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lunedì 6 luglio 2015

Nella Costituzione le ragioni di una Sinistra non subalterna a Destra e populismo

Premesso che penso che con la Grecia sia stato commesso un errore gravissimo già molto tempo fa, mi pare che questa vicenda sia il classico esempio di un caso in cui due torti non fanno una ragione.

Sono state un errore la rigidità e l’inflessibilità economica che hanno spinto la Grecia nell’angolo in cui si trova oggi; è stato un errore la mancanza di coraggio dei socialisti europei del PSE, troppo concentrati anch’essi sulle questioni nazionali; è stato un errore quello di Tsipras e i suoi di indire un referendum (anche se poi il risultato potrebbe – e me lo auguro davvero – scuotere positivamente l’Europa).

E sbaglia chi oggi parla di “sovranità nazionale”, di “ripristino della democrazia” e di “sovranità del popolo”. Povero popolo, quanto sei strattonato!

È vero, gli stati sono sovrani, come è sovrano il popolo che si esprime democraticamente. Ma attenzione, proprio la sovranità dei singoli stati europei e le decisioni a livello europeo tra singoli stati e in assenza di un governo federale hanno portato alla situazione attuale, nella quale i più forti hanno la meglio.

Alla sovranità degli stati e alle decisioni dei singoli governi nazionali sulla situazione greca ed europea, non credo si dovesse rispondere con la sovranità del popolo greco attraverso un referendum. Perché?

Perché si tratta di materia sovranazionale ed europea, dove vi sono altre sovranità nazionali e altri popoli sovrani. Cosa succederebbe, infatti, se Merkel e Hollande indicessero nei loro paesi lo stesso referendum greco, chiedendo ai loro concittadini se si deve accettare quel compromesso che i greci hanno bocciato e i loro popoli rispondessero con un “si”?

Altri due popoli sovrani, di due stati sovrani dell’Europa, avrebbero detto il contrario (e con egoismo…) di quanto ha detto il popolo greco. Non sarebbe anche quella sovranità popolare e democrazia? Dunque…? In assenza di un unico Governo europeo bisognerebbe andare a una mediazione tra governi europei: esattamente ciò che è stato fatto (bene o male) fino alla vigilia del referendum.
 
E poi, oggi – soprattutto come Sinistra – siamo felici perché è il popolo che si è espresso contro “questa Europa”: “il popolo è sovrano”, “la Grecia ha ripristinato la democrazia” ecc..
Bene, ma teniamo anche conto che altri popoli (quello francese, quello olandese), attraverso i referendum nazionali, qualche anno fa hanno bocciato il Trattato per una Costituzione europea, regalandoci “questa Europa” di stati nazionali in contrapposizione e dove la parte del leone la fanno i più forti.

Dunque, non è con risposte nazionali, con referendum nazionali, che si risolvono i problemi sovranazionali ed europei: non lo è stato qualche anno fa con la Costituzione europea e non lo è oggi col referendum greco. Ma proprio con la cessione della sovranità nazionale e, fino a quando non c’è quella, con la politica e la mediazione al rialzo tra i governi.

Non è un caso, infatti, se la nostra Costituzione, “la più bella del mondo” diciamo sempre e giustamente a Sinistra, nell’art. 75 non ammette il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

I padri costituenti tifavano per la Politica, con la P maiuscola.

Mi preoccupavo quando Francia e Olanda indicevano referendum “emotivi” sulla Costituzione europea (e soprattutto mi preoccupavo quando la Sinistra di Francia e Olanda tifava per il “no” a quella Costituzione) e mi preoccupo oggi. Mi auguro, comunque, che il voto di Atene venga colto per quello che è: non un ‘no’ all’Europa o all’Euro, ma un’occasione per costruire finalmente un’altra Europa, un’Europa politica con un unico governo federale.

Ancora una volta, quindi, preferisco guardare alla nostra Costituzione anche per ritrovare le ragioni di una Sinistra (di un PD di Sinistra) che, nel duello Merkel-Tsipras, non faccia il tifo per la forza di uno Stato nazionale (la Germania) che si impone sugli altri o per la debolezza di un altro Stato nazionale (la Grecia) che come reazione alla forza usa il populismo.

Vorrei una Sinistra non subalterna culturalmente né a Merkel né a Grillo. Da questi due errori, non arrivano soluzioni giuste per la Grecia e si sfascia l’Europa, soprattutto quella che dobbiamo ancora costruire.

La Sinistra, deve essere quella che sa assumersi la responsabilità (e ha la forza per farlo) di una scelta politica che non sia dettata solo da esigenze di bilancio o da interessi nazionali e di parte. Deve essere quella che si fa promotrice di un nuovo ideale europeo.
Così come è stato fatto per l’euro, serve almeno un gruppo di Paesi promotori che sottoscriva accordi di governi sovranazionali prima degli altri, senza rifare l’errore che fecero le sinistre che governarono l’Europa negli anni ’90, da Blayr a Scrhoeder. Ma dov’è, in Europa, questa Sinistra? È in Italia, in Francia, nel PSE? Dove?

giovedì 8 agosto 2013

Gli italiani all'estero e la lezione di Marcinelle

Ieri l'Unità ha pubblicato questo mio articolo. Buona lettura.
 
Il disastro di Marcinelle, di cui ricorre oggi il 57° anniversario (262 minatori morti, 136 italiani), dovrebbe essere l’occasione per ragionare, senza retorica, sugli italiani all’estero di oggi e sulla politica dell’Italia verso i suoi cittadini nel mondo. Vorrei partire da una doppia ferita che oggi come ieri incide la carne dei nostri migranti: da un lato lo sfruttamento e l’esclusione subiti nei paesi ospiti, dall’altro l’abbandono da parte della Madrepatria. Ferite mai sanate che segnano le vite di tutti i migranti, come dimostra oggi la condizione degli immigrati in Italia. Certo l’emigrazione cambia nei numeri e nella qualità. Ai vecchi emigrati, operai o pensionati delle miniere e dei cantieri, si sono aggiunti i nuovi: ricercatori, ristoratori, tecnici specializzati e persino imprenditori. Questo mondo – circa 4 milioni mezzo di cittadini e 60 milioni di discendenti – aspetta risposte dallo Stato italiano e dalla politica che troppo spesso rivela una totale assenza di strategia quando non un vero e proprio disinteresse nei confronti di questa realtà. La scelta dei tagli lineari, adottata negli ultimi anni, ha fatto in questo come in altri settori danni gravissimi. Un esempio per tutti: le risorse destinate alla diffusione della lingua e cultura italiana nel mondo sono state incomprensibilmente falcidiate quando questo è un settore strategico quanti altri mai per l’internazionalizzazione dell’Italia e la diffusione dei suoi prodotti sul mercato globale.

In tempi di crisi, poi, come è successo anche in passato, le comunità di emigrati sono un’opportunità economica che l’Italia oggi non sta cogliendo. La lezione di Marcinelle ci parla ancora oggi. Quella immane tragedia diede all’Europa, che muoveva allora i primi passi, una spinta importante verso l’affermazione dei diritti dei lavoratori a partire dalla sicurezza e che portò alla costruzione di uno Stato sociale inclusivo e avanzato. Così oggi, la memoria di quella vicenda dovrebbe promuovere un dibattito serio e consapevole su una nuova idea di cittadinanza europea.

A Marcinelle a rappresentare l’Italia c’è la Presidente della Camera, Laura Boldrini. È un segnale importante, che – ne siamo certi – saprà andare al di là della sola dimensione celebrativa, legando quella partecipazione a un’agenda di impegni parlamentari che assicurino una riflessione e un rilancio della politica verso gli italiani all’estero e gli immigrati in Italia.

Abbiamo bisogno di incardinare politiche e strategie a livello nazionale ed europeo, capaci di assicurare diritti e dignità ai nuovi immigrati in Italia e a tutti i lavoratori italiani all’estero. Ma anche valorizzare, finalmente nei fatti e non solo nelle enunciazioni di principio, il ruolo delle nostre comunità e delle nostre rappresentanze nel rapporto con l’Italia, a cominciare dai Comites, che vivono da anni una condizione intollerabile di sospensione democratica: nel 2009 è scaduta la legislatura senza che si siano indette nuove elezioni. Confidiamo che la Presidente Boldrini vorrà seguire in Parlamento la discussione sulla riorganizzazione della rete consolare, che dovrebbe segnare un’inversione radicale del senso di marcia seguito negli ultimi anni. L’obiettivo dovrebbe essere la semplificazione della rappresentanza diplomatica (soprattutto nell’Europa unita) a favore di un mantenimento e una riforma dei servizi ai cittadini e alle medie e piccole imprese.

Se si discuterà seriamente di italiani all’estero e di lavoro, il sacrificio dell’8 agosto e la cerimonia di Marcinelle saranno serviti a qualcosa, altrimenti si rimarrà nella routine della celebrazione e, paradossalmente, non si renderà omaggio a quei caduti.

lunedì 6 aprile 2009

Risorse e libertà per la ricerca

Ieri, ad Amsterdam, ho partecipato al convegno "Il lavoro, la ricerca e l'industria in Italia: torneremo mai a casa?". All'incontro erano presenti l'on. Laura Garavini, Francesco Cerisoli, Interna Technologies - Utrecht (NL), Mauro degli Esposti, Università di Manchester (GB), Paolo Bonaretti, Direttore Generale consorzio ASTER (IT), Marcello Battistig, segretario circolo PD di Delft.
Il dibattito è stato molto stimolante e con interventi ricchi e molto documentati. A me è toccato l'intervento conclusivo, nel quale ho detto pressapoco quanto segue.

Non dico nulla di nuovo se ricordo che il metodo scientifico moderno è nato in Italia nel XVII secolo. Con Galileo Galilei.
Ma fu solo nel secolo successivo che riuscì ad affermarsi grazie a un certo numero di grandi menti formatesi nelle diverse università europee. San Pietroburgo, Parigi, Londra, Bologna.
La loro influenza si diffuse rapidamente nel Vecchio continente, nonostante le barriere (geografiche, politiche e culturali) di allora fossero certamente più importanti di quelle odierne, e che ugualmente, non riuscirono a fermare quelle giovani menti.
Si ponevano, in quei secoli lontani, insospettabilmente, le basi di una lungimirante “cooperazione” internazionale, antica almeno quanto la scienza moderna.

Nel XIX secolo, con l’industrializzazione, si rafforzò il legame e l’interazione tra scienza e mondo produttivo.
Il secondo conflitto mondiale, rivelò a tutti finalmente il ruolo strategico che la scienza può svolgere per lo sviluppo industriale, per le applicazioni militari e civili.
Da lì parte la rapida e travolgente corsa degli Stati Uniti ai finanziamenti alla ricerca (gli USA da soli coprivano il cinquanta per cento degli investimenti totali del pianeta nel settore ricerca) che, insieme all’estrema libertà di interazione e alla grande mobilità degli scienziati, fanno sì che la ricerca americana giochi da subito, e per lungo tempo, un ruolo egemone e di leadership a livello globale.

Ma, negli stessi anni, in Europa si fa avanti un nuovo e, per quei tempi, rivoluzionario modo di fare ricerca.
Nell’Europa degli stati nazionali, grazie alla tradizione iniziata, come ho detto, nel XVII secolo e alla lungimiranza di qualcuno, comincia un movimento di internazionalizzazione istituzionale della cooperazione scientifica.
Nel breve volgere di qualche anno vedono la luce il CERN (1954), che oggi finanzia le ricerche di circa 5.000 scienziati, e l’EURATOM (1957), con lo scopo di coordinare i programmi di ricerca sull’energia nucleare a livello continentale.

In queste organizzazioni troviamo i germi di una visione che troverà la sua espressione più compiuta nel trattato di Maastricht, nella creazione dell’eurozona, nel trattato di Schengen. Tutti strumenti sovranazionali che hanno sostenuto e dato linfa a quella iniziale intuizione e hanno fatto sì che il CERN diventasse la punta di diamante della ricerca scientifica del Pianeta. (ecco, se mi è consentita una breve parentesi polemica, dirò che qualcuno dovrebbe assumere l’impegno morale di avvertire la nostra ministra Gelmini che, come narrano le cronache, invitata all’inaugurazione di un nuovo acceleratore di particelle al CERN di Ginevra, avrebbe chiesto “che cosa è il CERN?”, decidendo poi di non presenziare all’evento. Sia detto sempre per inciso: il governo italiano risultò il solo, tra i 12 paesi che a quel progetto hanno preso parte, a negare la propria presenza all’inaugurazione).

Al CERN, poi, partecipano come paesi osservatori, tra gli altri, Stati Uniti, Canada, Russia e Israele.
Si tratta dunque di un sistema di cooperazione scientifica su scala globale che cresce progressivamente e che rappresenta il presupposto necessario alla pace e al progresso di una sempre maggiore fetta della popolazione del pianeta.

L’internazionalizzazione e la cooperazione nella ricerca portano a un sapere diffuso e mescolato, non concentrato in pochi paesi. E d'altronde, il sapere e la scienza o sono liberi o non sono. Come con grande preveggenza recita la Costituzione italiana (art. 33).

Ho cercato di ripercorrere in pochi minuti un cammino lungo e fecondo che traccia, brevemente, un profilo internazionale della ricerca.
Nessuno, oggi più che mai, può permettersi di abbandonare questo sentiero di crescita, sviluppo e pace.
E che questa sia la strada giusta ce lo dimostra il G20 di questi giorni a Londra, dove le risposte alla tremenda crisi globale sono cercate (e trovate) nel dialogo internazionale e nella creazione di istituzioni, strumenti e regole globali.

Governi e istituzioni devono dunque battere la strada internazionale con sempre maggiore determinazione, moltiplicando risorse ed energie, cooperazioni e collaborazioni.
Rafforzando gli strumenti esistenti e affiancando a questi nuovi strumenti aperti, plurali, capaci di produrre mobilità internazionale dello studio e degli studiosi.

Dunque accrescere il volume dei finanziamenti.
È persino banale ricordarlo in questa sede: (è infatti forte l’esigenza di condividere gli ingenti investimenti necessari alla nascita di laboratori su larga scala).

Ma sbaglierebbe chi sottovalutasse un altro elemento determinante: il fattore umano!
Il progresso nella ricerca si genera soprattutto grazie a mutazioni improvvise dovute a progressi concettuali (nuove idee, insomma).

Senza questo volano straordinario e potentissimo gli investimenti, per quanto cospicui, non basterebbero. E’ per questo che quando si individua il merito lo si deve premiare, valorizzare e fidelizzare.

Infine occorre tener presente l’interfaccia fra discipline.
Un certo numero di scienziati in materie affini che lavorano in raccordo tra di loro generano progressi molto più ampi e rapidi di quanti possa generarne lo stesso numero di scienziati che lavorano separatamente e isolati gli uni dagli altri.

Se ne conclude agevolmente, dunque, viste le enormi e diverse dimensioni del sapere scientifico contemporaneo e globale, che il modo migliore per mettere in rete le menti eccelse e il sapere scientifico, per creare interfacce e mescolanze, sia quella sorta di melting pot che si ottiene solo con la collaborazione internazionale.

Controprova di quanto appena detto è l’esempio degli USA, dove la scienza si è nutrita proprio della mescolanza interna che affonda le proprie radici già nell’immigrazione dei secoli scorsi da ogni luogo del mondo e poi nel fatto che quel Paese sia stato, nel periodo nel nazifascismo, delle persecuzioni politiche e delle leggi razziali, rifugio e approdo di molti scienziati europei.

Da tempo noi abbiamo dunque stabilito profondi contatti e collaborazioni fra Europa e Stati Uniti nel campo della ricerca.
Ma recentemente si sono affacciati con prepotenza, sulla scena globale della ricerca, realtà come il Giappone, l’India e la Cina.
Gli ultimi due, soprattutto, hanno la necessità impellente di elevare i propri standard di vita, oltre che di assumere una posizione influente sulla scena economica mondiale.
Risultati che cercano di raggiungere attraverso una dimensione ossessiva per la produttività e l’efficienza.
Anche a discapito di altre dimensioni, altrettanto importanti: la qualità e l’estetica.

Essi si concentrano sul “produrre di più e a prezzi più bassi”.
Noi sappiamo, invece, che per il futuro nostro e delle nuove generazioni che abiteranno il mondo, dovremo saper cogliere le differenza di qualità e quella tra brutto e bello.
Dobbiamo saper riscoprire e far comprendere a tutti quella filosofia delle grandi civiltà classiche di cui siamo permeati, soprattutto noi italiani ed europei.
Che poi è anche il motivo principale per cui siamo apprezzati nel mondo.

È dunque attraverso legami solidi a livello globale, attraverso la creazione di un mondo internazionalizzato e di strutture realmente sovranazionali, le cui attività scientifiche civili si fondino sulla cooperazione e su quella filosofia appena accennata, che riusciremo a ridisegnare pacificamente e su basi qualitative lo scenario globale del nostro secolo.

Questi nuovi scenari, però, con le disparità che producono tra singoli paesi e macro regioni o continenti, implicano più che mai una rinnovata cooperazione scientifica internazionale, più estesa e meglio strutturata.

Come si colloca, dunque, l’Italia, in questo panorama internazionale?
Quali i suoi strumenti? Le sue risorse? Il suo capitale umano?
Quale il suo contributo generale?
E soprattutto come forma, valorizza, mantiene o attira ricerca e ricercatori in Italia e dal mondo, italiani e stranieri che siano?

Gli interventi che mi hanno preceduto hanno disegnato bene e meglio di come potrei fare io il quadro del nostro Paese.
Mi limito, dunque, a sottolineare alcuni elementi già egregiamente sviluppati per provare a dire quale, a mio avviso, dovrebbe essere la direzione che l’Italia deve prendere per stare nel contesto internazionale della ricerca.
Perché sono convinto che non può prescindere da quel contesto.

Chiariamo subito, dunque, che andare all’estero non è, né deve essere un disonore per i cervelli italiani.
E nella cosiddetta fuga dei cervelli, se dobbiamo cercare un aspetto positivo, lo troviamo nel fatto che essa, paradossalmente, dimostra che l’Italia gode certamente di un buon sistema generale di formazione.
Dalle scuole dell’obbligo all’università.
Un sistema competitivo che genera risorse umane notevoli e apprezzate nel campo scientifico anche all’estero.

La ricerca, abbiamo visto, si sviluppa soprattutto in un ambito internazionale: è fisiologico quindi che anche i nostri ricercatori partano e si muovano all’estero.
Il problema, quindi, sta nella mancanza di un riequilibrio tra quanti partono dall’Italia (troppi e troppo spesso perché senza alternativa) e quanti arrivano in Italia.
E su questo riequilibrio che si misura il successo di una qualsiasi riforma della ricerca nel nostro paese, poiché la cultura scientifica aumenta se il flusso di scienziati in entrata e in uscita è costante, intenso e bidirezionale.
E non mi pare che la riforma Gelmini stia producendo risultati in questo senso né i primi segnali in nostro possesso ci dicono li produrrà mai.

Anzi gli elementi a nostra disposizione indicano come essa intacchi anche i livelli primari e secondari dell’istruzione e della formazione, che abbiamo appena detto essere stata, invece, la nostra unica forza fino a oggi nel formare i cervelli.

Formazione e ricerca, dunque, forniscono sapere: un bene immateriale difficilmente valutabile in termini economici e quantitativi.Soprattutto se consideriamo l’impatto del sapere sulla realtà sociale di un paese.In questo senso, quindi, le scelte di “bilancio” che spesso sono state operate nel nostro Paese (ultime in ordine di tempo e prime in ordine di grandezza quelle della riforma Gelmini), sono da considerare deleterie, in quanto formazione e ricerca (dunque sapere) sono stati considerati dal Governo, tra gli impegni finanziari, come “spesa” e non come “investimento”.

Una differenza che mi sento di sottolineare con forza: spesa o investimento.
Questa differenza, non solo terminologica quanto concettuale e programmatica, evidenzia una mancanza di sensibilità del Governo nei confronti della ricerca che contrasta non solo con la nostra Costituzione, ma anche con le strategie europee. A livello UE, infatti, si “investe” su ricerca e innovazione quali elementi portanti del continente.

Il sapere diviene obiettivo strategico dell’UE, tanto che la strategia di Lisbona ci dice che: “entro il 2010 [l’UE deve] diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”.

Non solo parole o dichiarazioni di intenti non quantificabili, ma risorse indicate nell’impegno a dedicare alla ricerca almeno il 3% del PIL entro il 2010.
Cioè entro il prossimo anno.
Se questa è la strategia europea, noi che da Spinelli in poi siamo tra i padri di questa Europa , entro le Alpi scontiamo un grave ritardo:
in termini di investimenti destiniamo all'istruzione universitaria solo lo 0,78% del PIL, mentre a ricerca e sviluppo, tra risorse pubbliche e private, l’1,10%.
E pensare che la Svezia, in tempi di crisi come quelli attuali, ha deciso di raggiungere il 4%, proprio a dimostrazione che di investimento e non di spesa si tratta.

In termini di risorse umane, poi, vantiamo la più bassa percentuale di ricercatori nell’industria, nell’università e nei centri di ricerca che in Italia sono la metà della media europea e un terzo di quella USA.
Un Paese che investe queste cifre esigue, tra l’altro considerandole spese, non può essere scientificamente competitivo né attirare a sé o trattenere i suoi ricercatori migliori.
Quindi non può produrre progresso, benessere e ricchezza nel medio-lungo periodo.

La competitività dell’Italia si basava in passato sul basso costo del lavoro e sulla svalutazione continua della lira. Oggi non possiamo contare su nessuno dei due aspetti (la concorrenza sul costo del lavoro dei Paesi del Terzo Mondo è imbattibile e l'Euro è la stessa moneta dei nostri principali competitori europei ed è forte anche rispetto al dollaro e allo yen).

Di questo passo, quindi, l’Italia sarà sempre meno competitiva nei settori economici di punta del mondo contemporaneo, a cominciare dall’hi-tech, strettamente legato agli investimenti in ricerca e sviluppo e al numero di scienziati e ingegneri che vi lavorano.
L'Università italiana forma quindi giovani ricercatori che poi, insieme agli Enti pubblici di ricerca e all'industria privata non riesce ad assorbire.
Essi vanno all'estero e contribuiscono, a nostre spese, allo sviluppo dei Paesi competitori.

All'estero si fanno dunque nuove scoperte, nuovi brevetti.
L'Italia, invece, da sempre popolo di inventori, non occupa più le prime posizioni in numero di brevetti registrati.
Ciò implica che per utilizzare le nuove scoperte, il know how, le nuove invenzioni, magari fatte anceh da ricercatori italiani, deve acquistarle e pagarle care.
Questo sistema, dunque, non può reggere. Non aiuta l'Italia e la nostra ricerca interna.

Troppe difficoltà, per le quali non riusciamo a creare lavoro con la ricerca né a mantenere in patria i ricercatori né ad attrarne altri stranieri.
Come non riusciamo nemmeno ad attrarre in Italia studenti Erasmus.
Anche qui, infatti, il confronto tra quanti italiani fanno un'esperienza di studio all'estero e quanti stranieri la facciano in Italia è disarmante.

In una parola: non cresciamo.

Dunque dobbiamo rivedere il sistema Italia.
Il sistema nel suo complesso: Università, istituzioni pubbliche, istituzioni private e non profit, imprese.

E' propio in questo sistema, infatti, che si fa ricerca e sviluppo nel nostro Paese. Ed è qui che si investono le risorse, secondo una distribuzione che vede al primo posto per investimenti le imprese, seguite dall'Università, dalle istituzioni publiche e, infine, da quelle private e non profit.

Il tutto però, con investimenti complessivi molto al di sotto di quelli raccomandati, in termini percentuali, dalla Commissione europea, soprattutto per ciò che concerne la ricerca privata.

Come si esce, dunque, da questa situazione complessiva, sapendo che seppur è primario l'aumento di investimenti esso non è risoluitvo?
Come si attirano e mantengono ricerca e ricercatori italiani (e stranieri) nel nostro paese?
Come si fa ricerca?

Siccome il problema viene da lontano, i tentativi in questa direzione vanno molto in là negli anni e sono stati diversi, operati da diversi governi e schieramenti politici.
Ma nessuno è stato risolutivo.

Nel 2001 il Governo Amato tentò il programma "Rientro dei Cervelli".
Un impegno enorme per arginarne la fuga e offrire ottime possibilità di rientro con contratti a tempo pieno inizialmente di tre anni.

Anche il successivo Governo Berlusconi confermò quel programma, addirittura rilanciandolo, e scrivendo nei successivi decreti del 2003 e 2005 l'impegno a far si che i rientri fossero definitivi e che questi scienziati avrebbero trovato spazio nelle università italiane.
Ancora il Ministro Moratti, nel 2006, ribadì l'impegno alla stabilizzazione di chi era rientrato.
Impegni, dunque, autorevoli, sinceri e costosi (il programma costò 52 milioni di euro) che però si sono risolti con un nulla di fatto.

Poiché dopo otto anni, dei 460 scienziati faticosamente attirati in Italia, alla fine solo 50 hanno superato gli ostacoli del Consiglio Universitario Nazionale e solo 10 sono stati richiesti ufficialmente dalle università italiane. 10 su 460...

Non parliamo poi del tentativo dell'allora Ministro degli italiani nel mondo, Tremaglia, di costituire la corporazione degl scienziati italiani nel mondo nel 2003.
Un altro tentativo costoso nella fase organizzativa, nazionalista, settoriale e chiuso in senso scientifico, inefficace in termini concreti.
Tant'è che il Convegno a cui parteciparono con grande disponibilità moltissimi scienziati italiani di tutto il mondo si concluse con un semplice ordine del giorno che non trovò mai alcuna cittadinanza nemmeno all'interno del suo stesso Governo.

Ecco che al nostro Paese manca, dunque, insieme alle risorse, una visione strategica, prospettica e di lungo corso.
Manca un progetto complessivo, che partendo dalle risorse si inserisce in un contesto di strutture nazionali e sovranazionali.
In un ambito di investimento anche culturale e politico, di laicità e libertà, di separazione di carriere e interessi, di chi fa ricerca e chi trova i fondi, di meritocrazia e valutazioni oggettive.
Anche nel mondo della ricerca, dunque, va ritorvato un nuovo Umanesimo, in cui la Persona LIBERA (sia essa ricercatore o beneficiario della ricerca e delle soluzioni trovate) sia al centro del sistema, non condizionato da ideologie o religioni a cui non si senta esso stesso vincolato.

Per questo dicevo in precedenza che la ricerca o è libera o non è.
Allora mi chiedo come si fa a fare ricerca in Italia se in ogni settore viviamo il condizionamento restrittivo di qualche gerarchia o gruppo di potere?

Come si può mettere intorno ai ricercatori tutta una serie infinita di paletti, di vincoli, di difficoltà burocratiche spesso frutto di ideologie o interessi piuttosto che di buon senso?

Come si possono superare le crisi se nei diversi settori privati si preferisce ridurre costi e tagliare posti di lavoro (o evadere le tasse e far lavorare in nero) piuttosto che investire in ricerca di nuove tecnologie?

Come si fa a trovare nuove e più efficaci cure a malattie mortali se l'approccio della ricerca a queste soluzioni è condizionato da morali etiche o religiose?

Come possiamo guardare, dunque, alla libertà della ricerca attraverso programmi di lungo periodo e legiferare in questa direzione se parte importante della classe politica è condizionata dai dictat di settori intransigenti delle gerarchie ecclesiali?

Come possiamo dire a un ricercatore “vieni”, se è straniero, "torna", se italiano all’estero o "non partire" se poi non possiamo farlo ricercare liberamente sulle staminali?

Occorre dunque ripensare tutto il sistema Italia partendo dagli aspetti culturali, politici, civili ed economici naturalmente.
Occorre investire nelle università, ma occorre anche fare delle leggi che stimolino il mondo privato a investire di più in ricerca.

Occorre che queste leggi siano laiche e non siano condizionate dalle religioni né dalle lobbyes e dai gruppi di potere.
Occorre che si creino le condizioni per la mobilità orizzontale e verticale della ricerca.

Ecco. Questa, a mio avviso, deve essere la bussola del legislatore che voglia far tornare in Italia ricercatori italiani e non, che voglia produrre ricerca, sapere e progresso (progresso non solo sviluppo) nel nostro Paese da mettere a disposizione del benessere, della pace e della salute dell'umanità.

In questo senso sono indicative le parole che ha pronunciato il presidente Obama subito dopo il suo insediamento.
Quando ha detto che lui non potrà assicurare i risultati della ricerca attraverso le cellule staminali, ma che assicurerà certamente le condizioni e la libertà di poter ricercare queste soluzioni anche attraverso l'uso libero delle cellule staminali.

Un esempio concreto e particolare, che rivela però un metodo, una strategia e una visione complessa e complessiva del mondo della ricerca.

Quando sentiremo in Italia un qualsiasi Presidente del consiglio pronunciare parole così chiare e libere da ogni condizionamento ideologico, allora capiremo che qualcosa potrà cambiare e che i ricercatori potranno tornare nel nostro Paese perché ci saranno le condizioni per lavorare e lavorare con dignità e certezza.

Grazie a tutti.

lunedì 22 settembre 2008

Colonia: Zacchera - Pro-Koln, le relazioni pericolose

Questo sabato ero a Colonia, insieme a Laura Garavini, Rosella Benati, Giuseppe Bartolotta e altri compagni e amici della Germania, per partecipare alla manifestazione contro il raduno europeo neonazista "Pro-Koln".
Pro-Koln aveva organizzato un congresso anti-islam, da tenere nella tollerante città tedesca che ha deciso di costruire la più grande moschea della Germania. Aveva aderito al congresso la creme del nazionalpopulismo europeo: dal francese Jean Marie Le Pen ai fiamminghi del Vlaams Belang, al nostro "soldatino" padano, come lui stesso si è definito, Mario Borghezio.
Contro questo evento si sono mobilitati i tradizionali partiti e sindacati tedeschi, insieme al sindaco di Colonia, Fritz Schramma (CDU), per organizzare le grandi controdimostrazioni di sabato. E con loro ho voluto essere in piazza anch'io.

Devo dire che la città ha reagito come meglio non si potrebbe alla provocazione neonazista, cioè ribellandosi civilmente: gli hotel hanno rifiutato alloggio ai sostenitori Pro-Koln, tassisti e autobus privati non li hanno portati da nessuna parte, ristorantori e baristi gli hanno rifiutato i viveri. In queste condizioni solo pochissimi sono riusciti a raggiungere Colonia e quei pochi hanno dovuto rinunciare a manifestare perché, all'ultimo momento la manifestazione è stata annullata.
In piazza non c'era traccia nemmeno dei militanti mantovani della Lega Nord né di "Padania cristiana" annunciati da Borghezio. Una fortuna, poiché la sola, rumorosa, presenza di Borghezio, insieme a quella "tecnica" della rappresentante tedesca del PDL, Luciana Martena, aveva già cominciato ad alimentare qualche sentimento anti-italiano.

Eppure, un autorevole dirigente tedesco di Pro-Koln "in contatto con Marco Zacchera", un certo Hans Breninek, aveva portato nella piazza dei nazional-populisti una bandiera italiana. Perché? Chi glielo ha chiesto di farsi interprete degli italiani fino al punto di sventolare una bandiera che non gli appartiene? Zacchera ne era a conoscenza? Che tipo di rapporti ha con il signor Breninek e con Pro-Koln?
Sono domande per le quali mi piacerebbe avere delle risposte da un dirigente di AN che pure stimo. Le sue risposte sarebbero anche un segnale di rispetto per quegli italiani di varia estrazione politica spontaneamente costituitisi in "Comitato italiano contro ogni discriminazione" e che sabato hanno partecipato alla manifestazione della Chiesa e dei sindacati per dire, con il proprio striscione, che gli italiani di Germania sono "per il dialogo religioso e la comprensione tra i popoli".

Sono loro, dunque, che con la bandiera italiana in mano nell'altra piazza, quella vicino al Duomo, hanno tenuto alto il buon nome dell'Italia e mostrato la vera faccia delgli italiani in Germania. A questi connazionali nella democratica e civile Colonia non può rimanere il dubbio che il Responsabile esteri di AN (o PDL) intrattenga relazioni sottobanco con esponenti neonazisti, così come non può rimanere a noi in Italia.
Mi pare che troppi elementi si tengano per non fare chiarezza: la Martena nominata in Germania da Zacchera che doveva partecipare alla manifestazione; un dirigente di Pro-Koln che porta una bandiera italiana e che mostra orgoglioso il biglietto da visita di Zacchera che tiene nel portamonete, come suo "contatto politico in Italia". Tutto ciò non aiuta gli italiani in Germania.
Per quanto ci riguarda, invece, durante la manifestazione antirazzista nella Roncalliplatz, abbiamo incontrato il sindaco Fritz Schramma, al quale abbiamo ribadito che come Partito Democratico, insieme ai nostri militanti in Germania, eravamo al suo fianco per il rifiuto della xenofobia e del razzismo e per l'identità multiculturale. Schramma ci ha dunque abbracciati e si è voluto far fotografare con la bandiera del PD.

domenica 25 maggio 2008

A Berlino per analisi del voto e Statuto

Oggi sono in Germania, alla Willy Brandt House di Berlino, per un seminario sull'analisi del voto, con particolare riferimento a quello in Europa e in Germania.
Di seguito la mia relazione introduttiva.

Cari amici e compagni,
mi fa davvero molto piacere essere qui oggi, in Germania, dove non venivo ormai da moltissimo tempo, cioè da prima che si avviasse il percorso costituente del Partito Democratico: un’altra era politica dunque.

Tornarci oggi, quindi, fa un certo effetto, poiché ci troviamo con un altro partito, un’altra situazione politica e un altro Governo.
Anche la platea che mi trovo davanti è molto diversa da allora.
L’ultima volta che sono stato in Germania c’erano ancora DS e Margherita, c’era da poco il Governo de L’Unione e la Germania non aveva eletti in Parlamento.
Oggi c’è il Partito Democratico, purtroppo c’è il Governo della Destra, ma almeno avete un eletto della Germania.

Per questa prima parte della giornata è stato chiesto a me di fare una relazione sui risultati del recente voto politico, probabilmente perché negli ultimi mesi, tra Gruppo ristretto per lo Statuto, seminari e campagna elettorale, non ho fatto altro che relazioni.
Il compito, naturalmente, non è dei più semplici, poiché analizzare il voto è sempre cosa ardua.
In Italia, tra l’altro, non è stata ancora fatta una discussione approfondita all'interno del partito su quanto è accaduto.

E questo limita enormemente la mia analisi generale.
Per questo cercherò di dare una lettura di quanto successo più circoscritta possibile, con maggiore attenzione proprio al dato tedesco.
Prima del 14 aprile immaginavamo tutti una probabile sconfitta. Ma nessuno avrebbe immaginato un distacco di nove punti, soprattutto al Senato.
La Destra ha ottenuto il 46% dei consensi degli italiani contro il nostro 37%: ben nove punti in più.

Il solo PDL ha raggiunto il 38% contro il nostro 33%: ben cinque punti in più.
In questo pessimo risultato, però, dobbiamo saper vedere anche il molto che c’è di buono.
A parte la semplificazione di tutta la vita politica e democratica italiana, merito esclusivo del PD, c’è anche il grande risultato di aver raccolto intorno al nostro progetto il consenso di un italiano su tre.

Così come c’è il coraggio che abbiamo avuto nel proporre un modello di discontinuità, la scelta dell’innovazione e del riformismo, insieme a quella di costruire un partito plurale, aperto e radicato nei territori.
Ora bisogna, però, che quelli che fin qui sono stati progetti, premesse e ambizioni, d’ora in avanti divengano realtà, a cominciare dalla sintesi delle diverse culture che formano il Partito Democratico e dal suo radicamento tra i cittadini.
Se non sapremo fare davvero bene tutto ciò, questo nostro grande progetto potrà fallire.
Perché esso non fallisca, dunque, dobbiamo partire dal fare tesoro dall’esperienza di quanto è stato, dalla nostra capacità di dialogo e dall’abitudine all’agire democratico di un partito e dei suoi militanti.

Fino a oggi, invece, troppo spesso, in Italia e in alcuni casi all’estero, abbiamo visto di più la concorrenza tra gruppettini del PD – permettetemi di dirlo – che tra progettualità e visioni diverse dell’identità e strategia politica del partito.
E tutto ciò non è un buon segnale in un partito che del rifiuto delle correnti e nella sintesi delle diverse culture ha fatto un suo punto di forza nell’atto fondativo.
Abbiamo perso – anche se all’estero non è così – quindi ci conviene sviscerare fino in fondo i ragionamenti sul perché e riflettere bene sui risultati, cercando di fare un tutt’uno di strategia, identità e cultura politica.

Lo stesso segretario Veltroni ha insistito qualche settimana fa sull’importanza della lettura del voto dopo una sconfitta.
E la mia lettura del voto, come spero la vostra, non deve essere fatta con lo spirito di chi cerca conferme a ciò che pensava prima del voto, qualsiasi cosa pensasse.
La lettura deve servire a distinguere tra ciò che di positivo è uscito dalle urne e i limiti che esse ci hanno evidenziato e che dobbiamo superare nel futuro.

Noi abbiamo certamente pagato il debito dell’impopolarità della precedente maggioranza politica de L’Unione, che io però distinguo dal Governo, che a mio avviso ha ben operato.
Questa impopolarità ci assegnava una sconfitta certa e pesante, anche se in campagna elettorale abbiamo molto recuperato in termini di consenso.

Forse tutto il possibile, insieme a una parte di voti provenienti da altre forze politiche della Sinistra, spinta dall’esigenza di dare un "voto utile" contro la Destra, e dall’astensionismo critico, quello del ceto medio riflessivo o quello di Sinistra.
Ma questo consenso non è acquisito una volta per sempre. Esso può sparire già alle prossime elezioni europee, alle quali non funzionerà il meccanismo del "voto utile".
Quell’area di elettorato gravitante intorno alla Sinistra radicale, infatti, oggi non più rappresentata in Parlamento, domani tornerà a votare alle europee non più contro Berlusconi, ma per una rappresentanza in cui si riconosce di più di quanto non si riconosca nel Partito Democratico.

E allora tutto ciò che fin qui ho detto esserci stato di positivo, tanto da portarci al 33% dei consensi, domani semplicemente non ci sarà più.
Nel 2009 rischieremmo di ritrovarci sotto la soglia del 30%, ancora meno di quanto ottenemmo alle passate elezioni europee, quando la lista Uniti nell’Ulivo raggiunse poco più del 31% dei consensi.
Che fare, dunque, per evitare che ciò accada.
E soprattutto che fare per evitare che ciò accada all’estero.
Prima di tentare di dare una risposta, penso sia utile provare ad analizzare proprio il risultato estero.

Va innanzitutto detto che, per quello che ci riguarda, il voto nella nostra Circoscrizione è stato ben diverso da quello italiano.
Nel complesso della Circoscrizione estero il Partito Democratico vince le elezioni, ottenendo nove parlamentari su diciotto, contro i sette del PDL e i due indipendenti.
Da solo vince alla Camera con circa un punto in più e perde al Senato con circa un punto in meno in termini percentuali.

Insieme all’IDV vince bene in entrambi i rami del Parlamento.
In questo quadro, però, è da sottolineare che il risultato del Partito Democratico all’estero è in linea con quello in Italia, intorno al 33%.
Quello del PDL, invece, è di quattro punti in meno all’estero rispetto che all’Italia (33% all’estero contro 38% in Italia) e di addirittura sei alla Camera (31% all’estero contro 37% in Italia).
Segno, dunque, che l’appeal generale della Destra fuori dai confini nazionali si riduce di molto.
Se poi guardiamo alla sola Europa, il dato non può che migliorare per noi.
In questa ripartizione, infatti, il Partito Democratico ottiene il 40% dei consensi alla Camera contro il 33% del PDL.

Sette punti in più: quasi il rovescio di ciò che succede in Italia.
Che in termini di voti assoluti significa 204.393 voti del PD contro i 171.658 del PDL.
Circa 33.000 voti in più, pari al totale di quelli che nel 2006 ottenne in più L’Unione in Italia per vincere le elezioni, ma su un numero di elettori di molti milioni in più rispetto a noi.
Analizzando, inoltre, il dettaglio di questi dati, nazione per nazione, vediamo che il Partito Democratico vince molto bene in quasi tutti i Paesi in cui è più consistente la presenza italiana, più forte il comune sentire democratico, e dove vi è almeno una qualche forma di organizzazione e presenza del Partito.
Vediamo che in Belgio, in entrambi i rami del Parlamento, il PD ottiene 15 punti percentuali in più del PDL.

In Francia 16 punti in più alla Camera e 15 al Senato.
In Lussemburgo 28 punti in più alla Camera e 22 al Senato.
In Olanda 16 punti in più in entrambi i rami.
In Svizzera 17 punti in più in entrambi i rami.
In Spagna, dove però la nostra presenza organizzata è minima, un solo punto in più in entrambi i rami.

Unica eccezione negativa, è purtroppo proprio la Germania, dove il Partito Democratico ottiene ben 10 punti in meno rispetto al PDL, e in entrambi i rami del Parlamento.
Un risultato tanto più preoccupante se paragonato alla situazione del 2006 e agli altri paesi europei.
Nel 2006, infatti, nei paesi già citati, L’Unione vinceva bene quasi ovunque, anche se confrontata alla somma di tutti i partiti dell’allora Casa delle libertà.
L’Unione senza IDV e UDEUR, infatti, vinceva nel 2006 con 19.000 voti in più in Belgio rispetto a tutta la CDL; con 27.000 voti in più in Francia; con 41.000 in Svizzera; con 2.000 in Lussemburgo (su un totale di circa 5.000 elettori) e 2.000 in Olanda (su un totale di circa 7.000 elettori).

In questi ultimi due casi parliamo di paesi molto piccoli e con pochi voti, dunque lo scarto, seppur di poche migliaia di voti, è da considerarsi un ottimo risultato.
Le uniche eccezioni erano ancora la Germania, dove L’Unione vinceva di soli 3.000 voti in più (su circa 134.000 elettori) e pur essendo il Paese con il più alto numero di italiani, e la Gran Bretagna, dove L’Unione addirittura perdeva, seppur di soli 1.000 voti (su circa 40.000 elettori).
Oggi, poi, il PD senza Italia dei valori, Sinistra Arcobaleno, Partito Socialista e Sinistra critica, vince quasi dappertutto sul PDL unito senza l’UDC.
E vince con scarti alti, come ho già detto. Tanto che anche se alla CDL si sommasse l’UDC noi vinceremmo lo stesso.

In Germania, invece, il PD perde sul PDL con lo scarto alto già accennato: di 10 punti.
Uno scarto tanto alto che seppure aggiungessimo ai voti del PD quelli di tutta la Sinistra radicale non raggiungeremmo ugualmente il centrodestra.
E tutto il centrosinistra compresa l'IDV è al di sotto di tutto il centrodestra compresa l'UDC.
Il che significa che neanche in una situazione di alleanze simile a quella di due ani fa avremmo vinto e che il centrosinistra tutto è minoritario rispetto al centrodestra ed è in perdita rispetto a due anni fa.

Una perdita di voti che si concentra proprio tra PD e Sinistra della coalizione, poiché l’IDV, rispetto al 2006, guadagna diverse migliaia di voti.
E non si può certo dire che abbia semplicemente guadagnato aritmeticamente quelli liberatisi dall’Udeur, poiché nel 2006 il partito di Mastella aveva solo 1.560 voti in tutta la Germania, meno della metà di quanti ne guadagna l’IDV.
Tutto ciò è molto preoccupante.

Sono voti persi da tutto il centrosinistra, tranne Di Pietro, che avanza in tutta Europa, tranne che in Belgio, dove invece perde voti per quasi mezzo punto.
Caso unico in Europa, dunque, quello tedesco del PD e del centrosinistra nel suo insieme.
Nemmeno in Gran Bretagna, infatti, dove pure perdiamo con uno scarto minimo, si ripete questa situazione.
Se in Gran Bretagna, infatti, ai 14.175 voti del PD sommiamo i 6.966 voti della Sinistra radicale e dell’IDV arriviamo a 21.171 voti: 5.418 voti in più del PDL e addirittura 3.944 voti in più de L’Unione di due anni fa.
In questo caso, dunque, il centrosinistra cresce rispetto a due anni fa ed è maggioritario, come nel resto d’Europa.

Nella sola Germania, dunque, il PD e l’intero centrosinistra, risultano oggi più deboli del 2006 e minoritari.
E tutto il Centrosinistra non raggiunge il centrodestra.
Il Partito Democratico, inoltre, oltre ad essere largamente minoritario in Germania a livello di Paese lo è anche a livello locale.
Fanno eccezione solo poche realtà come Berlino e Amburgo, dove il PD vince bene sul PDL, e Monaco, dove siamo però avanti di un magro 0.6% in più.
Com’è dunque accettabile un tale risultato nel Paese a più alta concentrazione di italiani al mondo?

Com’è dunque possibile un simile risultato in un Paese in cui l’immagine di Berlusconi non è certo un punto di forza?
Dove abbiamo sbagliato?
E che fare? Dicevo poc’anzi.
Probabilmente è rispondendo a queste domande che troveremo la forza e le risorse per cominciare a costruire il cammino che potrà portarci a diventare maggioranza fra cinque anni, ma speriamo anche di meno.

A mio avviso, ma su questo non voglio costruire certezze, bensì stimolare dialogo, in Germania si è verificato questo disastro perché erano già deboli in passato sia i DS che la Margherita: cioè le due forze principali del PD.
E perché manca sia un associazionismo forte, organizzato e radicato come in Svizzera, sia un rapporto sano e proficuo con quello esistente.
Tutto ciò si è verificato perché queste forze, poco radicate davvero sul territorio, avevano anche una grave difficoltà a parlarsi, a stare insieme, a mescolare idee, progetti, risorse, competenze, uomini.

Queste due forze non sono riuscite a fare sintesi e, per usare una metafora genetica, non sono riuscite a mescolare il loro sangue.
E ancora nel passato recente, con la costruzione del PD, non riescono né a radicarsi tra la gente, né a mescolarsi, ad amalgamarsi, a sentirsi parte di un tutto, a trovare una giusta sintesi.
Su quali premesse, dunque, in Germania stiamo fondando la struttura, l’identità e la forza del nuovo Partito?

Ho l’impressione che chi proviene da gruppi e gruppetti pre-esistenti o dalle vecchie identità non riesce a guardare a una evoluzione di esse e a una nuova identità, magari post-ideologica.
Ho l’impressione, spero vivamente sbagliata e viziata dal fatto che negli ultimi tempi sono stato solo osservatore esterno della Germania, che in molti pensano ad una autosufficienza culturale che è dannosa per il PD.
Il mondo che ci circonda, infatti, i fenomeni che vogliamo governare sono estremamente complessi. Le forze che abbiamo di fronte sono ampie e dispongono di molti mezzi.
Da solo, dunque, non può farcela nessuno. Nessuno è in grado di interpretare la società, coglierne i bisogni e trovare le soluzioni.

E la risposta a tutto ciò non è certamente il sommare aritmeticamente le forze all’interno del PD, poiché questo è stato già fatto comunque, anche in Germania, e non è bastato, anzi.
Occorre riprendere una discussione seria sullo stare insieme, sul mescolare le culture, le identità, il sangue, per capire come stiamo insieme e quale profilo e identità culturale diamo al partito e che tipo di alleanza vogliamo, anche nelle prossime consultazioni per i Comites e successivamente per le politiche.

Tutto ciò lo dico, e scusatemi se appaio duro, ma spero sempre di sbagliare, perché ho la terribile sensazioni che noi tutti ci guardiamo con sospetto e come tante piccole componenti distinte e inavvicinabili.
Ho l’impressione di un partito in cui convivono tante piccole signorie, tanti piccoli duchi come nell’Italia di molti secoli fa.

Ho l’impressione che ancora ci si veda in competizione come DS contro Margherita, vecchio contro nuovo, veltroniani contro lettiani e bindiani, dalemiani contro rutelliani, integralisti laici contro integralisti cattolici, CGIL contro UIL e ACLI, bertaliani contro coppiani, beatlesiani contro stoniani e romanisti come laziali.
Un po’ il clima che si respira nell’"Inno nazionale" di Luca Carboni, di ormai parecchi anni fa, eppure sempre attuale.

Non è, né deve essere così: pena la morte di un progetto molto ambizioso che ha già cambiato l’Italia e semplificato la politica, anche se perdendo le elezioni.
Per questo, amici e compagni, non abbiate paura del confronto e del dialogo, anche se duro.
Non abbiate paura delle idee e delle identità diverse.
Non chiudetevi in recinti o signorie né di superiorità culturale, né di egemonia numerica, né di altro tipo.

Create e moltiplicate luoghi di discussione approfondita, nei quali è possibile sviscerare fino in fondo le cose, guardarsi negli occhi e poi provare a mescolare davvero le identità e il sangue politico.
Vedete, amici e compagni, c’è un bel film di qualche decennio fa, il cui titolo è entrato a far parte del lessico italiano e che mi piace ricordare.

In questo film, ambientato proprio in quell’Italia delle signorie e dei cavalierati, gli scalmanati protagonisti si presentano alla corte di un’antica famiglia bizantina per chiedere il riscatto per la liberazione del figlio del signorotto locale.
Entro le chiuse mura del castello, ad accoglierli c’è la corte tutta schierata nei suoi abiti tradizionali, intenta nei suoi seri riti, ottusamente orgogliosa e fiera della sua nobile storia, ma per nulla aperta agli altri, al diverso da se, alla mescolanza.
Eppure, al suo interno, pronta a ogni tipo di nefandezza, tradimento e guerra intestina.

Quando il cavaliere protagonista del film chiede al finto sequestrato chi è quella gente dai volti pallidi, Teofilatto dei Leonzi, figlio illegittimo del signorotto, nato da una relazione "impura" con la serva e quindi rinnegato perché sangue misto, risponde così:
"Sono gli ultimi duchi di Bisanzio, sangue prezioso e malato mischiato a se stesso. Membra febbrili, fiacchi alla spada, ma ratte a pugnare, dedite a ogni amplesso. Gente meglio da perdere che da trovare".

Ecco amici e compagni, fuor di metafora, io spero che all’interno di questo nostro partito, si riesca a superare il periodo delle signorie e dei cavalierati.
Spero che il nostro sangue si mescoli e che la smettiamo di guardarci come DS e Margherita, come veltroniani, lettiani, bindiani, dalemiani, rutelliani, fassiniani e chi più ne ha più ne metta.
Spero che riusciremo a creare l’incontro tra le varie anime e le diverse persone.
A rendere agibile a tutti i luoghi della democrazia interna e a rafforzarla, come ancora non siamo riusciti a fare.

Se lo facciamo e cerchiamo di capire dalla dura analisi del voto come rimediare per il futuro, sono sicuro che riusciremo a radicare davvero il PD sul territorio, facendone un grande partito in grado di tornare a vincere, sia in Italia che in Germania.
Se non lo facciamo, e continuiamo a guardarci con sospetti reciproci, il radicamento reale del partito non ci sarà.
Ci sarà, invece, quell’Armata Brancaleone appena citata, per la quale i cittadini penseranno ciò che nel film recitava Teofilatto dei Leonzi: "gente meglio da perdere che da trovare".
E così avremo fatto fallire un grande progetto e perso numerosi altri consensi.

Grazie a tutti per l'attenzione e buon lavoro.

martedì 20 maggio 2008

Sabato a Parigi sullo Statuto

Sabato scorso si è tenuto a Parigi il seminario sullo Statuto del PD all'estero. Di seguito la mia relazione introduttiva, che è servita da base della discussione per le linee guida del futuro Statuto e che ha trovato una larghissima condivisione.

Cari compagni, cari amici,
per la seconda volta in pochi mesi spetta a me il difficile compito di relazionare davanti ai delegati all’Assemblea costituente e ai gruppi dirigenti del partito sull’importante lavoro di redazione dello Statuto per la Circoscrizione estero.

Un impegno di cui avverto tutto il peso e la responsabilità, poiché lo Statuto è la raccolta di quelle norme fondamentali e necessarie che regolano la vita di un partito e, quanto più è chiaro e forte l’indirizzo politico che uno Statuto disegna, tanto più forte, incisiva e rappresentativa sarà la capacità politica di quel partito e dei suoi gruppi dirigenti.

Per questo motivo, ho ritenuto, e ritengo ancora per il futuro, che la mia azione di coordinamento debba sempre essere guidata e accompagnata da una forte dose di capacità di ascolto di tutti coloro che hanno ritenuto di scrivermi o parlarmi per sottopormi i propri pareri in merito alle questioni di volta in volta affrontate.

Nel corso dei mesi che abbiamo alle spalle ho sentito per telefono, per e-mail e di persona molti di voi e molti che oggi non sono qui, ma che pure mi hanno fatto avere un parere.

Tutto ciò mi ha permesso, nelle riunioni del Gruppo ristretto, come a Moena e in questa sede, di preparare i miei interventi sapendo che rappresentano molto più che una relazione sullo stato dell’arte o una mia singola riflessione sul da farsi, bensì il frutto di discussioni e pareri condivisi con molti di voi e di coloro che discutono sui vari media: siti, blog e organi di stampa.

Ma tutto ciò va ancora integrato con il parere di quanti ancora non ho sentito né hanno voluto esprimersi e che da qui in poi dovranno far sentire la propria opinione prima della stesura della bozza provvisoria dello Statuto.

Per quanto riguarda le procedure e le modalità di stesura della bozza di Statuto e il percorso che porterà all’approvazione definitiva, non mi sono inventato nulla, ma ho semplicemente cercato di riprodurre quelle modalità che il professor Vassallo ha adottato per l’Italia e che hanno funzionato molto bene ai fini della stesura e dell’approvazione definitiva dello Statuto nazionale.

Per questo penso che, da qui in poi, una volta delineatesi le linee guida che già da oggi discuteremo insieme, così come faremo probabilmente a breve anche in un’iniziativa simile a Berlina e un’altra negli USA, procederò, se siete d’accordo, alla stesura di una prima bozza divisa per “Parti” e per articoli che sarà poi inviata a tutti i delegati e ai circoli, affinché ognuno possa discuterla e preparare eventuali integrazioni o modifiche.

Ci sarà poi, in concomitanza con l’Assemblea nazionale che si terrà a Roma il 20 e 21 giugno prossimi, una nuova giornata in cui sarà convocata l’Assemblea costituente degli eletti all’estero e, in quella sede, i delegati potranno presentare e discutere gli eventuali emendamenti alla bozza definitiva.

Naturalmente, la votazione dovrà avvenire prima per ogni singolo articolo o emendamento e infine all’intero Statuto.
Solo allora, dopo un voto favorevole a maggioranza assoluta, lo Statuto della Circoscrizione estero sarà definitivamente approvato.

Attualmente lo Statuto nazionale ci dice che “il Partito Democratico è un partito federale, costituito da elettori ed iscritti, fondato sul principio delle pari opportunità”;

che esso “affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali”;

che “al fine di garantire la partecipazione politica, sociale e culturale degli italiani residenti all’estero, organizza le proprie strutture anche in altri Paesi”;

che “le forme e le modalità di organizzazione del Partito Democratico all’estero sono stabilite dallo Statuto della Circoscrizione”;

che “il Coordinamento nazionale è composto da centoventi membri eletti dall’Assemblea nazionale, e da quattro rappresentanti eletti dai delegati all’Assemblea nazionale della Circoscrizione estero”.

Infine, è specificato che “il Partito Democratico eroga annualmente le risorse necessarie alle attività politiche, in rapporto al finanziamento percepito in occasione di elezioni politiche nella stessa Circoscrizione Estero”.

Tutto ciò ci spinge oggi a declinare, sul modello federale, questi importanti principi generali con norme adeguate alla realtà specifica in cui ci muoviamo e operiamo, molto diversa da Paese a Paese e da continente a continente e che ci garantiranno una piena autonomia politica e organizzativa, una maggiore forza, autorevolezza e rappresentatività sia all’estero che in Italia.

Per questo, dunque, occorre partire dall’articolazione del partito sul territorio, dalla struttura e dalle forme organizzative, oltre che dal rapporto di esse col centro del partito e gli organismi dirigenti nazionali.

Lo Statuto, dunque, dovrà prevedere quelle regole che spingono nella direzione di un sempre maggiore e rappresentativo radicamento del partito sul territorio.

Un radicamento che passi, non solo attraverso il pieno coinvolgimento del più ampio numero di cittadini anche non iscritti al partito, ma ancche attraverso forme di adesione e iscrizione che permettano una differenziazione di diritti e doveri dei militanti al partito – cioè coloro che si dedicano ad esso quotidianamente – rispetto a coloro che vi si avvicinano solo in occasioni particolari.

Penso dunque a una differenziazione tra tesserato ed elettore.

Lo stesso segretario Veltroni, proprio qualche giorno fa, ha parlato di tesserati e ha annunciato di voler lanciare a breve una grande campagna di tesseramento.

Dunque lo Statuto nazionale distingue di per sé le due figure.

Il tesserato, quindi, dovrà godere di diritto di parola in ogni occasione democratica e di voto attivo e passivo in tutti gli organismi dirigenti.

Il simpatizzante, invece, godrà del pieno diritto di parola, sempre e comunque, ma avrà un diritto di voto limitato a particolari passaggi democratici, tipo le primarie.

Il luogo del tesseramento, naturalmente, dovrà essere esclusivo e sarà il livello di base, cioè quei circoli territoriali, ambientali e/o di studio sui quali si fonda il Partito Democratico.
È da qui che deve necessariamente partire ogni forma di coinvolgimento e partecipazione alla vita democratica del Partito.

Ogni circolo, poi, per essere riconosciuto e considerato tale dal centro del Partito, a mio avviso dovrà avere almeno tre figure istituzionalizzate: un Presidente dell’Assemblea, un Segretario esecutivo e un Tesoriere.

Eventuali altre cariche esecutive, saranno stabilite localmente e liberamente dal segretario in rapporto alle finalità politiche e alle esigenze territoriali.

Essi dovranno essere naturalmente iscritti al partito e promuovere in tutte le forme possibili l’adesione e il tesseramento dei cittadini al partito, che potrà prevedere anche il versamento di una quota di iscrizione stabilita localmente.

Copia dell’iscrizione di ogni singolo cittadino con tutti i dati anagrafici e i recapiti dovrà essere inviata al Centro del Partito a Roma.

Il Segretario di circolo, poi, dovrà essere eletto con il sistema delle primarie.

Vedremo, in discussioni successive, quanto dovrà durare il suo mandato e quante volte potrà essere rieletto.

Il livello successivo al circolo locale è la Segreteria nazionale (intesa naturalmente come segreteria dei singoli paesi), che sarà istituita laddove esista almeno un certo numero di circoli da stabilire.

Essa avrà compiti l'indirizzo politico nazionale e un fondamentale ruolo di raccordo tra i vari circoli locali e gli altri livelli di rappresentanza del Partito.

Il livello di rappresentanza della segreteria nazionale potrebbe essere parificato a quello del livello provinciale italiano.

Anche in questo caso, la segreteria dovrà avere almeno le tre figure istituzionalizzate di cui ho già detto: un Presidente dell’Assemblea, un Segretario esecutivo e un Tesoriere iscritti al partito, per i quali verrà stabilita successivamente una durata del mandato.

Ma per questo livello si potrebbe pensare a rendere necessarie anche altre figure principali, quali un responsabile organizzazione e un responsabile comunicazione.

Con lo Statuto a regime, poi, anche il Segretario nazionale dovrà essere eletto con il sistema delle primarie.

L’ultimo livello territoriale sarà quello di un Coordinamento di Ripartizione.

Detto Coordinamento, importante soprattutto ai fini della nascita di nuovi circoli in paesi dove non ve ne sia presenza, dell’organizzazione e del raccordo del partito a livello continentale e, in alcuni casi, anche intercontinentale, potrebbe essere l’espressione di rappresentanti dei singoli Paesi in cui sono presenti organizzazioni del Partito.

Avrà al suo interno certamente un Coordinatore, a cui si affiancheranno altre figure esecutive stabilite a seconda delle esigenze continentali e dei passaggi elettorali più prossimi.

Anche in questo caso si tratterebbe poi di deciderne la durata.

A questo livello, dunque, penso sia da escludere un’elezione del Coordinatore con il sistema delle primarie poiché, coinvolgendo potenzialmente tutti i cittadini italiani all’estero, le primarie non assicurerebbero le pari condizioni minime di partenza a ogni candidato che vorrebbe concorrere alla carica di Coordinatore.

Vi sarebbero inoltre una serie di differenze legate alle condizioni economiche, al tipo di lavoro, alla notorietà del candidato e alle dimensioni (in termini di cittadini italiani) del Paese di residenza dei singoli candidati.

In questo caso, dunque, la riflessione dovrebbe essere declinata sulla possibilità di pensare a designazioni nazionali per i singoli delegati di ciascun Paese al Coordinamento e ad eventuali elezioni di secondo livello per il Coordinatore, che potrebbe essere votato solo dai segretari di circolo e da quelli nazionali o dai delegati all’Assemblea Costituente della Ripartizione.

Lo Statuto nazionale, poi, ci dice che l’Assemblea costituente nazionale della Circoscrizione estero dovrà eleggere i quattro componenti di diritto del Coordinamento nazionale.

Il loro ruolo è importantissimo, poiché sono l’unica rappresentanza della Circoscrizione estero negli organismi dirigenti nazionali, la voce diretta del PD all’estero in un organismo esecutivo e di indirizzo politico nazionale del Partito Democratico.

In questo caso, purtroppo, lo Statuto nazionale non specifica se i quattro rappresentanti devono essere espressione delle quattro ripartizioni geografiche, nonostante il principio che ha portato a questo numero sia stato ispirato proprio dall’esigenza di rappresentare le quattro ripartizioni elettorali.

Spetta a noi, dunque, la riflessione su come fare in modo che il voto dei delegati non diventi una riproduzione dei rapporti di forza proporzionali ad elettori e delegati delle singole ripartizioni.

Il rischio di un atteggiamento campanilistico, infatti, finirebbe col favorire esclusivamente l’Europa che, con i suoi 37 delegati, ha la maggioranza assoluta dell’Assemblea e l’America Latina, che ne ha 19, a discapito dell’America Settentrionale che ne ha 9 e dell’Australia che ne ha solo 6.

È per questo motivo, dunque, che penso che il nostro Statuto dovrebbe prevedere dei criteri che assicurino un minimo di rappresentanza a tutti nel Coordinamento nazionale.

Una giusta soluzione potrebbe essere quella di prevedere che non può essere eletto più di un rappresentante per ogni Ripartizione.

Vorrei a questo punto, dopo aver tirato le fila delle discussioni fatte fin qui sul partito, spendere qualche parola su ciò che sta oltre il partito, ma di cui lo Statuto penso debba tener conto, così come avviene anche per l’Italia.

Mi riferisco a tutto ciò che sta sotto alla definizione di “società civile” e che trova ancora delle resistenze a farsi coinvolgere nell’attività politica.

Penso al mondo dell’associazionismo, che io giudico ancora di grande importanza soprattutto in quella fetta di elettorato della vecchia emigrazione.

Quell’elettorato iscritto all’AIRE e che si riconosce nell’associazionismo regionale o provinciale, in quello di mutuo soccorso, in quello vicino alla Chiesa, alle tradizionali associazioni di Sinistra e ai circoli sportivi.

Ma anche a quello sindacale e ai patronati.

Si tratta di un universo vasto che sicuramente è fisiologicamente in esaurimento, ma che partecipa al voto, e spesso in maniera compatta.

Molto più di quanto non fanno ancora quelle giovani generazioni che esprimono un voto d’opinione e alle quali dobbiamo guardare per l’immediato futuro, ma che ancora con difficoltà si iscrivono all’AIRE e partecipano alla vita politica italiana.

Con quest’associazionismo, a mio avviso, dobbiamo cercare un rapporto stretto e possibilmente codificato. Così come dobbiamo cercarlo con quei giovani restii alla politica.

Un buon segnale sarebbe quello di introdurre nello Statuto le norme che riconoscono e regolano i nostri rapporti con possibili associazioni interessate e con forum tematici e/o online che coinvolgano i giovani.

Il tutto dovrebbe prevedere, in qualche modo, oltre al dialogo anche forme di rappresentanza di queste realtà all’interno del partito.

In questo contesto organizzativo e politico, dunque, noi guardiamo lontano, attraverso il radicamento nella società, il coinvolgimento della società civile, delle nuove generazioni, dei nuovi mezzi di comunicazione, dei sistemi democratici aperti e partecipativi.

E in questo contesto il nostro Statuto assegnerà, dunque, alle organizzazioni territoriali, un forte e autorevole peso politico a livello locale e nazionale e uno altrettanto forte sul piano organizzativo a livello continentale.
Avremo dirigenti politici locali espressione di un voto popolare molto largo, rappresentativi e autorevoli.

Un’organizzazione che godrà di una forte autonomia politica e finanziaria, visto che lo Statuto nazionale ci assegna i rimborsi elettorali come forma di finanziamento e di cui parlerò nelle conclusioni alle quali mi avvio.
Un partito all’estero con una presenza di rappresentanti autorevoli ed eletti nel Coordinamento nazionale che, lo ricordo, è organismo esecutivo e di indirizzo politico.

Ne avremo ben quattro, mentre alle regioni italiane, tanto per fare un esempio, ne spetta solo uno, il segretario.

Il che significa anche la specificità della Circoscrizione estero è stata riconosciuta in pieno e questo ci da un valore di rappresentanza in certi casi più alto della regione italiana.

Insomma, lo Statuto nazionale a base federale, insieme a quello all’estero, daranno alla nostra organizzazione un forte peso politico e di rappresentanza sul territorio, o sui territori.

Un peso che, per funzionare al meglio, democraticamente e in maniera coordinata, ha bisogno di un raccordo politico centrale che rappresenti un altrettanto autorevole, rappresentativo e politicamente rilevante coordinamento nazionale.

Un Coordinamento che sia parte importante di un sistema democratico di pesi e contrappesi.

Non si può pensare, infatti, di andare solo verso un potere sempre più crescente e autorevole delle organizzazioni territoriali e dei parlamentari - che da qui in poi dovrebbero essere selezionati con le primarie - a discapito di una carenza di rappresentatività e autorevolezza del centro del partito.

A mio avviso sarebbe il caos e l’ingovernabilità.

È per questo che penso vada fatta anche una riflessione su come lo Statuto dovrà regolare il rapporto politico tra centro e periferia, tra dirigenza nazionale e locale.

Penso che dobbiamo immaginare l’introduzione di criteri di condivisione e consultazione anche per l’organizzazione del partito a livello centrale che, una volta che lo Statuto sarà entrato a regime, permetteranno un’evoluzione democratica in linea con quanto avviene in Italia e con quanto lo Statuto nazionale impone a ogni livello di rappresentanza e direzione politica.

Il Segretario nazionale del partito, infatti, è stato eletto, e lo sarà sempre di più, direttamente dai cittadini.

Stessa cosa avviene per i segretari regionali, provinciali e locali e per i candidati alle principali cariche amministrative italiane.

Si tratta di ruoli di dirigenza e indirizzo politico per i quali si sente, oggi più che mai, il bisogno di una investitura forte e dal basso, di una certa dose di rappresentatività e di vicinanza all’elettorato.

Per questo penso dobbiamo fare una riflessinoe franca e aperta per capire se non sia il caso di prevedere, nel nostro statuto, una qualche forma di consultazione del partito all’estero, o dei suoi gruppi dirigenti, con il segretario nazionale.

Qualcosa che coinvolga, in qualche particolare momento o forma, anche l’Assemblea costituente della Circoscrizione estero, i segretari locali e nazionali e i coordinatori di Ripartizione, nella fase di decisione e designazione degli assetti e delle responsabilità nazionali del Partito per la Circoscrizione estero, fin qui decisi solo dal segretario senza alcuna forma di coinvolgimento e di interlocuzione del partito all'estero o dei suoi rappresentanti più autorevoli.

Penso che una forma aperta, partecipativa e democratico di questo tipo, che abbia una spinta politica anche dal territorio, potrà rappresentare quel giusto contrappeso di cui chi è slegato dal territorio ha bisogno per la propria legittimità nell’azione di gestione e indirizzo politico, proprio in un momento in cui, invece, il peso politico locale sta giustamente crescendo.
Un partito così disegnato, quindi, lo immagino come un partito vero, solido, democratico ad ogni livello, radicato e rappresentativo, con una forte capacità di attrazione tra le nostre comunità all’estero.

Un partito che, nelle società moderne e nella nostra realtà all’estero, più che mai ha bisogno di risorse finanziarie assegnate e gestite in maniera certa, codificata e trasparente.

Nella difficoltà dell’autofinanziamento locale, lo Statuto nazionale, come accennavo in precedenza, ci assegna la quota del rimborso elettorale delle elezioni politiche in rapporto alla quota percepita in virtù del voto all’estero.

Questo deve spingerci a formulare i criteri certi con i quali, annualmente, la tesoreria nazionale del Partito versa il finanziamento alle organizzazioni sul territorio e in che quantità.

È da qui, dunque, che deve cominciare la riflessione su quali siano i criteri che stabiliscono quanta parte di finanziamento debba essere riconosciuta ad una determinata nazione o a un dato circolo.

In questo senso, gli snodi principali potrebbero essere la Direzione nazionale del Partito e le segreterie di Paese.

Si potrebbe infatti riservare una quota del finanziamento al centro del partito, per iniziative che coinvolgono l’intera Circoscrizione estero, tipo quella di oggi ad esempio, ma anche molte altre.

Il resto del contributo potrebbe essere ripartito, in proporzione, alle Ripartizioni, tenendo conto dei diversi tassi di cambio e in percentuale ai voti ottenuti.

Potrebbe essere il Coordinamento continentale, d’intesa con le segreterie nazionali e con la Direzione nazionale, a stabilire quali siano i circoli realmente effettivi ai quali la tesoreria nazionale verserebbe il finanziamento e in che misura.

Sono convinto che, se sapremo disegnare bene questa importante e faticosa struttura architettonica, ne raccoglieremo presto l’ammirazione dei cittadini italiani all’estero in termini di democrazia, trasparenza, partecipazione e consenso elettorale: i quattro pilastri fondamentali della struttura e sopravvivenza di un partito politico.

Grazie per la pazienza e buon lavoro a tutti.

martedì 18 marzo 2008

Da Bruxelles a Lugano con D'Alema e Veltroni

E' già da un po' che non riesco a trovare il tempo di scrivere. Sono state settimane intense nelle quali sono successe molte cose sulle quali, invece, varrebbe la pena scrivere. Provo ad accennare poche cose e in maniera schematica.

Presentazione liste.
Domenica 10 abbiamo presentato le liste definitive del PD all'estero. E' stata una corsa contro il tempo e ad alta carica di adrenalina, poiché dovevano arrivare da tutto il mondo documenti indispensabili e da consegnare in originale alla Corte d'appello di Roma: il rischio era che non arrivassero in tempo e che non avremmo potuto presentare le liste o che le avremmo dovute presentarle monche. Tanto per farvi un'idea ecco come si è conclusa la nostra avventura, così come descritta da alcuni quotidiani italiani:
Nord America, sprint per salvare la lista del PD
“Se il PD riuscirà a pareggiare al Senato, dovrà fare un monumento a Eugenio Marino, 34 anni, con uno sprint da atleta. Il PD aveva presentato le sue liste per le circoscrizioni estere intorno alle 18:00. Mancava però il certificato del presentatore della lista per il Nord America. Marino è corso in sede a recuperare il documento ed è riuscito a varcare la sede della Corte d’appello di Roma due minuti prima della chiusura. Per Marino l’abbraccio del collega più anziano e la consapevolezza di avere consentito al PD di gareggiare anche per quel seggio”. (Avvenire, 11 marzo 2008)

Con D'Alema a Bruxelles.
Il 13 ero a Bruxelles a rappresentare la Direzione nazionale del Partito all'iniziativa con il Presidente del PS belga Elio Di Rupo e Massimo D'Alema, tenutasi nella sede nazionale dei socialisti del Belgio. Un ottimo incontro, in una sala gremita di giornalisti e con la comunità italiana, soprattutto del mondo dell'associazionismo. Di Rupo e D'Alema hanno sottolineato la vicinanza e l’intensa collaborazione tra PD, socialisti belga e PSE. La necessità che il PD e il PSE trovino le forme e le regole per consentire un'adesione organica che passi attraverso quanto già fatto a Porto con la modifica dello Statuto del PSE e attraverso la possibilità di una nuova denominazione del contenitore europeo. Una soluzione utile a tutti: alla Sinistra italiana ed europea, all'Italia e all'Europa, agli italiani in Italia e all'estero. Alla fine degli interventi D'Alema ha risposto alle molte domande degli italiani presenti in sala, che hanno fatto sentire la propria voce sulle questioni che li riguardano più da vicino: dalla diffusione della lingua e cultura italiana all'estero alla doppia cittadinanza (questione per la quale D'Alema e Amato hanno avviato una denuncia al Consiglio europeo che consentirà ai cittadini italiani di ottenere la cittadinanza belga senza perdere quella italiana) e alle quali il Ministro degli esteri ha risposto con puntiglio e sicurezza, rassicurando gli italiani sulla continuazione del suo impegno in questi temi anche per il futuro. Dopo gli interventi D'Alema e Di Rupo hanno presentato alla platea i candidati del PD presenti in sala: Davide Pernice, Laura Garavini, Beatrice Biagini e Rosine Ongaro. Gli stessi leader italiano e belga, poi, si sono abbandonati a un bagno di folla, lasciandosi stringere la mano, baciare e fotografare a lungo con tutti coloro che lo richiedevano: giovani e anziani, candidati e militanti, ognuno dei quali poneva a D'Alema la propria domanda o ricordava con piacere una particolare pressa di posizione del leader italiano. In molti, poi, hanno commentato come "D'Alema non è come lo descrivono: è simpatico, ha parlato con tutti, è stato disponibilissimo". Insomma, dopo aver dato risposte di merito e preso impegni sui problemi della comunità all'estero, ha dedicato ancora del tempo ai singoli per una battuta, una stretta di mano, una foto e lo spolvero di un particolare ricordo.

Con Veltroni a Lugano.
Il 14 marzo ero invece a Lugano, dove Veltroni ha fatto la tappa all'estero del suo giro d'Italia. In sala c'erano circa 600 persone. L'entusiasmo della gente era alle stelle. Il segretario ha parlato a lungo delle nostre comunità, lanciando da Lugano la risposta a Martino sulla necessità dell'Italia di non ritirarsi dal Libano e ribadendo a Calderoli, che aveva detto di vergognarsi dell'Italia, di essere invece orgoglioso di vivere nel nostro Paese che, secondo Veltroni, "è un Paese meraviglioso". E quale migliore occasione dell'incontro con le comunità italiane all'estero per lanciare un messaggio di politica estera e ribadire la grandezza e bellezza del nostro Paese. Un Paese, secondo Veltroni, che dovrà creare, con il PD al Governo, le condizioni per cui "quella di partire o di emigrare dovrà essere una scelta e mai più una necessità, un obbligo". Lo ha detto davanti a molti giovani e ai candidati del PD presenti in sala, sottolineando come alcuni di loro siano giovani professionisti altamente specializzati che, proprio per le loro competenze e formazione, devono lasciare l'Italia solo per scelta e non perché manca nello Stivale un sistema in grado di mettere a frutto le loro competenze. Tra di questi, ha citato la giovane candidata inglese Simona Milio ed Emanuela, la ragazza ticinese che aveva aperto con il suo bell'intervento la giornata.

A Bolzano con Scaparro, Nicolini e Toni Jop
Domenica ho assistito a Bolzano, in qualità di invitato insieme a Maurizio Scaparro, Renato Nicolini e toni Jop, alla prima teatrale dell'Orlando Furioso di Ariosto. Una bellissima reinterpretazione, in uno scenario post industriale, realizzata dalla regista Giuliana Lanzavecchia con la compagnia Bricabrac. Ragazzi dai 13 ai 20 anni che si sono esibiti in un'interpretazione fatta di musica, canti, balletti e recitazione.
A fine spettacolo siamo andati cenare in un ottimo ristorante tipico di Bolzano, dove ho mangiato i wurstel bianchi fatti artigianalmente, tutta un'altra cosa rispetto a quelli industriali che compriamo nei supermercati.

giovedì 11 ottobre 2007

Da Praga a Londra: giovani e politiche internazionali

Al dibattito sul partito democratico a cui ho partecipato di Lunedì a Praga, nella sede dei Socialdemocratici cechi, c'era una platea composta soprattutto da giovani, molto vivaci e interessati a ciò che si sta facendo. Guardano con speranza all'orizzonte del Partito Democratico e credono che esso possa portare un'ondata di positivi cambiamenti nella politica italiana.

A Praga c'è un'emigrazione particolare: ridotta in termini numerici, ma giovane, dinamica e in aumento, poiché qui arrivano molti giovani laureati e specializzati che lavorano nelle multinazionali che hanno fatto dell'Irlanda, della Repubblica Ceca e della Romania la propria base operativa. Giovani che molto spesso, per scelta, vanno a lavorare all'estero, muovendosi anche in due, tre stati diversi nel giro di pochi anni. Parlano più lingue, si conforntano con più culture, apprezzano la cucina indigena: e se è vero ciò che diceva Feuerbach, che l'uomo è ciò che mangia, questi giovani italiani non possono che essere l'essenza del multiculturalismo, i nuovi cittadini del mondo. Giovani molto e bene informati, sull'Italia e sul mondo appunto, con i quali lo spazio e l'orizzonte della discussione è stato soprattutto quello della politica estera dell'Italia, del suo ritrovato ruolo da protagonista sulla scene internazionale, grazie al lavoro dell'attuale Governo e del Ministro D'Alema. In quest'ottica ho sottolineato come, in un mondo globalizzato, nel quale le sfide si possono affrontare solo a livelli sovranazionali, il Partito Democratico dovrà avere proprio nella politica estera il fulcro principale dell'iniziativa politica, anche per risolvere le principali questioni di politica interna (non più considerabili solo tali) e i problemi del mondo del lavoro, del welfare e della sicurezza.

Anche a Londra, ieri sera, sempre per un dibattito sul PD, ho dialogato al King's College con una platea molto giovane, seppur per certi versi diversa da quella ceca. E dico dialogato perché non ho voluto fare il classico intervento-comizio elettorale prima del 14 ottobre. Ho preferito ascoltare gli interventi dei presenti, le loro critiche (che naturalmente non sono mancate), le loro proposte. Ne sono venute fuori circa due ore di discussione partecipata e di analisi critica. Al King's College studiano e insegnano molti giovani italiani che spesso fanno il paragone tra le opportunità che qui gli si offrono, solo sulla base dei meriti personali, con gli ostacoli e gli spazi stretti delle università italiane, nelle quali il merito non basta, gli stipendi da ricercatore sono miseri e le caste dei professori sono intoccabili. Anche in questo chiedono al Partito Democratico una svolta vera, una volta per tutte, che dia il segnale che le cose in Italia possono cambiare in meglio, che per avere un'opportunità basta solo avere le capacità e le competenze personali, anche se non si è parente, amico o protetto di nessuno, e che queste competenze possano essere valorizzate e pagate per ciò che realmente valgono.

Penso che il PD sarà rivoluzionario se riuscirà a fare tutto ciò e se saprà creare le condizioni per mettere in rete le varie e numerose intelligenze italiane sparse per il mondo (e che ormai là preferiscono rimanere), come l'ultimo, ma non ultimo, il recente premio Nobel per la medicina, Mario Capecchi, costretto a coltivare all'estero le proprie potenzialità e i propri studi sulle cellule embrionali, mentre in Italia dobbiamo tenerci Buttiglione e Giovanardi, unici Nobel al bigottismo e all'ottusità politico-culturale.