Oggi ero invitato all'evento "Sinistra anno zero", voluto e organizzato dal mio amico Peppe Provenzano, che mi ha chiesto di parlare della Sinistra e nel mondo e, soprattutto, in America Latina.
Ho ringraziato Peppe e volentieri ho detto queste cose.
Buongiorno a tutti.
“Sinistra anno zero” è un titolo che evoca allo stesso tempo speranza e il suo contrario.
In effetti in questi ultimi decenni la Sinistra, quella italiana come quella internazionale, con alti e bassi, ha vissuta una lunga notte.
Qualcuno ha persino scritto che la Sinistra, in effetti, non c’era proprio più. Era sparita.
Eppure questo “fantasma” si è trovato a governare importanti Paesi, interi continenti e passaggi storici epocali.
Ma non sempre lo ha fatto assolvendo al suo ruolo storico verso quella parte di popolo che non ha potere e dignità.
A trovare un posto nella storia a chi ne è escluso, bandito, lasciato ai margini.
Abbiamo subito l’egemonia culturale delle destre, dimenticando cosa diceva Jean-Baptiste Lacordaire, che in certe condizioni, “fra il forte e il debole è la libertà che opprime e la legge che libera”.
Negli ultimi 25 anni, il mondo è diventato più ingiusto (guasto diceva Peppe nella sua bella introduzione citando Judt), anche se è cresciuto il PIL.
E il mondo si è guastato nonostante noi.
Anzi: also in our name.
E allora se la Sinistra non fa la Sinistra può capitare che dalla crisi peggiore della nostra vita non si esca con più Sinistra, ma con il ritorno prepotente della Destra, quella peggiore, che dimentica le buone maniere e mostra il proprio volto disumano.
La Sinistra perde in Italia e nel modo decine di milioni di consensi.
Non riesce più a rappresentare milioni di uomini e donne.
Non ha un pensiero che tiene insieme una parte ampia di popolo, di mondo.
Non è più in grado di formulare una idea internazionale della società:
migrazioni, crescita demografica in Africa, nuovo ruolo sullo scacchiere mondiale di Russia, Cina e India, ecologia.
Ma c’è stata un’eccezione.
Un posto in cui le cose sono andate a rovescio (come le stagioni, in quell’emisfero) e lo voglio dire paradossalmente proprio oggi che quella Sinistra vive la sua notte più scura: il Brasile e la Sinistra di Lula.
Una vicenda che non è né può essere raccontata come un fatto giudiziario.
È un enorme fatto politico e storico del Continente latinoamericano.
Laggiù si consuma il processo a una Sinistra che ha saputo assolvere pienamente al suo ruolo storico senza sangue e senza uscire dal mercato e dal consesso degli organismi economici internazionali, semmai offrendo loro una nuova prospettiva.
Ciò che si condanna e si tenta di abbattere oggi in Brasile è la prova che se non un altro mondo, almeno un altro modo è possibile.
Un modo che in poco meno di tre lustri ha letteralmente rimesso al mondo un popolo intero: 30 milioni di brasiliani (la Grecia per tre), sottratti allo scarto della storia.
Trenta milioni di fantasmi trasformati in cittadini, emancipati dalla miseria più inconcepibile per noi.
Oggi parte dei processi produttivi e democratici.
Per sessanta milioni di persone (l’intera Italia) si è trattato di fare un passaggio da un ceto all’altro.
Una Sinistra, insomma, che ha ottenuto alle presidenziali del 2006 cinquantotto milioni di voti (quasi tutta la popolazione italiana).
Credo si tratti dell’elettorato di Sinistra (espressosi democraticamente) più grande del pianeta, dopo quello Democratico degli USA.
Cinquantotto milioni di persone che hanno creduto in un processo democratico di cambiamento che aveva alla base la liberazione dallo stato di bisogno di masse enormi di persone.
Che hanno creduto nella redistribuzione della ricchezza, nel ruolo di organizzatore dello Stato, nei processi democratici pacifici, nel protagonismo delle masse, nello sviluppo sostenibile e in un nuovo ecologismo, in un inedito protagonismo internazionale del Brasile, persino nel “lontano” scacchiere mediorientale.
È stata quella Sinistra che ha dato al Brasile quell’“altro giorno” di cui parlava Chico Buarque in “Tuo malgrado”, bellissima canzone del 1970.
Dentro questa grande svolta storica e pacifica, non violenta, democratica, di Sinistra di governo, Lula ha commesso errori?
Sicuramente sì: con l’Italia il nefasto “caso Battisti”, per esempio; il fatto di non procedere a una riforma del sistema istituzionale ed elettorale; il non aver avuto la forza di sradicare la corruzione anche nel suo PT.
Ha commesso dei reati? Mi auguro di no e lo deciderà l’ultimo grado di giudizio.
Luci e ombre, come sempre, come per tutti.
Ma la forza dirompente di una politica che ha cambiato in una manciata d’anni il volto di un intero continente resta consegnata, credo, alla grande storia.
Se così non fosse non si capirebbe la reazione violenta delle forze reazionarie che colpiscono oggi un simbolo di cambiamento e non certo un corrotto qualunque.
Dopo anni di indagini, di quotidiane accuse infamanti, dopo una condanna, Lula continua a volare nei sondaggi ed è accreditato come sicuro vincitore in caso di candidatura.
Senza la candidatura di Lula il probabile vincitore delle elezioni di ottobre, invece, è un ultraconservatore, sostenuto da quelle associazioni militari che avviarono il golpe del ‘64 e che oggi tornano a mostrare un grande interesse politico e una palese avversione verso Lula, con esplicite evocazioni di ricorso alla violenza qualora gli fosse consentito di candidarsi.
Ecco, se dico queste cose, qui, oggi, è perché la Sinistra, in Italia e nel mondo, deve ritrovare se stessa, partendo dai suoi fondamentali.
Si può fare.
Lula ce lo ha provato.
Dobbiamo ritrovare un pensiero e un impegno internazionalista sui grandi temi: e la storia del Brasile e del Continente Latinoamericano è un grande tema della Sinistra, che riguarda la vita e il progresso di centinaia di milioni di persone, un importante soggetto nello scacchiere politico mondiale e anche un pezzo importante della storia d’Italia.
I due terzi dell’economia del Brasile sono in mano a oriundi italiani.
E qui mi fermo.
Vedete, mettendomi nel solco di ciò che diceva Cuperlo, voglio citare quel genio di Musil che scriveva:
“Ci si immagini uno scoiattolo che non sa se è una lepre o un gatto delle querce, un essere che non ha alcun concetto di sé, e si capirà che in certi casi può assalirlo una terribile paura della propria coda”
Ripartiamo da noi, sapendo chi siamo e senza paura: siamo la Sinistra.
Grazie a tutti e buon lavoro.
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sabato 7 aprile 2018
lunedì 23 gennaio 2017
Ripartire dal Sud
Sabato 21 gennaio ero invitato all'evento "Ripartire dal Sud", organizzato da SinistraDem nazionale e della Calabria, conclusa da Gianni Cuperlo.
chi parte dal Nord è in buona parte un lavoratore immigrato che in un
primo tempo aveva trovato lavoro lassù e lo ha perso, o un meridionale che si
era trasferito al Nord e ora va all’estero.
Purtroppo, a causa di quello che Fantozzi avrebbe definito un "mostruoso ritardo di Alitalia", insieme ad Andrea De Maria siamo arrivati tardi e ad evento ormai concluso. Ma se fossimo arrivati in tempo avrei detto queste poche cose.
Buongiorno a tutti.
Grazie a Giovanni Forciniti, agli organizzatori e relatori di questo
evento per l’invito e l’occasione che ci danno.
Grazie a SinistraDem, che anche in Calabria sta organizzando occasioni di
discussione politica su temi di interesse specifico o generale.
Grazie naturalmente a Gianni Cuperlo e ad Andrea De Maria per essere con
noi.
Grazie a tutti voi venuti qui in tanti, anche da fuori Crotone.
Io vorrei provare a dire solo poche cose sul tema di questa giornata:
“Ripartire dal Sud”.
Ripartire implica il fatto che ci sia stata, in un tempo alle nostre spalle, almeno una partenza. E che a un certo punto ci si sia fermati.
Magari in modo diverso da come lo si è fatto prima.
E in effetti al Sud si è provato molte volte a partire, in diversi modi.
Solo una “partenza” non si è mai arrestata, pur mutando di intensità:
quella di chi, dal Sud, emigra.
Di chi lascia il Sud per ragioni economiche e parte.
Oggi assistiamo a un nuovo ciclo di partenze, prevalentemente per
l’estero.
Solo nell’ultimo lustro, secondo il Rapporto Italiani nel mondo della Fondazione
Migrantes, più di centomila persone l’anno hanno lasciato l’Italia per
cercare lavoro all’estero.
E, diversamente da quanto ‘raccontato’troppo spesso strumentalmente, il
saldo tra emigrati e immigrati risulta negativo: sono di più gli italiani
che partono che gli stranieri che arrivano.
Quindi continuiamo a essere un Paese di emigrazione.
E anche se i dati assoluti ci dicono che la maggior parte delle partenze
è concentrata al Nord, una analisi più attenta ci racconta una realtà diversa:
chi parte dal Nord è in buona parte un lavoratore immigrato che in un
primo tempo aveva trovato lavoro lassù e lo ha perso, o un meridionale che si
era trasferito al Nord e ora va all’estero.
Quindi il Sud continua a vivere una desertificazione umana.
La Svimez, infatti,
rileva che dal 2000 a oggi sono quasi 2 milioni gli emigrati dal Mezzogiorno,
in gran parte laureati e sotto i 35 anni di età.
E che entro
il 2050 solo un italiano su 4 abiterà le città meridionali.
Ecco che il
titolo di questa iniziativa, quindi, seppur pensato come ripartenza del PD e
del Governo, ho voluto interpretarlo anche come una intelligente provocazione
culturale, per ragionare più a fondo sul perché della diaspora meridionale.
Sono
convinto che l’emigrazione economica – e quella meridionale è emigrazione
economica – sia da sempre il termometro che misura la febbre di un Paese, cioè
l’efficacia delle politiche di sviluppo, fiscali e del lavoro di un Paese.
Quindi il
livello di progresso e di redistribuzione del reddito.
Più l’emigrazione
è alta, meno le politiche economiche e sociali sono efficaci. E viceversa.
Il problema è che al Sud, dall’Unità a oggi, questa febbre è quasi sempre
stata alta, configurando il Meridione come un problema strutturale.
Per di più intrecciato a un altro problema strutturale: la criminalità
organizzata, diventata parte della Questione meridionale e radicatasi ormai da
tempo ben fuori dal Meridione.
E quando il problema è strutturale e di lunga durata, il rischio è che le
persone finiscano per rassegarsi a questo stato di cose, per perdere la
speranza.
Il rischio è la rassegnazione allo status
quo economico e al fatto che l’illegalità sia, al fondo, un ‘sistema’ con
cui convivere, in assenza di alternative migliori. Quindi subentra la
disperazione.
E come
scriveva Corrado Alvaro, si sa, “la disperazione più grave che possa
impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile”.
E il rischio
è che al Sud, se non si aggrediscono i problemi strutturali, qualcuno possa
cedere a questo stato d’animo, a una subalternità culturale, alla criminalità,
all’antipolitica.
Con buona pace delle numerose risorse che pure vi sono: sul piano
paesaggistico, culturale, economico, lavorativo.
Serve un cambiamento, come direbbe il professor Costabile, di tipo
gramsciano.
Gramsci rilevava che se ogni
relazione umana è una relazione educativa, ogni rapporto educativo è un
rapporto di potere.
E spiegava che occorre una egemonia
culturale che deve farsi progetto di cambiamento del modo di intendere e vivere
le relazioni umane, sia produttive che compiutamente pedagogiche.
Occorre uscire dalla politica della
navigazione a vista, dell’intervento emergenziale, o degli interventi
settoriali e parcellizzati, non sorretti da un’idea complessiva di Paese.
Occorrerebbe un Piano, vorrei dire
grande, di sviluppo del Sud, per il quale non bastano – seppure sono condizione
essenziale – le azioni di contrasto alla criminalità intese come lotta condotta
dalla magistratura e dalle forze di polizia.
Servono soprattutto interventi
strutturali sul capitale umano, innovazione logistica e tecnologica,
investimenti culturali consistenti che accompagnino quelli economici.
Il Meridione non deve essere pensato
come una “Questione” a sé e slegata da un piano nazionale, ma deve essere
trasformato nel cantiere della speranza:
la speranza dei giovani del Sud –
che non devono emigrare per necessità – e la speranza del Paese, che non può
pensare di mettersi al passo con le economie forti del mondo se ha un terzo del
suo territorio in una condizione di arretratezza economica.
Quindi “Ripartire dal Sud” sì,
certo, ma culturalmente, economicamente e politicamente. Col PD che deve
ritrovare anche qui la propria missione e il proprio impegno prioritario.
Perché per ripartire politicamente
serve una Sinistra che sappia assolvere al suo ruolo storico.
Il PD vorrà e saprà farlo con le
potenzialità che ha anche al Sud?
Questa è la sfida da cogliere.
Grazie a tutti e buon lavoro.
domenica 23 ottobre 2016
L'emigrazione italiana in Sud America: differenza tra europa e italiani
Il 23 ottobre scorso sono intervenuto a Montevideo alla tavola rotonda Italiani nella sponda orientale del Plata, organizzata dal giornale La gente d'Italia e dal suo direttore Mimmo Porpiglia nell'ambito della Festa degli italiani. Di seguito la mia relazione.
Buon giorno e grazie a tutti per essere qui.
Grazie agli organizzatori e al direttore Porpiglia per l'invito a tenere un mio intervento e per la possibilità che mi dà di parlare dell'emigrazione italiana in Sud America.
Devo dire che mi dà emozione farlo qui, nella terra che è uno dei due mondi di Garbiladi.
Emozione e timore, perché in questi casi il rischio è di cadere nella retorica o, peggio ancora, di non essre all'altezza del compito.
Lo dico perché, da Garibaldi in poi, i nostri connazionali che hanno camminato su questo suolo, lo hanno fatto con gli stessi sentimenti di Garibaldi, con le medesime passioni, con eguali ambizioni peronali, seppur con diversi obiettivi.
Ma ciò che conta non è l'obiettivo, quanto la la capacità di sognarlo, il coraggio di cercarlo, la forza e la determinazione per relaizzarlo.
E i nostri connazionali in questa parte del mondo hanno mostrato, in più di 150 anni di emigrazione, capacità, visione, forza e determinazione.
E lo hanno fatto in modo diverso da come lo hanno ha fatto il resto dell'Europa.
Già, perche' dobbiamo ricordare, col metro lungo della memoria, la stori di questo meraviglioso Continente ferito e capire come si è sviluppato, con apporti di tipo diverso e non sempre nobile.
In questo senso, dobbiamo ricordare che questo Continente è il frutto dell'occupazione e dell'immigrazione europea.
E' il continente dove i regni e grandi stati nazione europei hanno esportato la propria missione coloniale, hanno sfrtuttato le materie prime, le risorse e le ricchezze locali, hanno spesso sfruttato (e annientato) le popolazioni indigene.
E quasi sempre tutto ciò lo hanno fatto ad esclusivo vantaggio di una economia europea che andava sempre piu' crescendo e consolidandosi nella formazione di classi borghesi, imprenditoriali, manufatturiere che avrebbero fatto dell'Europa prima e degli USA poi le grandi potenze mondiali che abbiamo conosciuto per tutto il '900.
Quindi il progetto, per diversi secoli, è stato sempre lo stesso: occupare i territori dell'America Latina, sfruttarne le materie prime, gli spazi, le risorse e la mandopera, ricavarne produzione a basso costo e commercializzarla e distribuirla in Europa e in Nord America, così da far crescere l'industria di trasformazione, la classe borghese e le ricchezze di quei paesi a danno di questa parte del mondo.
In quest'opera sono stati attivi protagonisti prima i diversi regni e stati nazione europei (Portogallo, Spagna, Francia, Olanda, Belgio, Inghilterra) e successivamente e con maggior forza gli USA.
Basti ripercorrere la storia coloniale di questo Continente e le lotte di indipendenza per sentir risuonare i nomi degli stati che ho menzionato.
Ma se lo si fa, ci si accorgera' che in questa storia non compare mai la parola Italia.
L'Italia non è stata parte di imprese coloniali in Sud America, di sfruttamento di materie prime o di popolazioni indigene, di protettorati o colonie.
Nessuno stato dell'America Latina ha dovuto fare una guerra di indipendenza per rendersi autonomo dall'Italia.
Eppure è risuonato sempre e forte, qui in Sud america, l'eco degli italiani. Quello si.
Ma sempre come popolo, mai come Regno, come Stato, come Nazione.
Perché l'Italia, quaggiù, c'è venuta con i suoi figli, con i suoi contadini che sostituivano gli schiavi africani o i lavoratori indigeni, con i suoi manovali, con le sue intelligenze ingegneristische e artistiche, persino con i suoi eroi liberatori come quel Garibaldi che ho citato in apertura.
Quindi se di emigrazione e presenza italiana in Sud America vogliamo parlare, dobbiamo parlare di una emigrazione e presenza fraterna.
Fraterna nel senso della comune sofferenza dei popoli indigeni, dei popoli sudamericani resisi liberi dal colonialismo e dalla dipendenza legale dagli stati europei, ma non dalla condizione di sfruttamento economico, imprenditoriale e politico.
Fraterna perché emigrazione figlia della volontà di riscatto dalla miseria, dalla fame, dalla dittatura.
Fraterna perché chi emigrava dall'Italia per il Sud America emigrava per venire a lavorare e a cercare dignità e non per venire a colonizzare terre o popoli, per sfruttare materie prime e risorse, per produrre ricchezza da portare in altri luoghi.
Chi partiva dall'Italia per venire quaggiù lo faceva perché in questo quaggiù credeva come a una terra di riscatto e non come a una terra da spremere e sfruttare.
Ecco, dunque, qual è la differenza che, per ciò che riguarda l'emigrazione italiana in Sud America, mi porta a parlare da un lato di Portogallo, Spagna, Francia, Olanda, Belgio, Inghilterra, USA e dall'altro di italiani.
Perché da una parte c'erano gli Stati nazione europei e dall'altra c'era il popolo italiano.
I primi si muovevano per interessi economici creando ricchezza nei loro territori a discapito di questa parte del mondo che sfruttavano, i secondi si muovevano per cercare il proprio privato riscatto creando ricchezza e integrazione in questi territori.
Ecco, dunque, cos'è l'emigrazione italiana e cosa la caratterizza rispetto alle altre: è il movimento spontaneo e di necessità di un popolo immenso e coraggioso che non aveva alle spalle una nazione che li sosteneva e indirizzava per sfruttare altri paesi e altri popoli a fini di ricchezza interna.
Ma un popolo che cercava dignità tra altri popoli, sfruttati o meno, sapendo con essi condividere il dolore della propria storia, la sofferenza del proprio lavoro, la dignità del riscatto collettivo.
In questa storia, quindi, gli italiani ce l'hanno fatta.
Si sono integrati, si sono realizzati, hanno amato e si sono fatti amare, hanno contribuito a produrre ricchezza in loco senza strapparla e portarla via.
Sono diventati popolo tra i brasiliani, venezuelani, argentini, cileni, uruguayani.
Sono diventati ciò che oggi siete, quel popolo che viene omaggiato e festeggiato all'interno del massimo organo istituzionale di rappresentanza: il parlamento di questo splendido Paese.
L'emigrazione italiana siete voi, siete l'Italia, siete l'Uruguay, siete i cittadini di questo complesso,difficile e inafferrabile mondo.
Siete gli eroi di due mondi e i Garibaldi di ogni epoca e luogo. Siatene orogliosi e fieri.
Grazie
Buon giorno e grazie a tutti per essere qui.
Grazie agli organizzatori e al direttore Porpiglia per l'invito a tenere un mio intervento e per la possibilità che mi dà di parlare dell'emigrazione italiana in Sud America.
Devo dire che mi dà emozione farlo qui, nella terra che è uno dei due mondi di Garbiladi.
Emozione e timore, perché in questi casi il rischio è di cadere nella retorica o, peggio ancora, di non essre all'altezza del compito.
Lo dico perché, da Garibaldi in poi, i nostri connazionali che hanno camminato su questo suolo, lo hanno fatto con gli stessi sentimenti di Garibaldi, con le medesime passioni, con eguali ambizioni peronali, seppur con diversi obiettivi.
Ma ciò che conta non è l'obiettivo, quanto la la capacità di sognarlo, il coraggio di cercarlo, la forza e la determinazione per relaizzarlo.
E i nostri connazionali in questa parte del mondo hanno mostrato, in più di 150 anni di emigrazione, capacità, visione, forza e determinazione.
E lo hanno fatto in modo diverso da come lo hanno ha fatto il resto dell'Europa.
Già, perche' dobbiamo ricordare, col metro lungo della memoria, la stori di questo meraviglioso Continente ferito e capire come si è sviluppato, con apporti di tipo diverso e non sempre nobile.
In questo senso, dobbiamo ricordare che questo Continente è il frutto dell'occupazione e dell'immigrazione europea.
E' il continente dove i regni e grandi stati nazione europei hanno esportato la propria missione coloniale, hanno sfrtuttato le materie prime, le risorse e le ricchezze locali, hanno spesso sfruttato (e annientato) le popolazioni indigene.
E quasi sempre tutto ciò lo hanno fatto ad esclusivo vantaggio di una economia europea che andava sempre piu' crescendo e consolidandosi nella formazione di classi borghesi, imprenditoriali, manufatturiere che avrebbero fatto dell'Europa prima e degli USA poi le grandi potenze mondiali che abbiamo conosciuto per tutto il '900.
Quindi il progetto, per diversi secoli, è stato sempre lo stesso: occupare i territori dell'America Latina, sfruttarne le materie prime, gli spazi, le risorse e la mandopera, ricavarne produzione a basso costo e commercializzarla e distribuirla in Europa e in Nord America, così da far crescere l'industria di trasformazione, la classe borghese e le ricchezze di quei paesi a danno di questa parte del mondo.
In quest'opera sono stati attivi protagonisti prima i diversi regni e stati nazione europei (Portogallo, Spagna, Francia, Olanda, Belgio, Inghilterra) e successivamente e con maggior forza gli USA.
Basti ripercorrere la storia coloniale di questo Continente e le lotte di indipendenza per sentir risuonare i nomi degli stati che ho menzionato.
Ma se lo si fa, ci si accorgera' che in questa storia non compare mai la parola Italia.
L'Italia non è stata parte di imprese coloniali in Sud America, di sfruttamento di materie prime o di popolazioni indigene, di protettorati o colonie.
Nessuno stato dell'America Latina ha dovuto fare una guerra di indipendenza per rendersi autonomo dall'Italia.
Eppure è risuonato sempre e forte, qui in Sud america, l'eco degli italiani. Quello si.
Ma sempre come popolo, mai come Regno, come Stato, come Nazione.
Perché l'Italia, quaggiù, c'è venuta con i suoi figli, con i suoi contadini che sostituivano gli schiavi africani o i lavoratori indigeni, con i suoi manovali, con le sue intelligenze ingegneristische e artistiche, persino con i suoi eroi liberatori come quel Garibaldi che ho citato in apertura.
Quindi se di emigrazione e presenza italiana in Sud America vogliamo parlare, dobbiamo parlare di una emigrazione e presenza fraterna.
Fraterna nel senso della comune sofferenza dei popoli indigeni, dei popoli sudamericani resisi liberi dal colonialismo e dalla dipendenza legale dagli stati europei, ma non dalla condizione di sfruttamento economico, imprenditoriale e politico.
Fraterna perché emigrazione figlia della volontà di riscatto dalla miseria, dalla fame, dalla dittatura.
Fraterna perché chi emigrava dall'Italia per il Sud America emigrava per venire a lavorare e a cercare dignità e non per venire a colonizzare terre o popoli, per sfruttare materie prime e risorse, per produrre ricchezza da portare in altri luoghi.
Chi partiva dall'Italia per venire quaggiù lo faceva perché in questo quaggiù credeva come a una terra di riscatto e non come a una terra da spremere e sfruttare.
Ecco, dunque, qual è la differenza che, per ciò che riguarda l'emigrazione italiana in Sud America, mi porta a parlare da un lato di Portogallo, Spagna, Francia, Olanda, Belgio, Inghilterra, USA e dall'altro di italiani.
Perché da una parte c'erano gli Stati nazione europei e dall'altra c'era il popolo italiano.
I primi si muovevano per interessi economici creando ricchezza nei loro territori a discapito di questa parte del mondo che sfruttavano, i secondi si muovevano per cercare il proprio privato riscatto creando ricchezza e integrazione in questi territori.
Ecco, dunque, cos'è l'emigrazione italiana e cosa la caratterizza rispetto alle altre: è il movimento spontaneo e di necessità di un popolo immenso e coraggioso che non aveva alle spalle una nazione che li sosteneva e indirizzava per sfruttare altri paesi e altri popoli a fini di ricchezza interna.
Ma un popolo che cercava dignità tra altri popoli, sfruttati o meno, sapendo con essi condividere il dolore della propria storia, la sofferenza del proprio lavoro, la dignità del riscatto collettivo.
In questa storia, quindi, gli italiani ce l'hanno fatta.
Si sono integrati, si sono realizzati, hanno amato e si sono fatti amare, hanno contribuito a produrre ricchezza in loco senza strapparla e portarla via.
Sono diventati popolo tra i brasiliani, venezuelani, argentini, cileni, uruguayani.
Sono diventati ciò che oggi siete, quel popolo che viene omaggiato e festeggiato all'interno del massimo organo istituzionale di rappresentanza: il parlamento di questo splendido Paese.
L'emigrazione italiana siete voi, siete l'Italia, siete l'Uruguay, siete i cittadini di questo complesso,difficile e inafferrabile mondo.
Siete gli eroi di due mondi e i Garibaldi di ogni epoca e luogo. Siatene orogliosi e fieri.
Grazie
lunedì 1 agosto 2016
L'umanesimo degli italiani nei nostri tempi mitici
Lunedì primo agosto sono stato intervistato da Riccardo Giumelli per La voce di New York e ho detto queste cose. Buona lettura.
Da tempo si occupa di emigrazione, tema su cui ha scritto "Andarsene
sognando. L’emigrazione nella canzone italiana". Con Eugenio Marino
abbiamo discusso di italicità e di made in Italy che, ci ha detto, deve andare
oltre il marketing.
Raccontare la cultura italiana e gli italiani nel mondo è uno dei temi di
questa rubrica. Per saperne di più e qualcosa di nuovo abbiamo incontrato
Eugenio Marino, responsabile nazionale del Partito Democratico per gli italiani
nel mondo, che da tempo si occupa di emigrazione, tema sul quale ha scritto un
libro molto intrigante: Andarsene sognando.
L’emigrazione nella canzone italiana, una ricostruzione
storica dell’Italia degli ultimi 150 anni attraverso la musica italiana che
parla di emigrazione.
Innanzitutto ci racconti come arriva a fare politica e soprattutto ad
occuparsi di italiani nel mondo all’interno del PD.
“Ho cominciato da bambino, al fianco dei miei genitori e loro coetanei, in
un piccolo paese della Calabria, dove la domenica mio padre mi faceva
distribuire l’Unità e poi, crescendo, cominciavo a fare gli annunci per i
comizi, distribuire i volantini fatti al famoso ciclostile, attaccare i
manifesti e fare vita di sezione. A quei tempi – anni Settanta e Ottanta – le
sezioni del PCI e della FGCI del mio paese erano molto attive e vi era una
comunità unita nella quale si respirava un vento di speranza e condivisione,
che derivava da una forte tensione etica e politica. C’erano giovani brillanti,
ai quali la generazione precedente uscita dalla Guerra aveva saputo trasmettere
una severa cultura politica e una voglia di riscatto collettivo. E questo
valeva anche per i nostri avversari di allora, seppure parliamo di un paese di
circa 2.000 persone. Poi c’era la Federazione del PCI di Crotone, territorio
delle lotte contadine di Melissa e la città operaia della Montedison, epicentro
di battaglie politiche e sindacali storiche, che rappresentava un caso politico
in positivo. Quella Federazione era chiamata la Botteghe Oscure del Sud e io la
frequentavo settimanalmente coi miei genitori fin da bambino. Di quegli anni mi
resta, quindi, un senso di comunità e di appartenenza che sono, forse,
l’essenza più autentica della politica. E tutto questo contesto, vissuto
attraverso l’impegno diffuso di intere generazioni prima della mia, ha inciso
molto sulla mia formazione, spingendomi da sempre a fare politica, seppure
senza mai ricoprire alcun ruolo e senza mai cercare o accettare alcun tipo di
candidatura”.
E l’interesse per gli italiani all’estero quando è iniziato?
“Dopo la laurea a Roma ho potuto collaborare da volontario al Dipartimento
Internazionale dei DS. Erano gli anni storici dei governi de l’Ulivo. Allora si
modificò la Costituzione (non è vero che non si riesce mai a cambiarla questa
Carta), si introdusse la Circoscrizione estero e si andava verso il varo della legge ordinaria per il
voto all’estero. Il mio impegno si concentrò, nel Dipartimento esteri, sulle
politiche per gli italiani nel mondo e lì cominciai a ricoprire qualche ruolo:
sono stato prima Responsabile comunicazione all’estero dei DS e poi del
Coordinamento de L’Unione per gli italiani nel mondo, vice responsabile dei DS
per gli italiani all’estero, componente del Coordinamento nazionale del PD per
gli italiani nel mondo e membro del Comitato di controllo della Presidenza del
Consiglio su Rai International. Fino a diventare poi Responsabile nazionale del
PD per gli italiani nel mondo”.
Gli italiani nel mondo sono da molti, soprattutto in politica e negli
affari, considerati i primi ambasciatori dell’Italia nel globo. Non le sembra
che spesso siano parole piuttosto che fatti? Nel senso che il bisogno di Italia
di questi italiani nel mondo è molto più forte delle attenzioni e del riconoscimento
che l’Italia dà loro?
“No, non proprio. Nel senso che gli italiani nel mondo sono naturalmente e
realmente i primi ambasciatori dell’Italia, perché rappresentano il nostro
Paese agli occhi di chi li ospita, la nostra cultura in tutti i suoi aspetti, i
nostri pregi e i nostri difetti. E sempre naturalmente e di fatto sono
‘consumatori’ di prodotti italiani che sentono loro, che fanno parte della loro
vita, della loro storia (familiare e nazionale), dei loro gusti. Poi, nel senso
critico che lei giustamente sottolinea rispetto alla politica e all’impresa, in
entrambi questi ambiti non si riesce a fare realmente sistema e a tenere questi
‘ambasciatori naturali’ dell’Italia e dei suoi affari in una rete organizzata,
con una visione chiara e universale, un progetto preciso, una geopolitica
adeguata ai tempi, delle strutture razionali e flessibili, delle risorse
adeguate. E, inoltre, gli stessi italiani in Patria, per decenni hanno
coltivato un sentimento di rimozione della storia migratoria del nostro Paese.
E ancora oggi, guai a parlarne o a riconoscere negli immigrati che arrivano da
noi gli italiani che si sono dispersi nel mondo. Guai a ricordare che essi
hanno agito esattamente come i migranti di oggi, hanno subito le stesse
discriminazioni, hanno seminato le medesime paure e hanno compiuto i medesimi
crimini: era italiano l’assassino del presidente della Francia, Carnot, era
italiano il terrorista che compì la strage di Wall Street del 1920 (che rimarrà
la più sanguinosa della storia degli USA fino quella di Oklahoma City del 19
aprile del 1995). E potrei continuare anche sul versante dell’integralismo
religioso di cui erano accusati gli italiani nei paesi laici. Quindi, gli
italiani nel mondo sono, nel bene e nel male, realmente degli ambasciatori
naturali dell’Italia e dei suoi prodotti e, lo sono perché ricordano e amano il
proprio Paese anche se il proprio Paese non riesce a coltivarne a pieno le
potenzialità, sia per un problema politico che culturale in patria. Insomma,
per dirla con le parole che usa l’artista Cataldo Perri nella sua opera Bastimenti,
‘i nostri emigranti certamente ricordano più di quanto siano ricordati’.
E questo è un problema anche per l’Italia e non solo per gli italiani nel
mondo”.
Conoscerà certamente questo nuovo paradigma coniato da Piero Bassetti, e di
cui tanto scriviamo su questa rubrica, dell’Italicità. Cosa ne pensa?
“Lo trovo molto appropriato. Bassetti ha avuto una felice
intuizione, che è una sintesi di molti e diversi concetti legati
alla storia del nostro Paese, alla sua cultura, al suo know how, alla
sua diaspora globale più che centenaria, allo stile di vita e allo stile delle
forme italiane, al nostro concetto del bello, alla voglia dei non italiani di
vivere, consumare o creare all’italiana, alla necessità di stare al passo coi
tempi. Oggi viviamo infatti un’epoca mitica (anche se il termine è stato ormai
banalizzato e lo si usa per qualsiasi sciocchezza). Mitica, infatti, nel senso
di straordinaria e globale, nella quale si susseguono eventi grandiosi, nel
bene e nel male, nella quale ogni evento in un angolo del Pianeta può avere
ripercussioni su tutto il Globo. Un’epoca nella quale le potenzialità, gli
strumenti e le ricchezze sono enormi e potrebbero dare una vita degna a tutti e
nella quale le disuguaglianze e gli squilibri hanno raggiunto punte mai
conosciute nella storia dell’evoluzione umana. E un’epoca nella quale l’uomo
del tempo è, più che in ogni altra, l’uomo in movimento, quello che si sposta,
il migrante. E si sposta proprio per eventi mitici: guerre, fame, dittature,
siccità o desiderio di realizzazione, anch’esso una cosa mitica. Ecco, in
questi tempi, Bassetti supera il concetto di nazionalità e lo colloca in una
dimensione mitica – storica e globale – adeguata ai tempi. Quindi non parla più
di cittadini italiani, o di oriundi, o di partner dell’Italia, ma parla di
italici, superando confini, nazionalità e cittadinanza, prevedendo
cosmopolitismo e contaminazione, senza negare o cancellare una storia o una
tradizione o una evoluzione. Ma anzi prendendo da questa tradizione e cultura
proprio un tratto identificativo e fondante, cioè quello della mescolanza
derivante dalla solidarietà e dal saper accogliere e integrare persone, culture
e saper fare diversi”.
Il made in Italy ha certo costruito la sua grande forza e diffusione anche
con il contributo degli italici nel mondo che lo ha promosso e consumato. Quale
potrà essere il contributo futuro in questo senso in un mondo sempre più
glocale?
“Il made in Italy si è diffuso in maniera massiccia
anche per il contributo notevole degli italiani nel mondo prima e degli italici
dopo, per un fatto naturale, come si diceva. Ma ha costruito la sua forza
proprio su alcune caratteristiche originali, culturali e di qualità, di gusto,
di particolare armonia di forme e materiali, di tradizioni. Insomma, il made in
Italy è un qualcosa di molto complesso che va molto oltre un semplice prodotto,
che sia esso materiale, culturale, ideale o culinario. E la complessità gli
viene dal fatto di tenere insieme tutto ciò che è la storia millenaria del
nostro Paese, del Mediterraneo e dell’Europa tutta, di cui l’Italia è sintesi e
gli italici sono rappresentazione nel mondo. Quindi essi possono avere, ancor
di più nei tempi mitici di oggi, quella funzione di esempio di mescolanza e
integrazione, di ponte tra culture, know how e prodotti. Ma possono
farlo solo se non perdono la centralità dell’Umanesimo che caratterizza e ha
caratterizzato il nostro Paese, quella capacità di non pensare solo al profitto
e al sistema di produzione, ma anche alla persona che produce e che è parte del
prodotto stesso, perché nel produrre ci mette se stesso, la sua storia
personale e collettiva e la sua realizzazione attraverso il lavoro. Se, dunque,
per quella persona il lavoro è sfruttamento ai fini di lucro per altri, il suo
impegno, la sua creatività e il suo valore saranno una cosa. Se il lavoro è
invece realizzazione della propria storia (personale e collettiva) e della
propria persona, allora impegno, creatività e valore saranno altra cosa e
migliore”.
Ad un recente incontro pubblico ha sostenuto che “occorre evitare che si
affermi l’idea che l’universo italico sia riconducibile alla esclusiva funzione
di penetrazione commerciale e di marketing”. Che cosa intendeva con questo?
“Un po’ ciò che ho detto qui e che vale sia per chi produce qualcosa che
per chi la consuma. Gli italici non devono essere pensati come tanti
rappresentanti commerciali a costo zero per le imprese che producono, ma come
persone con una storia, una dignità, un percorso di vita complesso e spesso
anche sofferto. Quindi uomini e donne che consumano, certamente, ma con un
grande orgoglio per ciò che sono. E per ciò che sono vogliono e devono essere
considerati, non per ciò che fanno o possono fare per l’Italia e per il made in
Italy che pure amano e li rappresenta. Se nel costruire una politica e una rete
per gli italici l’approccio è questo, ci sarà orgoglio e volontà da parte loro
e, di conseguenza, arriverà anche e per convinzione la penetrazione
commerciale, in modo naturale. Cioè deve esserci, nel guardare a questa
comunità, il giusto riconoscimento delle persone, delle loro storie e delle
loro dignità in un’ottica collettiva, di comunità valoriale. Stesso
discorso vale per chi produce. L’impresa deve ricordare che esiste, oltre che
per il capitale che vi è investito, anche per la gente che vi lavora e investe
la propria capacità creativa. Quindi il profitto deve tornare percentualmente e
senza le enormi disuguaglianze di oggi, anche a chi lo ha generato e prodotto
(siano esse persone o Paese d’origine), non può vagare nel Globo a valorizzare
solo i capitali investiti e nelle tasche di pochissime e ricchissime persone.
Deve esserci un giusto equilibrio. Le riporto due esempi che fa Antonio
Galdo nel suo bel saggio L’egoismo è finito e che per me sono
paradigmatici dell’impresa che tiene conto di tutto ciò, rispettando la
persona, rimanendo nel solco della nostra storia, creando prodotti di grande
qualità e originalità, producendo profitto e ricchezza senza generare squilibri
esagerati. Il primo si colloca nella prima metà del secolo scorso, è il modello
del welfare aziendale e della Città dell’Armonia di Gaetano Marzotto dove, ad
esempio, la Cassa di previdenza gestiva le pensioni dei dipendenti che
lasciavano l’azienda, la Cassa di soccorso erogava prestazioni sanitarie, la
Società del magazzino pensava all’acquisto e allo spaccio di generi alimentari
e della legna a prezzi bloccati, per impedire speculazioni e affrontare
l’aumento del costo della vita in tempi di crisi. Il secondo e contemporaneo a
noi, è l’esempio della Luxottica di Leonardo Del Vecchio, che porta in azienda
gli asili nido, la baby sitter a casa dei dipendenti in caso di emergenza, le
visite specialistiche gratuite, il check-up per i parenti anziani, il carrello
della spesa con olio, pasta e formaggi, la Banca ore o il job sharing,
cioè il lavoro condiviso in famiglia: se un lavoratore ha problemi che si
protraggono (per esempio di salute) può farsi sostituire da un parente o se un
figlio sta finendo gli studi e vuole imparare un mestiere o formarsi può
sostituire il padre o la madre. Ecco, sono esempi di come si può e deve evitare
di pensare esclusivamente alla funzione di penetrazione commerciale e marketing
e di come si può pensare come comunità valoriale e creare ricchezza partendo
dalla centralità della persona, della sua storia e della sua cultura in un
nuovo umanesimo, anche e soprattutto in tempi di crisi”.
Ci racconta un aneddoto che ha appreso in questi anni di lavoro con gli
italiani all’estero che meglio li racconta?
“Ahahah… sì, volentieri. Si tratta di una lettera che ci venne
inviata molti anni fa a doppia firma da presidente e vice presidente di una
associazione regionale e con la quale ci si chiedeva un aiuto per avere dei
contributi per ristrutturare la sede nella quale erano impegnati a diffondere
la lingua, la storia e la cultura italiana. Il testo della lettera, che per
ovvi motivi privo dei riferimenti a persone, luoghi e nomi di associazioni, era
scritto esattamente così: ‘La Comissione Direttiva della ASSOCIAZIONE […]
NEL MONDO ‘[…], a l’onore di partecipare in questa cena insiemi a tanti […],
che si preoccupano di difundiri la storia e la cultura Italiana. Qui insiemi a
diversi attività si insegna la lingua italiana, e folclori […]. Per potere
svogliere questi progetti abbiamo construito in primo piano una sala e ora
chiedemo cortesemente se Lui podrebbe tramitare dal Governo Italiano un pìcolo
subsidio per mettere il tetto gia che ni vediamo impossibilitati per motivo
econòmico. La sala di sopra a 100 metri cuadri. Nella sicurezza che Lui ni
terra presente vi ringrazziamo caramente aspetando una pronta risposta e
porgiamo i nostri férvidi e cordiali saluti’. Da allora la tengo sempre
appesa nel mio ufficio perché rappresenta profondamente il legame sentimentale
e culturale degli italici nel mondo con l’Italia. E non importa quale sia il
loro livello di istruzione o la loro capacità di parlare, scrivere o fare
impresa. Sono e si sentono parte di questa comunità, della quale avvertono il
valore storico, culturale e linguistico e si ingegnano in ogni modo per tenerlo
vivo e alimentarlo. E questa gente, anche umile, pur non conoscendo la lingua,
ha creato nel mondo migliaia di strutture che poi hanno fatto un grande lavoro
di promozione, pagando professori in grado si insegnare con qualità. Ecco
perché questa lettera, nella sua umiltà, è dignitosissima, bella, emozionante e
paradigmatica di cosa sia stata e sia questa nostra grande comunità, capace dal
niente di costruire imperi con al centro la persona e la sua dignità”.
Infine, Lei ha fatto una tesi di Laurea su De André, Guccini e De
Gregori. Riassumendo in poche parole, e capisco quanto possa essere
difficile, qual è stato il più grande insegnamento che questi grandi artisti le
hanno dato sull’Italia e sull’essere italiano?
“Beh, da loro ho imparato a usare la sensibilità per riconoscere noi
nell’altro, anche il più diverso, e capire che in fondo siamo tutti uguali, con
gli stessi bisogni e le stesse ambizioni. Questo mi ha fatto capire un po’ ciò
che dicevo sopra: il tratto storico italico, che è quello dell’accoglienza,
della mescolanza, del cosmopolitismo. Ed è tutto questo mescolare storia,
popoli, culture, prodotti, che poi fa ciò che siamo. Guccini, nell’intervista
che gli feci proprio per la tesi, per farmi capire come nascevano le sue
canzoni e cosa fossero rispetto a tutto ciò che leggeva, ascoltava o da cui
traeva ispirazione, mi disse: ‘Io amo fare il paragone […] con il maiale […].
Dai tanto cibo ad un maiale e poi quando fai il prosciutto […] non sai più
quale cibo fosse quel prosciutto’. Ecco, questo vale per l’italico o per
l’essere italiano: abbiamo avuto nella nostra storia patria l’occupazione dei
popoli più diversi, abbiamo noi stessi girato il mondo, ci siamo mescolati con
le culture, i saperi, le vite di ogni angolo del pianeta, quindi siamo oggi una
sintesi di tutto ciò, siamo un prosciutto fatto da tutti i cibi che abbiamo
consumato per secoli, ma ormai impossibili da distinguere gli uni dagli altri’”.
mercoledì 15 maggio 2013
Ritrovare identità e senso dello stare insieme
Per chi avesse la voglia e la pazienza di leggerla, questa è la relazione introduttiva che ho tenuto all'Assemblea della Circoscrizione estero del 10 maggio scorso.
Carissimi,
grazie a tutti per essere qui
nonostante i tempi stretti della convocazione di questa Assemblea.La preparazione di questa assise nazionale, infatti, arriva in un momento difficile, di grande difficoltà e disorientamento del Partito. E arriva con un carattere di urgenza allarmante.
Quindi ringrazio per lo sforzo
organizzativo di cui si è fatto carico, come sempre, il mio Ufficio.
Ringrazio anche Beatrice, Paolo e
Monica, che hanno lavorato all’odg e che presiederanno i lavori.
Ci troviamo probabilmente nel
momento più difficile della vita del nostro Partito, decisivo per il suo futuro.
E questa volta lo dico in termini non solo di tenuta elettorale, ma di
sopravvivenza politica.
Un momento storico drammatico,
nel quale dalla crisi economica mondiale, istituzionale italiana, identitaria e
organizzativa del PD e della Sinistra, possiamo uscire solo dicendoci
chiaramente cosa deve essere il PD, a quale base di riferimento vuole guardare,
per costruire quale tipo di società, con quale collocazione internazionale e
con che struttura organizzativa, con quale idea di partito.
Per questo motivo, domani
l’Assemblea nazionale dovrà eleggere il Segretario che traghetterà il Partito
fino al prossimo congresso.
Congresso che dovrà svolgersi in
tempi brevi: entro ottobre probabilmente.Si dovranno poi riconvocare la Direzione nazionale e una prossima Assemblea per capire se e come si dovrà modificare lo Statuto.
Questi passaggi chiaramente riguarderanno
anche noi e avranno sulla Circoscrizione estero una immediata ricaduta politica
e organizzativa.
Anche noi dovremo tenere i
congressi in tutti i nostri circoli, dire con chiarezza che tipo di partito
vogliamo e a che tipo di società vogliamo guardare. In quale contesto
internazionale vogliamo collocarci.
Una discussione di carattere
nazionale che dovrà passare attraverso il rinnovo dei gruppi dirigenti nazionali
e locali, dai circoli alle segreterie di Paese e attraverso il completamento
dei passaggi formali a cui siamo chiamati.
Abbiamo assistito negli ultimi
due mesi a collasso della vecchia classe dirigente del Partito. A cui si
aggiunge, a mio parere, il palesamento di quella che Pasolini chiamava
“mutazione antropologica” di una comunità: quella dei rappresentanti del nostro
Partito insieme a quella del nostro elettorato e della società in generale.
In questa mutazione, mi pare ci
sia la perdita di quel “sentimento di comunità” del quale spesso ho parlato
anche in questa assemblea, nei circoli in giro per il mondo e nel seminario del
5 maggio 2011.
Quel sentimento secondo il quale
si sacrifica il punto di vista personale per un’idea collettiva che diventa
azione concreta.Sentimento che allontana e distrugge ogni forma narcisistica in cambio della forza appagante di condividere qualcosa coi compagni di lotta.
Quel sentimento, quindi, che ci
fa sentire tutti parte di grande una comunità ideale: prima della comunità
italiana, poi della comunità di Sinistra e poi della comunità del PD.
Più volte ci siamo detti che
c’era il rischio reale che chi era chiamato a rappresentarci, finisse per
anteporre le proprie visioni e le proprie istanze a quelle della comunità più
ampia.Così come i nostri elettori, che pure pretendevano spesso di voler vedere anteposte le proprie istanze di parte rispetto a quelle del Partito e del Paese.
Mi pare che, senza voler
giudicare chi ha fatto bene o male, chi avesse ragione o torto, questo sia
successo in questi mesi (ma probabilmente anni) nel nostro popolo e nel nostro
Partito.
E mi pare che l’esito sia stato
il collasso a cui accennavo.
Ne vorrei discutere qui, su
diversi piani, ma dopo aver fatto una premessa.
In democrazia non ci sono molti
modi per tenere insieme una comunità, una associazione di persone libere o un
partito. E questi modi, questi modelli sono noti:
1) vi è il modello dei partiti “padronali” (o se volete chiamateli dei leader forti), come il PDL, nel quale vi è solo Berlusconi che “comanda”. E tutto il resto è contorno e consenso al capo;
2) vi sono i modelli movimentisti e populisti, tipo la Lega di Bossi, l’IDV di Di Pietro e oggi il Movimento 5 stelle di Grillo e per qualche verso il MAIE di Merlo;
3) e vi sono i modelli popolari e di rappresentanza democratica, tipo il PD.
Nei primi due modelli vi è una
persona sola al comando intorno alla quale si costruisce una comunità che segue
e che ha scarso potere decisionale e addirittura di discussione o stimolo. Uno
va e gli altri seguono, altrimenti “si è fuori”.
Nel terzo modello, il nostro, vi
sono molte persone che discutono e decidono, dai circoli al vertice. Lo fanno
attraverso luoghi virtuali, altri fisici, consolidati e formali, attraverso
metodi democratici e organismi ampi o ristretti, sia in linea orizzontale che
verticale.
Ma lo fanno a tutti i livelli
attraverso il principio democratico della decisione a maggioranza, che è
l’unico che può funzionare, nel nostro ambito culturale e politico, come
l’alternativa possibile alla mancanza di sintesi comune e in alternativa al
metodo del “seguire l’ordine del il capo”.Walter Tocci direbbe un “atto spirituale”.
Questo principio era fondativo
del Partito Democratico come della coalizione “Italia. Bene comune”. E questo principio
è saltato sia nel Partito che nella coalizione negli ultimi due mesi.
E insieme al principio sono
saltati il Partito e la coalizione.
Dunque: attraverso una “mutazione
antropologica” del popolo e della dirigenza della Sinistra (ma vale per tutta l’Italia)
è venuto meno il senso di appartenenza a una comunità, l’etica politica di chi
ha responsabilità di rappresentanza generale e “il” principio democratico per
eccellenza.
Dunque è venuta meno la nostra
capacità di stare insieme da uomini liberi.
Ecco perché dico che il momento è
drammatico.
In questa situazione, la Sinistra
e il PD, che pure è il primo partito in Italia con circa 400 parlamentari (una
condizione di forza mai registrata nel nostro Paese), si trova paradossalmente
nella situazione di massima debolezza culturale nell’influenzare vita,
carattere nazionale, politica e assetti sociali.
Quando era minoritaria, accadeva
il contrario, poiché aveva una tale capacità culturale che era in grado di
influenzare le classi dominati e la cultura nazionale.
Oggi, invece, a causa delle nostre
debolezze, quella capacità di influenza ce l’ha la destra berlusconiana, che fa
emergere nel Paese, tutto il Paese (anche quello di Sinistra), l’Italia
peggiore, favorendo e accentuando quella mutazione antropologica di cui
parlavo.Quindi, oggi serve che il PD torni a un’etica, una cultura e a una visione chiara del Partito e della società. Serve che dica forte e chiaro cosa vuole essere, che modello di società vuole disegnare, con chi vuol farlo a livello internazionale e con quale strumento partito.
Questo era anche l’obiettivo di cui si è discusso nel congresso del 2009.
Ma che non si è riuscito a fare negli anni successivi, sempre travolti da emergenze o scadenze elettorali immediate.
Cosa che ha finito per sancire un
patto federativo tra le diverse anime culturali del partito, degenerato anche
in patti correntizi.
E questo ha portato a una unità
formale fatta di non belligeranza e a una scarsa capacità di attrazione
nell’elettorato, che in parte si è rivolto a Grillo per sottolineare la
richiesta di cambiamento.
E soprattutto di cambiamenti anche
radicali, dei quali spesso il nostro PD ha avuto paura attestandosi su
posizioni troppo sbiadite, tanto argomentate da sembrare fuorvianti, convinto
che i nostri elettori fossero spaventati da scelte nette e divisive.
Io credo non sia vero. Quindi da
qui occorre ripartire per ricostruire il senso di comunità e tornare in
sintonia con nostro popolo.
È infatti vero che il popolo, come
il nostro partito, è plurale. Ma l’unità del popolo e del partito la si ottiene
quando la politica si dà una linea, anche di frattura, ma dalla quale poi parte
per ricomporre le differenze sociali e culturali.
Ma questi sono temi che dovremo
trattare, questa volta fino in fondo e con il massimo della chiarezza, al
congresso.
E dunque da qui dobbiamo prepararci
ai temi e all’organizzazione formale dei congressi nei circoli all’estero.
I delegati, tutti voi delegati,
dovete cominciare ad avviare questo lavoro nei vostri territori.Mentre qui, oggi, penso dovremo discutere sulla necessità di individuare alcune questioni prioritarie da portare nell’agenda politica parlamentare.
A cominciare dai temi
istituzionali:
a) delega
governativa per gli italiani nel mondo;b) mantenimento e ruolo della Circoscrizione estero nell’ambito della riforma costituzionale;
c) riforma del sistema di voto.
E temi politici: IMU, servizi verso
i connazionali, lingua e cultura.
Dobbiamo farlo sulla base del
programma con il quale ci siamo presentati agli elettori a febbraio e,
soprattutto, tenendo presente l’anomalo governo che ci troviamo a sostenere e
le risorse a disposizione.Senza sottovalutare anche il cambio degli stessi interlocutori all’interno del PD: domani cambia il Segretario e l’intera Segreteria. E non è cosa irrilevante.
Per cui io propongo di concentrarci
su pochissime cose fattibili sia istituzionalmente che politicamente e proporle
al voto della nostra assemblea, ragionando sull’opportunità di farle assumere
all’assemblea nazionale sulla base della discussione che si farà domani.
Non escluderei, infatti, che in
quella assise ci si concentrerà solo sulle questioni attinenti alla vita
interna e alle prospettive del partito. Ma vedremo domani.
Vista la peculiarità di questa
assise, l’incertezza nel programmare i passaggi futuri, i tempi e il calendario
dei lavori nazionali, mi fermo qui, senza relazionare su altre questioni (pure
importanti), rispetto alle quali lascio l’Assemblea libera di discuterne
riservandomi, eventualmente, di tornarvi nelle conclusioni.
Grazie e buon lavoro.
venerdì 15 febbraio 2013
Non votare PD significa votare per l’instabilità di Governo
Per chi avesse la pazienza di leggerlo, oggi ho scritto questo articolo che trovate anche su La gente d'Italia. Buona letturaCaro Direttore,
leggo sempre
più spesso dichiarazioni e appelli di diversi candidati a votare i cosiddetti
“movimenti indipendenti” degli italiani all’estero, gli “unici”, secondo questi
candidati, che non essendo né di Destra né di Sinistra e senza essere
sottoposti ai diktat dei grandi partiti, rappresenterebbero davvero tutti gli
italiani all’estero e le loro istanze in Parlamento.
E leggo
ancora dei commenti di questi candidati nei confronti dei parlamentari eletti
all’estero nelle scorse legislature: tutti uguali, a loro modo di vedere, e
tutti inutili. Secondo questi aspiranti neo-parlamentari, i parlamentari
uscenti non avrebbero fatto nulla per gli italiani all’estero, poiché sottoposti
alle direttive dei propri partiti.
Sono dello
stesso tenore persino alcuni commenti di bravi giornalisti, che in questo caso
penso antepongano i propri problemi personali con alcuni parlamentari eletti
all’estero, a una più lucida valutazione dei fatti.
Io non credo
che tutti i parlamentari eletti all’estero siano stati inutili, né che tutti i
partiti siano uguali e ugualmente disinteressati ai nostri connazionali. Faccio
solo un esempio: il Governo Prodi, dopo cinque anni del secondo Governo
Berlusconi che aveva dimezzato gli investimenti verso gli italiani all’estero,
grazie al lavoro dei parlamentari del centrosinistra eletti all’estero,
nonostante finanziarie di risanamento, riportò gli investimenti per gli
italiani all’estero a 73 milioni di euro. Dal 2008 al 2012, durante il terzo governo
Berlusconi, questi investimenti sono stati riportati a circa 12. E con il
Governo Monti la cosa è ulteriormente peggiorata. E non è un fatto solo di
risorse, ma un fatto di diversa attenzione e sensibilità tra Destra e Sinistra
agli italiani all’estero e diverso rispetto dei governi verso gli eletti
all’estero. Un rispetto e una sensibilità che il Centrosinistra ha dimostrato
di avere e ha ancora e che il Centrodestra ha dimostrato più volte di non
avere. Lo stesso Centrodestra che oggi è lacerato da scissioni, divisioni,
diversi programmi e che si ripresenta comunque con una coalizione nella quale Berlusconi
è candidato premier e con la Lega Nord che afferma che il premier non sarà
Berlusconi (sic!). Con Berlusconi che promette il condono tombale e l’abolizione
dell’IMU e la Lega che dice “mai il condono tombale” (Sic! Sic!).
Ma torniamo
ai “movimenti indipendenti”. Quelli che si dicono i veri rappresentanti degli
italiani all’estero, né di Destra né di Sinistra. Intanto vediamo quanti sono:
il MAIE, l’USEI, l’UISA, IPL, il Movimento 5 stelle, Insieme per gli italiani.
Quindi ben sei liste indipendenti, apolitiche e apartitiche.
Dunque, caro
Direttore, io mi chiedo: se sono tutte indipendenti e tutte che rappresentano
davvero gli italiani nel mondo, come mai non hanno fatto una lista unica? La
verità è che ognuna di questa rappresenta istanze o aspirazioni diverse. Ma
allora non c’è un solo movimento che rappresenti tutti gli italiani all’estero.
Oppure sono liste di singoli personaggi in cerca di un posticino in Parlamento per
difendere piccoli interessi privati?
Il problema,
poi, è che queste liste, nella migliore delle ipotesi (migliore per i
candidati, non certo per gli italiani nel mondo), potrebbero eleggere un paio
di deputati o senatori che in Parlamento andrebbero a ingrossare il Gruppo
misto e non riuscirebbero a fare, loro si, nulla per i nostri connazionali.
Nessuna loro proposta verrebbe mai presa in considerazione in Parlamento né
trasformata in legge.
Ricordo,
infatti, che in anni berlusconiani nei quali i singoli parlamentari sono stati
ridotti a meri ratificatori delle scelte del Governo attraverso gli
innumerevoli voti di fiducia, le iniziative dei singoli parlamentari
trasformatesi in legge sono state circa dieci su quasi mille parlamentari. Tra
queste solo il Partito Democratico ha puntato su proposte di eletti all’estero,
trasformando in legge la proposta dell’onorevole Marco Fedi sui diritti di rappresentanza
dei contrattisti. E se quella proposta è diventata legge dello Stato è solo
perché Fedi poteva contare sul sostegno di centinaia di parlamentari del
proprio Partito (il PD), sostegno che nessun parlamentare di liste
“indipendenti”, potrà mai avere. Ecco perché votare per liste “indipendenti”
degli italiani all’stero significa sprecare il proprio voto.
Inoltre,
faccio un’ultima riflessione.
Il Partito
Democratico, con l’attuale legge elettorale, certamente otterrà la maggioranza
assoluta dei seggi alla Camera dei deputati. E nessun Governo potrà essere formarsi
né essere stabile senza il sostegno del PD.
Al Senato,
qualora si volesse pensare a un governo diverso da quello guidato dal PD,
dovrebbe crearsi una coalizione sostenuta dal PDL di Berlusconi, dalla Lega
Nord di Maroni, dal Movimento 5 stelle di Grillo, da Rivoluzione civica di
Ingroia, dall’UDC di Casini e dalla lista civica di Monti.
Lei capirà,
caro Direttore, che un Governo del genere è impossibile e che, comunque, non
avrebbe mai la maggioranza alla Camera senza il PD.
Dunque,
votare per una qualsiasi lista o partito che non sia il Partito Democratico,
soprattutto al Senato, significa votare solo per dare instabilità all’Italia. È
questo che vogliamo? È questo che serve al nostro Paese? Secondo me no. Serve
stabilità, quella stabilità che può dare solo il PD a guida Bersani: l’unico
leader scelto per due volte da 4 milioni di cittadini, prima nel Congresso PD
del 2009 e poi nelle primarie di coalizione del 2012.
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