che c’è è anche nostro e del PD, oltre che di quelle realtà associative alle quali dobbiamo guardare con interesse e rispetto, come il FAIM (Forum Associazioni Italiane nel Mondo) che terrà il suo congresso a Roma il 29 aprile prossimo.

E credo che Londra avrà forse un merito in più: quello che, arrivando subito dopo l’approvazione della più importante delle riforme, quella costituzionale, può dare ora una forte accelerazione al cammino delle riforme che servono all’estero.
Per questo io penso che dopo questa importante Assemblea dei circoli europei del PD, con tutti i contributi politici che avremo da qui e dal mondo, dal Partito e dagli organi istituzionali, dai parlamentari e dalle realtà associative, dovremo arrivare a un convegno con tutti gli attori politici, parlamentari e di Governo nel quale fare la sintesi politica e di merito, certificare direzione e priorità e portare a compimento riforme e provvedimenti di contenuto.

Un convegno che io propongo di realizzare tra fine giugno e inizio luglio a Roma e che possa vedere il protagonismo proprio di quegli interlocutori del PD, in Parlamento e al Governo, che dovranno tirare le fila e trasformare le nostre azioni politiche in risposta di Governo partecipata e condivisa, tanto da poterla realizzare in tempi certi.
Se sapremo farlo insieme, credo che il PD ne uscirà unito, protagonista di concretezza nelle comunità, perché avrà fatto ciò che alle comunità serve, e vincente anche alle prossime elezioni politiche.
Grazie e buon lavoro a tutti noi.

sabato 14 novembre 2015

Da Khayyam agli estremismi via Parigi

Omar Khayyam, uno dei più grandi poeti della Persia (attuale Iran) dell’anno Mille, visse le difficoltà del proprio difficile tempo, fatto di conflitti religiosi e politici. Soprattutto politici. Come politici sono i conflitti del nostro tempo. Anche quelli che portano a Parigi.

I temi della poesia di Khayyam sono quelli del vino – oggi bandito dagli integralisti islamici che seminano morte da sobri – dell’importanza del presente, del tempo che passa e che consuma lentamente ...la vita: una vita che vale la pena di vivere e che nessuno ha diritto di interrompere.
Non è l’Islam che mi spaventa, non mi farò terrorizzare da chi l’Islam lo usa per uccidere ed esercitare un dominio politico. Il terrorismo vince se ci lasciamo terrorizzare. 


Io leggo (ri-leggo) Khayyam, poeta persiano dell’anno Mille che beveva vino, godeva dell’attimo presente e delle donne e osannava la vita contro la morte.


I Dottori, che l'ultime ragioni
san del mondo e ne menan tanta guerra,
un dì... avran sonno, e taceranno, proni,
con pochi vermi in bocca e poca terra.
[…]
Tutto tu vedi e ciò che vedi è nulla;
ti parlan tutti e ciò che ascolti è nulla;
l'orbe percorri e ciò che impari è nulla;
ti apparti e pensi ed anche questo... è nulla!
[…]
Chi siam noi, vuoi sapere? Marionette!
Bei burattini con cui Dio si spassa.
E gioca e scherza e poi, via via ci mette,
poveri e ricchi, entro la stessa cassa.
[…]
Dalla taverna, all'alba, esce un richiamo
per il viandante: «Avanti, avanti, avanti!...
La clessidra ti scema, accorri o gramo;
empi il bicchier di vin, l'aria di canti».
[…]
Beviam, ché il tempo vola e ancora, ahi! spesso,
torneranno le stelle al punto istesso,
e le ceneri nostre saran... muri,
abitati da nuovi morituri.
[…]
Non servire al dolor, sordo all'accento
della memoria; cèrcati una fata
che in dote abbia... la bocca inzuccherata,
e godi e non gettar la vita al vento!
[…]
O vin chiaretto, amico del sollazzo,
io ti vo' ber, finché... briaco e pazzo,
io ti somigli tanto, che il vicino
mi dica: «Donde vieni, Messer Vino?»

venerdì 6 novembre 2015

Rilanciare dialogo tra Governo, MAE e Patronati

Oggi sono intervenuto all'evento per i 20 anni della UIM (Unione Italiani nel Mondo) e ho detto queste poche cose.


Buongiorno a tutti.
Grazie innanzitutto a Mario Castellengo per le "parole d'ordine" che ha usato nel suo intervento, "partecipazione politica", e la distinzione da lui fatta tra "apartitico" e "apolitico".
Ha fatto bene, poiché spesso si fa confusione tra le due cose e la sciocchezza che le associazioni debbano essere apolitiche l'ho sentita risuonare persino in una relazione agli Stati generali dell'associazionismo all'estero.
E grazie per avermi invitato ancora, dopo il vostro congresso di qualche anno fa, a questo nuovo e importante appuntamento.
Lo dico con convinzione, perché credo che anche la continuità e la stabilità dei rapporti tra diversi soggetti siano elementi indispensabili per la serietà delle relazioni e il raggiungimento di fini comuni.
Per questo voglio riprendere e, per quanto possibile, provare rilanciare da qui un dialogo tra il mio Partito e il vostro mondo, quello dell’associazionismo e dei patronati all’estero.

Un dialogo che da un po’ di tempo è minato da anacronistiche e ingiustificate posizioni politiche – anche in buona fede, ma non per questo sbagliate – da strumentalizzazioni politiche o, peggio, da campagne giornalistiche mirate a colpire qualcuno o qualcosa più che a correggere errori o insufficienze e a adeguare ai tempi gli strumenti.


Il mondo delle associazioni all’estero e dei Patronati, con l’alleggerimento e l’arretramento sempre più consistente dello Stato sul territorio, con il rinsecchirsi obbligato – diciamo – dell’erogazione dei servizi da parte delle istituzioni competenti, diventa sempre più centrale per le comunità e per i rappresentanti istituzionali e politici.
Certo, queste realtà oggi vanno riviste.

Ma non nella direzione dello smantellamento al quale mirano le campagne giornalistiche e parte della politica a avversa alla mia.

Vanno riviste nella direzione auspicata e indicata da molti di noi, dallo stesso Gilberto De Santis nella veste di coordinatore del CEPA alla Festa nazionale de l’Unità di Milano.
Devono diventare, cioè, quello strumento al quale lo Stato affida parte di quelle competenze che da solo non riesce più a svolgere e che non può delegare ai privati, pena costi spesso insostenibili per i moltissimi che non potrebbero permetterseli.

Devono continuare, come già spesso fanno, a essere i luoghi di riferimento non solo e non più esclusivamente dell’emigrazione tradizionale, ma luogo di accompagnamento all’inserimento anche dell’emigrazione recente. Compiti, ripeto, che in buona parte spesso già svolgono.
In questa direzione, infatti, erano stati presi impegni prima delle ultime elezioni politiche, ma ancora, nonostante la necessità contingente di accelerare, siamo in ritardo.
W io spero che anche da qui, oggi e nelle prossime settimane, si possa riprendere e rilanciare questa discussione anche col MAECI, insieme alla necessità di azzerare o ridurre i pesanti tagli.


Nell’ultimo anno, anche con le elezioni di Comites e CGIE, ho avuto modo di seguire prima di tutto nel mio Partito, il lavoro che una generazione di giovani e nuovi emigrati ha svolto nelle nostre comunità e nel rapporto tra queste, le istituzioni di rappresentanza e l’Italia.

Questi giovani, protagonisti capaci e attivissimi nella partecipazione politica, hanno fatto insieme all’emigrazione tradizionale un gran lavoro di analisi, di elaborazione e proposta.
E anche da loro è emersa la necessità di fare dell’associazionismo un riferimento prioritario per le comunità italiane all’estero, per le istituzioni e per la politica.

Discutono, e io con loro, sulla necessità sì, di riforme incisive, ma nella direzione del potenziamento che ho espresso prima e di un maggiore rapporto tra esse e lo Stato.
Non vogliono invece confondere la richiesta di riforme con il depotenziamento o smantellamento delle strutture e delle funzioni istituzionali esistenti, associazioni e patronati compresi.

Il vostro slogan oggi è “20 anni con i lavoratori italiani nel mondo”.
Ed è proprio con i lavoratori che vuole stare il PD?
Il Governo dimostri con maggior coraggio che vuole stare anche con i lavoratori italiani all’estero, quelli che sono via da tempo e i tanti che continuano a partire oggi e hanno bisogno di assistenza, tutela, servizi, accompagnamento, informazioni.

Tutte  cosa che lo Stato da solo non ce la fa a garantire e che i privati non possono fornire se non a prezzi inaccessibili per i più.


Dunque serve un aiuto per lo Stato, qualcosa che integri e potenzi la sua azione di servizio alla collettività.

Io sono da sempre convinto che oggi chi svolge già da tempo e in modo capillare attività di assistenza ai cittadini all’estero debba essere messo nelle condizioni di allargare il campo delle competenze e degli stessi servizi.
Soprattutto nel quadro della riduzione dei consolati predisposta dai vari governi, penso a cosa potrebbero fare i patronati all’estero in termini di servizi ai cittadini.

Gran parte del lavoro che oggi blocca l'attività dei consolati e produce attese lunghe dei cittadini, deve essere affidata ai patronati, per lasciare ai consolati solo la parte finale e istituzionale, quella che lo Stato non può né deve delegare.

Mi auguro, quindi, che da qui possa riprendere in tempi brevi e in raccordo con tutto il vostro mondo la discussione sulle forme, i paletti, le garanzie e le sanzioni, per arrivare alla firma della convenzione tra patronati e MAECI.

I tempi sono maturi, non solo per convinzione e consapevolezza, ma per necessità del Paese.
E anche per dimostrare, nei fatti, che il Governo non ce l’ha con i Patronati, i sindacati e i cittadini bisognosi di servizi all’estero.

Grazie.
E buon lavoro a tutti.

venerdì 18 settembre 2015

Scassamaroni

Gessica Allegni
Pubblico qui qualcosa che una simpatica amica, Gessica Allegni, ha scritto di me sul suo profilo facebook.
Con Gessica #sischerza spesso. Però ora, "grazie", forse glielo devo dire sinceramente.

Grazie Gessica!

Chi segue il mio profilo avrà notato come da qualche giorno (molti giorni in realtà! Troppi! A nin pòs piò!) a questa parte, ci sia uno strano personaggio che mi tormenta e mi minaccia di pubblicare materiale che mi inchioderebbe in modo irreparabile.
Questo personaggio si chiama Eugenio Marino e, per farvela breve, lui vorrebbe che per evitare il fattaccio io scrivessi una sua biografia che ne esalta le doti e le qualità di grande politico, esperto di politica estera, di lustro pari, se non addirittura superiore, a quello di un noto politico con apostrofo e baffetti.
 Naturalmente lo fa in modo ironico (per quanto non sembri non pecca di cotanta immodestia) ma vuole mettermi in difficoltà e divertirsi con me, che spesso mi diverto con lui, prendendolo in giro e approfittando, per esempio, della sua assenza dal pc per pubblicare status a suo nome che ne distruggono l’immagine di noto esperto di canzone d’autore italiana.

 Beh Eugenio, mi scuserai se non lo faccio…non ne ho le doti e l’idea di andarmi a fare un copia incolla della tua biografia pompandola di note di colore non mi attira e per quanto sia una stupidata mi fa piombare nella nota sindrome del foglio bianco.

 Però qualcosa da dire su di te in fondo ce l’ho e preferisco farlo a mio modo, spero apprezzerai.
Ho conosciuto Eugenio alle riunioni di sinistradem, io "ragazza di provincia" intimorita da quei tavoli pieni di politici e onorevoli navigati mi sentivo parecchio in soggezione, conoscevo poche persone e mi chiedevo chi fosse quell’uomo alto e magro che interveniva sempre con lunghi e corposi discorsi, sul tema degli italiani all’estero. Beh per me di lì a poco è diventato semplicemente noto come “il marito di Marcella Marcelli” (che, per inciso, è una delle persone che stimo e a cui voglio più bene in assoluto in questo arido e assurdo mondo che a volte sa essere la politica).
Ma la conoscenza da lì in poi si è fatta più approfondita.

 Ho scoperto che Eugenio ha veramente una cultura invidiabile, un’ironia fuori dal comune, e soprattutto un bagaglio unico di studi e conoscenze non solo politiche ma anche sulla musica italiana, i suoi principali autori, tutti quelli che ho sempre amato di più.
Ne ho letto e apprezzato il libro “andarsene sognando” che è stato presentato anche a forlì in una bellissima serata di parole e musica, in cui storie di vita e di immigrazione si sono mischiate alla musica e a ricordi e racconti di un tempo che fu, che assomiglia sempre di più a quello che oggi viviamo, di donne, uomini, giovani, che abbandonano il proprio paese in cerca di un futuro, una scommessa su se stessi, una vita e un lavoro migliori.

 Non voglio fare la recensione del libro ma credo che rispecchi al massimo la personalità di Eugenio e la sua sensibilità (mamma mia, quanto mi costerà quello che sto dicendo!), e perché sono felice di averlo letto (si è capito che ve lo sto consigliando?) tra le altre cose perché ho scoperto che la “svizzera verde” di Pablo -De Gregori- non era un hamburger geneticamente modificato. Ebbene sì..non avevo capito fino in fondo una delle canzoni che amo di più in assoluto.
Ma poi oltre a tutto questo, diciamolo, io sono felice di avere Eugenio come amico.

 È uno scassamaroni come si dice in Romagna ma è uno che sa darti davvero buoni consigli (certo che tu non li seguirai mai ma che un giorno sarai costretta a dargli ragione e in fondo credo sia questo che lui cerca veramente), che sa ridere di sé e farti ridere di te stessa, sdrammatizzare quando serve, farti incazzare anche a volte quando si impunta su ciò che a te sembra un’esagerazione. In certi casi (tipo oggi, Eugenio!) diventa davvero insopportabile ma ha la capacità di farti incazzare e scazzare in 2 secondi.

 Perché in fondo, io credo che Marino mi voglia bene.
Anche se ho raccontato in giro della sua passione per Gigi D’Alessio (la nega ma ha persino approfonditamente studiato il testo di "non dirgli mai", ho le prove) e anche se penso che in fondo di donne non ne capisca molto.
Infatti trovo davvero incredibile che abbia potuto costruire una famiglia così meravigliosa con una donna così meravigliosa. Forse in realtà qualcosa ne capisce, o sa farsi capire lui.
Io comunque, che vi devo dire, gli voglio bene.

 Mi ritengo fortunata ad averlo conosciuto e se l'anno prossimo non mi ospita in Calabria organizzerò un concerto di Giggi in suo onore.
Fine.

L'originale si trova sulla pagina facebook di Gessica, qui: https://www.facebook.com/gessica82/posts/10153267200268246

martedì 21 luglio 2015

Cos'altro vi serve da queste vite?

La persona in foto somiglia a quella di cui parla.
Un giorno come tanti altri, un autobus come tanti altri, con nemmeno tutti i posti a sedere occupati. Sul posto davanti un signore molto anziano, barba e capelli completamente bianchi, volto e fronte molto segnati dalle rughe, espressione triste, malinconica.In mano il bastone (fa fatica a reggersi) e un paio di buste: è un "barbone", con tanto di cattivo odore almeno per chi gli sta vicino.

A lamentarsi è per primo l'autista, che si ferma per due volte chiedendogli di spostarsi.
Insieme a lui, a ruota, alcune signore ben vestite, che si parlano addosso aspettando l'approvazione di quelli che stanno intorno e che lamentano "lo schifo" di dover sentire la puzza.
"Deve farlo scendere", dicono non si sa bene a chi, "negli altri paesi questi non li fanno salire". L'internazionale signora mi sta vicino e le chiedo d'impulso, ma gentilmente e sinceramente incuriosito: "in quali paesi, signora?".

Non si aspettava la domanda, entra nel panico, balbetta qualcosa e ripete che "all'estero non li fanno salire i barboni". Domando ancora, sempre gentilmente: "nemmeno se hanno il biglietto? In quali paesi?". Dopo aver premesso che, chiaramente, non è razzista (cosa di cui nessuno la accusava), mi risponde: "in Francia. In Francia non li fanno salire".

Prendo quindi atto che in Francia, secondo l'internazionale signora, se un barbone ha il biglietto dell'autobus, non può salire se supera il livello massimo di cattivo odore (ci saranno anche i rilevatori a segnare quando si supera questo livello o fa da rilevatore il naso dell'autista?).

A quel punto, avrei voluto dire a lei e agli altri che si lamentavano che io sono ateo, non credo in Dio e, tranne il battesimo al quale non ho potuto oppormi, non ho fatto alcun sacramento e non sono nemmeno sposato in chiesa. Avrei voluto spiegare che non vado a messa ma che, da bambino, da mia madre cattolica e da Maria Chiodo che mi portava in chiesa, ho imparato i bellissimi precetti cristiani, i valori della solidarietà e della fratellanza, il dovere e il piacere di aiutare il prossimo, soprattutto se più debole, povero, sofferente, sconfitto, umiliato, offeso, colpito.

E avrei voluto chiedere alla signora se lei fosse cristiana, se avesse fatto con convinzione i sacramenti (battesimo, comunione, confermazione, matrimonio in chiesa ecc.), se qualche volta va in chiesa, se ascolta Francesco (non il dj, il Papa) e che cosa le fosse rimasto (a parte la teatralità degli eventi) di questa sua cristianità.
Insomma, avrei voluto chiedere a lei e agli altri che non potevano sopportare 10 minuti di cattivo odore di un povero Cristo (non è un caso se si dice così): "cos'altro vi serve da queste vite?".

A quell'uomo la vita ha probabilmente tolto ogni bene, ogni possibilità, ogni speranza, ogni dignità. Possibile che non riusciamo almeno a offrirgli, cristianamente se siamo cristiani, 10 minuti del nostro olfatto offeso?

Ecco, in questo io credo che anche un ateo di Sinistra come me possa ritrovarsi nei valori del cristianesimo. Cosa sono, infatti, la Sinistra, il cristianesimo, se non il dovere e il piacere di sacrificare un po' del proprio per aiutare il prossimo? Nel cristianesimo ce lo chiede Cristo, nella Sinistra l'etica.

Chissà se Cristo, oggi, in un autobus di Roma, sentendo "la puzza" di un "povero Cristo", gli chiederebbe di scendere o spostarsi spiegando che "all'estero quelli così non li fanno salire".
Ma certo, lui è Cristo, noi siamo solo cristiani. E peccatori. Quindi basta anche con questa Sinistra buonista, perché chi si lamenta non è razzista!

lunedì 6 luglio 2015

Nella Costituzione le ragioni di una Sinistra non subalterna a Destra e populismo

Premesso che penso che con la Grecia sia stato commesso un errore gravissimo già molto tempo fa, mi pare che questa vicenda sia il classico esempio di un caso in cui due torti non fanno una ragione.

Sono state un errore la rigidità e l’inflessibilità economica che hanno spinto la Grecia nell’angolo in cui si trova oggi; è stato un errore la mancanza di coraggio dei socialisti europei del PSE, troppo concentrati anch’essi sulle questioni nazionali; è stato un errore quello di Tsipras e i suoi di indire un referendum (anche se poi il risultato potrebbe – e me lo auguro davvero – scuotere positivamente l’Europa).

E sbaglia chi oggi parla di “sovranità nazionale”, di “ripristino della democrazia” e di “sovranità del popolo”. Povero popolo, quanto sei strattonato!

È vero, gli stati sono sovrani, come è sovrano il popolo che si esprime democraticamente. Ma attenzione, proprio la sovranità dei singoli stati europei e le decisioni a livello europeo tra singoli stati e in assenza di un governo federale hanno portato alla situazione attuale, nella quale i più forti hanno la meglio.

Alla sovranità degli stati e alle decisioni dei singoli governi nazionali sulla situazione greca ed europea, non credo si dovesse rispondere con la sovranità del popolo greco attraverso un referendum. Perché?

Perché si tratta di materia sovranazionale ed europea, dove vi sono altre sovranità nazionali e altri popoli sovrani. Cosa succederebbe, infatti, se Merkel e Hollande indicessero nei loro paesi lo stesso referendum greco, chiedendo ai loro concittadini se si deve accettare quel compromesso che i greci hanno bocciato e i loro popoli rispondessero con un “si”?

Altri due popoli sovrani, di due stati sovrani dell’Europa, avrebbero detto il contrario (e con egoismo…) di quanto ha detto il popolo greco. Non sarebbe anche quella sovranità popolare e democrazia? Dunque…? In assenza di un unico Governo europeo bisognerebbe andare a una mediazione tra governi europei: esattamente ciò che è stato fatto (bene o male) fino alla vigilia del referendum.
 
E poi, oggi – soprattutto come Sinistra – siamo felici perché è il popolo che si è espresso contro “questa Europa”: “il popolo è sovrano”, “la Grecia ha ripristinato la democrazia” ecc..
Bene, ma teniamo anche conto che altri popoli (quello francese, quello olandese), attraverso i referendum nazionali, qualche anno fa hanno bocciato il Trattato per una Costituzione europea, regalandoci “questa Europa” di stati nazionali in contrapposizione e dove la parte del leone la fanno i più forti.

Dunque, non è con risposte nazionali, con referendum nazionali, che si risolvono i problemi sovranazionali ed europei: non lo è stato qualche anno fa con la Costituzione europea e non lo è oggi col referendum greco. Ma proprio con la cessione della sovranità nazionale e, fino a quando non c’è quella, con la politica e la mediazione al rialzo tra i governi.

Non è un caso, infatti, se la nostra Costituzione, “la più bella del mondo” diciamo sempre e giustamente a Sinistra, nell’art. 75 non ammette il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

I padri costituenti tifavano per la Politica, con la P maiuscola.

Mi preoccupavo quando Francia e Olanda indicevano referendum “emotivi” sulla Costituzione europea (e soprattutto mi preoccupavo quando la Sinistra di Francia e Olanda tifava per il “no” a quella Costituzione) e mi preoccupo oggi. Mi auguro, comunque, che il voto di Atene venga colto per quello che è: non un ‘no’ all’Europa o all’Euro, ma un’occasione per costruire finalmente un’altra Europa, un’Europa politica con un unico governo federale.

Ancora una volta, quindi, preferisco guardare alla nostra Costituzione anche per ritrovare le ragioni di una Sinistra (di un PD di Sinistra) che, nel duello Merkel-Tsipras, non faccia il tifo per la forza di uno Stato nazionale (la Germania) che si impone sugli altri o per la debolezza di un altro Stato nazionale (la Grecia) che come reazione alla forza usa il populismo.

Vorrei una Sinistra non subalterna culturalmente né a Merkel né a Grillo. Da questi due errori, non arrivano soluzioni giuste per la Grecia e si sfascia l’Europa, soprattutto quella che dobbiamo ancora costruire.

La Sinistra, deve essere quella che sa assumersi la responsabilità (e ha la forza per farlo) di una scelta politica che non sia dettata solo da esigenze di bilancio o da interessi nazionali e di parte. Deve essere quella che si fa promotrice di un nuovo ideale europeo.
Così come è stato fatto per l’euro, serve almeno un gruppo di Paesi promotori che sottoscriva accordi di governi sovranazionali prima degli altri, senza rifare l’errore che fecero le sinistre che governarono l’Europa negli anni ’90, da Blayr a Scrhoeder. Ma dov’è, in Europa, questa Sinistra? È in Italia, in Francia, nel PSE? Dove?

venerdì 26 giugno 2015

"Andarsene sognando" per il mondo. Dai numeri all'affetto

Se dico che dò i numeri non significa necessariamente che io sia matto. Allora provo a darli, per me stesso, per chi ha letto o vuole leggere "Andarsene sognando", per chi viaggia, per chi sta fermo, per chi immagina di viaggiare.

Ma soprattutto per dire grazie a ciò che si nasconde dietro i numeri: molte persone in carne e ossa che fanno qualcosa per il solo gusto di farla, per sentirsi parte di un qualcosa di più grande, perché sono una comunità.
Una comunità che vuole stare insieme, parlare, discutere di se stessa e riconoscersi come tale.

Una comunità che non vuole dimenticare e vuole proiettarsi anche nel futuro.

Allora vediamoli questi numeri.



10: sono i giorni di viaggio, dal 4 al 13 giugno 2015 nei quali sono stato in Canada e Stati Uniti per presentare "Andarsene sognando";

9: sono le città visitate. Filadelfia, New York, Boston, Montreal, Ottawa, Toronto, Vancouver, Los Angeles, Charlotte;

9: sono i fusi orari attraversati;

8: sono le presentazioni fatte, una in ciascuna delle città menzionate, tranne Charlotte;

5: sono le persone che mediamente in ogni città hanno fatto da motori dell'organizzazione delle iniziative, ma se si considerano anche quelle che comunque hanno collaborato sono di più. Quindi almeno 40 in tutte e 8 le città;

4: sono le persone che mediamente sono intervenute come relatori. Quindi almeno 32 in tutte e 8 le città, più tutti quelli che hanno fatto domande e interventi dalla platea;

5: sono le categorie di mezzi di trasporto usate per gli spostamenti: aereo, treno, autobus, metropolitana, macchina. Solo la nave è stata evitata, ma c'è mancato poco perché prendessi anche quella...

25.600: sono i km percorsi in 10 giorni.

Questi numeri, dunque, sono il risultato del lavoro volontario e meraviglioso che hanno fatto tante persone, alle quali, insieme a tutte quelle che hanno organizzato altre iniziative in Italia e in Europa, devo dire grazie. Insieme a quelle che ancora stanno organizzando altre presentazioni sempre in Italia, in Europa e il altre parti del mondo.

Non posso nominarle tutte, non tanto perché l'elenco sarebbe lungo, ma perché certamente dimenticherei, colpevolmente, qualcuna nel riportarle qui. Succede sempre, lo so, soprattutto a me. Quindi evito. Però, davvero, voglio ringraziarle tutte. Voglio ringraziarvi tutti.

Anche quelle che si nascondono dietro questi altri numeri:

28: sono le altre presentazioni fatte in Italia, Europa e Tunisia prima del viaggio in USA e Canada e che sono programmate fino al 12 luglio, cioè le prossime due tappe di Parigi e Bruxelles;

140: sono le persone che hanno fatto da motori dell'organizzazione delle iniziative, calcolando una media di 5 organizzatori per ogni presentazione, ma se si considerano anche quelle che comunque hanno collaborato sono molte di più;

112: sono le persone che, più o meno, sono intervenute come relatori in queste presentazioni, calcolando una media di 4 relatori per ogni presentazione. A cui vanno aggiunti tutti quelli che hanno fatto domande e interventi dalla platea.

E poi sono ancora diverse le richieste che stanno arrivando. Come diverse sono alcune date già programmate per dopo l'estate: Vienna, Tel Aviv, Gerusalemme, Stoccarda, Berlino, Lussemburgo e altre ancora. Anche in Italia, e in posti che non avrei mai immaginato.

Dunque, grazie. Grazie a tutte. Grazie a tutti.
Grazie perché questi numeri, per me, sono anche, come mi diceva poco fa un caro amico, Fabio Fazzi, il risultato di un affetto diffuso.

lunedì 25 maggio 2015

"E una risata spezzata, e mille ricordi, e nemmeno un rimpianto"

Ho sempre saputo cosa pensasse perché era sincero. E gli piaceva conoscere il mio giudizio, farsi “spiegare” da me alcune cose. Non perché non le capisse, ma perché aveva vera stima e per vederle da una posizione molto diversa dalla sua. Nei suoi confronti non ha senso dire che se n’è andato troppo presto: per uno come lui anche andarsene a cent’anni sarebbe stato prematuro. Morto lui, muore quella rara e delicata cortesia della piccola comunità, muore una musica mai studiata..., ma da sempre conosciuta, mai imparata ma da sempre vissuta e condivisa.

Ciò che Lee Masters ispirò a De Andrè quanto cantava del suonatore Jones, lui lo trasmetteva a me, senza che mai glielo avessi detto. La mia gioia stava in quel vortice calmo di umanità, di cordialità, di sincerità e intelligenza. Stare con lui era come parlare con la storia quotidiana di un paesino, come ascoltare la musica del tuo popolo.

Piaceva a tutti. Ma non era per tutti, non era per tutte le stagioni. Con lui ho capito cos’era l’arte, la genialità, la passione in un paese, senza che mi spiegasse la musica, senza che parlasse di Leonardo, senza che piangesse per qualcuno.
Le note erano dentro di lui come i numeri dentro Majorana, il mare dentro Colombo, il volo dentro Baracca.

Mah, che dono l’arte, la delicatezza e l’umanità dentro la medesima, umile persona, anche nel viso, come Berlinguer, che gli piaceva tanto.
Ora le sue mani non corrono più su una teoria di bianconeri che trascinava gli amici. Stanno ferme nell’angusto, silenzioso e definitivo spazio buio che lo circonda. Se fosse vero, come dice quell’artista, che siamo poco o che non siamo niente, beh, lui quel poco lo ha fatto diventare tanto, lasciando in una piccola comunità un ricordo più grande della comunità stessa.

Adesso molti dicono che non lo scorderanno. Io invece lo scorderò subito. Perché mi sarebbe troppo difficile ricordare. O almeno vorrei scordarlo subito. Ma forse non ci riuscirò. Anzi, penso che ogni giorno d’estate che passerò seduto nel giardino di casa, ci sarà un motivo per ricordarmi di lui.

Ha fatto più miracoli la sua semplicità, che l’agostana santità del suo patrono.

venerdì 28 novembre 2014

Un Paese in trasformazione


Sul numero di ottobre 2014 di "L'altraitalia" è uscito questo mio articolo. Buona lettura.

“E quindi uscimmo a riveder le stelle”. Con queste parole Dante chiude la prima cantica della Divina commedia dopo aver attraversato l’Inferno e prima di arrivare al Purgatorio, con l’obiettivo finale di riprendere un cammino di luce e speranza. Sono parole che indicano il presagio del cammino di speranza che lo attende dopo la disperazione da cui proveniva. Ecco, mi pare una buona metafora della condizione nella quale attualmente si trovano le nostre comunità all'estero.

Veniamo da anni di tagli lineari, disinteresse, penalizzazioni, mancanza di ascolto e dialogo e persino di blocco democratico, con tre rinvii delle elezioni per il rinnovo di Comites e CGIE che hanno portato questi organismi volontari allo sfinimento, al logoramento. Se hanno resistito è stato solo per la tenacia, la tempra e la forza di volontà di chi ha a cuore le nostre comunità nel mondo. 
Oggi, invece, siamo a uno snodo: abbiamo rappresentanti di Governo (ministro degli esteri e sottosegretario) che hanno ricominciato a dialogare con le rappresentanze degli italiani all'estero – parlamentari, Comites, CGIE e partiti – e questo ha portato i primi risultati positivi: l’abolizione dell'IMU per pensionati italiani residenti all'estero, l’inversione dell’opzione per l’esercizio di voto, la riduzione di TARI e TASI e l’indizione delle elezioni di Comites e CGIE, solo per fare qualche esempio. 

Queste elezioni non vanno considerate solo uno dei tanti passaggi elettorali, sarebbe profondamente sbagliato. Devono trasformarsi in una grande opportunità per le nostre comunità in tutte le loro articolazioni: dall'emigrazione tradizionale agli italo-discendenti, dai giovani trasferitesi definitivamente all'estero a quelli che si caratterizzano per una forte mobilità e che magari passeranno solo alcuni anni della loro vita all'estero (e in diversi paesi dell’estero) per poi tornare in Italia. 

Dico questo perché nel nostro Paese sta avvenendo una grande trasformazione da un punto di vista istituzionale: si sta ridisegnando l’architettura dello Stato con una riforma costituzionale che prevede il superamento del bicameralismo perfetto e la distinzione delle competenze delle due camere. Quella dei deputati continuerà ad essere quella che conosciamo, mentre il Senato sarà la Camera delle istituzioni territoriali. In questo quadro cambierà, sia numericamente che qualitativamente, anche la rappresentanza diretta degli italiani all'estero, che probabilmente rimarrà come Circoscrizione estero solo alla Camera. 

Questo comporta che si dovrà ripensare l’articolazione della rappresentanza italiana all'estero nel suo complesso a seconda di come si definirà la riforma costituzionale.
Io credo, quindi, che i candidati alle prossime elezioni per i Comites e il CGIE dovranno coinvolgere le nostre comunità in un’ampia riflessione su come dovranno essere riformati questi organismi dopo la riforma costituzionale. E una volta eletti, lavorare tra Comites, CGIE, parlamentari eletti all'estero e partiti a trasformare le discussioni fatte e le idee raccolte in una riforma che dovrà trovare ancora ascolto e partecipazione presso il Governo e il Parlamento tutto. 

Da qui, a mio avviso, deve iniziare il lavoro e la discussione. E occorre interrogarsi, in un’ottica di riposizionamento dell’Italia e della sua politica estera nella geopolitica globale, di arretramento delle postazioni diplomatico-consolari e dello Stato italiano in alcune regioni del mondo, su quale debba essere la nuova missione dei Comites e del CGIE, quali funzioni e reali poteri essi debbano avere per completare e rendere utile, efficiente e articolato il sistema della rappresentanza italiana nel mondo. 

Io sono fortemente convinto che se la riforma costituzionale andrà in porto come si sta profilando, occorrerà dare nuovi, concreti e reali poteri di rappresentanza di base ai Comites e intermedia al CGIE.
Occorrerà metterli nelle condizioni di poter essere organismi che amministrano e che decidono.
Non possono limitarsi solo a dare pareri, fare relazioni sulle comunità e svolgere un ruolo di servizio volontario senza che esso sia nemmeno riconosciuto formalmente. 

In quest’ottica io credo, per fare un esempio, che i consiglieri di Comites e CGIE, innanzitutto debbano avere almeno alcuni dei poteri conferiti in Italia a sindaci, presidenti di provincia e regione, ai consiglieri circoscrizionali, comunali e provinciali, come quelli, ad esempio, dell’autenticazione delle firme elettorali in caso di referendum o presentazione di liste alle elezioni politiche e degli stessi Comites. 

In Italia, infatti, i cittadini eletti a rappresentanti del popolo (quelli sopra citati), hanno questo potere. Perché non può averlo un Presidente o consigliere di Comites e CGIE eletto dai cittadini italiani all'estero?
Non si tratterebbe, chiaramente, di dare una semplice “funzione” a un eletto, si tratterebbe di riconoscere a pieno la funzione di rappresentanza di questi organismi e collegarla a uno (quello citato) o più specifici poteri reali. 

Di fare un salto di qualità che ci proietterebbe in un mondo nuovo.
Inoltre, si potrebbe ragionare se è ancora il caso di pensare il CGIE incardinato nel MAE o se può essere più utile incardinarlo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, provando a favorire il ruolo di raccordo e interlocuzione con i ministeri che hanno competenza sugli italiani all'estero: dagli esteri all'Interno, al Lavoro, alla Scuola, al Turismo ai dipartimenti che si occupano di integrazione, pubblica amministrazione, editoria e internazionalizzazione. 

Una riflessione, questa, da fare perché penso che le funzioni del CGIE debbano essere indirizzate più all'azione di rappresentanza esecutiva e di raccordo della rappresentanza generale che a quelle della politica estera, per la quale pure i nostri organismi di rappresentanza devono avere un ruolo definito. 

Infatti la stessa diplomazia ufficiale, nel mondo iperglobalizzato, non basta più, va correlata dall'azione concreta e riconosciuta delle organizzazioni non governative, dal mondo imprenditoriale, dai cittadini che un paese mantiene sparsi nel mondo (dunque dalle loro rappresentanze) e facendo sinergia tra tutto ciò.
In una sola parola, dalla megadiplomazia, come direbbe Parag Khanna, per la quale i componenti del CGIE dovrebbero essere pienamente riconosciuti come reali interlocutori dalle autorità locali, dallo Stato italiano e dai rappresentanti diplomatico-consolari e non essere percepiti come fastidiosi competitori. 

E poi si dovrebbe rivedere il ruolo del CGIE nella Conferenza delle regioni e del CINSEDO (il Centro Interregionale di Studi E Documentazione della stessa Conferenza).
In particolare, in quella sede il CGIE dovrebbe avere un ruolo riconosciuto soprattutto nel confronto sulla diffusione delle “best practices” 
(portando le esperienze di altri paesi) e nella sottolineatura del ruolo dei territori e degli italiani nel mondo alla costruzione dell’Unione Europea in particolare e di diversi organismi internazionali. 

Non voglio, con queste riflessioni, definire linee guida di una possibile proposta di riforma, ma stimolare la discussione e le proposte che i candidati alle prossime elezioni dovranno sottoporre agli elettori in vista del nuovo mandato di Comites e CGIE, poiché dal 2015 essi si troveranno a dover discutere e pensare come riformarsi: quali poteri reali di rappresentanza territoriale, di raccordo concreto con le istituzioni nazionali (Parlamento, Governo, ministeri, regioni, centri studi), quale riconoscimento di funzioni che diano concretamente un valore aggiunto alle nostre comunità? 
Su tutto ciò anche i circoli, l’Assemblea, i parlamentari del PD eletti all’estero devono discutere, poiché il PD è la più grande forza politica e di Governo all’estero, ha una rete diffusa e radicata su tutto il territorio, ha moltissimi suoi dirigenti tra gli eletti di Comites, CGIE e parlamento. 

Questa forza lo carica della responsabilità di continuare a essere il motore e il protagonista della futura riforma e l’anello di congiunzione tra Parlamento, CGIE, Comites e Governo, così come lo è stato in questi ultimi mesi, segnando un cambio di rotta e portandoci fuori da quell’Inferno dantesco di cui parlavo all’inizio. Ora abbiamo ancora il Purgatorio davanti, ma l’obiettivo è quello di arrivare a un cammino di luce e speranza.

giovedì 8 agosto 2013

Gli italiani all'estero e la lezione di Marcinelle

Ieri l'Unità ha pubblicato questo mio articolo. Buona lettura.
 
Il disastro di Marcinelle, di cui ricorre oggi il 57° anniversario (262 minatori morti, 136 italiani), dovrebbe essere l’occasione per ragionare, senza retorica, sugli italiani all’estero di oggi e sulla politica dell’Italia verso i suoi cittadini nel mondo. Vorrei partire da una doppia ferita che oggi come ieri incide la carne dei nostri migranti: da un lato lo sfruttamento e l’esclusione subiti nei paesi ospiti, dall’altro l’abbandono da parte della Madrepatria. Ferite mai sanate che segnano le vite di tutti i migranti, come dimostra oggi la condizione degli immigrati in Italia. Certo l’emigrazione cambia nei numeri e nella qualità. Ai vecchi emigrati, operai o pensionati delle miniere e dei cantieri, si sono aggiunti i nuovi: ricercatori, ristoratori, tecnici specializzati e persino imprenditori. Questo mondo – circa 4 milioni mezzo di cittadini e 60 milioni di discendenti – aspetta risposte dallo Stato italiano e dalla politica che troppo spesso rivela una totale assenza di strategia quando non un vero e proprio disinteresse nei confronti di questa realtà. La scelta dei tagli lineari, adottata negli ultimi anni, ha fatto in questo come in altri settori danni gravissimi. Un esempio per tutti: le risorse destinate alla diffusione della lingua e cultura italiana nel mondo sono state incomprensibilmente falcidiate quando questo è un settore strategico quanti altri mai per l’internazionalizzazione dell’Italia e la diffusione dei suoi prodotti sul mercato globale.

In tempi di crisi, poi, come è successo anche in passato, le comunità di emigrati sono un’opportunità economica che l’Italia oggi non sta cogliendo. La lezione di Marcinelle ci parla ancora oggi. Quella immane tragedia diede all’Europa, che muoveva allora i primi passi, una spinta importante verso l’affermazione dei diritti dei lavoratori a partire dalla sicurezza e che portò alla costruzione di uno Stato sociale inclusivo e avanzato. Così oggi, la memoria di quella vicenda dovrebbe promuovere un dibattito serio e consapevole su una nuova idea di cittadinanza europea.

A Marcinelle a rappresentare l’Italia c’è la Presidente della Camera, Laura Boldrini. È un segnale importante, che – ne siamo certi – saprà andare al di là della sola dimensione celebrativa, legando quella partecipazione a un’agenda di impegni parlamentari che assicurino una riflessione e un rilancio della politica verso gli italiani all’estero e gli immigrati in Italia.

Abbiamo bisogno di incardinare politiche e strategie a livello nazionale ed europeo, capaci di assicurare diritti e dignità ai nuovi immigrati in Italia e a tutti i lavoratori italiani all’estero. Ma anche valorizzare, finalmente nei fatti e non solo nelle enunciazioni di principio, il ruolo delle nostre comunità e delle nostre rappresentanze nel rapporto con l’Italia, a cominciare dai Comites, che vivono da anni una condizione intollerabile di sospensione democratica: nel 2009 è scaduta la legislatura senza che si siano indette nuove elezioni. Confidiamo che la Presidente Boldrini vorrà seguire in Parlamento la discussione sulla riorganizzazione della rete consolare, che dovrebbe segnare un’inversione radicale del senso di marcia seguito negli ultimi anni. L’obiettivo dovrebbe essere la semplificazione della rappresentanza diplomatica (soprattutto nell’Europa unita) a favore di un mantenimento e una riforma dei servizi ai cittadini e alle medie e piccole imprese.

Se si discuterà seriamente di italiani all’estero e di lavoro, il sacrificio dell’8 agosto e la cerimonia di Marcinelle saranno serviti a qualcosa, altrimenti si rimarrà nella routine della celebrazione e, paradossalmente, non si renderà omaggio a quei caduti.

mercoledì 31 luglio 2013

Così parlò Bruno

Friedrich Nietzsche, in Così parlò Zarathustra, dice che “molti muoiono troppo tardi, e alcuni troppo presto”. Ieri è morto in Francia Bruno De Santis e, sicuramente, per Zarathustra sarebbe tra quelli che sono morti troppo presto.
Ho conosciuto Bruno tredici anni fa, ci vedevamo e sentivamo poco, ma ogni volta che succedeva era per scambiarci opinioni sul Partito, sui Comites e sulla vita concreta degli italiani all'estero, soprattutto i più fragili e i giovani. O meglio, era Bruno che mi dava il suo punto di vista sincero, i suoi consigli su cosa fare.


Ed io ascoltavo, perché sapevo che era il punto di vista di una persona seria, appassionata, da sempre vicina ai più deboli, perché ci credeva e non perché a caccia di cariche o ruoli.
L’ultima volta che ci siamo sentiti è stato via mail, a ridosso del 25 febbraio scorso. Bruno inviò una lettera a Bersani molto critica su una scelta fatta dal Partito all'estero.
Ma una lettera che, come ci ha tenuto a sottolineare, era e doveva rimanere privata, perché non voleva creare problemi alla nostra campagna elettorale: preoccupazione persino eccessiva. Ma Bruno era questa persona qua.


Uno che diceva chiaramente come la pensava, senza paura di scontrarsi anche con gli amici, ma che teneva al Partito, alla comunità italiana all'estero, al Paese.
E mentre scriveva, dispensava consigli, parlava al telefono, combatteva con la malattia che ieri ce lo ha portato via.
Ha continuato a spiegarmi l’importanza dei Comites, del suo Comites, sottolineando quanti danni producano i continui rinvii del voto su organismi costituiti su base volontaria. Non si è arreso, impegnandosi fino a quando le forze glielo hanno consentito e continuando a parlare della necessità di rinnovare i Comites e coinvolgere i giovani. Sempre Zarathustra dice che “in alcuni è il cuore che invecchia per primo, in altri la mente. E certi sono vecchi da giovani: ma una tarda giovinezza è lunga giovinezza”.


Bruno non è tra quanti siano invecchiati prima con la mente, ma nemmeno col cuore e, anzi, ha mantenuto la freschezza dei suoi ideali fino all’ultimo, dandoci fino all’ultimo esperienza e speranza.
Per questo penso che nel suo morire, almeno in me, sopravvive il suo spirito e la virtù del suo impegno disinteressato. Tocca a noi ora saper raccogliere il testimone di quell’amore verso il Partito, i Comites, le comunità italiane all’estero e l’Italia.
Mi piace pensare che se avessi potuto chiederglielo, Bruno avrebbe condiviso le parole di Nietzsche/Zarathustra sulla morte e sulla voglia di trattenersi ancora un po’ sulla terra: “così voglio morire anche io, affinché voi, amici, amiate la terra ancor più, per amor mio; e voglio tornare a essere terra, per aver pace in colei che mi ha generato. Davvero, una meta aveva Zarathustra, egli ha gettato la sua palla: ora siete voi, amici, a voi getto la palla d'oro. Ciò che più volentieri contemplo, è vedervi gettare la palla d’oro, amici miei! Per questo mi trattengo ancora un po' sulla terra: perdonatemelo! Così parlò Zarathustra”.

mercoledì 15 maggio 2013

Ritrovare identità e senso dello stare insieme

Per chi avesse la voglia e la pazienza di leggerla, questa è la relazione introduttiva che ho tenuto all'Assemblea della Circoscrizione estero del 10 maggio scorso.
 
Carissimi,
grazie a tutti per essere qui nonostante i tempi stretti della convocazione di questa Assemblea.
La preparazione di questa assise nazionale, infatti, arriva in un momento difficile, di grande difficoltà e disorientamento del Partito. E arriva con un carattere di urgenza allarmante.

Quindi ringrazio per lo sforzo organizzativo di cui si è fatto carico, come sempre, il mio Ufficio.
Ringrazio anche Beatrice, Paolo e Monica, che hanno lavorato all’odg e che presiederanno i lavori.

Ci troviamo probabilmente nel momento più difficile della vita del nostro Partito, decisivo per il suo futuro. E questa volta lo dico in termini non solo di tenuta elettorale, ma di sopravvivenza politica.

Un momento storico drammatico, nel quale dalla crisi economica mondiale, istituzionale italiana, identitaria e organizzativa del PD e della Sinistra, possiamo uscire solo dicendoci chiaramente cosa deve essere il PD, a quale base di riferimento vuole guardare, per costruire quale tipo di società, con quale collocazione internazionale e con che struttura organizzativa, con quale idea di partito.

Per questo motivo, domani l’Assemblea nazionale dovrà eleggere il Segretario che traghetterà il Partito fino al prossimo congresso.
Congresso che dovrà svolgersi in tempi brevi: entro ottobre probabilmente.
Si dovranno poi riconvocare la Direzione nazionale e una prossima Assemblea per capire se e come si dovrà modificare lo Statuto.

Questi passaggi chiaramente riguarderanno anche noi e avranno sulla Circoscrizione estero una immediata ricaduta politica e organizzativa.
Anche noi dovremo tenere i congressi in tutti i nostri circoli, dire con chiarezza che tipo di partito vogliamo e a che tipo di società vogliamo guardare. In quale contesto internazionale vogliamo collocarci.

Una discussione di carattere nazionale che dovrà passare attraverso il rinnovo dei gruppi dirigenti nazionali e locali, dai circoli alle segreterie di Paese e attraverso il completamento dei passaggi formali a cui siamo chiamati.

Abbiamo assistito negli ultimi due mesi a collasso della vecchia classe dirigente del Partito. A cui si aggiunge, a mio parere, il palesamento di quella che Pasolini chiamava “mutazione antropologica” di una comunità: quella dei rappresentanti del nostro Partito insieme a quella del nostro elettorato e della società in generale.

In questa mutazione, mi pare ci sia la perdita di quel “sentimento di comunità” del quale spesso ho parlato anche in questa assemblea, nei circoli in giro per il mondo e nel seminario del 5 maggio 2011.
Quel sentimento secondo il quale si sacrifica il punto di vista personale per un’idea collettiva che diventa azione concreta.
Sentimento che allontana e distrugge ogni forma narcisistica in cambio della forza appagante di condividere qualcosa coi compagni di lotta.

Quel sentimento, quindi, che ci fa sentire tutti parte di grande una comunità ideale: prima della comunità italiana, poi della comunità di Sinistra e poi della comunità del PD.
Più volte ci siamo detti che c’era il rischio reale che chi era chiamato a rappresentarci, finisse per anteporre le proprie visioni e le proprie istanze a quelle della comunità più ampia.
Così come i nostri elettori, che pure pretendevano spesso di voler vedere anteposte le proprie istanze di parte rispetto a quelle del Partito e del Paese.

Mi pare che, senza voler giudicare chi ha fatto bene o male, chi avesse ragione o torto, questo sia successo in questi mesi (ma probabilmente anni) nel nostro popolo e nel nostro Partito.
E mi pare che l’esito sia stato il collasso a cui accennavo.

Ne vorrei discutere qui, su diversi piani, ma dopo aver fatto una premessa.
In democrazia non ci sono molti modi per tenere insieme una comunità, una associazione di persone libere o un partito.
E questi modi, questi modelli sono noti:
1)      vi è il modello dei partiti “padronali” (o se volete chiamateli dei leader forti), come il PDL, nel quale vi è solo Berlusconi che “comanda”. E tutto il resto è contorno e consenso al capo;
2)      vi sono i modelli movimentisti e populisti, tipo la Lega di Bossi, l’IDV di Di Pietro e oggi il Movimento 5 stelle di Grillo e per qualche verso il MAIE di Merlo;
3)      e vi sono i modelli popolari e di rappresentanza democratica, tipo il PD.

Nei primi due modelli vi è una persona sola al comando intorno alla quale si costruisce una comunità che segue e che ha scarso potere decisionale e addirittura di discussione o stimolo. Uno va e gli altri seguono, altrimenti “si è fuori”.

Nel terzo modello, il nostro, vi sono molte persone che discutono e decidono, dai circoli al vertice. Lo fanno attraverso luoghi virtuali, altri fisici, consolidati e formali, attraverso metodi democratici e organismi ampi o ristretti, sia in linea orizzontale che verticale.

Ma lo fanno a tutti i livelli attraverso il principio democratico della decisione a maggioranza, che è l’unico che può funzionare, nel nostro ambito culturale e politico, come l’alternativa possibile alla mancanza di sintesi comune e in alternativa al metodo del “seguire l’ordine del il capo”.
Dunque non si tratta solo di un “vincolo regolamentare”, ma di un “principio etico”.
Walter Tocci direbbe un “atto spirituale”.

Questo principio era fondativo del Partito Democratico come della coalizione “Italia. Bene comune”. E questo principio è saltato sia nel Partito che nella coalizione negli ultimi due mesi.
E insieme al principio sono saltati il Partito e la coalizione.

Dunque: attraverso una “mutazione antropologica” del popolo e della dirigenza della Sinistra (ma vale per tutta l’Italia) è venuto meno il senso di appartenenza a una comunità, l’etica politica di chi ha responsabilità di rappresentanza generale e “il” principio democratico per eccellenza.

Dunque è venuta meno la nostra capacità di stare insieme da uomini liberi.
Ecco perché dico che il momento è drammatico.

In questa situazione, la Sinistra e il PD, che pure è il primo partito in Italia con circa 400 parlamentari (una condizione di forza mai registrata nel nostro Paese), si trova paradossalmente nella situazione di massima debolezza culturale nell’influenzare vita, carattere nazionale, politica e assetti sociali.

Quando era minoritaria, accadeva il contrario, poiché aveva una tale capacità culturale che era in grado di influenzare le classi dominati e la cultura nazionale.
Oggi, invece, a causa delle nostre debolezze, quella capacità di influenza ce l’ha la destra berlusconiana, che fa emergere nel Paese, tutto il Paese (anche quello di Sinistra), l’Italia peggiore, favorendo e accentuando quella mutazione antropologica di cui parlavo.

Quindi, oggi serve che il PD torni a un’etica, una cultura e a una visione chiara del Partito e della società. Serve che dica forte e chiaro cosa vuole essere, che modello di società vuole disegnare, con chi vuol farlo a livello internazionale e con quale strumento partito.
Questo era anche l’obiettivo di cui si è discusso nel congresso del 2009.
Ma che non si è riuscito a fare negli anni successivi, sempre travolti da emergenze o scadenze elettorali immediate.

Cosa che ha finito per sancire un patto federativo tra le diverse anime culturali del partito, degenerato anche in patti correntizi.
E questo ha portato a una unità formale fatta di non belligeranza e a una scarsa capacità di attrazione nell’elettorato, che in parte si è rivolto a Grillo per sottolineare la richiesta di cambiamento.

E soprattutto di cambiamenti anche radicali, dei quali spesso il nostro PD ha avuto paura attestandosi su posizioni troppo sbiadite, tanto argomentate da sembrare fuorvianti, convinto che i nostri elettori fossero spaventati da scelte nette e divisive.

Io credo non sia vero. Quindi da qui occorre ripartire per ricostruire il senso di comunità e tornare in sintonia con nostro popolo.
È infatti vero che il popolo, come il nostro partito, è plurale. Ma l’unità del popolo e del partito la si ottiene quando la politica si dà una linea, anche di frattura, ma dalla quale poi parte per ricomporre le differenze sociali e culturali.  

Ma questi sono temi che dovremo trattare, questa volta fino in fondo e con il massimo della chiarezza, al congresso.

E dunque da qui dobbiamo prepararci ai temi e all’organizzazione formale dei congressi nei circoli all’estero.
I delegati, tutti voi delegati, dovete cominciare ad avviare questo lavoro nei vostri territori.
Mentre qui, oggi, penso dovremo discutere sulla necessità di individuare alcune questioni prioritarie da portare nell’agenda politica parlamentare.

A cominciare dai temi istituzionali:
a)      delega governativa per gli italiani nel mondo;
b)      mantenimento e ruolo della Circoscrizione estero nell’ambito della riforma costituzionale;
c)      riforma del sistema di voto.

E temi politici: IMU, servizi verso i connazionali, lingua e cultura.
Dobbiamo farlo sulla base del programma con il quale ci siamo presentati agli elettori a febbraio e, soprattutto, tenendo presente l’anomalo governo che ci troviamo a sostenere e le risorse a disposizione.
Senza sottovalutare anche il cambio degli stessi interlocutori all’interno del PD: domani cambia il Segretario e l’intera Segreteria. E non è cosa irrilevante.

Per cui io propongo di concentrarci su pochissime cose fattibili sia istituzionalmente che politicamente e proporle al voto della nostra assemblea, ragionando sull’opportunità di farle assumere all’assemblea nazionale sulla base della discussione che si farà domani.

Non escluderei, infatti, che in quella assise ci si concentrerà solo sulle questioni attinenti alla vita interna e alle prospettive del partito. Ma vedremo domani.

Vista la peculiarità di questa assise, l’incertezza nel programmare i passaggi futuri, i tempi e il calendario dei lavori nazionali, mi fermo qui, senza relazionare su altre questioni (pure importanti), rispetto alle quali lascio l’Assemblea libera di discuterne riservandomi, eventualmente, di tornarvi nelle conclusioni.

Grazie e buon lavoro.

giovedì 21 marzo 2013

GOVERNO: MARINO "M5S MENTE, E' PD PRIMO PARTITO"

La mia dichiarazione dopo le consultazioni dei grillini al Quirinale.

"Il motivo che induce i grillini a dire di essere il primo partito, pur sapendo che i numeri dicono il contrario, e' semplice e deriva da un dato e una visione politica: non considerano cittadini a pieno titolo i cittadini italiani all'estero". E' quanto afferma in una nota Eugenio Marino, responsabile nazionale Pd all'estero, in merito alle dichiarazioni della delegazione del Movimento 5 stelle al Quirinale.
"I grillini - continua Marino - spieghino chiaramente che, contrariamente a quanto afferma la Costituzione, i cittadini elettori e i cittadini eletti all'estero non vanno conteggiati e, anzi, va tolto loro anche l'elettorato passivo e attivo poiche' sono 'diversi'".
"Se ce lo dicono - prosegue - ne prendiamo atto e ragioniamo insieme, ma fino a quando questa Costituzione sara' valida i cittadini italiani all'estero saranno cittadini come gli altri e voteranno ed eleggeranno loro rappresentanti come gli altri e contribuiranno a determinare chi e' il primo e il secondo partito.
Quindi, il Pd e' il primo partito alla Camera e al Senato e il M5S puo' smetterla di raccontare bugie".
(ITALPRESS).
sat/com 21-Mar-13 13:05 NNNN

venerdì 15 febbraio 2013

Non votare PD significa votare per l’instabilità di Governo

Per chi avesse la pazienza di leggerlo, oggi ho scritto questo articolo che trovate anche su La gente d'Italia. Buona lettura


Caro Direttore,

leggo sempre più spesso dichiarazioni e appelli di diversi candidati a votare i cosiddetti “movimenti indipendenti” degli italiani all’estero, gli “unici”, secondo questi candidati, che non essendo né di Destra né di Sinistra e senza essere sottoposti ai diktat dei grandi partiti, rappresenterebbero davvero tutti gli italiani all’estero e le loro istanze in Parlamento.

E leggo ancora dei commenti di questi candidati nei confronti dei parlamentari eletti all’estero nelle scorse legislature: tutti uguali, a loro modo di vedere, e tutti inutili. Secondo questi aspiranti neo-parlamentari, i parlamentari uscenti non avrebbero fatto nulla per gli italiani all’estero, poiché sottoposti alle direttive dei propri partiti.

Sono dello stesso tenore persino alcuni commenti di bravi giornalisti, che in questo caso penso antepongano i propri problemi personali con alcuni parlamentari eletti all’estero, a una più lucida valutazione dei fatti.

Io non credo che tutti i parlamentari eletti all’estero siano stati inutili, né che tutti i partiti siano uguali e ugualmente disinteressati ai nostri connazionali. Faccio solo un esempio: il Governo Prodi, dopo cinque anni del secondo Governo Berlusconi che aveva dimezzato gli investimenti verso gli italiani all’estero, grazie al lavoro dei parlamentari del centrosinistra eletti all’estero, nonostante finanziarie di risanamento, riportò gli investimenti per gli italiani all’estero a 73 milioni di euro. Dal 2008 al 2012, durante il terzo governo Berlusconi, questi investimenti sono stati riportati a circa 12. E con il Governo Monti la cosa è ulteriormente peggiorata. E non è un fatto solo di risorse, ma un fatto di diversa attenzione e sensibilità tra Destra e Sinistra agli italiani all’estero e diverso rispetto dei governi verso gli eletti all’estero. Un rispetto e una sensibilità che il Centrosinistra ha dimostrato di avere e ha ancora e che il Centrodestra ha dimostrato più volte di non avere. Lo stesso Centrodestra che oggi è lacerato da scissioni, divisioni, diversi programmi e che si ripresenta comunque con una coalizione nella quale Berlusconi è candidato premier e con la Lega Nord che afferma che il premier non sarà Berlusconi (sic!). Con Berlusconi che promette il condono tombale e l’abolizione dell’IMU e la Lega che dice “mai il condono tombale” (Sic! Sic!).

Ma torniamo ai “movimenti indipendenti”. Quelli che si dicono i veri rappresentanti degli italiani all’estero, né di Destra né di Sinistra. Intanto vediamo quanti sono: il MAIE, l’USEI, l’UISA, IPL, il Movimento 5 stelle, Insieme per gli italiani. Quindi ben sei liste indipendenti, apolitiche e apartitiche.

Dunque, caro Direttore, io mi chiedo: se sono tutte indipendenti e tutte che rappresentano davvero gli italiani nel mondo, come mai non hanno fatto una lista unica? La verità è che ognuna di questa rappresenta istanze o aspirazioni diverse. Ma allora non c’è un solo movimento che rappresenti tutti gli italiani all’estero. Oppure sono liste di singoli personaggi  in cerca di un posticino in Parlamento per difendere piccoli interessi privati?

Il problema, poi, è che queste liste, nella migliore delle ipotesi (migliore per i candidati, non certo per gli italiani nel mondo), potrebbero eleggere un paio di deputati o senatori che in Parlamento andrebbero a ingrossare il Gruppo misto e non riuscirebbero a fare, loro si, nulla per i nostri connazionali. Nessuna loro proposta verrebbe mai presa in considerazione in Parlamento né trasformata in legge.

Ricordo, infatti, che in anni berlusconiani nei quali i singoli parlamentari sono stati ridotti a meri ratificatori delle scelte del Governo attraverso gli innumerevoli voti di fiducia, le iniziative dei singoli parlamentari trasformatesi in legge sono state circa dieci su quasi mille parlamentari. Tra queste solo il Partito Democratico ha puntato su proposte di eletti all’estero, trasformando in legge la proposta dell’onorevole Marco Fedi sui diritti di rappresentanza dei contrattisti. E se quella proposta è diventata legge dello Stato è solo perché Fedi poteva contare sul sostegno di centinaia di parlamentari del proprio Partito (il PD), sostegno che nessun parlamentare di liste “indipendenti”, potrà mai avere. Ecco perché votare per liste “indipendenti” degli italiani all’stero significa sprecare il proprio voto.

Inoltre, faccio un’ultima riflessione.

Il Partito Democratico, con l’attuale legge elettorale, certamente otterrà la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei deputati. E nessun Governo potrà essere formarsi né essere stabile senza il sostegno del PD.

Al Senato, qualora si volesse pensare a un governo diverso da quello guidato dal PD, dovrebbe crearsi una coalizione sostenuta dal PDL di Berlusconi, dalla Lega Nord di Maroni, dal Movimento 5 stelle di Grillo, da Rivoluzione civica di Ingroia, dall’UDC di Casini e dalla lista civica di Monti.

Lei capirà, caro Direttore, che un Governo del genere è impossibile e che, comunque, non avrebbe mai la maggioranza alla Camera senza il PD.

Dunque, votare per una qualsiasi lista o partito che non sia il Partito Democratico, soprattutto al Senato, significa votare solo per dare instabilità all’Italia. È questo che vogliamo? È questo che serve al nostro Paese? Secondo me no. Serve stabilità, quella stabilità che può dare solo il PD a guida Bersani: l’unico leader scelto per due volte da 4 milioni di cittadini, prima nel Congresso PD del 2009 e poi nelle primarie di coalizione del 2012.