Visualizzazione post con etichetta Belgio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Belgio. Mostra tutti i post

mercoledì 13 luglio 2016

L'Europa del lavoro e dei diritti. Senza frontiere

"L'Europa del lavoro e dei diritti. Senza frontiere"
Intervento di Eugenio Marino a Bruxelles
Ieri a Bruxelles ero invitato all'iniziativa organizzata dall'INCA sui 60 anni di Marcinelle. L'evento era intitolato "L'Europa del lavoro e dei diritti. Senza frontiere". Io ho detto queste cose.

Buongiorno a tutti.
E grazie all’INCA per aver organizzato, ancora una volta, questo importante evento.
Io credo anche sia importante il formato con il quale è stata costruita questa iniziativa, coinvolgendo insieme al mondo sindacale
italiano ed europeo anche espressioni del mondo della cultura, delle realtà associative e della rappresentanza politica.
E credo sia utile anche averlo fatto con l’intera rete degli operatori INCA nel mondo, poiché Marcinelle – o eventi come Marcinelle – non sono un tema locale, ma globale, come la stessa “Giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo” che Marcinelle rappresenta ci ricorda.
Non si tratta di semplici ricorrenze o argomenti di settore, ma di simboli e moniti universali.
Con Marcinelle non si ricorda solo un episodio in un determinato momento storico, ma una condizione umana, sociale, lavorativa e politica universale.
E se nel quotidiano delle singole persone, dei popoli, dell’impresa e della politica, la si rèlega nel dimenticatoio, quella anziana e saggia maestra che è la memoria storica, illustrandoci la fotografia dell’attualità e della contemporaneità del nostro complesso e disordinato mondo, ce la ricolloca invece nell’attualità.
Un’attualità fatta di situazioni, bisogni, principi e contenuti sempre validi.
La Marcinelle di 60 anni fa non era solo una miniera dalla quale si estraeva carbone e nella quale si è verificato un disastro.
Ma era la fotografia di un mondo fatto di stati nazione che, dopo una terribile guerra mondiale, cercava di rimettersi in moto ricostruendo se stesso e un sistema economico, politico e sociale in Europa, anche attraverso la costruzione di una nuova Europa integrata e sovranazionale: quella del sogno di Spinelli.
E questa ricostruzione in buona parte vi fu, su nuove basi politiche e con successi anche economici generali, soprattutto per Inghilterra, Francia, Germania e Benelux.

Ma fu fatta tutta a spese dei paesi più deboli dell’Europa di allora (o di alcune zone di questi) e dei bisognosi delle fasce sociali più deboli, quindi dei migranti.
Soprattutto quelli italiani e, tra questi, quelli del Sud Italia.

L’esodo dei lavoratori migranti dall’Italia fu il più massiccio d’Europa e si svolse anche sulla base di accordi tra paesi ai quali l’Italia forniva quella manodopera che consentì poi, ad esempio al Belgio, di uscire come vincitore della battaglia del carbone.

Difficile, però, dire quale sia stato il vantaggio per il nostro Paese se, a conclusione di quel ciclo, l’Italia ci rimise circa 800 morti nelle varie catastrofi (488 solo dal 1946 al 1955, di cui 136 solo a Marcinelle); decine di migliaia di invalidi per infortuni o per silicosi; migliaia di famiglie disgregate e disperse e, conseguentemente alla partenza di manodopera italiana per l’estero, desertificazioni di intere aree del Paese, contrapposta a un vantaggio competitivo dei paesi del nord Europa che, come possiamo constatare, dura ancora oggi.

È poi difficile ricordare qui – e in poco tempo – lo scontro quotidiano degli interessi che si palesava nell’insufficienza delle “gerarchiche” dichiarazioni sulla libera circolazione, destinate a rimanere pura retorica, visto che non si procedeva ad armonizzare le difformi legislazioni nazionali del lavoro dei singoli paesi della Comunità;

non si abolivano le discriminazioni nei confronti dei lavoratori stranieri;
non si raggiungeva una completa parità di trattamento.

E in questo contesto, il governo italiano portava le sue responsabilità, poiché essendo impegnato a perseguire una politica di emigrazione, non si preoccupava delle modalità di applicazione reale dei Trattati e dei provvedimenti contenuti nel “Protocollo” del ’46 col Belgio o quelli che sottoscriveva con altri paesi.

Governo e autorità consolari italiane, quindi, in Belgio come in altre realtà, erano concentrati su priorità di carattere demografico ed economico e tralasciavano condizioni, diritti e trattamento reale degli italiani.

Permettetemi, dunque, una parentesi, poiché quest’anno ricorre, insieme al 70° degli accordi Italia-Belgio, del 60° di Marcinelle e quello dell’INCA, anche il centenario della nascita di Paolo Cinanni:

un intellettuale meridionalista ed esperto di emigrazione, cofondatore insieme a Carlo Levi della Filef e autore di quell’importante e attuale libro che è Emigrazione e imperialismo.

Libro che meriterebbe una attenta rilettura in chiave di moderna globalizzazione.
Cinanni scriveva nel 1970 che “l’Italia è l’unico paese della Comunità che attua a sue spese la libera circolazione della manodopera:
l’unico, quindi, che ha interesse a contrattare e a far rispettare, poi, le norme di tutela del lavoro immigrato;
ma come vi ha provveduto il governo italiano?
"L'Europa del lavoro e dei diritti. Senza frontiere"
Eugenio Marino, Susanna Camusso, Morena Piccinini a Marcinelle
La stessa lettera dei Trattati di Roma avrebbe richiesto, e consentito anche, un’azione più conseguente e più energica a tutela dei nostri interessi, ma l’errata concezione del fenomeno migratorio in sé, con la sottovalutazione dell’apporto eccezionale che il lavoro immigrato fornisce al processo di sviluppo dell’economia che se ne serve;

il fine politico interno che volle realizzare, con l’emigrazione, la dispersione di una forza di classe antagonista;

e, infine, l’incapacità dei burocrati ministeriali preposti a compiti loro non confacenti, con l’esclusione dei sindacati dalla trattativa comunitaria, tutto ciò ha letteralmente tradito i nostri interessi nazionali, insieme con gli interessi dei nostri lavoratori all’estero.

Potrebbe sembrare follia – prosegue Cinanni – ma la più ferma posizione assunta dal nostro governo è stata proprio quella contro la più forte e prestigiosa organizzazione sindacale italiana, con la più odiosa discriminazione nei suoi confronti:

ciò ha privato il lavoro italiano all’estero dell’apporto di conoscenze e della forza contrattuale propria dell’organizzazione sindacale di classe.

Di fronte al padrone straniero il nostro emigrato è rimasto spesso senza tutela.
I rapporti stessi fra i nostri lavoratori e le imprese straniere non vengono ‘contrattati liberamente’, né dai singoli né dalle organizzazioni sindacali di loro fiducia:

sono invece i funzionari dei nostri ministeri degli affari esteri e del lavoro che accettano per essi, puramente e semplicemente, le condizioni offerte unilateralmente dalle imprese, senza che alcuno si curi poi di farle almeno rispettare.

Parte, dunque, da qui, dalla mancata presenza del sindacato nella trattativa del rapporto fra il nostro lavoratore e l’impresa, fra il nostro paese esportatore e gli altri paesi importatori di manodopera, la deficiente tutela del nostro lavoro all’estero:

da qui il ‘lento progresso’ della stessa politica sociale comunitaria […].

Ministeri, ambasciate e consolati debbono fornire ai legittimi sindacati tutta l’assistenza necessaria per la tutela, sul posto, del nostro lavoro all’estero:
ma non possono, per la loro stessa natura, sostituirsi ad essi”.

E ancora, Cinanni aggiungeva che “È anche merito della vitalità e del dinamismo della popolazione italiana, […]
e soprattutto dell’azione condotta in alcune memorabili lotte combattute nei bacini minerari, […]
se le autorità belghe e della CECA sono state costrette a intervenire e prendere alcuni provvedimenti a loro favore;

[…] è dovuta alla medesima azione unitaria dei lavoratori belgi e stranieri, la conquista della legge sulle malattie professionali, ch’era stata per anni ‘il cavallo di battaglia dell’emigrazione italiana’ in Belgio”.

Questo per dire, dunque, con le autorevoli parole scolpite da Cinanni, quanto non sia sufficiente, non basti, il lavoro dei governi e della politica di uno Stato per garantire integrazione, diritti e progresso degli uomini, dei lavoratori, dei migranti, delle stesse istituzioni europee.

Quanto sia importante anche il lavoro e l’opera dei lavoratori e del mondo associativo, dei corpi intermedi come i sindacati.

Quanto lo era in passato (e oggi possiamo misurarlo) e quanto lo è oggi, anche se non sempre lo vediamo e lo riconosciamo, quindi tendiamo a sottovalutarlo o, peggio, a prenderne le distanze e a procedere per semplificazioni e in solitudine o, al massimo, con interlocutori privilegiati e ben disposti, evitando l’impegno paziente e faticoso del confronto e della concertazione ampia.

E mi spiace che anche pezzi locali e autocentrati del mio Partito si spingano, anche in momenti importanti e delicati come questi, anche in Belgio, nella pericolosa emulazione di modalità ad excludendum dei sindacati, nelle quali la priorità è il proprio ruolo e la compiacenza interna al Partito.

Tralasciando invece il merito e il ruolo degli interlocutori utili e storici come i sindacati, che a discussioni come quelle su Marcinelle, emigrazione e integrazione europea dovrebbero essere coinvolti per le ragioni richiamate da Cinanni già nel 1970.

La storia, soprattutto quella del nostro Paese - ce lo ricordava qualche giorno fa Gianni Cuperlo in una iniziativa a Roma - ci ha insegnato che i risultati migliori e più duraturi non si sono avuti mai quando si è cercato di depotenziare i corpi intermedi, esaltando l’uomo forte e le decisioni in solitaria (da Crispi a Mussolini, da Tambroni a Berlusconi);
ma proprio con la condivisione e la concertazione con i corpi intermedi e la condivisione ampia nella società (da Giolitti a De Gasperi, fino a Prodi).

E in questi contesti ampi e generali, poi, l’emigrazione è stata ed è un termometro che misura se e come funziona una società nei suoi vari aspetti: economici, politici e sociali.

Vorrei quindi proporvi questa lettura, che parte dalle diverse zone di emigrazione o immigrazione:
se il lavoro migrante serve ad accentuare piuttosto che a contenere gli squilibri tra aree e paesi, vuol dire che si è in una logica di un suo uso strumentale e di super sfruttamento delle persone.

Se al contrario il lavoro migrante può contribuire a costruire relazioni più equilibrate tra paesi erogatori e paesi di accoglienza, esso va accolto come positivo.

Vale a dire che la libera circolazione delle persone è certamente un valore in sé dal punto di vista individuale, ma non lo è necessariamente dal punto di vista dei diversi territori (e degli stati) che costituiscono l’Europa.

Per questo vi è bisogno di una funzione politica forte che abbia degli obiettivi riconoscibili di solidarietà interna (e anche esterna, per esempio verso i paesi che circondano il Mediterraneo).

Stare insieme vuol dire condividere (armonizzare come scriveva Cinanni), altrimenti non vi è una ragione particolarmente plausibile.
Le nuove migrazioni oggi ripropongono, se possibile con maggiore forza, gli stessi dilemmi.

Oggi ci troviamo di fronte a scenari che non avremmo voluto conoscere:
sul lavoro migrante e sui migranti in generale si stanno scatenando le contraddizioni irrisolte che Marcinelle ci ha sbattuto in faccia, e frutto del modello di sviluppo che si è perseguito soprattutto negli ultimi decenni e dopo la caduta del Muro di Berlino.

Ciò è inaccettabile da ogni punto di vista:

bisogna ricostruire rapidamente una capacità di lettura condivisa delle vere cause della crisi e, insieme, di unità interna e internazionale del mondo del lavoro che superi realmente divisioni e confini e non metta la persona su un piano secondario a quello dei capitali.

Come oggi purtroppo avviene nella realtà.

Senza queste indispensabili condizioni assisteremo – e concludo – alla fine del sogno europeo, quando invece oggi, dopo la Brexit, servirebbe ancor più un concreto rilancio.

"L'Europa del lavoro e dei diritti. Senza frontiere"
Platea a Marcinelle
Pur nel nostro limitato ambito di azione, quindi, abbiamo anche noi una grande responsabilità:

le vicende dell’emigrazione italiana vecchia e nuova e quelle degli esodi mediorientali e africani, pur nelle loro differenze e articolazioni, sono di nuovo uno degli snodi nevralgici per la costruzione del nostro futuro e del rilancio dell’UE.

Ciò che a mio avviso potrebbe essere una soluzione, come ebbe a dire qualche temo fa anche Romano Prodi, è un primo accordo di pochi grandi paesi dell’Unione che rinuncino alla propria sovranità istituzionale e costituiscano un primo nucleo di Unione realmente politica con un unico esercito, unica cittadinanza e unico governo.

Con politiche sociali, fiscali e del lavoro armonizzate.

Io credo che sia il compito, o la missione, della nostra generazione, non in senso anagrafico, ma quella che oggi guida le istituzioni nazionali ed europee e, soprattutto, la Sinistra di questo Continente.


Anche questo aiuterebbe ad evitare nuovi squilibri nei diritti e nell’emancipazione delle persone, nuove e diverse Marcinelle.

Che oggi magari si chiamano tragedie nel Mediterraneo.

Grazie ancora e buon lavoro a tutti.

venerdì 26 giugno 2015

"Andarsene sognando" per il mondo. Dai numeri all'affetto

Se dico che dò i numeri non significa necessariamente che io sia matto. Allora provo a darli, per me stesso, per chi ha letto o vuole leggere "Andarsene sognando", per chi viaggia, per chi sta fermo, per chi immagina di viaggiare.

Ma soprattutto per dire grazie a ciò che si nasconde dietro i numeri: molte persone in carne e ossa che fanno qualcosa per il solo gusto di farla, per sentirsi parte di un qualcosa di più grande, perché sono una comunità.
Una comunità che vuole stare insieme, parlare, discutere di se stessa e riconoscersi come tale.

Una comunità che non vuole dimenticare e vuole proiettarsi anche nel futuro.

Allora vediamoli questi numeri.



10: sono i giorni di viaggio, dal 4 al 13 giugno 2015 nei quali sono stato in Canada e Stati Uniti per presentare "Andarsene sognando";

9: sono le città visitate. Filadelfia, New York, Boston, Montreal, Ottawa, Toronto, Vancouver, Los Angeles, Charlotte;

9: sono i fusi orari attraversati;

8: sono le presentazioni fatte, una in ciascuna delle città menzionate, tranne Charlotte;

5: sono le persone che mediamente in ogni città hanno fatto da motori dell'organizzazione delle iniziative, ma se si considerano anche quelle che comunque hanno collaborato sono di più. Quindi almeno 40 in tutte e 8 le città;

4: sono le persone che mediamente sono intervenute come relatori. Quindi almeno 32 in tutte e 8 le città, più tutti quelli che hanno fatto domande e interventi dalla platea;

5: sono le categorie di mezzi di trasporto usate per gli spostamenti: aereo, treno, autobus, metropolitana, macchina. Solo la nave è stata evitata, ma c'è mancato poco perché prendessi anche quella...

25.600: sono i km percorsi in 10 giorni.

Questi numeri, dunque, sono il risultato del lavoro volontario e meraviglioso che hanno fatto tante persone, alle quali, insieme a tutte quelle che hanno organizzato altre iniziative in Italia e in Europa, devo dire grazie. Insieme a quelle che ancora stanno organizzando altre presentazioni sempre in Italia, in Europa e il altre parti del mondo.

Non posso nominarle tutte, non tanto perché l'elenco sarebbe lungo, ma perché certamente dimenticherei, colpevolmente, qualcuna nel riportarle qui. Succede sempre, lo so, soprattutto a me. Quindi evito. Però, davvero, voglio ringraziarle tutte. Voglio ringraziarvi tutti.

Anche quelle che si nascondono dietro questi altri numeri:

28: sono le altre presentazioni fatte in Italia, Europa e Tunisia prima del viaggio in USA e Canada e che sono programmate fino al 12 luglio, cioè le prossime due tappe di Parigi e Bruxelles;

140: sono le persone che hanno fatto da motori dell'organizzazione delle iniziative, calcolando una media di 5 organizzatori per ogni presentazione, ma se si considerano anche quelle che comunque hanno collaborato sono molte di più;

112: sono le persone che, più o meno, sono intervenute come relatori in queste presentazioni, calcolando una media di 4 relatori per ogni presentazione. A cui vanno aggiunti tutti quelli che hanno fatto domande e interventi dalla platea.

E poi sono ancora diverse le richieste che stanno arrivando. Come diverse sono alcune date già programmate per dopo l'estate: Vienna, Tel Aviv, Gerusalemme, Stoccarda, Berlino, Lussemburgo e altre ancora. Anche in Italia, e in posti che non avrei mai immaginato.

Dunque, grazie. Grazie a tutte. Grazie a tutti.
Grazie perché questi numeri, per me, sono anche, come mi diceva poco fa un caro amico, Fabio Fazzi, il risultato di un affetto diffuso.

giovedì 8 agosto 2013

Gli italiani all'estero e la lezione di Marcinelle

Ieri l'Unità ha pubblicato questo mio articolo. Buona lettura.
 
Il disastro di Marcinelle, di cui ricorre oggi il 57° anniversario (262 minatori morti, 136 italiani), dovrebbe essere l’occasione per ragionare, senza retorica, sugli italiani all’estero di oggi e sulla politica dell’Italia verso i suoi cittadini nel mondo. Vorrei partire da una doppia ferita che oggi come ieri incide la carne dei nostri migranti: da un lato lo sfruttamento e l’esclusione subiti nei paesi ospiti, dall’altro l’abbandono da parte della Madrepatria. Ferite mai sanate che segnano le vite di tutti i migranti, come dimostra oggi la condizione degli immigrati in Italia. Certo l’emigrazione cambia nei numeri e nella qualità. Ai vecchi emigrati, operai o pensionati delle miniere e dei cantieri, si sono aggiunti i nuovi: ricercatori, ristoratori, tecnici specializzati e persino imprenditori. Questo mondo – circa 4 milioni mezzo di cittadini e 60 milioni di discendenti – aspetta risposte dallo Stato italiano e dalla politica che troppo spesso rivela una totale assenza di strategia quando non un vero e proprio disinteresse nei confronti di questa realtà. La scelta dei tagli lineari, adottata negli ultimi anni, ha fatto in questo come in altri settori danni gravissimi. Un esempio per tutti: le risorse destinate alla diffusione della lingua e cultura italiana nel mondo sono state incomprensibilmente falcidiate quando questo è un settore strategico quanti altri mai per l’internazionalizzazione dell’Italia e la diffusione dei suoi prodotti sul mercato globale.

In tempi di crisi, poi, come è successo anche in passato, le comunità di emigrati sono un’opportunità economica che l’Italia oggi non sta cogliendo. La lezione di Marcinelle ci parla ancora oggi. Quella immane tragedia diede all’Europa, che muoveva allora i primi passi, una spinta importante verso l’affermazione dei diritti dei lavoratori a partire dalla sicurezza e che portò alla costruzione di uno Stato sociale inclusivo e avanzato. Così oggi, la memoria di quella vicenda dovrebbe promuovere un dibattito serio e consapevole su una nuova idea di cittadinanza europea.

A Marcinelle a rappresentare l’Italia c’è la Presidente della Camera, Laura Boldrini. È un segnale importante, che – ne siamo certi – saprà andare al di là della sola dimensione celebrativa, legando quella partecipazione a un’agenda di impegni parlamentari che assicurino una riflessione e un rilancio della politica verso gli italiani all’estero e gli immigrati in Italia.

Abbiamo bisogno di incardinare politiche e strategie a livello nazionale ed europeo, capaci di assicurare diritti e dignità ai nuovi immigrati in Italia e a tutti i lavoratori italiani all’estero. Ma anche valorizzare, finalmente nei fatti e non solo nelle enunciazioni di principio, il ruolo delle nostre comunità e delle nostre rappresentanze nel rapporto con l’Italia, a cominciare dai Comites, che vivono da anni una condizione intollerabile di sospensione democratica: nel 2009 è scaduta la legislatura senza che si siano indette nuove elezioni. Confidiamo che la Presidente Boldrini vorrà seguire in Parlamento la discussione sulla riorganizzazione della rete consolare, che dovrebbe segnare un’inversione radicale del senso di marcia seguito negli ultimi anni. L’obiettivo dovrebbe essere la semplificazione della rappresentanza diplomatica (soprattutto nell’Europa unita) a favore di un mantenimento e una riforma dei servizi ai cittadini e alle medie e piccole imprese.

Se si discuterà seriamente di italiani all’estero e di lavoro, il sacrificio dell’8 agosto e la cerimonia di Marcinelle saranno serviti a qualcosa, altrimenti si rimarrà nella routine della celebrazione e, paradossalmente, non si renderà omaggio a quei caduti.

martedì 18 marzo 2008

Da Bruxelles a Lugano con D'Alema e Veltroni

E' già da un po' che non riesco a trovare il tempo di scrivere. Sono state settimane intense nelle quali sono successe molte cose sulle quali, invece, varrebbe la pena scrivere. Provo ad accennare poche cose e in maniera schematica.

Presentazione liste.
Domenica 10 abbiamo presentato le liste definitive del PD all'estero. E' stata una corsa contro il tempo e ad alta carica di adrenalina, poiché dovevano arrivare da tutto il mondo documenti indispensabili e da consegnare in originale alla Corte d'appello di Roma: il rischio era che non arrivassero in tempo e che non avremmo potuto presentare le liste o che le avremmo dovute presentarle monche. Tanto per farvi un'idea ecco come si è conclusa la nostra avventura, così come descritta da alcuni quotidiani italiani:
Nord America, sprint per salvare la lista del PD
“Se il PD riuscirà a pareggiare al Senato, dovrà fare un monumento a Eugenio Marino, 34 anni, con uno sprint da atleta. Il PD aveva presentato le sue liste per le circoscrizioni estere intorno alle 18:00. Mancava però il certificato del presentatore della lista per il Nord America. Marino è corso in sede a recuperare il documento ed è riuscito a varcare la sede della Corte d’appello di Roma due minuti prima della chiusura. Per Marino l’abbraccio del collega più anziano e la consapevolezza di avere consentito al PD di gareggiare anche per quel seggio”. (Avvenire, 11 marzo 2008)

Con D'Alema a Bruxelles.
Il 13 ero a Bruxelles a rappresentare la Direzione nazionale del Partito all'iniziativa con il Presidente del PS belga Elio Di Rupo e Massimo D'Alema, tenutasi nella sede nazionale dei socialisti del Belgio. Un ottimo incontro, in una sala gremita di giornalisti e con la comunità italiana, soprattutto del mondo dell'associazionismo. Di Rupo e D'Alema hanno sottolineato la vicinanza e l’intensa collaborazione tra PD, socialisti belga e PSE. La necessità che il PD e il PSE trovino le forme e le regole per consentire un'adesione organica che passi attraverso quanto già fatto a Porto con la modifica dello Statuto del PSE e attraverso la possibilità di una nuova denominazione del contenitore europeo. Una soluzione utile a tutti: alla Sinistra italiana ed europea, all'Italia e all'Europa, agli italiani in Italia e all'estero. Alla fine degli interventi D'Alema ha risposto alle molte domande degli italiani presenti in sala, che hanno fatto sentire la propria voce sulle questioni che li riguardano più da vicino: dalla diffusione della lingua e cultura italiana all'estero alla doppia cittadinanza (questione per la quale D'Alema e Amato hanno avviato una denuncia al Consiglio europeo che consentirà ai cittadini italiani di ottenere la cittadinanza belga senza perdere quella italiana) e alle quali il Ministro degli esteri ha risposto con puntiglio e sicurezza, rassicurando gli italiani sulla continuazione del suo impegno in questi temi anche per il futuro. Dopo gli interventi D'Alema e Di Rupo hanno presentato alla platea i candidati del PD presenti in sala: Davide Pernice, Laura Garavini, Beatrice Biagini e Rosine Ongaro. Gli stessi leader italiano e belga, poi, si sono abbandonati a un bagno di folla, lasciandosi stringere la mano, baciare e fotografare a lungo con tutti coloro che lo richiedevano: giovani e anziani, candidati e militanti, ognuno dei quali poneva a D'Alema la propria domanda o ricordava con piacere una particolare pressa di posizione del leader italiano. In molti, poi, hanno commentato come "D'Alema non è come lo descrivono: è simpatico, ha parlato con tutti, è stato disponibilissimo". Insomma, dopo aver dato risposte di merito e preso impegni sui problemi della comunità all'estero, ha dedicato ancora del tempo ai singoli per una battuta, una stretta di mano, una foto e lo spolvero di un particolare ricordo.

Con Veltroni a Lugano.
Il 14 marzo ero invece a Lugano, dove Veltroni ha fatto la tappa all'estero del suo giro d'Italia. In sala c'erano circa 600 persone. L'entusiasmo della gente era alle stelle. Il segretario ha parlato a lungo delle nostre comunità, lanciando da Lugano la risposta a Martino sulla necessità dell'Italia di non ritirarsi dal Libano e ribadendo a Calderoli, che aveva detto di vergognarsi dell'Italia, di essere invece orgoglioso di vivere nel nostro Paese che, secondo Veltroni, "è un Paese meraviglioso". E quale migliore occasione dell'incontro con le comunità italiane all'estero per lanciare un messaggio di politica estera e ribadire la grandezza e bellezza del nostro Paese. Un Paese, secondo Veltroni, che dovrà creare, con il PD al Governo, le condizioni per cui "quella di partire o di emigrare dovrà essere una scelta e mai più una necessità, un obbligo". Lo ha detto davanti a molti giovani e ai candidati del PD presenti in sala, sottolineando come alcuni di loro siano giovani professionisti altamente specializzati che, proprio per le loro competenze e formazione, devono lasciare l'Italia solo per scelta e non perché manca nello Stivale un sistema in grado di mettere a frutto le loro competenze. Tra di questi, ha citato la giovane candidata inglese Simona Milio ed Emanuela, la ragazza ticinese che aveva aperto con il suo bell'intervento la giornata.

A Bolzano con Scaparro, Nicolini e Toni Jop
Domenica ho assistito a Bolzano, in qualità di invitato insieme a Maurizio Scaparro, Renato Nicolini e toni Jop, alla prima teatrale dell'Orlando Furioso di Ariosto. Una bellissima reinterpretazione, in uno scenario post industriale, realizzata dalla regista Giuliana Lanzavecchia con la compagnia Bricabrac. Ragazzi dai 13 ai 20 anni che si sono esibiti in un'interpretazione fatta di musica, canti, balletti e recitazione.
A fine spettacolo siamo andati cenare in un ottimo ristorante tipico di Bolzano, dove ho mangiato i wurstel bianchi fatti artigianalmente, tutta un'altra cosa rispetto a quelli industriali che compriamo nei supermercati.