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lunedì 11 dicembre 2017

Vecchia e nuova emigrazione italiana nel mondo - Sacco e Vanzetti

Processi migratori e immigratori nella storia dell’ultimo secolo tra accoglienza, pregiudizio, intolleranza e razzismo

Dopo quello di Torino del 2 ottobre, anche in Puglia si è tenuto lo stesso convegno. Avevo preparato la relazione che trovate di seguito, ma poi, vista la platea di giovani musicisti e studenti di musica, visto il clima che si era creato durante gli altri interventi che mi hanno preceduto, ho deciso di parlare a braccio e fare una relazione molto diversa e incentrata anche sulle canzoni che raccontano le vicende, i luoghi e i personaggi che trovate in questa relazione.

Convegno Fondazione Amendola – Consiglio regionale Puglia
Bari, 11 dicembre 2017

Vecchia e nuova emigrazione italiana nel mondo
E. Marino

Buongiorno a tutti.

Voglio ringraziare la Fondazione Amendola, Prospero e Domenico Cerabona per aver organizzato questa interessante discussione e per avermi invitato.

Grazie anche a Mario Loizzo e al Consiglio regionale della Puglia che ci ospita.

E ovviamente grazie a tutti voi che prestate interesse e attenzione per la storica vicenda di Sacco e Vanzetti, per i temi dell’emigrazione italiana e quelli delle migrazioni in genere.

Non è cosa scontata, perché ancora oggi, nel nostro Paese, profondamente caratterizzato da una storia migratoria tra le più importanti del mondo per quantità, continuità storica e dispersione planetaria, viviamo un processo di rimozione sia politico che storico della nostra emigrazione.

Un’emigrazione che non è stata e non è solo “stracciona”, come spesso la si è liquidata, ma interclassista, perché ha visto e vede partire anche un gran numero di “cervelli”, personale altamente scolarizzato e manodopera specializzata.

E se qualcuno prova a ricordare che siamo stati (e siamo ancora) un Paese di migranti, azzardando paragoni con chi oggi sbarca sulle nostre coste, invocando maggiore partecipazione emotiva e solidarietà con chi oggi arriva in Europa con una storia che è comune alla nostra, attira su di se l’aggressione dei benpensanti o dei superficiali, se non degli ignoranti.

Ricordo cosa successe al popolarissimo Gianni Morandi qualche tempo fa: dopo aver fatto sulla sua pagina facebook un parallelismo tra immigrati stranieri di oggi e emigranti italiani di un tempo, fu massacrato da circa seimila commenti, per lo più di critica feroce, antistorica se non razzista.

In quelli che invece non possono negare la nostra storia di migranti, scatta l’atteggiamento di precisazione, che sintetizzo così: “la nostra emigrazione era diversa; noi andavamo per il mondo a lavorare; rispettavamo la legge; ci facevamo apprezzare da tutti”.

Frasi che contengono, insieme, una banale verità, una palese falsità e una populistica semplificazione laddove servirebbe una complessa analisi.

La banale verità deriva dal fatto che è ovvio che andavamo in giro per lavorare (la quasi totalità dell’emigrazione si muove per questo).

La palese falsità è data dal fatto che in realtà, spesso partivamo da clandestini nelle stive delle navi, o attraversando i valichi alpini sui versanti più pericolosi (spesso lasciandoci la vita), costituendo all’estero organizzazioni criminali come la “mano nera” negli USA, i traffici di prostitute nei bordelli nordafricani e di bambini lavoratori nelle vetrerie francesi.

Ricorderete il romanzo del 1878 Senza famiglia, di Hector Malot, nel quale ci si imbatte a Parigi nell’istituto minorile gestito da un italiano che schiavizza in modo brutale e criminale i bambini nelle vetrerie, appunto. Da questo libro fu tratto anche il celebre cartone animato Rémi.

E lo stesso girovago del romanzo, Vitali, era italiano.

La semplificazione populista, infine, sta nel dividere e classificare in modo netto una migrazione rispetto all’altra, un popolo rispetto all’altro.

Se si scava, invece, se si ha la pazienza di conoscere, di ri-conoscere nei migranti di oggi quelli di ieri, si vedrà che le motivazioni che spingono/obbligano alle partenze sono, quelle sì, molto simili nella storia dell’umanità.

Si parte soprattutto per sfuggire alla povertà e alla fame (migranti economici li chiamiamo oggi);
in misura minore per sfuggire a guerre o persecuzioni politiche;

in misura ancora minore per desiderio di partire, per cercare più di ciò che si ha.

Allora guardiamola un po’ più a fondo la nostra emigrazione, che è soprattutto una migrazione economica.


Dopo l’Unità del 1861, che doveva mettere l’Italia tra le grandi potenze europee e fare della Penisola un’unica potenza economica da Torino a Palermo, negli ultimi decenni dell’Ottocento vivevamo invece una profonda crisi economica e sociale.

L’unificazione non aveva prodotto benefici ai ceti deboli, le condizioni di vita per i più erano peggiorate.

Una situazione che aveva sbocco solo nell’emigrazione di massa o nella ribellione di contadini e operai.

In questo clima si affermava la divulgazione delle idee anarchiche e socialiste, in campagna e in città, nel Nord come nel Meridione.

E la rabbia collettiva, negli anni Novanta, trovava sfogo in scioperi, proteste e rivolte.

Lo Stato, di contro, rispondeva duramente con una repressione feroce.
Così, le masse povere che non trovavano risposte dello Stato partivano, soprattutto oltre oceano, e per fame.

Insieme a loro, molti “sovversivi” dovevano fuggire in Europa o al di là dell’Atlantico per sottrarsi agli arresti.

Tra questi molti rivoluzionari di professione, come Pietro Gori.

Persino Gaetano Bresci era emigrato nel New Jersey, dove frequentava i gruppi degli operai tessili anarchici italiani.

E da lì ripartì solo con il preciso intento di tornare in Italia e compiere l’assassinio di Re Umberto I, nel luglio del 1900, per vendicare le repressioni del Governo di Rudinì.
Questa gente, anche negli USA tenne vivo il lavoro di propaganda e di organizzazione rivoluzionaria fra gli immigrati.

Una umanità-comunità che fondò giornali, circoli, sindacati, associazioni di mutuo soccorso. Che si mise alla testa di scioperi e proteste nel Paese del liberismo più esasperato, dell’impresa e della proprietà privata considerate sacre.

E questo movimento non era fatto solo da intellettuali, socialisti e anarchici in esilio.

C’erano migliaia di lavoratori e contadini che avevano preso parte agli scontri sociali in Italia e che entrarono a far parte delle organizzazioni socialiste.


Obiettivo di questo mondo anarchico, socialista, rivoluzionario, era quello di istruire i poveri, gli immigrati maltrattati e discriminati, di liberarli dal potere assoluto degli sfruttatori.


Soprattutto, di sviluppare un pensiero collettivo per creare una coscienza di classe tendente a unirli e rafforzarli per poter rivendicare i propri diritti di persone e di lavoratori.


In questo senso, con quello spirito di comunità che caratterizza più di ogni altra epoca e comunità l’emigrazione italiana, pubblicavano giornali in italiano, libri, fondavano biblioteche, tenevano corsi di italiano e di letture.


Per istruire, far conoscere sé stessi e la loro condizione e classe e di appartenenza.


Far acquisire coscienza.

E con questa, poi, ottenere progresso per i singoli e per la collettività, non solo italiana e migrante.

Proprio in questi corsi si forma, tra gli altri e come autodidatta, Bartolomeo Vanzetti.

E fu proprio grazie a questo senso di comunità, a questa forte spinta ideologica radicale e rivoluzionaria, che si forma anche un movimento operaio italiano in America nei primi anni del XX secolo.


Tra i principali animatori di questo movimento, che parte dalla condizione degli emigrati italiani e si allarga al mondo operaio americano, c’è una prima, importante figura di emigrato, collegato alla vicenda Sacco e Vanzetti: è Arturo Giovannitti.

Giovannitti, di famiglia agiata, emigra in Canada dove fa studi teologici presbiteriani a Montréal.
Quindi ben lontano dal marxismo rivoluzionario.

Poi si trasferisce in Pennsylvania, dove entra in contatto con l’immigrazione italiana nelle miniere di carbone e con il radicalismo italiano, che favorì la contro-conversione alla causa del proletariato.

Si avvicina alla Federazione Socialista Italiana negli USA, della quale dopo qualche anno diventa autorevole dirigente.

Sotto il suo impulso i movimenti di contestazione, soprattutto quelli di ispirazione anarchico-sindacalista, contribuirono a consolidare nei movimenti radicali e nella gran parte delle comunità migranti e di lavoratori che aderivano agli scioperi la linea massimalista.

Si arriva così al momento di più stretta relazione di questo rapporto: lo sciopero di Lawrence, nel 1912, quando viene assassinata una giovane manifestante – Anna Lo Pizzo – e le autorità americane individuano Giuseppe Caruso come esecutore materiale e Arturo Giovannitti e Joseph Ettor come mandanti.

Lo schema giudiziario è semplice: erano emigrati, italiani, anarchici, attentatori non solo dell’ordine costituito, quanto di vite umane.

Quindi parte subito, per i due, un processo che potrebbe concludersi con la condanna alla sedia elettrica, ma che nel breve volgere di qualche mese diventa un caso di discriminazione e mobilitazione internazionale, che anticipa di circa quindici anni proprio quello più noto di Sacco e Vanzetti.

Ma con gli stessi temi di fondo, le identiche matrici ideologiche, la medesima condizione di partenza: l’emigrazione.

Gli emigrati italiani, infatti, in quegli anni nei quali nel mondo si consumava quella che Guccini chiama “la guerra santa dei pezzenti”, erano infatti la massa di pezzenti più massiccia e pericolosa.

Più pericolosa perché più organizzata e che si riconosceva come comunità.
Perché quella più politicizzata e che rappresentava il “terrore rosso”.

Quella che nella massa di lavoratori e immigrati sfruttati, non solo italiani, coltivava i semi dell’anarchia, del sindacalismo rivoluzionario che si portava dall’Europa e, soprattutto, dall’Italia.

Ecco perché la comunità italiana era considerata pericolosa: perché si sentiva comunità; era legata da un tratto ideologico forte e rivoluzionario; era ampia; era organizzata fino a riuscire a incidere pesantemente anche nella vita politica del Paese ospite.

Per questi motivi molti Stati degli USA chiedevano addirittura l’esclusione degli italiani dalle quote di immigrazione.


Esattamente come oggi fa Trump con i musulmani di alcuni paesi arabi, discriminando su base nazionale e religiosa l’ingresso negli USA.

Per questi motivi i nostri diplomatici erano preoccupati, poiché le possibili esclusioni e l’eventuale ridotto numero di lavoratori italiani negli USA avrebbe creato conseguenze pesantemente negative in Italia, soprattutto per ciò che atteneva la bilancia dei pagamenti, venendo meno una parte consistente di rimesse.

Per questi motivi la nostra rete diplomatico-consolare teneva un profilo basso ed era disposta a sacrificare spesso giustizia e richieste di risarcimento danni allo Stato americano negli episodi di attacchi razzisti e xenofbi, che si spingevano a volte fino a veri e propri linciaggi nei confronti degli immigrati italiani.

Com’è ben ricostruito nel libro “Corda e sapone”, di Patrizia Salvetti, circa i linciaggi della Luoisiana.

Per questi motivi la tutela dei nostri emigrati da parte delle nostre autorità era scarsa.

Per questo nascevano e diventavano sempre più forti e consistenti, coese, le associazioni italiane, i sindacati.

Si faceva sentire il senso di coscienza collettiva politica da una parte e di comunità migrate italiana dall’altra.

Gli stessi elementi che spesso, nella storia della nostra emigrazione, si sono incrociati con i partiti, i sindacati e l’associazionismo di Sinistra in Italia, senza mai perdere il filo con la Madrepatria.

Ma questa storia dal forte senso di appartenenze, di comunità nazionale e politica, ci portò da un lato, paradossalmente, a una maggiore integrazione.

Dall’altro a essere discriminati e additati come “ideologizzati”, “estremisti”, “anarchici”, “terroristi”.
E una cosa alimentava l’altra.
E spesso sugli italiani ricadeva il sospetto, se non proprio il complotto.

Per questo si arriva al sospetto/complotto nei confronti di Sacco e Vanzetti, incriminati l’11 settembre del 1920.
Segniamoci questa data, 11 settembre.

Per questo Giovannitti, che circa quindici anni prima aveva vissuto lo stesso destino, diventa uno degli animatori del comitato per la mobilitazione e la difesa di Sacco e Vanzetti.

Per questo, cinque giorni dopo quell’11 settembre del 1920, il 16 settembre, si sospetta e si indaga su Mario Buda (altro anarchico e migrante italiano) per aver fatto saltare con un carretto carico di dinamite Wall Street.

Segnamoci anche questo luogo, Wall street.
Attentato che provoca la morte di 38 persone, il ferimento di altre 143, due milioni di dollari dell’epoca di danni, la distruzione dell’edificio della società J. P. Morgan.
E segniamoci anche questa società, J. P. Morgan.

Il New York Times, il giorno dopo titolava: “Un atto di guerra”.

E segniamoci anche questo titolo, atto di guerra.

Rimase l’attentato terroristico più sanguinoso della storia degli USA fino a quello delle Torri gemelle dell’11 settembre 2001.

Anche quello venne giudicato “Un atto di guerra”, anche quello fece saltare la società J. P. Morgan, anche quello avvenne a Wall Street, anche quello fu l’11 settembre.

Che paradossi beffardi riserva la storia.
La storia delle migrazioni.

Dunque, ecco che l’emigrazione italiana, quella tradizionale, quella volgarmente detta stracciona o pezzente, perché fatta da milioni di ultimi, di gente che partiva per fame (quindi migranti economici diremmo oggi), si porta alle spalle una storia di stenti, di senso di comunità, di pensiero collettivo, di ideologie, di movimenti per il riscatto individuale e di massa, di discriminazione.

Una vicenda nazionale e collettiva che attraversa più di 150 anni di storia e che non si è conclusa.

Io non ripasso qui l’emigrazione nel ventennio e quella dell’Italia della Prima Repubblica, poiché i tratti comuni rimangono comunque gli stessi a quelli descritti fin qui anche se cambiano le mete e le situazioni storiche.

La nostra emigrazione rimane fino al 1989 una emigrazione economica, massiccia, con uno spiccato senso di comunità e una emigrazione che si muove e costruisce collettivamente, come comunità appunto:

costruisce patrimoni culturali e immobiliari (le mille Casa Italia, i tanti ospedali italiani, le sedi di associazioni ricreative e culturali, quelle regionali, provinciali e cittadine, i tanti sindacati e patronati, l’associazionismo politico e religioso).

Dopo Berlino, dopo l’89, cambia il mondo e cambia la nostra emigrazione.

Non solo e non tanto nella consistenza di quanti emigrano, visto che oggi, comunque, siamo tornati alle cifre migratorie del secondo Dopoguerra e il saldo con l’immigrazione è ancora a favore dell’emigrazione.

Cambia nella composizione sociale; nel rapporto tra vecchia e nuova emigrazione nei paesi nei quali si incrociano; nel rapporto all’interno della stessa nuova emigrazione; nel rapporto, soprattutto, tra emigrazione italiana e Italia.

Oggi partono molti emigrati con un’alta scolarizzazione.

Non solo quelli definiti “cervelli in fuga”, che per alcuni versi proprio perché ricercatori di qualità e scienziati è giusto e doveroso professionalmente che partano e si confrontino con sistemi diversi e ricercatori di altri paesi.

Anche se poi, pur volendo, non hanno modo di tornare, né l’Italia attrae altri stranieri come loro che scelgono invece altre mete e non il nostro Paese, il Paese di Leonardo da Vinci.

Emigrati altamente scolarizzati sono i molti laureati (non necessariamente ricercatori o scienziati), i tanti professionisti, la moltitudine di diplomati, di lavoratori qualificati.
 
E poi la grande massa, comunque, di manodopera semplice.

Un universo di nuovi migranti che continua a lasciare il nostro Paese perché in Italia, semplicemente, non trova lavoro, indipendentemente dal suo livello sociale o di istruzione.



Questa nuova emigrazione, poi, spesso non si incrocia né ha o vuole avere un rapporto con la vecchia emigrazione, quella tradizionale.

Né ha o si vuol dare un suo pensiero collettivo, un suo movimento o coscienza collettiva;
delle sue forme di organizzazione e rappresentanza;

non partecipa o partecipa marginalmente alle attività istituzionali, culturali o regionali delle organizzazioni che l’Italia ha nel mondo e che sono frutto di quella storia antica che ho tentato di raccontare.

Un’emigrazione, insomma, che non si sente parte dell’ampia comunità migrante nel mondo, che non si organizza come tale per rivendicare diritti nei paesi ospiti o nei confronti dell’Italia.

Che, diversamente dall’emigrazione storica, guarda al proprio destino individuale e ai propri problemi da singolo e non da popolo, da migrante isolato in rapporto con il paese che lo ospita come con quello che ha lasciato.

Una emigrazione che difficilmente organizzerà all’estero una manifestazione di rivendicazione per un diritto che ritiene essere anche collettivo, per un sopruso, per una causa che si identifica con la propria storia italiana o con l’Italia:

difficilmente organizzerà una raccolta fondi per costruire una Casa Italia, un ospedale italiano, la sede di un qualsiasi tipo di associazione culturale o ricreativa italiana, un patronato ecc..

Un’emigrazione “liquida”, per usare i parametri di Bauman, fatta di migranti che, rispetto al passato, si muovono, più sull’onda individuale e dell’io che su quella collettiva del noi.

Che apparentemente si sente più cittadina del mondo che cittadina di una nazione;
più lontana dalla politica e dai sindacati che politicizzata e sindacalizzata;
più disillusa dalla politica che partecipe di questa;

più globalista che nazionalista;
più slegata dalle classi sociali che parte di esse.

Quindi un’emigrazione che porta con sé il segno e le contraddizioni dei nostri tempi.

E che da una parte (la nuova emigrazione italiana nel mondo) si isola e si chiude nel privato, rimanendo anonima come comunità e come collettivo;

dall’altra, quella che arriva dai paesi poveri o in via di sviluppo nel Nord del Pianeta e in Occidente, che si identifica in una visione collettiva e ideologica (di matrice religiosa) spesso pericolosamente distorta da ricchissimi potentati economici con precisi interessi geopolitici e globali.

Quegli stessi potentati che spesso organizzano le reti del terrorismo internazionale di matrice integralista e religiosa che non portano ad alcuna forma di riscatto, né individuale né collettivo, delle masse di poveri migranti che strumentalizzano e vorrebbero fintamente rappresentare.

Anzi, alimentano nei loro confronti una ingiusta discriminazione (religiosa, etnica, razziale e sociale);

ne frenano lo sviluppo democratico e rendono più difficile l’integrazione anche nelle società aperte e multietniche.

Eppure la globalizzazione, le condizioni sociali, la politica e le economie del pianeta (in crisi o no), ogni giorno ci danno motivo di pensare che, nel nostro Paese e con la nostra nuova emigrazione, dovremmo tornare a un pensiero collettivo, internazionalista, che parta dal rispetto e dalla centralità della persona, la quale deve avere priorità rispetto all’economia, come ricordava Paolo VI già del 1967 nell’enciclica Populorum progressio.

E in questo senso, ancor di più, si dovrebbe ragionare in termini di comunità che si ri-conosce (al suo interno come italiani e all’esterno con gli immigrati che arrivano da noi), che si organizza, che si dà un progetto.

Ecco perché, a mio avviso, oggi la storia della nostra emigrazione dovrebbe essere fonte di studio approfondito, di conoscenza di bisogni diffusi e di percorsi di integrazione passati attraverso discriminazioni, lotte aspre e sanguinose, successi e riscatti individuali e collettivi, pensiero complessivo.

Dovrebbe essere la lente con la quale guardiamo il mondo, le economie e le nuove migrazioni. Tutte le migrazioni.

Dovrebbe costituire materia di studio interdisciplinare: dalla storia alla letteratura, dalla narrativa all’arte, all’economia, alla geografia politica.

E in Parlamento giacciono anche interessanti proposte di legge in questa direzione che forse andrebbero valutate e discusse anche per capire meglio cosa sta avvenendo oggi sulle nostre coste e i cambiamenti a cui assisteremo nei prossimi decenni con l’esplosione demografica dell’Africa, giovane e povera, e l’invecchiamento dell’Europa, meno ricca e più conservatrice.





In questo, quindi, le vicende personali e collettive della nostra emigrazione nel mondo e negli USA, quelle di Giovannitti, Sacco e Vanzetti e Buda, sono la chiave critica con la quale leggere il liberismo, gli squilibri redistributivi ed economici globali, le ideologie e loro strumentalizzazioni integraliste (politiche o religiose che siano), le migrazioni.

Migrazioni che altro non sono, poi, che l’effetto di questo mescolarsi di fattori che porta e porterà nei prossimi venti anni, masse di milioni di uomini a cercare riscatto.

E che per inseguire questo riscatto sono disposte anche a rischiare la morte e non vi sarà alcuna legge contro l’immigrazione, blocco navale o rimpatri a fermarli.

Perché non si fermeranno? Io me lo spiego così.

Nella tragedia del 18 aprile 2015 nel Mediterraneo, quando morirono circa 900 persone, si salvò un giovane 22enne del Mali: Javaria.

Javaria, che in quella occasione aveva visto morire in mare il fratello e il cugino e aveva rischiato la sua stessa vita, interrogato dagli inquirenti sulla tragedia alla quale era miracolosamente scampato, quando gli hanno chiesto se prima di partire era cosciente di poter morire, ha ribadito con sicurezza queste parole:

“Ho rischiato di morire, ma quel viaggio lo rifarei di nuovo perché, nel mio Paese, morire di fame o di guerra, non è tanto diverso”.

Ecco perché si emigra e perché non è possibile fermare l’emigrazione.

Grazie e buon lavoro.

lunedì 1 agosto 2016

L'umanesimo degli italiani nei nostri tempi mitici

Lunedì primo agosto sono stato intervistato da Riccardo Giumelli per La voce di New York e ho detto  queste cose. Buona lettura.                         
Da tempo si occupa di emigrazione, tema su cui ha scritto "Andarsene sognando. L’emigrazione nella canzone italiana". Con Eugenio Marino abbiamo discusso di italicità e di made in Italy che, ci ha detto, deve andare oltre il marketing.
 
Raccontare la cultura italiana e gli italiani nel mondo è uno dei temi di questa rubrica. Per saperne di più e qualcosa di nuovo abbiamo incontrato Eugenio Marino, responsabile nazionale del Partito Democratico per gli italiani nel mondo, che da tempo si occupa di emigrazione, tema sul quale ha scritto un libro molto intrigante: Andarsene sognando. L’emigrazione nella canzone italiana, una ricostruzione storica dell’Italia degli ultimi 150 anni attraverso la musica italiana che parla di emigrazione.
 
Innanzitutto ci racconti come arriva a fare politica e soprattutto ad occuparsi di italiani nel mondo all’interno del PD.
“Ho cominciato da bambino, al fianco dei miei genitori e loro coetanei, in un piccolo paese della Calabria, dove la domenica mio padre mi faceva distribuire l’Unità e poi, crescendo, cominciavo a fare gli annunci per i comizi, distribuire i volantini fatti al famoso ciclostile, attaccare i manifesti e fare vita di sezione. A quei tempi – anni Settanta e Ottanta – le sezioni del PCI e della FGCI del mio paese erano molto attive e vi era una comunità unita nella quale si respirava un vento di speranza e condivisione, che derivava da una forte tensione etica e politica. C’erano giovani brillanti, ai quali la generazione precedente uscita dalla Guerra aveva saputo trasmettere una severa cultura politica e una voglia di riscatto collettivo. E questo valeva anche per i nostri avversari di allora, seppure parliamo di un paese di circa 2.000 persone. Poi c’era la Federazione del PCI di Crotone, territorio delle lotte contadine di Melissa e la città operaia della Montedison, epicentro di battaglie politiche e sindacali storiche, che rappresentava un caso politico in positivo. Quella Federazione era chiamata la Botteghe Oscure del Sud e io la frequentavo settimanalmente coi miei genitori fin da bambino. Di quegli anni mi resta, quindi, un senso di comunità e di appartenenza che sono, forse, l’essenza più autentica della politica. E tutto questo contesto, vissuto attraverso l’impegno diffuso di intere generazioni prima della mia, ha inciso molto sulla mia formazione, spingendomi da sempre a fare politica, seppure senza mai ricoprire alcun ruolo e senza mai cercare o accettare alcun tipo di candidatura”.
 
E l’interesse per gli italiani all’estero quando è iniziato?
“Dopo la laurea a Roma ho potuto collaborare da volontario al Dipartimento Internazionale dei DS. Erano gli anni storici dei governi de l’Ulivo. Allora si modificò la Costituzione (non è vero che non si riesce mai a cambiarla questa Carta), si introdusse la Circoscrizione estero e si andava verso il varo della legge ordinaria per il voto all’estero. Il mio impegno si concentrò, nel Dipartimento esteri, sulle politiche per gli italiani nel mondo e lì cominciai a ricoprire qualche ruolo: sono stato prima Responsabile comunicazione all’estero dei DS e poi del Coordinamento de L’Unione per gli italiani nel mondo, vice responsabile dei DS per gli italiani all’estero, componente del Coordinamento nazionale del PD per gli italiani nel mondo e membro del Comitato di controllo della Presidenza del Consiglio su Rai International. Fino a diventare poi Responsabile nazionale del PD per gli italiani nel mondo”.
 
Gli italiani nel mondo sono da molti, soprattutto in politica e negli affari, considerati i primi ambasciatori dell’Italia nel globo. Non le sembra che spesso siano parole piuttosto che fatti? Nel senso che il bisogno di Italia di questi italiani nel mondo è molto più forte delle attenzioni e del riconoscimento che l’Italia dà loro?
“No, non proprio. Nel senso che gli italiani nel mondo sono naturalmente e realmente i primi ambasciatori dell’Italia, perché rappresentano il nostro Paese agli occhi di chi li ospita, la nostra cultura in tutti i suoi aspetti, i nostri pregi e i nostri difetti. E sempre naturalmente e di fatto sono ‘consumatori’ di prodotti italiani che sentono loro, che fanno parte della loro vita, della loro storia (familiare e nazionale), dei loro gusti. Poi, nel senso critico che lei giustamente sottolinea rispetto alla politica e all’impresa, in entrambi questi ambiti non si riesce a fare realmente sistema e a tenere questi ‘ambasciatori naturali’ dell’Italia e dei suoi affari in una rete organizzata, con una visione chiara e universale, un progetto preciso, una geopolitica adeguata ai tempi, delle strutture razionali e flessibili, delle risorse adeguate. E, inoltre, gli stessi italiani in Patria, per decenni hanno coltivato un sentimento di rimozione della storia migratoria del nostro Paese. E ancora oggi, guai a parlarne o a riconoscere negli immigrati che arrivano da noi gli italiani che si sono dispersi nel mondo. Guai a ricordare che essi hanno agito esattamente come i migranti di oggi, hanno subito le stesse discriminazioni, hanno seminato le medesime paure e hanno compiuto i medesimi crimini: era italiano l’assassino del presidente della Francia, Carnot, era italiano il terrorista che compì la strage di Wall Street del 1920 (che rimarrà la più sanguinosa della storia degli USA fino quella di Oklahoma City del 19 aprile del 1995). E potrei continuare anche sul versante dell’integralismo religioso di cui erano accusati gli italiani nei paesi laici. Quindi, gli italiani nel mondo sono, nel bene e nel male, realmente degli ambasciatori naturali dell’Italia e dei suoi prodotti e, lo sono perché ricordano e amano il proprio Paese anche se il proprio Paese non riesce a coltivarne a pieno le potenzialità, sia per un problema politico che culturale in patria. Insomma, per dirla con le parole che usa l’artista Cataldo Perri nella sua opera Bastimenti, ‘i nostri emigranti certamente ricordano più di quanto siano ricordati’. E questo è un problema anche per l’Italia e non solo per gli italiani nel mondo”.
 
Conoscerà certamente questo nuovo paradigma coniato da Piero Bassetti, e di cui tanto scriviamo su questa rubrica, dell’Italicità. Cosa ne pensa?
“Lo trovo molto appropriato. Bassetti ha avuto una felice intuizione, che è una sintesi di molti e diversi concetti legati alla storia del nostro Paese, alla sua cultura, al suo know how, alla sua diaspora globale più che centenaria, allo stile di vita e allo stile delle forme italiane, al nostro concetto del bello, alla voglia dei non italiani di vivere, consumare o creare all’italiana, alla necessità di stare al passo coi tempi. Oggi viviamo infatti un’epoca mitica (anche se il termine è stato ormai banalizzato e lo si usa per qualsiasi sciocchezza). Mitica, infatti, nel senso di straordinaria e globale, nella quale si susseguono eventi grandiosi, nel bene e nel male, nella quale ogni evento in un angolo del Pianeta può avere ripercussioni su tutto il Globo. Un’epoca nella quale le potenzialità, gli strumenti e le ricchezze sono enormi e potrebbero dare una vita degna a tutti e nella quale le disuguaglianze e gli squilibri hanno raggiunto punte mai conosciute nella storia dell’evoluzione umana. E un’epoca nella quale l’uomo del tempo è, più che in ogni altra, l’uomo in movimento, quello che si sposta, il migrante. E si sposta proprio per eventi mitici: guerre, fame, dittature, siccità o desiderio di realizzazione, anch’esso una cosa mitica. Ecco, in questi tempi, Bassetti supera il concetto di nazionalità e lo colloca in una dimensione mitica – storica e globale – adeguata ai tempi. Quindi non parla più di cittadini italiani, o di oriundi, o di partner dell’Italia, ma parla di italici, superando confini, nazionalità e cittadinanza, prevedendo cosmopolitismo e contaminazione, senza negare o cancellare una storia o una tradizione o una evoluzione. Ma anzi prendendo da questa tradizione e cultura proprio un tratto identificativo e fondante, cioè quello della mescolanza derivante dalla solidarietà e dal saper accogliere e integrare persone, culture e saper fare diversi”.
 
Il made in Italy ha certo costruito la sua grande forza e diffusione anche con il contributo degli italici nel mondo che lo ha promosso e consumato. Quale potrà essere il contributo futuro in questo senso in un mondo sempre più glocale?
“Il made in Italy si è diffuso in maniera massiccia anche per il contributo notevole degli italiani nel mondo prima e degli italici dopo, per un fatto naturale, come si diceva. Ma ha costruito la sua forza proprio su alcune caratteristiche originali, culturali e di qualità, di gusto, di particolare armonia di forme e materiali, di tradizioni. Insomma, il made in Italy è un qualcosa di molto complesso che va molto oltre un semplice prodotto, che sia esso materiale, culturale, ideale o culinario. E la complessità gli viene dal fatto di tenere insieme tutto ciò che è la storia millenaria del nostro Paese, del Mediterraneo e dell’Europa tutta, di cui l’Italia è sintesi e gli italici sono rappresentazione nel mondo. Quindi essi possono avere, ancor di più nei tempi mitici di oggi, quella funzione di esempio di mescolanza e integrazione, di ponte tra culture, know how e prodotti. Ma possono farlo solo se non perdono la centralità dell’Umanesimo che caratterizza e ha caratterizzato il nostro Paese, quella capacità di non pensare solo al profitto e al sistema di produzione, ma anche alla persona che produce e che è parte del prodotto stesso, perché nel produrre ci mette se stesso, la sua storia personale e collettiva e la sua realizzazione attraverso il lavoro. Se, dunque, per quella persona il lavoro è sfruttamento ai fini di lucro per altri, il suo impegno, la sua creatività e il suo valore saranno una cosa. Se il lavoro è invece realizzazione della propria storia (personale e collettiva) e della propria persona, allora impegno, creatività e valore saranno altra cosa e migliore”.
 
Ad un recente incontro pubblico ha sostenuto che “occorre evitare che si affermi l’idea che l’universo italico sia riconducibile alla esclusiva funzione di penetrazione commerciale e di marketing”. Che cosa intendeva con questo?
“Un po’ ciò che ho detto qui e che vale sia per chi produce qualcosa che per chi la consuma. Gli italici non devono essere pensati come tanti rappresentanti commerciali a costo zero per le imprese che producono, ma come persone con una storia, una dignità, un percorso di vita complesso e spesso anche sofferto. Quindi uomini e donne che consumano, certamente, ma con un grande orgoglio per ciò che sono. E per ciò che sono vogliono e devono essere considerati, non per ciò che fanno o possono fare per l’Italia e per il made in Italy che pure amano e li rappresenta. Se nel costruire una politica e una rete per gli italici l’approccio è questo, ci sarà orgoglio e volontà da parte loro e, di conseguenza, arriverà anche e per convinzione la penetrazione commerciale, in modo naturale. Cioè deve esserci, nel guardare a questa comunità, il giusto riconoscimento delle persone, delle loro storie e delle loro dignità in un’ottica collettiva, di comunità valoriale. Stesso discorso vale per chi produce. L’impresa deve ricordare che esiste, oltre che per il capitale che vi è investito, anche per la gente che vi lavora e investe la propria capacità creativa. Quindi il profitto deve tornare percentualmente e senza le enormi disuguaglianze di oggi, anche a chi lo ha generato e prodotto (siano esse persone o Paese d’origine), non può vagare nel Globo a valorizzare solo i capitali investiti e nelle tasche di pochissime e ricchissime persone. Deve esserci un giusto equilibrio. Le riporto due esempi che fa Antonio Galdo nel suo bel saggio L’egoismo è finito e che per me sono paradigmatici dell’impresa che tiene conto di tutto ciò, rispettando la persona, rimanendo nel solco della nostra storia, creando prodotti di grande qualità e originalità, producendo profitto e ricchezza senza generare squilibri esagerati. Il primo si colloca nella prima metà del secolo scorso, è il modello del welfare aziendale e della Città dell’Armonia di Gaetano Marzotto dove, ad esempio, la Cassa di previdenza gestiva le pensioni dei dipendenti che lasciavano l’azienda, la Cassa di soccorso erogava prestazioni sanitarie, la Società del magazzino pensava all’acquisto e allo spaccio di generi alimentari e della legna a prezzi bloccati, per impedire speculazioni e affrontare l’aumento del costo della vita in tempi di crisi. Il secondo e contemporaneo a noi, è l’esempio della Luxottica di Leonardo Del Vecchio, che porta in azienda gli asili nido, la baby sitter a casa dei dipendenti in caso di emergenza, le visite specialistiche gratuite, il check-up per i parenti anziani, il carrello della spesa con olio, pasta e formaggi, la Banca ore o il job sharing, cioè il lavoro condiviso in famiglia: se un lavoratore ha problemi che si protraggono (per esempio di salute) può farsi sostituire da un parente o se un figlio sta finendo gli studi e vuole imparare un mestiere o formarsi può sostituire il padre o la madre. Ecco, sono esempi di come si può e deve evitare di pensare esclusivamente alla funzione di penetrazione commerciale e marketing e di come si può pensare come comunità valoriale e creare ricchezza partendo dalla centralità della persona, della sua storia e della sua cultura in un nuovo umanesimo, anche e soprattutto in tempi di crisi”.
 
Ci racconta un aneddoto che ha appreso in questi anni di lavoro con gli italiani all’estero che meglio li racconta?
“Ahahah… sì, volentieri. Si tratta di una lettera che ci venne inviata molti anni fa a doppia firma da presidente e vice presidente di una associazione regionale e con la quale ci si chiedeva un aiuto per avere dei contributi per ristrutturare la sede nella quale erano impegnati a diffondere la lingua, la storia e la cultura italiana. Il testo della lettera, che per ovvi motivi privo dei riferimenti a persone, luoghi e nomi di associazioni, era scritto esattamente così: ‘La Comissione Direttiva della ASSOCIAZIONE […] NEL MONDO ‘[…], a l’onore di partecipare in questa cena insiemi a tanti […], che si preoccupano di difundiri la storia e la cultura Italiana. Qui insiemi a diversi attività si insegna la lingua italiana, e folclori […]. Per potere svogliere questi progetti abbiamo construito in primo piano una sala e ora chiedemo cortesemente se Lui podrebbe tramitare dal Governo Italiano un pìcolo subsidio per mettere il tetto gia che ni vediamo impossibilitati per motivo econòmico. La sala di sopra a 100 metri cuadri. Nella sicurezza che Lui ni terra presente vi ringrazziamo caramente aspetando una pronta risposta e porgiamo i nostri férvidi e cordiali saluti’. Da allora la tengo sempre appesa nel mio ufficio perché rappresenta profondamente il legame sentimentale e culturale degli italici nel mondo con l’Italia. E non importa quale sia il loro livello di istruzione o la loro capacità di parlare, scrivere o fare impresa. Sono e si sentono parte di questa comunità, della quale avvertono il valore storico, culturale e linguistico e si ingegnano in ogni modo per tenerlo vivo e alimentarlo. E questa gente, anche umile, pur non conoscendo la lingua, ha creato nel mondo migliaia di strutture che poi hanno fatto un grande lavoro di promozione, pagando professori in grado si insegnare con qualità. Ecco perché questa lettera, nella sua umiltà, è dignitosissima, bella, emozionante e paradigmatica di cosa sia stata e sia questa nostra grande comunità, capace dal niente di costruire imperi con al centro la persona e la sua dignità”.
 
Infine, Lei ha fatto una tesi di Laurea su De André, Guccini e De Gregori. Riassumendo in poche parole, e capisco quanto possa essere difficile, qual è stato il più grande insegnamento che questi grandi artisti le hanno dato sull’Italia e sull’essere italiano?
“Beh, da loro ho imparato a usare la sensibilità per riconoscere noi nell’altro, anche il più diverso, e capire che in fondo siamo tutti uguali, con gli stessi bisogni e le stesse ambizioni. Questo mi ha fatto capire un po’ ciò che dicevo sopra: il tratto storico italico, che è quello dell’accoglienza, della mescolanza, del cosmopolitismo. Ed è tutto questo mescolare storia, popoli, culture, prodotti, che poi fa ciò che siamo. Guccini, nell’intervista che gli feci proprio per la tesi, per farmi capire come nascevano le sue canzoni e cosa fossero rispetto a tutto ciò che leggeva, ascoltava o da cui traeva ispirazione, mi disse: ‘Io amo fare il paragone […] con il maiale […]. Dai tanto cibo ad un maiale e poi quando fai il prosciutto […] non sai più quale cibo fosse quel prosciutto’. Ecco, questo vale per l’italico o per l’essere italiano: abbiamo avuto nella nostra storia patria l’occupazione dei popoli più diversi, abbiamo noi stessi girato il mondo, ci siamo mescolati con le culture, i saperi, le vite di ogni angolo del pianeta, quindi siamo oggi una sintesi di tutto ciò, siamo un prosciutto fatto da tutti i cibi che abbiamo consumato per secoli, ma ormai impossibili da distinguere gli uni dagli altri’”.

venerdì 26 giugno 2015

"Andarsene sognando" per il mondo. Dai numeri all'affetto

Se dico che dò i numeri non significa necessariamente che io sia matto. Allora provo a darli, per me stesso, per chi ha letto o vuole leggere "Andarsene sognando", per chi viaggia, per chi sta fermo, per chi immagina di viaggiare.

Ma soprattutto per dire grazie a ciò che si nasconde dietro i numeri: molte persone in carne e ossa che fanno qualcosa per il solo gusto di farla, per sentirsi parte di un qualcosa di più grande, perché sono una comunità.
Una comunità che vuole stare insieme, parlare, discutere di se stessa e riconoscersi come tale.

Una comunità che non vuole dimenticare e vuole proiettarsi anche nel futuro.

Allora vediamoli questi numeri.



10: sono i giorni di viaggio, dal 4 al 13 giugno 2015 nei quali sono stato in Canada e Stati Uniti per presentare "Andarsene sognando";

9: sono le città visitate. Filadelfia, New York, Boston, Montreal, Ottawa, Toronto, Vancouver, Los Angeles, Charlotte;

9: sono i fusi orari attraversati;

8: sono le presentazioni fatte, una in ciascuna delle città menzionate, tranne Charlotte;

5: sono le persone che mediamente in ogni città hanno fatto da motori dell'organizzazione delle iniziative, ma se si considerano anche quelle che comunque hanno collaborato sono di più. Quindi almeno 40 in tutte e 8 le città;

4: sono le persone che mediamente sono intervenute come relatori. Quindi almeno 32 in tutte e 8 le città, più tutti quelli che hanno fatto domande e interventi dalla platea;

5: sono le categorie di mezzi di trasporto usate per gli spostamenti: aereo, treno, autobus, metropolitana, macchina. Solo la nave è stata evitata, ma c'è mancato poco perché prendessi anche quella...

25.600: sono i km percorsi in 10 giorni.

Questi numeri, dunque, sono il risultato del lavoro volontario e meraviglioso che hanno fatto tante persone, alle quali, insieme a tutte quelle che hanno organizzato altre iniziative in Italia e in Europa, devo dire grazie. Insieme a quelle che ancora stanno organizzando altre presentazioni sempre in Italia, in Europa e il altre parti del mondo.

Non posso nominarle tutte, non tanto perché l'elenco sarebbe lungo, ma perché certamente dimenticherei, colpevolmente, qualcuna nel riportarle qui. Succede sempre, lo so, soprattutto a me. Quindi evito. Però, davvero, voglio ringraziarle tutte. Voglio ringraziarvi tutti.

Anche quelle che si nascondono dietro questi altri numeri:

28: sono le altre presentazioni fatte in Italia, Europa e Tunisia prima del viaggio in USA e Canada e che sono programmate fino al 12 luglio, cioè le prossime due tappe di Parigi e Bruxelles;

140: sono le persone che hanno fatto da motori dell'organizzazione delle iniziative, calcolando una media di 5 organizzatori per ogni presentazione, ma se si considerano anche quelle che comunque hanno collaborato sono molte di più;

112: sono le persone che, più o meno, sono intervenute come relatori in queste presentazioni, calcolando una media di 4 relatori per ogni presentazione. A cui vanno aggiunti tutti quelli che hanno fatto domande e interventi dalla platea.

E poi sono ancora diverse le richieste che stanno arrivando. Come diverse sono alcune date già programmate per dopo l'estate: Vienna, Tel Aviv, Gerusalemme, Stoccarda, Berlino, Lussemburgo e altre ancora. Anche in Italia, e in posti che non avrei mai immaginato.

Dunque, grazie. Grazie a tutte. Grazie a tutti.
Grazie perché questi numeri, per me, sono anche, come mi diceva poco fa un caro amico, Fabio Fazzi, il risultato di un affetto diffuso.

giovedì 27 marzo 2008

La Merica dei dibattiti...

La sera del 26, con Gino Bucchino, Emilia Vitale, Paquale Masullo e Vincenzo Iannucci abbiamo tenuto l'iniziativa a Long Island, in una sala piena e alla presenza di numerosi rappresentanti del mondo dell'associazionismo newyorkese. Abbiamo iniziato alle alle 20:00 circa, ora locale. Per me che ero uscito di casa alle cinque del mattino ora italiana, fare l'inizitiva a quell'ora è stato, praticamente, come tenere a Roma un dibattito all'una di notte. Un dibattito conclusosi alle 10 ora locale e alle tre ora italiana. Stamattina svegli alle 6:00 ora locale per rimettermi sull'aereo che mi sta portando a Toronto e dal quale scrivo.
All'iniziativa era stato invitato anche Vinciguerra, del PDL, in qualità di ospite e rappresentante del locale Comites. Vinciguerra oltre a portare il suo saluto, ha fatto anche un intervento di merito contestando quanto detto in precedenza da Gino Bucchino e ha chiesto cosa avesse fatto il Governo in questi anni.
Essendo toccato a me l'intervento finale, ho provato a fare un bilancio dell'azione di Governo, sia del nostro che del precedente berlusconiano, apprezzando comunque la presenza e l'intervento di merito di un esponente del PDL a una iniziativa di pesentazione di alcuni candidati del solo Partito Democratico. Vinciguerra ha poi replicato anche alle mie conclusioni, che appunto dovevano concludere. L'iniziativa, dunque, ha avuto un taglio diverso da quelo previsto dagli organizzatori, e noi siamo stati ben lieti di trasformarla in una sorta di dibatito. Tant'è che lo stesso Gino Bucchino ha poi risposto ancora una volta alle osservazioni di Vinciguerra. E allo stesso Vinciguerra sono state poste domande dalla platea. Naturalmente non parliamo di una vero e proprio confronto tra le parti, poiché non era stato pensato così. Ma è stato dato a un esponente del PDL uno spazio democratico di discussione impensabile in una iniziativa analoga el centrodetra, di cui non ho notizie né penso ne avrò mai.
Mi rincresce, in questa situzione, pensare invece che proprio il leader del partito di Vinciguerra, Silvio Berlusconi, si presenta agli elettori per chiedere per la quinta volta consecutiva il mandato di Presidente del Consiglio e che, a quanto ci dice Bonaiuti, si sottrarrà a un democratico faccia a faccia televisivo con il suo principale sfidante, Vel. Una cosa impensabile in una democrazia quale quella americana nella quale Vinciguerra vive. Mi fa piacere, però, aver potuto avere con Vinciguerra il confronto del 26 e spero che in futuro ce ne possano essere altri, magari organizzati ad hoc e magari dal centrodestra. Così come mi auguro di poter assistere a un dibattito tra Veltroni e Berlusconi prima del voto.