Visualizzazione post con etichetta Partito. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Partito. Mostra tutti i post

sabato 7 aprile 2018

Ripartiamo da noi, sapendo chi siamo e senza paura

Oggi ero invitato all'evento "Sinistra anno zero", voluto e organizzato dal mio amico Peppe Provenzano, che mi ha chiesto di parlare della Sinistra e nel mondo e, soprattutto, in America Latina.
Ho ringraziato Peppe e volentieri ho detto queste cose.


Buongiorno a tutti.
“Sinistra anno zero” è un titolo che evoca allo stesso tempo speranza e il suo contrario.

In effetti in questi ultimi decenni la Sinistra, quella italiana come quella internazionale, con alti e bassi, ha vissuta una lunga notte.

Qualcuno ha persino scritto che la Sinistra, in effetti, non c’era proprio più. Era sparita.

Eppure questo “fantasma” si è trovato a governare importanti Paesi, interi continenti e passaggi storici epocali.

Ma non sempre lo ha fatto assolvendo al suo ruolo storico verso quella parte di popolo che non ha potere e dignità.
A trovare un posto nella storia a chi ne è escluso, bandito, lasciato ai margini.

Abbiamo subito l’egemonia culturale delle destre, dimenticando cosa diceva Jean-Baptiste Lacordaire, che in certe condizioni, “fra il forte e il debole è la libertà che opprime e la legge che libera”.

Negli ultimi 25 anni, il mondo è diventato più ingiusto (guasto diceva Peppe nella sua bella introduzione citando Judt), anche se è cresciuto il PIL.

E il mondo si è guastato nonostante noi.

Anzi: also in our name.

E allora se la Sinistra non fa la Sinistra può capitare che dalla crisi peggiore della nostra vita non si esca con più Sinistra, ma con il ritorno prepotente della Destra, quella peggiore, che dimentica le buone maniere e mostra il proprio volto disumano.

La Sinistra perde in Italia e nel modo decine di milioni di consensi.

Non riesce più a rappresentare milioni di uomini e donne.

Non ha un pensiero che tiene insieme una parte ampia di popolo, di mondo.

Non è più in grado di formulare una idea internazionale della società:
migrazioni, crescita demografica in Africa, nuovo ruolo sullo scacchiere mondiale di Russia, Cina e India, ecologia.

Ma c’è stata un’eccezione.

Un posto in cui le cose sono andate a rovescio (come le stagioni, in quell’emisfero) e lo voglio dire paradossalmente proprio oggi che quella Sinistra vive la sua notte più scura: il Brasile e la Sinistra di Lula.

Una vicenda che non è né può essere raccontata come un fatto giudiziario.
È un enorme fatto politico e storico del Continente latinoamericano.

Laggiù si consuma il processo a una Sinistra che ha saputo assolvere pienamente al suo ruolo storico senza sangue e senza uscire dal mercato e dal consesso degli organismi economici internazionali, semmai offrendo loro una nuova prospettiva.

Ciò che si condanna e si tenta di abbattere oggi in Brasile è la prova che se non un altro mondo, almeno un altro modo è possibile.

Un modo che in poco meno di tre lustri ha letteralmente rimesso al mondo un popolo intero: 30 milioni di brasiliani (la Grecia per tre), sottratti allo scarto della storia.

Trenta milioni di fantasmi trasformati in cittadini, emancipati dalla miseria più inconcepibile per noi.
Oggi parte dei processi produttivi e democratici.

Per sessanta milioni di persone (l’intera Italia) si è trattato di fare un passaggio da un ceto all’altro.

Una Sinistra, insomma, che ha ottenuto alle presidenziali del 2006 cinquantotto milioni di voti (quasi tutta la popolazione italiana).

Credo si tratti dell’elettorato di Sinistra (espressosi democraticamente) più grande del pianeta, dopo quello Democratico degli USA.

Cinquantotto milioni di persone che hanno creduto in un processo democratico di cambiamento che aveva alla base la liberazione dallo stato di bisogno di masse enormi di persone.

Che hanno creduto nella redistribuzione della ricchezza, nel ruolo di organizzatore dello Stato, nei processi democratici pacifici, nel protagonismo delle masse, nello sviluppo sostenibile e in un nuovo ecologismo, in un inedito protagonismo internazionale del Brasile, persino nel “lontano” scacchiere mediorientale.

È stata quella Sinistra che ha dato al Brasile quell’“altro giorno” di cui parlava Chico Buarque in “Tuo malgrado”, bellissima canzone del 1970.

Dentro questa grande svolta storica e pacifica, non violenta, democratica, di Sinistra di governo, Lula ha commesso errori?

Sicuramente sì: con l’Italia il nefasto “caso Battisti”, per esempio; il fatto di non procedere a una riforma del sistema istituzionale ed elettorale; il non aver avuto la forza di sradicare la corruzione anche nel suo PT.

Ha commesso dei reati? Mi auguro di no e lo deciderà l’ultimo grado di giudizio.
Luci e ombre, come sempre, come per tutti.

Ma la forza dirompente di una politica che ha cambiato in una manciata d’anni il volto di un intero continente resta consegnata, credo, alla grande storia.

Se così non fosse non si capirebbe la reazione violenta delle forze reazionarie che colpiscono oggi un simbolo di cambiamento e non certo un corrotto qualunque.

Dopo anni di indagini, di quotidiane accuse infamanti, dopo una condanna, Lula continua a volare nei sondaggi ed è accreditato come sicuro vincitore in caso di candidatura.

Senza la candidatura di Lula il probabile vincitore delle elezioni di ottobre, invece, è un ultraconservatore, sostenuto da quelle associazioni militari che avviarono il golpe del ‘64 e che oggi tornano a mostrare un grande interesse politico e una palese avversione verso Lula, con esplicite evocazioni di ricorso alla violenza qualora gli fosse consentito di candidarsi.

Ecco, se dico queste cose, qui, oggi, è perché la Sinistra, in Italia e nel mondo, deve ritrovare se stessa, partendo dai suoi fondamentali.

Si può fare.

Lula ce lo ha provato.

Dobbiamo ritrovare un pensiero e un impegno internazionalista sui grandi temi: e la storia del Brasile e del Continente Latinoamericano è un grande tema della Sinistra, che riguarda la vita e il progresso di centinaia di milioni di persone, un importante soggetto nello scacchiere politico mondiale e anche un pezzo importante della storia d’Italia.

I due terzi dell’economia del Brasile sono in mano a oriundi italiani.
E qui mi fermo.

Vedete, mettendomi nel solco di ciò che diceva Cuperlo, voglio citare quel genio di Musil che scriveva:
“Ci si immagini uno scoiattolo che non sa se è una lepre o un gatto delle querce, un essere che non ha alcun concetto di sé, e si capirà che in certi casi può assalirlo una terribile paura della propria coda”

Ripartiamo da noi, sapendo chi siamo e senza paura: siamo la Sinistra.
Grazie a tutti e buon lavoro.

lunedì 23 gennaio 2017

Ripartire dal Sud

Sabato 21 gennaio ero invitato all'evento "Ripartire dal Sud", organizzato da SinistraDem nazionale e della Calabria, conclusa da Gianni Cuperlo.
Purtroppo, a causa di quello che Fantozzi avrebbe definito un "mostruoso ritardo di Alitalia", insieme ad Andrea De Maria siamo arrivati tardi e ad evento ormai concluso. Ma se fossimo arrivati in tempo avrei detto queste poche cose.
 
Buongiorno a tutti.
Grazie a Giovanni Forciniti, agli organizzatori e relatori di questo evento per l’invito e l’occasione che ci danno.
 
Grazie a SinistraDem, che anche in Calabria sta organizzando occasioni di discussione politica su temi di interesse specifico o generale.
Grazie naturalmente a Gianni Cuperlo e ad Andrea De Maria per essere con noi.
Grazie a tutti voi venuti qui in tanti, anche da fuori Crotone.
Io vorrei provare a dire solo poche cose sul tema di questa giornata: “Ripartire dal Sud”.
Ripartire implica il fatto che ci sia stata, in un tempo alle nostre spalle, almeno una partenza. E che a un certo punto ci si sia fermati.
Che saremmo, insomma, al punto in cui trovare nuovamente lo slancio per riprendere il cammino.
Magari in modo diverso da come lo si è fatto prima.
E in effetti al Sud si è provato molte volte a partire, in diversi modi.
Solo una “partenza” non si è mai arrestata, pur mutando di intensità: quella di chi, dal Sud, emigra.
Di chi lascia il Sud per ragioni economiche e parte.
Oggi assistiamo a un nuovo ciclo di partenze, prevalentemente per l’estero.
Solo nell’ultimo lustro, secondo il Rapporto Italiani nel mondo  della Fondazione Migrantes, più di centomila persone l’anno hanno lasciato l’Italia per cercare lavoro all’estero.
E, diversamente da quanto ‘raccontato’troppo spesso strumentalmente, il saldo tra emigrati e immigrati risulta negativo: sono di più gli italiani che partono che gli stranieri che arrivano. 
Quindi continuiamo a essere un Paese di emigrazione.
E anche se i dati assoluti ci dicono che la maggior parte delle partenze è concentrata al Nord, una analisi più attenta ci racconta una realtà diversa:  
chi parte dal Nord è in buona parte un lavoratore immigrato che in un primo tempo aveva trovato lavoro lassù e lo ha perso, o un meridionale che si era trasferito al Nord e ora va all’estero. 
Quindi il Sud continua a vivere una desertificazione umana. 
La Svimez, infatti, rileva che dal 2000 a oggi sono quasi 2 milioni gli emigrati dal Mezzogiorno, in gran parte laureati e sotto i 35 anni di età.  
E che entro il 2050 solo un italiano su 4 abiterà le città meridionali. 
Ecco che il titolo di questa iniziativa, quindi, seppur pensato come ripartenza del PD e del Governo, ho voluto interpretarlo anche come una intelligente provocazione culturale, per ragionare più a fondo sul perché della diaspora meridionale. 
Sono convinto che l’emigrazione economica – e quella meridionale è emigrazione economica – sia da sempre il termometro che misura la febbre di un Paese, cioè l’efficacia delle politiche di sviluppo, fiscali e del lavoro di un Paese.
Quindi il livello di progresso e di redistribuzione del reddito.  
Più l’emigrazione è alta, meno le politiche economiche e sociali sono efficaci. E viceversa. 
Il problema è che al Sud, dall’Unità a oggi, questa febbre è quasi sempre stata alta, configurando il Meridione come un problema strutturale.  
Per di più intrecciato a un altro problema strutturale: la criminalità organizzata, diventata parte della Questione meridionale e radicatasi ormai da tempo ben fuori dal Meridione. 
E quando il problema è strutturale e di lunga durata, il rischio è che le persone finiscano per rassegarsi a questo stato di cose, per perdere la speranza.
Il rischio è la rassegnazione allo status quo economico e al fatto che l’illegalità sia, al fondo, un ‘sistema’ con cui convivere, in assenza di alternative migliori. Quindi subentra la disperazione. 
E come scriveva Corrado Alvaro, si sa, “la disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile”.  
E il rischio è che al Sud, se non si aggrediscono i problemi strutturali, qualcuno possa cedere a questo stato d’animo, a una subalternità culturale, alla criminalità, all’antipolitica. 
Con buona pace delle numerose risorse che pure vi sono: sul piano paesaggistico, culturale, economico, lavorativo. 
Quindi il problema di una ripartenza del Sud, è tutto politico e culturale.
Serve un cambiamento, come direbbe il professor Costabile, di tipo gramsciano.
Gramsci rilevava che se ogni relazione umana è una relazione educativa, ogni rapporto educativo è un rapporto di potere.
E spiegava che occorre una egemonia culturale che deve farsi progetto di cambiamento del modo di intendere e vivere le relazioni umane, sia produttive che compiutamente pedagogiche.  
Occorre uscire dalla politica della navigazione a vista, dell’intervento emergenziale, o degli interventi settoriali e parcellizzati, non sorretti da un’idea complessiva di Paese.  
Occorrerebbe un Piano, vorrei dire grande, di sviluppo del Sud, per il quale non bastano – seppure sono condizione essenziale – le azioni di contrasto alla criminalità intese come lotta condotta dalla magistratura e dalle forze di polizia.
Servono soprattutto interventi strutturali sul capitale umano, innovazione logistica e tecnologica, investimenti culturali consistenti che accompagnino quelli economici.  
Il Meridione non deve essere pensato come una “Questione” a sé e slegata da un piano nazionale, ma deve essere trasformato nel cantiere della speranza:  
la speranza dei giovani del Sud – che non devono emigrare per necessità – e la speranza del Paese, che non può pensare di mettersi al passo con le economie forti del mondo se ha un terzo del suo territorio in una condizione di arretratezza economica.
Quindi “Ripartire dal Sud” sì, certo, ma culturalmente, economicamente e politicamente. Col PD che deve ritrovare anche qui la propria missione e il proprio impegno prioritario. 
Perché per ripartire politicamente serve una Sinistra che sappia assolvere al suo ruolo storico.
Il PD vorrà e saprà farlo con le potenzialità che ha anche al Sud?
Questa è la sfida da cogliere.
Grazie a tutti e buon lavoro.
 

domenica 23 ottobre 2016

L'emigrazione italiana in Sud America: differenza tra europa e italiani

Il 23 ottobre scorso sono intervenuto a Montevideo alla tavola rotonda Italiani nella sponda orientale del Plata, organizzata dal giornale La gente d'Italia e dal suo direttore Mimmo Porpiglia nell'ambito della Festa degli italiani. Di seguito la mia relazione.


Buon giorno e grazie a tutti per essere qui.
Grazie agli organizzatori e al direttore Porpiglia per l'invito a tenere un mio intervento e per la possibilità che mi dà di parlare dell'emigrazione italiana in Sud America.

Devo dire che mi dà emozione farlo qui, nella terra che è uno dei due mondi di Garbiladi.
Emozione e timore, perché in questi casi il rischio è di cadere nella retorica o, peggio ancora, di non essre all'altezza del compito.

Lo dico perché, da Garibaldi in poi, i nostri connazionali che hanno camminato su questo suolo, lo hanno fatto con gli stessi sentimenti di Garibaldi, con le medesime passioni, con eguali ambizioni peronali, seppur con diversi obiettivi.

Ma ciò che conta non è l'obiettivo, quanto la la capacità di sognarlo, il coraggio di cercarlo, la forza e la determinazione per relaizzarlo.
E i nostri connazionali in questa parte del mondo hanno mostrato, in più di 150 anni di emigrazione, capacità, visione, forza e determinazione.

E lo hanno fatto in modo diverso da come lo hanno ha fatto il resto dell'Europa.
Già, perche' dobbiamo ricordare, col metro lungo della memoria, la stori di questo meraviglioso Continente ferito e capire come si è sviluppato, con apporti di tipo diverso e non sempre nobile.
In questo senso, dobbiamo ricordare che questo Continente è il frutto dell'occupazione e dell'immigrazione europea.

E' il continente dove i regni e grandi stati nazione europei hanno esportato la propria missione coloniale, hanno sfrtuttato le materie prime, le risorse e le ricchezze locali, hanno spesso sfruttato (e annientato) le popolazioni indigene.

E quasi sempre tutto ciò lo hanno fatto ad esclusivo vantaggio di una economia europea che andava sempre piu' crescendo e consolidandosi nella formazione di classi borghesi, imprenditoriali, manufatturiere che avrebbero fatto dell'Europa prima e degli USA poi le grandi potenze mondiali che abbiamo conosciuto per tutto il '900.

Quindi il progetto, per diversi secoli, è stato sempre lo stesso: occupare i territori dell'America Latina, sfruttarne le materie prime, gli spazi, le risorse e la mandopera, ricavarne produzione a basso costo e commercializzarla e distribuirla in Europa e in Nord America, così da far crescere l'industria di trasformazione, la classe borghese e le ricchezze di quei paesi a danno di questa parte del mondo.

In quest'opera sono stati attivi protagonisti prima i diversi regni e stati nazione europei (Portogallo, Spagna, Francia, Olanda, Belgio, Inghilterra) e successivamente e con maggior forza gli USA.

Basti ripercorrere la storia coloniale di questo Continente e le lotte di indipendenza per sentir risuonare i nomi degli stati che ho menzionato.
Ma se lo si fa, ci si accorgera' che in questa storia non compare mai la parola Italia.
L'Italia non è stata parte di imprese coloniali in Sud America, di sfruttamento di materie prime o di popolazioni indigene, di protettorati o colonie.

Nessuno stato dell'America Latina ha dovuto fare una guerra di indipendenza per rendersi autonomo dall'Italia.

Eppure è risuonato sempre e forte, qui in Sud america, l'eco degli italiani. Quello si.
Ma sempre come popolo, mai come Regno, come Stato, come Nazione.

Perché l'Italia, quaggiù, c'è venuta con i suoi figli, con i suoi contadini che sostituivano gli schiavi africani o i lavoratori indigeni, con i suoi manovali, con le sue intelligenze ingegneristische e artistiche, persino con i suoi eroi liberatori come quel Garibaldi che ho citato in apertura.

Quindi se di emigrazione e presenza italiana in Sud America vogliamo parlare, dobbiamo parlare di una emigrazione e presenza fraterna.

Fraterna nel senso della comune sofferenza dei popoli indigeni, dei popoli sudamericani resisi liberi dal colonialismo e dalla dipendenza legale dagli stati europei, ma non dalla condizione di sfruttamento economico, imprenditoriale e politico.

Fraterna perché emigrazione figlia della volontà di riscatto dalla miseria, dalla fame, dalla dittatura.

Fraterna perché chi emigrava dall'Italia per il Sud America emigrava per venire a lavorare e a cercare dignità e non per venire a colonizzare terre o popoli, per sfruttare materie prime e risorse, per produrre ricchezza da portare in altri luoghi.

Chi partiva dall'Italia per venire quaggiù lo faceva perché in questo quaggiù credeva come a una terra di riscatto e non come a una terra da spremere e sfruttare.

Ecco, dunque, qual è la differenza che, per ciò che riguarda l'emigrazione italiana in Sud  America, mi porta a parlare da un lato di Portogallo, Spagna, Francia, Olanda, Belgio, Inghilterra, USA e dall'altro di italiani.

Perché da una parte c'erano gli Stati nazione europei e dall'altra c'era il popolo italiano.

I primi si muovevano per interessi economici creando ricchezza nei loro territori a discapito di questa parte del mondo che sfruttavano, i secondi si muovevano per cercare il proprio privato riscatto creando ricchezza e integrazione in questi territori.

Ecco, dunque, cos'è l'emigrazione italiana e cosa la caratterizza rispetto alle altre: è il movimento spontaneo e di necessità di un popolo immenso e coraggioso che non aveva alle spalle una nazione che li sosteneva e indirizzava per sfruttare altri paesi e altri popoli a fini di ricchezza interna.

Ma un popolo che cercava dignità tra altri popoli, sfruttati o meno, sapendo con essi condividere il dolore della propria storia, la sofferenza del proprio lavoro, la dignità del riscatto collettivo.
In questa storia, quindi, gli italiani ce l'hanno fatta.


Si sono integrati, si sono realizzati, hanno amato e si sono fatti amare, hanno contribuito a produrre ricchezza in loco senza strapparla e portarla via.

Sono diventati popolo tra i brasiliani, venezuelani, argentini, cileni, uruguayani.

Sono diventati ciò che oggi siete, quel popolo che viene omaggiato e festeggiato all'interno del massimo organo istituzionale di rappresentanza: il parlamento di questo splendido Paese.
L'emigrazione italiana siete voi, siete l'Italia, siete l'Uruguay, siete i cittadini di questo complesso,difficile e inafferrabile mondo.

Siete gli eroi di due mondi e i Garibaldi di ogni epoca e luogo. Siatene orogliosi e fieri.
Grazie

lunedì 1 agosto 2016

L'umanesimo degli italiani nei nostri tempi mitici

Lunedì primo agosto sono stato intervistato da Riccardo Giumelli per La voce di New York e ho detto  queste cose. Buona lettura.                         
Da tempo si occupa di emigrazione, tema su cui ha scritto "Andarsene sognando. L’emigrazione nella canzone italiana". Con Eugenio Marino abbiamo discusso di italicità e di made in Italy che, ci ha detto, deve andare oltre il marketing.
 
Raccontare la cultura italiana e gli italiani nel mondo è uno dei temi di questa rubrica. Per saperne di più e qualcosa di nuovo abbiamo incontrato Eugenio Marino, responsabile nazionale del Partito Democratico per gli italiani nel mondo, che da tempo si occupa di emigrazione, tema sul quale ha scritto un libro molto intrigante: Andarsene sognando. L’emigrazione nella canzone italiana, una ricostruzione storica dell’Italia degli ultimi 150 anni attraverso la musica italiana che parla di emigrazione.
 
Innanzitutto ci racconti come arriva a fare politica e soprattutto ad occuparsi di italiani nel mondo all’interno del PD.
“Ho cominciato da bambino, al fianco dei miei genitori e loro coetanei, in un piccolo paese della Calabria, dove la domenica mio padre mi faceva distribuire l’Unità e poi, crescendo, cominciavo a fare gli annunci per i comizi, distribuire i volantini fatti al famoso ciclostile, attaccare i manifesti e fare vita di sezione. A quei tempi – anni Settanta e Ottanta – le sezioni del PCI e della FGCI del mio paese erano molto attive e vi era una comunità unita nella quale si respirava un vento di speranza e condivisione, che derivava da una forte tensione etica e politica. C’erano giovani brillanti, ai quali la generazione precedente uscita dalla Guerra aveva saputo trasmettere una severa cultura politica e una voglia di riscatto collettivo. E questo valeva anche per i nostri avversari di allora, seppure parliamo di un paese di circa 2.000 persone. Poi c’era la Federazione del PCI di Crotone, territorio delle lotte contadine di Melissa e la città operaia della Montedison, epicentro di battaglie politiche e sindacali storiche, che rappresentava un caso politico in positivo. Quella Federazione era chiamata la Botteghe Oscure del Sud e io la frequentavo settimanalmente coi miei genitori fin da bambino. Di quegli anni mi resta, quindi, un senso di comunità e di appartenenza che sono, forse, l’essenza più autentica della politica. E tutto questo contesto, vissuto attraverso l’impegno diffuso di intere generazioni prima della mia, ha inciso molto sulla mia formazione, spingendomi da sempre a fare politica, seppure senza mai ricoprire alcun ruolo e senza mai cercare o accettare alcun tipo di candidatura”.
 
E l’interesse per gli italiani all’estero quando è iniziato?
“Dopo la laurea a Roma ho potuto collaborare da volontario al Dipartimento Internazionale dei DS. Erano gli anni storici dei governi de l’Ulivo. Allora si modificò la Costituzione (non è vero che non si riesce mai a cambiarla questa Carta), si introdusse la Circoscrizione estero e si andava verso il varo della legge ordinaria per il voto all’estero. Il mio impegno si concentrò, nel Dipartimento esteri, sulle politiche per gli italiani nel mondo e lì cominciai a ricoprire qualche ruolo: sono stato prima Responsabile comunicazione all’estero dei DS e poi del Coordinamento de L’Unione per gli italiani nel mondo, vice responsabile dei DS per gli italiani all’estero, componente del Coordinamento nazionale del PD per gli italiani nel mondo e membro del Comitato di controllo della Presidenza del Consiglio su Rai International. Fino a diventare poi Responsabile nazionale del PD per gli italiani nel mondo”.
 
Gli italiani nel mondo sono da molti, soprattutto in politica e negli affari, considerati i primi ambasciatori dell’Italia nel globo. Non le sembra che spesso siano parole piuttosto che fatti? Nel senso che il bisogno di Italia di questi italiani nel mondo è molto più forte delle attenzioni e del riconoscimento che l’Italia dà loro?
“No, non proprio. Nel senso che gli italiani nel mondo sono naturalmente e realmente i primi ambasciatori dell’Italia, perché rappresentano il nostro Paese agli occhi di chi li ospita, la nostra cultura in tutti i suoi aspetti, i nostri pregi e i nostri difetti. E sempre naturalmente e di fatto sono ‘consumatori’ di prodotti italiani che sentono loro, che fanno parte della loro vita, della loro storia (familiare e nazionale), dei loro gusti. Poi, nel senso critico che lei giustamente sottolinea rispetto alla politica e all’impresa, in entrambi questi ambiti non si riesce a fare realmente sistema e a tenere questi ‘ambasciatori naturali’ dell’Italia e dei suoi affari in una rete organizzata, con una visione chiara e universale, un progetto preciso, una geopolitica adeguata ai tempi, delle strutture razionali e flessibili, delle risorse adeguate. E, inoltre, gli stessi italiani in Patria, per decenni hanno coltivato un sentimento di rimozione della storia migratoria del nostro Paese. E ancora oggi, guai a parlarne o a riconoscere negli immigrati che arrivano da noi gli italiani che si sono dispersi nel mondo. Guai a ricordare che essi hanno agito esattamente come i migranti di oggi, hanno subito le stesse discriminazioni, hanno seminato le medesime paure e hanno compiuto i medesimi crimini: era italiano l’assassino del presidente della Francia, Carnot, era italiano il terrorista che compì la strage di Wall Street del 1920 (che rimarrà la più sanguinosa della storia degli USA fino quella di Oklahoma City del 19 aprile del 1995). E potrei continuare anche sul versante dell’integralismo religioso di cui erano accusati gli italiani nei paesi laici. Quindi, gli italiani nel mondo sono, nel bene e nel male, realmente degli ambasciatori naturali dell’Italia e dei suoi prodotti e, lo sono perché ricordano e amano il proprio Paese anche se il proprio Paese non riesce a coltivarne a pieno le potenzialità, sia per un problema politico che culturale in patria. Insomma, per dirla con le parole che usa l’artista Cataldo Perri nella sua opera Bastimenti, ‘i nostri emigranti certamente ricordano più di quanto siano ricordati’. E questo è un problema anche per l’Italia e non solo per gli italiani nel mondo”.
 
Conoscerà certamente questo nuovo paradigma coniato da Piero Bassetti, e di cui tanto scriviamo su questa rubrica, dell’Italicità. Cosa ne pensa?
“Lo trovo molto appropriato. Bassetti ha avuto una felice intuizione, che è una sintesi di molti e diversi concetti legati alla storia del nostro Paese, alla sua cultura, al suo know how, alla sua diaspora globale più che centenaria, allo stile di vita e allo stile delle forme italiane, al nostro concetto del bello, alla voglia dei non italiani di vivere, consumare o creare all’italiana, alla necessità di stare al passo coi tempi. Oggi viviamo infatti un’epoca mitica (anche se il termine è stato ormai banalizzato e lo si usa per qualsiasi sciocchezza). Mitica, infatti, nel senso di straordinaria e globale, nella quale si susseguono eventi grandiosi, nel bene e nel male, nella quale ogni evento in un angolo del Pianeta può avere ripercussioni su tutto il Globo. Un’epoca nella quale le potenzialità, gli strumenti e le ricchezze sono enormi e potrebbero dare una vita degna a tutti e nella quale le disuguaglianze e gli squilibri hanno raggiunto punte mai conosciute nella storia dell’evoluzione umana. E un’epoca nella quale l’uomo del tempo è, più che in ogni altra, l’uomo in movimento, quello che si sposta, il migrante. E si sposta proprio per eventi mitici: guerre, fame, dittature, siccità o desiderio di realizzazione, anch’esso una cosa mitica. Ecco, in questi tempi, Bassetti supera il concetto di nazionalità e lo colloca in una dimensione mitica – storica e globale – adeguata ai tempi. Quindi non parla più di cittadini italiani, o di oriundi, o di partner dell’Italia, ma parla di italici, superando confini, nazionalità e cittadinanza, prevedendo cosmopolitismo e contaminazione, senza negare o cancellare una storia o una tradizione o una evoluzione. Ma anzi prendendo da questa tradizione e cultura proprio un tratto identificativo e fondante, cioè quello della mescolanza derivante dalla solidarietà e dal saper accogliere e integrare persone, culture e saper fare diversi”.
 
Il made in Italy ha certo costruito la sua grande forza e diffusione anche con il contributo degli italici nel mondo che lo ha promosso e consumato. Quale potrà essere il contributo futuro in questo senso in un mondo sempre più glocale?
“Il made in Italy si è diffuso in maniera massiccia anche per il contributo notevole degli italiani nel mondo prima e degli italici dopo, per un fatto naturale, come si diceva. Ma ha costruito la sua forza proprio su alcune caratteristiche originali, culturali e di qualità, di gusto, di particolare armonia di forme e materiali, di tradizioni. Insomma, il made in Italy è un qualcosa di molto complesso che va molto oltre un semplice prodotto, che sia esso materiale, culturale, ideale o culinario. E la complessità gli viene dal fatto di tenere insieme tutto ciò che è la storia millenaria del nostro Paese, del Mediterraneo e dell’Europa tutta, di cui l’Italia è sintesi e gli italici sono rappresentazione nel mondo. Quindi essi possono avere, ancor di più nei tempi mitici di oggi, quella funzione di esempio di mescolanza e integrazione, di ponte tra culture, know how e prodotti. Ma possono farlo solo se non perdono la centralità dell’Umanesimo che caratterizza e ha caratterizzato il nostro Paese, quella capacità di non pensare solo al profitto e al sistema di produzione, ma anche alla persona che produce e che è parte del prodotto stesso, perché nel produrre ci mette se stesso, la sua storia personale e collettiva e la sua realizzazione attraverso il lavoro. Se, dunque, per quella persona il lavoro è sfruttamento ai fini di lucro per altri, il suo impegno, la sua creatività e il suo valore saranno una cosa. Se il lavoro è invece realizzazione della propria storia (personale e collettiva) e della propria persona, allora impegno, creatività e valore saranno altra cosa e migliore”.
 
Ad un recente incontro pubblico ha sostenuto che “occorre evitare che si affermi l’idea che l’universo italico sia riconducibile alla esclusiva funzione di penetrazione commerciale e di marketing”. Che cosa intendeva con questo?
“Un po’ ciò che ho detto qui e che vale sia per chi produce qualcosa che per chi la consuma. Gli italici non devono essere pensati come tanti rappresentanti commerciali a costo zero per le imprese che producono, ma come persone con una storia, una dignità, un percorso di vita complesso e spesso anche sofferto. Quindi uomini e donne che consumano, certamente, ma con un grande orgoglio per ciò che sono. E per ciò che sono vogliono e devono essere considerati, non per ciò che fanno o possono fare per l’Italia e per il made in Italy che pure amano e li rappresenta. Se nel costruire una politica e una rete per gli italici l’approccio è questo, ci sarà orgoglio e volontà da parte loro e, di conseguenza, arriverà anche e per convinzione la penetrazione commerciale, in modo naturale. Cioè deve esserci, nel guardare a questa comunità, il giusto riconoscimento delle persone, delle loro storie e delle loro dignità in un’ottica collettiva, di comunità valoriale. Stesso discorso vale per chi produce. L’impresa deve ricordare che esiste, oltre che per il capitale che vi è investito, anche per la gente che vi lavora e investe la propria capacità creativa. Quindi il profitto deve tornare percentualmente e senza le enormi disuguaglianze di oggi, anche a chi lo ha generato e prodotto (siano esse persone o Paese d’origine), non può vagare nel Globo a valorizzare solo i capitali investiti e nelle tasche di pochissime e ricchissime persone. Deve esserci un giusto equilibrio. Le riporto due esempi che fa Antonio Galdo nel suo bel saggio L’egoismo è finito e che per me sono paradigmatici dell’impresa che tiene conto di tutto ciò, rispettando la persona, rimanendo nel solco della nostra storia, creando prodotti di grande qualità e originalità, producendo profitto e ricchezza senza generare squilibri esagerati. Il primo si colloca nella prima metà del secolo scorso, è il modello del welfare aziendale e della Città dell’Armonia di Gaetano Marzotto dove, ad esempio, la Cassa di previdenza gestiva le pensioni dei dipendenti che lasciavano l’azienda, la Cassa di soccorso erogava prestazioni sanitarie, la Società del magazzino pensava all’acquisto e allo spaccio di generi alimentari e della legna a prezzi bloccati, per impedire speculazioni e affrontare l’aumento del costo della vita in tempi di crisi. Il secondo e contemporaneo a noi, è l’esempio della Luxottica di Leonardo Del Vecchio, che porta in azienda gli asili nido, la baby sitter a casa dei dipendenti in caso di emergenza, le visite specialistiche gratuite, il check-up per i parenti anziani, il carrello della spesa con olio, pasta e formaggi, la Banca ore o il job sharing, cioè il lavoro condiviso in famiglia: se un lavoratore ha problemi che si protraggono (per esempio di salute) può farsi sostituire da un parente o se un figlio sta finendo gli studi e vuole imparare un mestiere o formarsi può sostituire il padre o la madre. Ecco, sono esempi di come si può e deve evitare di pensare esclusivamente alla funzione di penetrazione commerciale e marketing e di come si può pensare come comunità valoriale e creare ricchezza partendo dalla centralità della persona, della sua storia e della sua cultura in un nuovo umanesimo, anche e soprattutto in tempi di crisi”.
 
Ci racconta un aneddoto che ha appreso in questi anni di lavoro con gli italiani all’estero che meglio li racconta?
“Ahahah… sì, volentieri. Si tratta di una lettera che ci venne inviata molti anni fa a doppia firma da presidente e vice presidente di una associazione regionale e con la quale ci si chiedeva un aiuto per avere dei contributi per ristrutturare la sede nella quale erano impegnati a diffondere la lingua, la storia e la cultura italiana. Il testo della lettera, che per ovvi motivi privo dei riferimenti a persone, luoghi e nomi di associazioni, era scritto esattamente così: ‘La Comissione Direttiva della ASSOCIAZIONE […] NEL MONDO ‘[…], a l’onore di partecipare in questa cena insiemi a tanti […], che si preoccupano di difundiri la storia e la cultura Italiana. Qui insiemi a diversi attività si insegna la lingua italiana, e folclori […]. Per potere svogliere questi progetti abbiamo construito in primo piano una sala e ora chiedemo cortesemente se Lui podrebbe tramitare dal Governo Italiano un pìcolo subsidio per mettere il tetto gia che ni vediamo impossibilitati per motivo econòmico. La sala di sopra a 100 metri cuadri. Nella sicurezza che Lui ni terra presente vi ringrazziamo caramente aspetando una pronta risposta e porgiamo i nostri férvidi e cordiali saluti’. Da allora la tengo sempre appesa nel mio ufficio perché rappresenta profondamente il legame sentimentale e culturale degli italici nel mondo con l’Italia. E non importa quale sia il loro livello di istruzione o la loro capacità di parlare, scrivere o fare impresa. Sono e si sentono parte di questa comunità, della quale avvertono il valore storico, culturale e linguistico e si ingegnano in ogni modo per tenerlo vivo e alimentarlo. E questa gente, anche umile, pur non conoscendo la lingua, ha creato nel mondo migliaia di strutture che poi hanno fatto un grande lavoro di promozione, pagando professori in grado si insegnare con qualità. Ecco perché questa lettera, nella sua umiltà, è dignitosissima, bella, emozionante e paradigmatica di cosa sia stata e sia questa nostra grande comunità, capace dal niente di costruire imperi con al centro la persona e la sua dignità”.
 
Infine, Lei ha fatto una tesi di Laurea su De André, Guccini e De Gregori. Riassumendo in poche parole, e capisco quanto possa essere difficile, qual è stato il più grande insegnamento che questi grandi artisti le hanno dato sull’Italia e sull’essere italiano?
“Beh, da loro ho imparato a usare la sensibilità per riconoscere noi nell’altro, anche il più diverso, e capire che in fondo siamo tutti uguali, con gli stessi bisogni e le stesse ambizioni. Questo mi ha fatto capire un po’ ciò che dicevo sopra: il tratto storico italico, che è quello dell’accoglienza, della mescolanza, del cosmopolitismo. Ed è tutto questo mescolare storia, popoli, culture, prodotti, che poi fa ciò che siamo. Guccini, nell’intervista che gli feci proprio per la tesi, per farmi capire come nascevano le sue canzoni e cosa fossero rispetto a tutto ciò che leggeva, ascoltava o da cui traeva ispirazione, mi disse: ‘Io amo fare il paragone […] con il maiale […]. Dai tanto cibo ad un maiale e poi quando fai il prosciutto […] non sai più quale cibo fosse quel prosciutto’. Ecco, questo vale per l’italico o per l’essere italiano: abbiamo avuto nella nostra storia patria l’occupazione dei popoli più diversi, abbiamo noi stessi girato il mondo, ci siamo mescolati con le culture, i saperi, le vite di ogni angolo del pianeta, quindi siamo oggi una sintesi di tutto ciò, siamo un prosciutto fatto da tutti i cibi che abbiamo consumato per secoli, ma ormai impossibili da distinguere gli uni dagli altri’”.

mercoledì 15 maggio 2013

Ritrovare identità e senso dello stare insieme

Per chi avesse la voglia e la pazienza di leggerla, questa è la relazione introduttiva che ho tenuto all'Assemblea della Circoscrizione estero del 10 maggio scorso.
 
Carissimi,
grazie a tutti per essere qui nonostante i tempi stretti della convocazione di questa Assemblea.
La preparazione di questa assise nazionale, infatti, arriva in un momento difficile, di grande difficoltà e disorientamento del Partito. E arriva con un carattere di urgenza allarmante.

Quindi ringrazio per lo sforzo organizzativo di cui si è fatto carico, come sempre, il mio Ufficio.
Ringrazio anche Beatrice, Paolo e Monica, che hanno lavorato all’odg e che presiederanno i lavori.

Ci troviamo probabilmente nel momento più difficile della vita del nostro Partito, decisivo per il suo futuro. E questa volta lo dico in termini non solo di tenuta elettorale, ma di sopravvivenza politica.

Un momento storico drammatico, nel quale dalla crisi economica mondiale, istituzionale italiana, identitaria e organizzativa del PD e della Sinistra, possiamo uscire solo dicendoci chiaramente cosa deve essere il PD, a quale base di riferimento vuole guardare, per costruire quale tipo di società, con quale collocazione internazionale e con che struttura organizzativa, con quale idea di partito.

Per questo motivo, domani l’Assemblea nazionale dovrà eleggere il Segretario che traghetterà il Partito fino al prossimo congresso.
Congresso che dovrà svolgersi in tempi brevi: entro ottobre probabilmente.
Si dovranno poi riconvocare la Direzione nazionale e una prossima Assemblea per capire se e come si dovrà modificare lo Statuto.

Questi passaggi chiaramente riguarderanno anche noi e avranno sulla Circoscrizione estero una immediata ricaduta politica e organizzativa.
Anche noi dovremo tenere i congressi in tutti i nostri circoli, dire con chiarezza che tipo di partito vogliamo e a che tipo di società vogliamo guardare. In quale contesto internazionale vogliamo collocarci.

Una discussione di carattere nazionale che dovrà passare attraverso il rinnovo dei gruppi dirigenti nazionali e locali, dai circoli alle segreterie di Paese e attraverso il completamento dei passaggi formali a cui siamo chiamati.

Abbiamo assistito negli ultimi due mesi a collasso della vecchia classe dirigente del Partito. A cui si aggiunge, a mio parere, il palesamento di quella che Pasolini chiamava “mutazione antropologica” di una comunità: quella dei rappresentanti del nostro Partito insieme a quella del nostro elettorato e della società in generale.

In questa mutazione, mi pare ci sia la perdita di quel “sentimento di comunità” del quale spesso ho parlato anche in questa assemblea, nei circoli in giro per il mondo e nel seminario del 5 maggio 2011.
Quel sentimento secondo il quale si sacrifica il punto di vista personale per un’idea collettiva che diventa azione concreta.
Sentimento che allontana e distrugge ogni forma narcisistica in cambio della forza appagante di condividere qualcosa coi compagni di lotta.

Quel sentimento, quindi, che ci fa sentire tutti parte di grande una comunità ideale: prima della comunità italiana, poi della comunità di Sinistra e poi della comunità del PD.
Più volte ci siamo detti che c’era il rischio reale che chi era chiamato a rappresentarci, finisse per anteporre le proprie visioni e le proprie istanze a quelle della comunità più ampia.
Così come i nostri elettori, che pure pretendevano spesso di voler vedere anteposte le proprie istanze di parte rispetto a quelle del Partito e del Paese.

Mi pare che, senza voler giudicare chi ha fatto bene o male, chi avesse ragione o torto, questo sia successo in questi mesi (ma probabilmente anni) nel nostro popolo e nel nostro Partito.
E mi pare che l’esito sia stato il collasso a cui accennavo.

Ne vorrei discutere qui, su diversi piani, ma dopo aver fatto una premessa.
In democrazia non ci sono molti modi per tenere insieme una comunità, una associazione di persone libere o un partito.
E questi modi, questi modelli sono noti:
1)      vi è il modello dei partiti “padronali” (o se volete chiamateli dei leader forti), come il PDL, nel quale vi è solo Berlusconi che “comanda”. E tutto il resto è contorno e consenso al capo;
2)      vi sono i modelli movimentisti e populisti, tipo la Lega di Bossi, l’IDV di Di Pietro e oggi il Movimento 5 stelle di Grillo e per qualche verso il MAIE di Merlo;
3)      e vi sono i modelli popolari e di rappresentanza democratica, tipo il PD.

Nei primi due modelli vi è una persona sola al comando intorno alla quale si costruisce una comunità che segue e che ha scarso potere decisionale e addirittura di discussione o stimolo. Uno va e gli altri seguono, altrimenti “si è fuori”.

Nel terzo modello, il nostro, vi sono molte persone che discutono e decidono, dai circoli al vertice. Lo fanno attraverso luoghi virtuali, altri fisici, consolidati e formali, attraverso metodi democratici e organismi ampi o ristretti, sia in linea orizzontale che verticale.

Ma lo fanno a tutti i livelli attraverso il principio democratico della decisione a maggioranza, che è l’unico che può funzionare, nel nostro ambito culturale e politico, come l’alternativa possibile alla mancanza di sintesi comune e in alternativa al metodo del “seguire l’ordine del il capo”.
Dunque non si tratta solo di un “vincolo regolamentare”, ma di un “principio etico”.
Walter Tocci direbbe un “atto spirituale”.

Questo principio era fondativo del Partito Democratico come della coalizione “Italia. Bene comune”. E questo principio è saltato sia nel Partito che nella coalizione negli ultimi due mesi.
E insieme al principio sono saltati il Partito e la coalizione.

Dunque: attraverso una “mutazione antropologica” del popolo e della dirigenza della Sinistra (ma vale per tutta l’Italia) è venuto meno il senso di appartenenza a una comunità, l’etica politica di chi ha responsabilità di rappresentanza generale e “il” principio democratico per eccellenza.

Dunque è venuta meno la nostra capacità di stare insieme da uomini liberi.
Ecco perché dico che il momento è drammatico.

In questa situazione, la Sinistra e il PD, che pure è il primo partito in Italia con circa 400 parlamentari (una condizione di forza mai registrata nel nostro Paese), si trova paradossalmente nella situazione di massima debolezza culturale nell’influenzare vita, carattere nazionale, politica e assetti sociali.

Quando era minoritaria, accadeva il contrario, poiché aveva una tale capacità culturale che era in grado di influenzare le classi dominati e la cultura nazionale.
Oggi, invece, a causa delle nostre debolezze, quella capacità di influenza ce l’ha la destra berlusconiana, che fa emergere nel Paese, tutto il Paese (anche quello di Sinistra), l’Italia peggiore, favorendo e accentuando quella mutazione antropologica di cui parlavo.

Quindi, oggi serve che il PD torni a un’etica, una cultura e a una visione chiara del Partito e della società. Serve che dica forte e chiaro cosa vuole essere, che modello di società vuole disegnare, con chi vuol farlo a livello internazionale e con quale strumento partito.
Questo era anche l’obiettivo di cui si è discusso nel congresso del 2009.
Ma che non si è riuscito a fare negli anni successivi, sempre travolti da emergenze o scadenze elettorali immediate.

Cosa che ha finito per sancire un patto federativo tra le diverse anime culturali del partito, degenerato anche in patti correntizi.
E questo ha portato a una unità formale fatta di non belligeranza e a una scarsa capacità di attrazione nell’elettorato, che in parte si è rivolto a Grillo per sottolineare la richiesta di cambiamento.

E soprattutto di cambiamenti anche radicali, dei quali spesso il nostro PD ha avuto paura attestandosi su posizioni troppo sbiadite, tanto argomentate da sembrare fuorvianti, convinto che i nostri elettori fossero spaventati da scelte nette e divisive.

Io credo non sia vero. Quindi da qui occorre ripartire per ricostruire il senso di comunità e tornare in sintonia con nostro popolo.
È infatti vero che il popolo, come il nostro partito, è plurale. Ma l’unità del popolo e del partito la si ottiene quando la politica si dà una linea, anche di frattura, ma dalla quale poi parte per ricomporre le differenze sociali e culturali.  

Ma questi sono temi che dovremo trattare, questa volta fino in fondo e con il massimo della chiarezza, al congresso.

E dunque da qui dobbiamo prepararci ai temi e all’organizzazione formale dei congressi nei circoli all’estero.
I delegati, tutti voi delegati, dovete cominciare ad avviare questo lavoro nei vostri territori.
Mentre qui, oggi, penso dovremo discutere sulla necessità di individuare alcune questioni prioritarie da portare nell’agenda politica parlamentare.

A cominciare dai temi istituzionali:
a)      delega governativa per gli italiani nel mondo;
b)      mantenimento e ruolo della Circoscrizione estero nell’ambito della riforma costituzionale;
c)      riforma del sistema di voto.

E temi politici: IMU, servizi verso i connazionali, lingua e cultura.
Dobbiamo farlo sulla base del programma con il quale ci siamo presentati agli elettori a febbraio e, soprattutto, tenendo presente l’anomalo governo che ci troviamo a sostenere e le risorse a disposizione.
Senza sottovalutare anche il cambio degli stessi interlocutori all’interno del PD: domani cambia il Segretario e l’intera Segreteria. E non è cosa irrilevante.

Per cui io propongo di concentrarci su pochissime cose fattibili sia istituzionalmente che politicamente e proporle al voto della nostra assemblea, ragionando sull’opportunità di farle assumere all’assemblea nazionale sulla base della discussione che si farà domani.

Non escluderei, infatti, che in quella assise ci si concentrerà solo sulle questioni attinenti alla vita interna e alle prospettive del partito. Ma vedremo domani.

Vista la peculiarità di questa assise, l’incertezza nel programmare i passaggi futuri, i tempi e il calendario dei lavori nazionali, mi fermo qui, senza relazionare su altre questioni (pure importanti), rispetto alle quali lascio l’Assemblea libera di discuterne riservandomi, eventualmente, di tornarvi nelle conclusioni.

Grazie e buon lavoro.

venerdì 15 febbraio 2013

Non votare PD significa votare per l’instabilità di Governo

Per chi avesse la pazienza di leggerlo, oggi ho scritto questo articolo che trovate anche su La gente d'Italia. Buona lettura


Caro Direttore,

leggo sempre più spesso dichiarazioni e appelli di diversi candidati a votare i cosiddetti “movimenti indipendenti” degli italiani all’estero, gli “unici”, secondo questi candidati, che non essendo né di Destra né di Sinistra e senza essere sottoposti ai diktat dei grandi partiti, rappresenterebbero davvero tutti gli italiani all’estero e le loro istanze in Parlamento.

E leggo ancora dei commenti di questi candidati nei confronti dei parlamentari eletti all’estero nelle scorse legislature: tutti uguali, a loro modo di vedere, e tutti inutili. Secondo questi aspiranti neo-parlamentari, i parlamentari uscenti non avrebbero fatto nulla per gli italiani all’estero, poiché sottoposti alle direttive dei propri partiti.

Sono dello stesso tenore persino alcuni commenti di bravi giornalisti, che in questo caso penso antepongano i propri problemi personali con alcuni parlamentari eletti all’estero, a una più lucida valutazione dei fatti.

Io non credo che tutti i parlamentari eletti all’estero siano stati inutili, né che tutti i partiti siano uguali e ugualmente disinteressati ai nostri connazionali. Faccio solo un esempio: il Governo Prodi, dopo cinque anni del secondo Governo Berlusconi che aveva dimezzato gli investimenti verso gli italiani all’estero, grazie al lavoro dei parlamentari del centrosinistra eletti all’estero, nonostante finanziarie di risanamento, riportò gli investimenti per gli italiani all’estero a 73 milioni di euro. Dal 2008 al 2012, durante il terzo governo Berlusconi, questi investimenti sono stati riportati a circa 12. E con il Governo Monti la cosa è ulteriormente peggiorata. E non è un fatto solo di risorse, ma un fatto di diversa attenzione e sensibilità tra Destra e Sinistra agli italiani all’estero e diverso rispetto dei governi verso gli eletti all’estero. Un rispetto e una sensibilità che il Centrosinistra ha dimostrato di avere e ha ancora e che il Centrodestra ha dimostrato più volte di non avere. Lo stesso Centrodestra che oggi è lacerato da scissioni, divisioni, diversi programmi e che si ripresenta comunque con una coalizione nella quale Berlusconi è candidato premier e con la Lega Nord che afferma che il premier non sarà Berlusconi (sic!). Con Berlusconi che promette il condono tombale e l’abolizione dell’IMU e la Lega che dice “mai il condono tombale” (Sic! Sic!).

Ma torniamo ai “movimenti indipendenti”. Quelli che si dicono i veri rappresentanti degli italiani all’estero, né di Destra né di Sinistra. Intanto vediamo quanti sono: il MAIE, l’USEI, l’UISA, IPL, il Movimento 5 stelle, Insieme per gli italiani. Quindi ben sei liste indipendenti, apolitiche e apartitiche.

Dunque, caro Direttore, io mi chiedo: se sono tutte indipendenti e tutte che rappresentano davvero gli italiani nel mondo, come mai non hanno fatto una lista unica? La verità è che ognuna di questa rappresenta istanze o aspirazioni diverse. Ma allora non c’è un solo movimento che rappresenti tutti gli italiani all’estero. Oppure sono liste di singoli personaggi  in cerca di un posticino in Parlamento per difendere piccoli interessi privati?

Il problema, poi, è che queste liste, nella migliore delle ipotesi (migliore per i candidati, non certo per gli italiani nel mondo), potrebbero eleggere un paio di deputati o senatori che in Parlamento andrebbero a ingrossare il Gruppo misto e non riuscirebbero a fare, loro si, nulla per i nostri connazionali. Nessuna loro proposta verrebbe mai presa in considerazione in Parlamento né trasformata in legge.

Ricordo, infatti, che in anni berlusconiani nei quali i singoli parlamentari sono stati ridotti a meri ratificatori delle scelte del Governo attraverso gli innumerevoli voti di fiducia, le iniziative dei singoli parlamentari trasformatesi in legge sono state circa dieci su quasi mille parlamentari. Tra queste solo il Partito Democratico ha puntato su proposte di eletti all’estero, trasformando in legge la proposta dell’onorevole Marco Fedi sui diritti di rappresentanza dei contrattisti. E se quella proposta è diventata legge dello Stato è solo perché Fedi poteva contare sul sostegno di centinaia di parlamentari del proprio Partito (il PD), sostegno che nessun parlamentare di liste “indipendenti”, potrà mai avere. Ecco perché votare per liste “indipendenti” degli italiani all’stero significa sprecare il proprio voto.

Inoltre, faccio un’ultima riflessione.

Il Partito Democratico, con l’attuale legge elettorale, certamente otterrà la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei deputati. E nessun Governo potrà essere formarsi né essere stabile senza il sostegno del PD.

Al Senato, qualora si volesse pensare a un governo diverso da quello guidato dal PD, dovrebbe crearsi una coalizione sostenuta dal PDL di Berlusconi, dalla Lega Nord di Maroni, dal Movimento 5 stelle di Grillo, da Rivoluzione civica di Ingroia, dall’UDC di Casini e dalla lista civica di Monti.

Lei capirà, caro Direttore, che un Governo del genere è impossibile e che, comunque, non avrebbe mai la maggioranza alla Camera senza il PD.

Dunque, votare per una qualsiasi lista o partito che non sia il Partito Democratico, soprattutto al Senato, significa votare solo per dare instabilità all’Italia. È questo che vogliamo? È questo che serve al nostro Paese? Secondo me no. Serve stabilità, quella stabilità che può dare solo il PD a guida Bersani: l’unico leader scelto per due volte da 4 milioni di cittadini, prima nel Congresso PD del 2009 e poi nelle primarie di coalizione del 2012.