domenica 25 maggio 2008

A Berlino per analisi del voto e Statuto

Oggi sono in Germania, alla Willy Brandt House di Berlino, per un seminario sull'analisi del voto, con particolare riferimento a quello in Europa e in Germania.
Di seguito la mia relazione introduttiva.

Cari amici e compagni,
mi fa davvero molto piacere essere qui oggi, in Germania, dove non venivo ormai da moltissimo tempo, cioè da prima che si avviasse il percorso costituente del Partito Democratico: un’altra era politica dunque.

Tornarci oggi, quindi, fa un certo effetto, poiché ci troviamo con un altro partito, un’altra situazione politica e un altro Governo.
Anche la platea che mi trovo davanti è molto diversa da allora.
L’ultima volta che sono stato in Germania c’erano ancora DS e Margherita, c’era da poco il Governo de L’Unione e la Germania non aveva eletti in Parlamento.
Oggi c’è il Partito Democratico, purtroppo c’è il Governo della Destra, ma almeno avete un eletto della Germania.

Per questa prima parte della giornata è stato chiesto a me di fare una relazione sui risultati del recente voto politico, probabilmente perché negli ultimi mesi, tra Gruppo ristretto per lo Statuto, seminari e campagna elettorale, non ho fatto altro che relazioni.
Il compito, naturalmente, non è dei più semplici, poiché analizzare il voto è sempre cosa ardua.
In Italia, tra l’altro, non è stata ancora fatta una discussione approfondita all'interno del partito su quanto è accaduto.

E questo limita enormemente la mia analisi generale.
Per questo cercherò di dare una lettura di quanto successo più circoscritta possibile, con maggiore attenzione proprio al dato tedesco.
Prima del 14 aprile immaginavamo tutti una probabile sconfitta. Ma nessuno avrebbe immaginato un distacco di nove punti, soprattutto al Senato.
La Destra ha ottenuto il 46% dei consensi degli italiani contro il nostro 37%: ben nove punti in più.

Il solo PDL ha raggiunto il 38% contro il nostro 33%: ben cinque punti in più.
In questo pessimo risultato, però, dobbiamo saper vedere anche il molto che c’è di buono.
A parte la semplificazione di tutta la vita politica e democratica italiana, merito esclusivo del PD, c’è anche il grande risultato di aver raccolto intorno al nostro progetto il consenso di un italiano su tre.

Così come c’è il coraggio che abbiamo avuto nel proporre un modello di discontinuità, la scelta dell’innovazione e del riformismo, insieme a quella di costruire un partito plurale, aperto e radicato nei territori.
Ora bisogna, però, che quelli che fin qui sono stati progetti, premesse e ambizioni, d’ora in avanti divengano realtà, a cominciare dalla sintesi delle diverse culture che formano il Partito Democratico e dal suo radicamento tra i cittadini.
Se non sapremo fare davvero bene tutto ciò, questo nostro grande progetto potrà fallire.
Perché esso non fallisca, dunque, dobbiamo partire dal fare tesoro dall’esperienza di quanto è stato, dalla nostra capacità di dialogo e dall’abitudine all’agire democratico di un partito e dei suoi militanti.

Fino a oggi, invece, troppo spesso, in Italia e in alcuni casi all’estero, abbiamo visto di più la concorrenza tra gruppettini del PD – permettetemi di dirlo – che tra progettualità e visioni diverse dell’identità e strategia politica del partito.
E tutto ciò non è un buon segnale in un partito che del rifiuto delle correnti e nella sintesi delle diverse culture ha fatto un suo punto di forza nell’atto fondativo.
Abbiamo perso – anche se all’estero non è così – quindi ci conviene sviscerare fino in fondo i ragionamenti sul perché e riflettere bene sui risultati, cercando di fare un tutt’uno di strategia, identità e cultura politica.

Lo stesso segretario Veltroni ha insistito qualche settimana fa sull’importanza della lettura del voto dopo una sconfitta.
E la mia lettura del voto, come spero la vostra, non deve essere fatta con lo spirito di chi cerca conferme a ciò che pensava prima del voto, qualsiasi cosa pensasse.
La lettura deve servire a distinguere tra ciò che di positivo è uscito dalle urne e i limiti che esse ci hanno evidenziato e che dobbiamo superare nel futuro.

Noi abbiamo certamente pagato il debito dell’impopolarità della precedente maggioranza politica de L’Unione, che io però distinguo dal Governo, che a mio avviso ha ben operato.
Questa impopolarità ci assegnava una sconfitta certa e pesante, anche se in campagna elettorale abbiamo molto recuperato in termini di consenso.

Forse tutto il possibile, insieme a una parte di voti provenienti da altre forze politiche della Sinistra, spinta dall’esigenza di dare un "voto utile" contro la Destra, e dall’astensionismo critico, quello del ceto medio riflessivo o quello di Sinistra.
Ma questo consenso non è acquisito una volta per sempre. Esso può sparire già alle prossime elezioni europee, alle quali non funzionerà il meccanismo del "voto utile".
Quell’area di elettorato gravitante intorno alla Sinistra radicale, infatti, oggi non più rappresentata in Parlamento, domani tornerà a votare alle europee non più contro Berlusconi, ma per una rappresentanza in cui si riconosce di più di quanto non si riconosca nel Partito Democratico.

E allora tutto ciò che fin qui ho detto esserci stato di positivo, tanto da portarci al 33% dei consensi, domani semplicemente non ci sarà più.
Nel 2009 rischieremmo di ritrovarci sotto la soglia del 30%, ancora meno di quanto ottenemmo alle passate elezioni europee, quando la lista Uniti nell’Ulivo raggiunse poco più del 31% dei consensi.
Che fare, dunque, per evitare che ciò accada.
E soprattutto che fare per evitare che ciò accada all’estero.
Prima di tentare di dare una risposta, penso sia utile provare ad analizzare proprio il risultato estero.

Va innanzitutto detto che, per quello che ci riguarda, il voto nella nostra Circoscrizione è stato ben diverso da quello italiano.
Nel complesso della Circoscrizione estero il Partito Democratico vince le elezioni, ottenendo nove parlamentari su diciotto, contro i sette del PDL e i due indipendenti.
Da solo vince alla Camera con circa un punto in più e perde al Senato con circa un punto in meno in termini percentuali.

Insieme all’IDV vince bene in entrambi i rami del Parlamento.
In questo quadro, però, è da sottolineare che il risultato del Partito Democratico all’estero è in linea con quello in Italia, intorno al 33%.
Quello del PDL, invece, è di quattro punti in meno all’estero rispetto che all’Italia (33% all’estero contro 38% in Italia) e di addirittura sei alla Camera (31% all’estero contro 37% in Italia).
Segno, dunque, che l’appeal generale della Destra fuori dai confini nazionali si riduce di molto.
Se poi guardiamo alla sola Europa, il dato non può che migliorare per noi.
In questa ripartizione, infatti, il Partito Democratico ottiene il 40% dei consensi alla Camera contro il 33% del PDL.

Sette punti in più: quasi il rovescio di ciò che succede in Italia.
Che in termini di voti assoluti significa 204.393 voti del PD contro i 171.658 del PDL.
Circa 33.000 voti in più, pari al totale di quelli che nel 2006 ottenne in più L’Unione in Italia per vincere le elezioni, ma su un numero di elettori di molti milioni in più rispetto a noi.
Analizzando, inoltre, il dettaglio di questi dati, nazione per nazione, vediamo che il Partito Democratico vince molto bene in quasi tutti i Paesi in cui è più consistente la presenza italiana, più forte il comune sentire democratico, e dove vi è almeno una qualche forma di organizzazione e presenza del Partito.
Vediamo che in Belgio, in entrambi i rami del Parlamento, il PD ottiene 15 punti percentuali in più del PDL.

In Francia 16 punti in più alla Camera e 15 al Senato.
In Lussemburgo 28 punti in più alla Camera e 22 al Senato.
In Olanda 16 punti in più in entrambi i rami.
In Svizzera 17 punti in più in entrambi i rami.
In Spagna, dove però la nostra presenza organizzata è minima, un solo punto in più in entrambi i rami.

Unica eccezione negativa, è purtroppo proprio la Germania, dove il Partito Democratico ottiene ben 10 punti in meno rispetto al PDL, e in entrambi i rami del Parlamento.
Un risultato tanto più preoccupante se paragonato alla situazione del 2006 e agli altri paesi europei.
Nel 2006, infatti, nei paesi già citati, L’Unione vinceva bene quasi ovunque, anche se confrontata alla somma di tutti i partiti dell’allora Casa delle libertà.
L’Unione senza IDV e UDEUR, infatti, vinceva nel 2006 con 19.000 voti in più in Belgio rispetto a tutta la CDL; con 27.000 voti in più in Francia; con 41.000 in Svizzera; con 2.000 in Lussemburgo (su un totale di circa 5.000 elettori) e 2.000 in Olanda (su un totale di circa 7.000 elettori).

In questi ultimi due casi parliamo di paesi molto piccoli e con pochi voti, dunque lo scarto, seppur di poche migliaia di voti, è da considerarsi un ottimo risultato.
Le uniche eccezioni erano ancora la Germania, dove L’Unione vinceva di soli 3.000 voti in più (su circa 134.000 elettori) e pur essendo il Paese con il più alto numero di italiani, e la Gran Bretagna, dove L’Unione addirittura perdeva, seppur di soli 1.000 voti (su circa 40.000 elettori).
Oggi, poi, il PD senza Italia dei valori, Sinistra Arcobaleno, Partito Socialista e Sinistra critica, vince quasi dappertutto sul PDL unito senza l’UDC.
E vince con scarti alti, come ho già detto. Tanto che anche se alla CDL si sommasse l’UDC noi vinceremmo lo stesso.

In Germania, invece, il PD perde sul PDL con lo scarto alto già accennato: di 10 punti.
Uno scarto tanto alto che seppure aggiungessimo ai voti del PD quelli di tutta la Sinistra radicale non raggiungeremmo ugualmente il centrodestra.
E tutto il centrosinistra compresa l'IDV è al di sotto di tutto il centrodestra compresa l'UDC.
Il che significa che neanche in una situazione di alleanze simile a quella di due ani fa avremmo vinto e che il centrosinistra tutto è minoritario rispetto al centrodestra ed è in perdita rispetto a due anni fa.

Una perdita di voti che si concentra proprio tra PD e Sinistra della coalizione, poiché l’IDV, rispetto al 2006, guadagna diverse migliaia di voti.
E non si può certo dire che abbia semplicemente guadagnato aritmeticamente quelli liberatisi dall’Udeur, poiché nel 2006 il partito di Mastella aveva solo 1.560 voti in tutta la Germania, meno della metà di quanti ne guadagna l’IDV.
Tutto ciò è molto preoccupante.

Sono voti persi da tutto il centrosinistra, tranne Di Pietro, che avanza in tutta Europa, tranne che in Belgio, dove invece perde voti per quasi mezzo punto.
Caso unico in Europa, dunque, quello tedesco del PD e del centrosinistra nel suo insieme.
Nemmeno in Gran Bretagna, infatti, dove pure perdiamo con uno scarto minimo, si ripete questa situazione.
Se in Gran Bretagna, infatti, ai 14.175 voti del PD sommiamo i 6.966 voti della Sinistra radicale e dell’IDV arriviamo a 21.171 voti: 5.418 voti in più del PDL e addirittura 3.944 voti in più de L’Unione di due anni fa.
In questo caso, dunque, il centrosinistra cresce rispetto a due anni fa ed è maggioritario, come nel resto d’Europa.

Nella sola Germania, dunque, il PD e l’intero centrosinistra, risultano oggi più deboli del 2006 e minoritari.
E tutto il Centrosinistra non raggiunge il centrodestra.
Il Partito Democratico, inoltre, oltre ad essere largamente minoritario in Germania a livello di Paese lo è anche a livello locale.
Fanno eccezione solo poche realtà come Berlino e Amburgo, dove il PD vince bene sul PDL, e Monaco, dove siamo però avanti di un magro 0.6% in più.
Com’è dunque accettabile un tale risultato nel Paese a più alta concentrazione di italiani al mondo?

Com’è dunque possibile un simile risultato in un Paese in cui l’immagine di Berlusconi non è certo un punto di forza?
Dove abbiamo sbagliato?
E che fare? Dicevo poc’anzi.
Probabilmente è rispondendo a queste domande che troveremo la forza e le risorse per cominciare a costruire il cammino che potrà portarci a diventare maggioranza fra cinque anni, ma speriamo anche di meno.

A mio avviso, ma su questo non voglio costruire certezze, bensì stimolare dialogo, in Germania si è verificato questo disastro perché erano già deboli in passato sia i DS che la Margherita: cioè le due forze principali del PD.
E perché manca sia un associazionismo forte, organizzato e radicato come in Svizzera, sia un rapporto sano e proficuo con quello esistente.
Tutto ciò si è verificato perché queste forze, poco radicate davvero sul territorio, avevano anche una grave difficoltà a parlarsi, a stare insieme, a mescolare idee, progetti, risorse, competenze, uomini.

Queste due forze non sono riuscite a fare sintesi e, per usare una metafora genetica, non sono riuscite a mescolare il loro sangue.
E ancora nel passato recente, con la costruzione del PD, non riescono né a radicarsi tra la gente, né a mescolarsi, ad amalgamarsi, a sentirsi parte di un tutto, a trovare una giusta sintesi.
Su quali premesse, dunque, in Germania stiamo fondando la struttura, l’identità e la forza del nuovo Partito?

Ho l’impressione che chi proviene da gruppi e gruppetti pre-esistenti o dalle vecchie identità non riesce a guardare a una evoluzione di esse e a una nuova identità, magari post-ideologica.
Ho l’impressione, spero vivamente sbagliata e viziata dal fatto che negli ultimi tempi sono stato solo osservatore esterno della Germania, che in molti pensano ad una autosufficienza culturale che è dannosa per il PD.
Il mondo che ci circonda, infatti, i fenomeni che vogliamo governare sono estremamente complessi. Le forze che abbiamo di fronte sono ampie e dispongono di molti mezzi.
Da solo, dunque, non può farcela nessuno. Nessuno è in grado di interpretare la società, coglierne i bisogni e trovare le soluzioni.

E la risposta a tutto ciò non è certamente il sommare aritmeticamente le forze all’interno del PD, poiché questo è stato già fatto comunque, anche in Germania, e non è bastato, anzi.
Occorre riprendere una discussione seria sullo stare insieme, sul mescolare le culture, le identità, il sangue, per capire come stiamo insieme e quale profilo e identità culturale diamo al partito e che tipo di alleanza vogliamo, anche nelle prossime consultazioni per i Comites e successivamente per le politiche.

Tutto ciò lo dico, e scusatemi se appaio duro, ma spero sempre di sbagliare, perché ho la terribile sensazioni che noi tutti ci guardiamo con sospetto e come tante piccole componenti distinte e inavvicinabili.
Ho l’impressione di un partito in cui convivono tante piccole signorie, tanti piccoli duchi come nell’Italia di molti secoli fa.

Ho l’impressione che ancora ci si veda in competizione come DS contro Margherita, vecchio contro nuovo, veltroniani contro lettiani e bindiani, dalemiani contro rutelliani, integralisti laici contro integralisti cattolici, CGIL contro UIL e ACLI, bertaliani contro coppiani, beatlesiani contro stoniani e romanisti come laziali.
Un po’ il clima che si respira nell’"Inno nazionale" di Luca Carboni, di ormai parecchi anni fa, eppure sempre attuale.

Non è, né deve essere così: pena la morte di un progetto molto ambizioso che ha già cambiato l’Italia e semplificato la politica, anche se perdendo le elezioni.
Per questo, amici e compagni, non abbiate paura del confronto e del dialogo, anche se duro.
Non abbiate paura delle idee e delle identità diverse.
Non chiudetevi in recinti o signorie né di superiorità culturale, né di egemonia numerica, né di altro tipo.

Create e moltiplicate luoghi di discussione approfondita, nei quali è possibile sviscerare fino in fondo le cose, guardarsi negli occhi e poi provare a mescolare davvero le identità e il sangue politico.
Vedete, amici e compagni, c’è un bel film di qualche decennio fa, il cui titolo è entrato a far parte del lessico italiano e che mi piace ricordare.

In questo film, ambientato proprio in quell’Italia delle signorie e dei cavalierati, gli scalmanati protagonisti si presentano alla corte di un’antica famiglia bizantina per chiedere il riscatto per la liberazione del figlio del signorotto locale.
Entro le chiuse mura del castello, ad accoglierli c’è la corte tutta schierata nei suoi abiti tradizionali, intenta nei suoi seri riti, ottusamente orgogliosa e fiera della sua nobile storia, ma per nulla aperta agli altri, al diverso da se, alla mescolanza.
Eppure, al suo interno, pronta a ogni tipo di nefandezza, tradimento e guerra intestina.

Quando il cavaliere protagonista del film chiede al finto sequestrato chi è quella gente dai volti pallidi, Teofilatto dei Leonzi, figlio illegittimo del signorotto, nato da una relazione "impura" con la serva e quindi rinnegato perché sangue misto, risponde così:
"Sono gli ultimi duchi di Bisanzio, sangue prezioso e malato mischiato a se stesso. Membra febbrili, fiacchi alla spada, ma ratte a pugnare, dedite a ogni amplesso. Gente meglio da perdere che da trovare".

Ecco amici e compagni, fuor di metafora, io spero che all’interno di questo nostro partito, si riesca a superare il periodo delle signorie e dei cavalierati.
Spero che il nostro sangue si mescoli e che la smettiamo di guardarci come DS e Margherita, come veltroniani, lettiani, bindiani, dalemiani, rutelliani, fassiniani e chi più ne ha più ne metta.
Spero che riusciremo a creare l’incontro tra le varie anime e le diverse persone.
A rendere agibile a tutti i luoghi della democrazia interna e a rafforzarla, come ancora non siamo riusciti a fare.

Se lo facciamo e cerchiamo di capire dalla dura analisi del voto come rimediare per il futuro, sono sicuro che riusciremo a radicare davvero il PD sul territorio, facendone un grande partito in grado di tornare a vincere, sia in Italia che in Germania.
Se non lo facciamo, e continuiamo a guardarci con sospetti reciproci, il radicamento reale del partito non ci sarà.
Ci sarà, invece, quell’Armata Brancaleone appena citata, per la quale i cittadini penseranno ciò che nel film recitava Teofilatto dei Leonzi: "gente meglio da perdere che da trovare".
E così avremo fatto fallire un grande progetto e perso numerosi altri consensi.

Grazie a tutti per l'attenzione e buon lavoro.

martedì 20 maggio 2008

Sabato a Parigi sullo Statuto

Sabato scorso si è tenuto a Parigi il seminario sullo Statuto del PD all'estero. Di seguito la mia relazione introduttiva, che è servita da base della discussione per le linee guida del futuro Statuto e che ha trovato una larghissima condivisione.

Cari compagni, cari amici,
per la seconda volta in pochi mesi spetta a me il difficile compito di relazionare davanti ai delegati all’Assemblea costituente e ai gruppi dirigenti del partito sull’importante lavoro di redazione dello Statuto per la Circoscrizione estero.

Un impegno di cui avverto tutto il peso e la responsabilità, poiché lo Statuto è la raccolta di quelle norme fondamentali e necessarie che regolano la vita di un partito e, quanto più è chiaro e forte l’indirizzo politico che uno Statuto disegna, tanto più forte, incisiva e rappresentativa sarà la capacità politica di quel partito e dei suoi gruppi dirigenti.

Per questo motivo, ho ritenuto, e ritengo ancora per il futuro, che la mia azione di coordinamento debba sempre essere guidata e accompagnata da una forte dose di capacità di ascolto di tutti coloro che hanno ritenuto di scrivermi o parlarmi per sottopormi i propri pareri in merito alle questioni di volta in volta affrontate.

Nel corso dei mesi che abbiamo alle spalle ho sentito per telefono, per e-mail e di persona molti di voi e molti che oggi non sono qui, ma che pure mi hanno fatto avere un parere.

Tutto ciò mi ha permesso, nelle riunioni del Gruppo ristretto, come a Moena e in questa sede, di preparare i miei interventi sapendo che rappresentano molto più che una relazione sullo stato dell’arte o una mia singola riflessione sul da farsi, bensì il frutto di discussioni e pareri condivisi con molti di voi e di coloro che discutono sui vari media: siti, blog e organi di stampa.

Ma tutto ciò va ancora integrato con il parere di quanti ancora non ho sentito né hanno voluto esprimersi e che da qui in poi dovranno far sentire la propria opinione prima della stesura della bozza provvisoria dello Statuto.

Per quanto riguarda le procedure e le modalità di stesura della bozza di Statuto e il percorso che porterà all’approvazione definitiva, non mi sono inventato nulla, ma ho semplicemente cercato di riprodurre quelle modalità che il professor Vassallo ha adottato per l’Italia e che hanno funzionato molto bene ai fini della stesura e dell’approvazione definitiva dello Statuto nazionale.

Per questo penso che, da qui in poi, una volta delineatesi le linee guida che già da oggi discuteremo insieme, così come faremo probabilmente a breve anche in un’iniziativa simile a Berlina e un’altra negli USA, procederò, se siete d’accordo, alla stesura di una prima bozza divisa per “Parti” e per articoli che sarà poi inviata a tutti i delegati e ai circoli, affinché ognuno possa discuterla e preparare eventuali integrazioni o modifiche.

Ci sarà poi, in concomitanza con l’Assemblea nazionale che si terrà a Roma il 20 e 21 giugno prossimi, una nuova giornata in cui sarà convocata l’Assemblea costituente degli eletti all’estero e, in quella sede, i delegati potranno presentare e discutere gli eventuali emendamenti alla bozza definitiva.

Naturalmente, la votazione dovrà avvenire prima per ogni singolo articolo o emendamento e infine all’intero Statuto.
Solo allora, dopo un voto favorevole a maggioranza assoluta, lo Statuto della Circoscrizione estero sarà definitivamente approvato.

Attualmente lo Statuto nazionale ci dice che “il Partito Democratico è un partito federale, costituito da elettori ed iscritti, fondato sul principio delle pari opportunità”;

che esso “affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali”;

che “al fine di garantire la partecipazione politica, sociale e culturale degli italiani residenti all’estero, organizza le proprie strutture anche in altri Paesi”;

che “le forme e le modalità di organizzazione del Partito Democratico all’estero sono stabilite dallo Statuto della Circoscrizione”;

che “il Coordinamento nazionale è composto da centoventi membri eletti dall’Assemblea nazionale, e da quattro rappresentanti eletti dai delegati all’Assemblea nazionale della Circoscrizione estero”.

Infine, è specificato che “il Partito Democratico eroga annualmente le risorse necessarie alle attività politiche, in rapporto al finanziamento percepito in occasione di elezioni politiche nella stessa Circoscrizione Estero”.

Tutto ciò ci spinge oggi a declinare, sul modello federale, questi importanti principi generali con norme adeguate alla realtà specifica in cui ci muoviamo e operiamo, molto diversa da Paese a Paese e da continente a continente e che ci garantiranno una piena autonomia politica e organizzativa, una maggiore forza, autorevolezza e rappresentatività sia all’estero che in Italia.

Per questo, dunque, occorre partire dall’articolazione del partito sul territorio, dalla struttura e dalle forme organizzative, oltre che dal rapporto di esse col centro del partito e gli organismi dirigenti nazionali.

Lo Statuto, dunque, dovrà prevedere quelle regole che spingono nella direzione di un sempre maggiore e rappresentativo radicamento del partito sul territorio.

Un radicamento che passi, non solo attraverso il pieno coinvolgimento del più ampio numero di cittadini anche non iscritti al partito, ma ancche attraverso forme di adesione e iscrizione che permettano una differenziazione di diritti e doveri dei militanti al partito – cioè coloro che si dedicano ad esso quotidianamente – rispetto a coloro che vi si avvicinano solo in occasioni particolari.

Penso dunque a una differenziazione tra tesserato ed elettore.

Lo stesso segretario Veltroni, proprio qualche giorno fa, ha parlato di tesserati e ha annunciato di voler lanciare a breve una grande campagna di tesseramento.

Dunque lo Statuto nazionale distingue di per sé le due figure.

Il tesserato, quindi, dovrà godere di diritto di parola in ogni occasione democratica e di voto attivo e passivo in tutti gli organismi dirigenti.

Il simpatizzante, invece, godrà del pieno diritto di parola, sempre e comunque, ma avrà un diritto di voto limitato a particolari passaggi democratici, tipo le primarie.

Il luogo del tesseramento, naturalmente, dovrà essere esclusivo e sarà il livello di base, cioè quei circoli territoriali, ambientali e/o di studio sui quali si fonda il Partito Democratico.
È da qui che deve necessariamente partire ogni forma di coinvolgimento e partecipazione alla vita democratica del Partito.

Ogni circolo, poi, per essere riconosciuto e considerato tale dal centro del Partito, a mio avviso dovrà avere almeno tre figure istituzionalizzate: un Presidente dell’Assemblea, un Segretario esecutivo e un Tesoriere.

Eventuali altre cariche esecutive, saranno stabilite localmente e liberamente dal segretario in rapporto alle finalità politiche e alle esigenze territoriali.

Essi dovranno essere naturalmente iscritti al partito e promuovere in tutte le forme possibili l’adesione e il tesseramento dei cittadini al partito, che potrà prevedere anche il versamento di una quota di iscrizione stabilita localmente.

Copia dell’iscrizione di ogni singolo cittadino con tutti i dati anagrafici e i recapiti dovrà essere inviata al Centro del Partito a Roma.

Il Segretario di circolo, poi, dovrà essere eletto con il sistema delle primarie.

Vedremo, in discussioni successive, quanto dovrà durare il suo mandato e quante volte potrà essere rieletto.

Il livello successivo al circolo locale è la Segreteria nazionale (intesa naturalmente come segreteria dei singoli paesi), che sarà istituita laddove esista almeno un certo numero di circoli da stabilire.

Essa avrà compiti l'indirizzo politico nazionale e un fondamentale ruolo di raccordo tra i vari circoli locali e gli altri livelli di rappresentanza del Partito.

Il livello di rappresentanza della segreteria nazionale potrebbe essere parificato a quello del livello provinciale italiano.

Anche in questo caso, la segreteria dovrà avere almeno le tre figure istituzionalizzate di cui ho già detto: un Presidente dell’Assemblea, un Segretario esecutivo e un Tesoriere iscritti al partito, per i quali verrà stabilita successivamente una durata del mandato.

Ma per questo livello si potrebbe pensare a rendere necessarie anche altre figure principali, quali un responsabile organizzazione e un responsabile comunicazione.

Con lo Statuto a regime, poi, anche il Segretario nazionale dovrà essere eletto con il sistema delle primarie.

L’ultimo livello territoriale sarà quello di un Coordinamento di Ripartizione.

Detto Coordinamento, importante soprattutto ai fini della nascita di nuovi circoli in paesi dove non ve ne sia presenza, dell’organizzazione e del raccordo del partito a livello continentale e, in alcuni casi, anche intercontinentale, potrebbe essere l’espressione di rappresentanti dei singoli Paesi in cui sono presenti organizzazioni del Partito.

Avrà al suo interno certamente un Coordinatore, a cui si affiancheranno altre figure esecutive stabilite a seconda delle esigenze continentali e dei passaggi elettorali più prossimi.

Anche in questo caso si tratterebbe poi di deciderne la durata.

A questo livello, dunque, penso sia da escludere un’elezione del Coordinatore con il sistema delle primarie poiché, coinvolgendo potenzialmente tutti i cittadini italiani all’estero, le primarie non assicurerebbero le pari condizioni minime di partenza a ogni candidato che vorrebbe concorrere alla carica di Coordinatore.

Vi sarebbero inoltre una serie di differenze legate alle condizioni economiche, al tipo di lavoro, alla notorietà del candidato e alle dimensioni (in termini di cittadini italiani) del Paese di residenza dei singoli candidati.

In questo caso, dunque, la riflessione dovrebbe essere declinata sulla possibilità di pensare a designazioni nazionali per i singoli delegati di ciascun Paese al Coordinamento e ad eventuali elezioni di secondo livello per il Coordinatore, che potrebbe essere votato solo dai segretari di circolo e da quelli nazionali o dai delegati all’Assemblea Costituente della Ripartizione.

Lo Statuto nazionale, poi, ci dice che l’Assemblea costituente nazionale della Circoscrizione estero dovrà eleggere i quattro componenti di diritto del Coordinamento nazionale.

Il loro ruolo è importantissimo, poiché sono l’unica rappresentanza della Circoscrizione estero negli organismi dirigenti nazionali, la voce diretta del PD all’estero in un organismo esecutivo e di indirizzo politico nazionale del Partito Democratico.

In questo caso, purtroppo, lo Statuto nazionale non specifica se i quattro rappresentanti devono essere espressione delle quattro ripartizioni geografiche, nonostante il principio che ha portato a questo numero sia stato ispirato proprio dall’esigenza di rappresentare le quattro ripartizioni elettorali.

Spetta a noi, dunque, la riflessione su come fare in modo che il voto dei delegati non diventi una riproduzione dei rapporti di forza proporzionali ad elettori e delegati delle singole ripartizioni.

Il rischio di un atteggiamento campanilistico, infatti, finirebbe col favorire esclusivamente l’Europa che, con i suoi 37 delegati, ha la maggioranza assoluta dell’Assemblea e l’America Latina, che ne ha 19, a discapito dell’America Settentrionale che ne ha 9 e dell’Australia che ne ha solo 6.

È per questo motivo, dunque, che penso che il nostro Statuto dovrebbe prevedere dei criteri che assicurino un minimo di rappresentanza a tutti nel Coordinamento nazionale.

Una giusta soluzione potrebbe essere quella di prevedere che non può essere eletto più di un rappresentante per ogni Ripartizione.

Vorrei a questo punto, dopo aver tirato le fila delle discussioni fatte fin qui sul partito, spendere qualche parola su ciò che sta oltre il partito, ma di cui lo Statuto penso debba tener conto, così come avviene anche per l’Italia.

Mi riferisco a tutto ciò che sta sotto alla definizione di “società civile” e che trova ancora delle resistenze a farsi coinvolgere nell’attività politica.

Penso al mondo dell’associazionismo, che io giudico ancora di grande importanza soprattutto in quella fetta di elettorato della vecchia emigrazione.

Quell’elettorato iscritto all’AIRE e che si riconosce nell’associazionismo regionale o provinciale, in quello di mutuo soccorso, in quello vicino alla Chiesa, alle tradizionali associazioni di Sinistra e ai circoli sportivi.

Ma anche a quello sindacale e ai patronati.

Si tratta di un universo vasto che sicuramente è fisiologicamente in esaurimento, ma che partecipa al voto, e spesso in maniera compatta.

Molto più di quanto non fanno ancora quelle giovani generazioni che esprimono un voto d’opinione e alle quali dobbiamo guardare per l’immediato futuro, ma che ancora con difficoltà si iscrivono all’AIRE e partecipano alla vita politica italiana.

Con quest’associazionismo, a mio avviso, dobbiamo cercare un rapporto stretto e possibilmente codificato. Così come dobbiamo cercarlo con quei giovani restii alla politica.

Un buon segnale sarebbe quello di introdurre nello Statuto le norme che riconoscono e regolano i nostri rapporti con possibili associazioni interessate e con forum tematici e/o online che coinvolgano i giovani.

Il tutto dovrebbe prevedere, in qualche modo, oltre al dialogo anche forme di rappresentanza di queste realtà all’interno del partito.

In questo contesto organizzativo e politico, dunque, noi guardiamo lontano, attraverso il radicamento nella società, il coinvolgimento della società civile, delle nuove generazioni, dei nuovi mezzi di comunicazione, dei sistemi democratici aperti e partecipativi.

E in questo contesto il nostro Statuto assegnerà, dunque, alle organizzazioni territoriali, un forte e autorevole peso politico a livello locale e nazionale e uno altrettanto forte sul piano organizzativo a livello continentale.
Avremo dirigenti politici locali espressione di un voto popolare molto largo, rappresentativi e autorevoli.

Un’organizzazione che godrà di una forte autonomia politica e finanziaria, visto che lo Statuto nazionale ci assegna i rimborsi elettorali come forma di finanziamento e di cui parlerò nelle conclusioni alle quali mi avvio.
Un partito all’estero con una presenza di rappresentanti autorevoli ed eletti nel Coordinamento nazionale che, lo ricordo, è organismo esecutivo e di indirizzo politico.

Ne avremo ben quattro, mentre alle regioni italiane, tanto per fare un esempio, ne spetta solo uno, il segretario.

Il che significa anche la specificità della Circoscrizione estero è stata riconosciuta in pieno e questo ci da un valore di rappresentanza in certi casi più alto della regione italiana.

Insomma, lo Statuto nazionale a base federale, insieme a quello all’estero, daranno alla nostra organizzazione un forte peso politico e di rappresentanza sul territorio, o sui territori.

Un peso che, per funzionare al meglio, democraticamente e in maniera coordinata, ha bisogno di un raccordo politico centrale che rappresenti un altrettanto autorevole, rappresentativo e politicamente rilevante coordinamento nazionale.

Un Coordinamento che sia parte importante di un sistema democratico di pesi e contrappesi.

Non si può pensare, infatti, di andare solo verso un potere sempre più crescente e autorevole delle organizzazioni territoriali e dei parlamentari - che da qui in poi dovrebbero essere selezionati con le primarie - a discapito di una carenza di rappresentatività e autorevolezza del centro del partito.

A mio avviso sarebbe il caos e l’ingovernabilità.

È per questo che penso vada fatta anche una riflessione su come lo Statuto dovrà regolare il rapporto politico tra centro e periferia, tra dirigenza nazionale e locale.

Penso che dobbiamo immaginare l’introduzione di criteri di condivisione e consultazione anche per l’organizzazione del partito a livello centrale che, una volta che lo Statuto sarà entrato a regime, permetteranno un’evoluzione democratica in linea con quanto avviene in Italia e con quanto lo Statuto nazionale impone a ogni livello di rappresentanza e direzione politica.

Il Segretario nazionale del partito, infatti, è stato eletto, e lo sarà sempre di più, direttamente dai cittadini.

Stessa cosa avviene per i segretari regionali, provinciali e locali e per i candidati alle principali cariche amministrative italiane.

Si tratta di ruoli di dirigenza e indirizzo politico per i quali si sente, oggi più che mai, il bisogno di una investitura forte e dal basso, di una certa dose di rappresentatività e di vicinanza all’elettorato.

Per questo penso dobbiamo fare una riflessinoe franca e aperta per capire se non sia il caso di prevedere, nel nostro statuto, una qualche forma di consultazione del partito all’estero, o dei suoi gruppi dirigenti, con il segretario nazionale.

Qualcosa che coinvolga, in qualche particolare momento o forma, anche l’Assemblea costituente della Circoscrizione estero, i segretari locali e nazionali e i coordinatori di Ripartizione, nella fase di decisione e designazione degli assetti e delle responsabilità nazionali del Partito per la Circoscrizione estero, fin qui decisi solo dal segretario senza alcuna forma di coinvolgimento e di interlocuzione del partito all'estero o dei suoi rappresentanti più autorevoli.

Penso che una forma aperta, partecipativa e democratico di questo tipo, che abbia una spinta politica anche dal territorio, potrà rappresentare quel giusto contrappeso di cui chi è slegato dal territorio ha bisogno per la propria legittimità nell’azione di gestione e indirizzo politico, proprio in un momento in cui, invece, il peso politico locale sta giustamente crescendo.
Un partito così disegnato, quindi, lo immagino come un partito vero, solido, democratico ad ogni livello, radicato e rappresentativo, con una forte capacità di attrazione tra le nostre comunità all’estero.

Un partito che, nelle società moderne e nella nostra realtà all’estero, più che mai ha bisogno di risorse finanziarie assegnate e gestite in maniera certa, codificata e trasparente.

Nella difficoltà dell’autofinanziamento locale, lo Statuto nazionale, come accennavo in precedenza, ci assegna la quota del rimborso elettorale delle elezioni politiche in rapporto alla quota percepita in virtù del voto all’estero.

Questo deve spingerci a formulare i criteri certi con i quali, annualmente, la tesoreria nazionale del Partito versa il finanziamento alle organizzazioni sul territorio e in che quantità.

È da qui, dunque, che deve cominciare la riflessione su quali siano i criteri che stabiliscono quanta parte di finanziamento debba essere riconosciuta ad una determinata nazione o a un dato circolo.

In questo senso, gli snodi principali potrebbero essere la Direzione nazionale del Partito e le segreterie di Paese.

Si potrebbe infatti riservare una quota del finanziamento al centro del partito, per iniziative che coinvolgono l’intera Circoscrizione estero, tipo quella di oggi ad esempio, ma anche molte altre.

Il resto del contributo potrebbe essere ripartito, in proporzione, alle Ripartizioni, tenendo conto dei diversi tassi di cambio e in percentuale ai voti ottenuti.

Potrebbe essere il Coordinamento continentale, d’intesa con le segreterie nazionali e con la Direzione nazionale, a stabilire quali siano i circoli realmente effettivi ai quali la tesoreria nazionale verserebbe il finanziamento e in che misura.

Sono convinto che, se sapremo disegnare bene questa importante e faticosa struttura architettonica, ne raccoglieremo presto l’ammirazione dei cittadini italiani all’estero in termini di democrazia, trasparenza, partecipazione e consenso elettorale: i quattro pilastri fondamentali della struttura e sopravvivenza di un partito politico.

Grazie per la pazienza e buon lavoro a tutti.

venerdì 9 maggio 2008

Buuh, buuh, e il ministero non serve più

Ho letto e condiviso in pieno quanto dichiarato da Marco Fedi circa l'esordio del Governo Berlusconi, negativo e per nulla confortante su ciò che verrà. Marco mette giustamente in evidenza come solo due anni fa, all'indomani del voto, Prodi convocò nel suo ufficio a Santi Apostoli noi responsabili politici del Coordinamento nazionale de L'Unione insieme ai parlamentari eletti all'estero per discutere insieme quale poteva essere la scelta migliore per gli italiani nel mondo: un Ministro, un Vice ministro o un Sottosegretario.
Ricordo che intervennero quasi tutti i presenti alla riunione e che quasi tutti indicammo quella che poi fu la scelta dell'allora Presidente del Consiglio: un Vice ministro.
Nella stessa riunione e nei singoli interventi dei presenti, furono evidenziate quelle che ritenevamo le priorità della futura azione di Governo a cui Prodi in seguito si ispirò.
Marco sottolinea giustamente com'è ormai molto difficile che vi possa essere un Sottosegretario o un Vice ministro che si occupi esclusivamente degli italiani nel mondo e come, probabilmente, ve ne sarà uno con più deleghe. In questo caso, naturalmente, le questioni degli italiani all'estero saranno erroneamente considerate sempre di minore importanza e scarsa rilevanza politica: un vero peccato.

A dare manforte alle previsioni e preoccupazioni di Marco Fedi, c'è anche il condivisibile editoriale di Luigi Todini, su l'Italiano di oggi.
Todini descrive una situazione politica sconfortante, sia a livello nazionale che per le singole questioni che ci riguardano. Ci dice che il Ministero non è stato istituito perché lo avrebbe preteso Tremaglia, inviso al Cavaliere. Ma se un ministero serve lo si istituisce, indipendentemente da chi dovrà essere poi il ministro. Se poi Tremaglia non va bene si poteva pensare ad altri. Le simpatie o antipatie personali non possono pregiudicare i destini di milioni di persone.
Nemmeno il Vice ministro sarebbe stato possibile perché in questo caso sarebbero stati troppi i pretendenti.
L'unico nome possibile per questa competenza, secondo Todini, ma anche secondo il sottoscritto, poteva essere Marco Zacchera, che sicuramente meglio della Contini conosce le comunità italiane all'estero e meglio di altri del centrodestra ha operato nel corso di questi ultimi anni. Ma Zacchera, sempre secondo Todini, è fuori gioco a causa della logica spartitoria del bilancino: tre sottosegretari; uno per ogni componente, compresa AN, che punta su Mantica alla cooperazione. Dunque gli italiani all'estero vengono sacrificati alla logica spartitoria dei partiti e delle componenti e rilegati a una delle tante competenze di un altro sottosegretario che conosce sicuramente meno di Zacchera questo settore.

Ma non era il centrodestra, AN in testa, che all'indomani della nascita del Governo Prodi ci accusava di non aver istituito il ministero per gli italiani nel mondo?
E non era sempre il centrodestra a strillare che quella era una mancanza di attenzione verso gli italiani nel mondo?
E non erano sempre loro, ancora qualche giorno fa, a scrivere e dichiarare che avrebbero ripristinato il ministero?
Sarebbe interessante oggi conoscere l'opinione di coloro che solo due anni fa parlavano di dicastero necessario e oggi si vedono accorpare la delega per gli italiani nel mondo alle tante di qualche sottosegretario. Sarebbe interessante per capire se, secondo loro, questo dicastero è utile davvero. Se un Vice ministro con un'unica delega è più utile di un Ministro senza portafoglio o di un sottosegretario con più deleghe.
Sarebbe bello che chi allora strillava contro L'Unione oggi ci dicesse se Berlusconi e il suo Governo riservano meno attenzione agli italiani all'estero di Prodi oppure no, come scrivevo già qualche giorno fa su questo blog.
E sarebbe anche interessante sapere se la scelta di Berlusconi è stata discussa con gli eletti all'estero e se questi la condividono.

Ma la risposta, in realtà, ce la fa intuire lo stesso Todini, quando scrive che è stato fatto "un notevole passo indietro per il mondo dell'emigrazione, che ci lascia con l'amaro in bocca ed è difficile, se non impossibile, giustificare". Un passo indietro che indica come "si stanno addensando nuvole nere e minacciose" per gli italiani all'estero e il loro voto.
Ma noi siamo ingenui e speriamo sempre in possibili ripensamenti dell'ultima ora. Per il resto, come scrive Marco Fedi, "attendiamo di capire se nelle linee programmatiche, almeno, vi saranno aspetti condivisibili" tali da giustificare un nostro appoggio e lavoro comune sulle materie e i provvedimenti utili per gli italiani all'estero.

giovedì 8 maggio 2008

Ugo da Viterbo, martire e santo

Scusate il ritardo, ma solo oggi, da rivelazione fattami da un’anima pia, ho appreso del nuovo miracolo riuscito a Ugo da Viterbo, per il quale già da tempo sono attivi i comitati per la raccolta firme per “Ugo santo subito”.
Ugo da Viterbo, già tesoriere dei DS (Cavaliere senza macchia eppur martire dei moralisti dalla pancia piena), esercitò il suo mandato negli aa.dd. 2001-2007 D.C., fino allo scioglimento dell’ordine. Di spirito umile, Ugo compì diversi miracoli legati all’acqua.

Il primo, quello dell’”Acqua alla gola”, riguarda il debito dei DS, che Egli ereditò nel 2001 e che sanò nel corso del suo mandato, trasformando montagne di un materiale putrido e maleodorante, che egli solo attirava a se dai giornalisti e dai moralisti dalla pancia piena, in risorse per i partiti e la democrazia (che su di essi si basa) e di cui godevano ampiamente anche i moralisti.

Il secondo, quello dell’”acqua dei naufraghi”, riguarda la famosa e sfigata nave dei dipendenti DS, che egli, in gran quantità, salvò dal naufragio politico a cui quel partito andava incontro.

Il terzo, quello dell’”acqua di Viterbo”, riguarda l’affogamento di un neonato, il PD di Viterbo appunto, destinato, secondo i più autorevoli scienziati della politica, a non raggiungere nemmeno il ballottaggio. Ugo da Viterbo, invece, trasformò l’acqua in cui affondava il neonato, in quei voti che gli anno permesso una rimonta insperata e il raggiungimento dell’agognato ballottaggio, grazie al quale oggi vive l’entusiasmo dei piddini viterbesi, nonostante la definitiva sconfitta e il martirio del futuro santo.

Il quarto e più grande miracolo, seppur non legato all’acqua, Ugo da Viterbo lo ha fatto riuscendo a far cantare in pubblico, a un autorevole dirigente del PD, già comunista e già ministro, un’allusiva versione di “Una carezza in un pugno”, di Adriano Celentano.
Nonostante i miracoli compiuti già in vita, Ugo da Viterbo è stato ugualmente martirizzato sull’altare politico.
La Chiesa, a questo punto, non può più rimandare l’avvio del processo di santificazione.

Per guardare il video del miracolo clicca qui.

Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistite è puramente casuale. O voluto?

mercoledì 7 maggio 2008

Dall'Unione alla solitudine completa? Guardare avanti e innovare

Finalmente trovo il tempo per tornare a scrivere. Il dopo voto mi ha travolto e ora avrei molte cosa da dire, ma ancora poco tempo.
Dopo poco meno di due anni è stato archiviato il II Governo Prodi. Un’esperienza che giudico tutto sommato positiva dal punto di vista dei risultati ottenuti soprattutto in campo economico, sociale e sul terreno dei diritti individuali. Con Prodi, poi, penso che gli italiani all’estero abbiano ottenuto il massimo dell’attenzione e dei risultati possibili. Vedremo se questo Governo vorrà e saprà fare meglio: personalmente sono convinto che l’attenzione calerà, così come si otterrà molto di meno.

A urne chiuse, ora, non azzardo un’analisi del voto, poiché non abbiamo ancora i dati per consolato. L’unica cosa certa è che all’estero non c’è stata la pesante sconfitta del PD registrata in Italia (vedi conferenza stampa). Noi, nel saldo totale degli eletti, abbiamo perso un solo parlamentare (due senatori in meno rispetto al 2006 e un deputato in più). Questo ci consente di dire che all’estero siamo ancora maggioranza in Parlamento (9 eletti PD-IDV, 7 eletti PDL-Lega, 2 indipendenti). Inoltre, oltre che in percentuale, in alcuni casi siamo cresciuti rispetto a L’Unione del 2006 in termini assoluti di voti. E ancora, nei paesi a maggiore emigrazione, siamo sempre il primo partito sia alla Camera che al Senato, anche con distacchi pesanti sul PDL. Fanno eccezione solo l’Argentina, dove però il voto sembrerebbe falsato da irregolarità sulle quali indaga la magistratura e, soprattutto, la Germania, dove il PDL ha ben 10 punti in più rispetto al PD: il risultato peggiore della Circoscrizione estero.
Resta dunque da vedere, ora, come questo voto è stato distribuito sul territorio e tra i candidati consolato per consolato.

Questi risultati, dunque, ci consegnano un PD tutto sommato forte, vitale e con grandi potenzialità di consolidamento e crescita. In questa direzione dobbiamo lavorare nei mesi a venire.
Le prossime tappe dovranno essere quelle della strutturazione dei circoli transitori del PD esistenti e della creazione di nuovi; la ripresa e l’accelerazione della discussione sullo Statuto del PD all’estero; la nuova fase di trasformazione, dopo l’approvazione dello statuto, dei circoli da transitori a effettivi in base alle regole stabilite dallo statuto e ai criteri scelti per la selezione dei gruppi dirigenti locali.
Queste fasi segneranno l’evoluzione di un partito grande, forte, strutturato e radicato sul territorio, nel quale dovrà esserci spazio di discussione e dialogo sia per i cittadini sostenitori (che si avvicinano sporadicamente alla vita politica e in particolari momenti di grande rilevanza) che per gli aderenti e militanti, cioè quelle migliaia di volontari che vogliono iscriversi, partecipare con costanza alla vita, al dibattito politico e alle decisioni quotidiane che un partito si trova a dover prendere. Lo stesso Veltroni, infatti, nella riunione con i segretari regionali, ha detto che dovremo fare “la campagna per il tesseramento” al PD.

Ma a queste fasi importanti per l’organizzazione e la strutturazione del partito, dovrà affiancarsi quella della discussione seria e approfondita sull’identità del partito, dalla quale si trarrà anche l’idea e il disegno che abbiamo come PD sulle riforme istituzionali, vero terreno di confronto in questa legislatura. Siamo o no, e quanto, presidenzialisti o semi-presidenzialisti? siamo e quanto federalisti? vogliamo o no il bicameralismo perfetto? gli eletti all’estero in quale Camera e in che quantità devono essere collocati? la nostra aspirazione maggioritaria deve spingerci verso l’autosufficienza o meno? vogliamo davvero evitare ogni confronto, ogni dialogo o alleanza sia con l’UDC che con la Sinistra radicale, cominciando con l’innalzamento della soglia di sbarramento anche alle europee?

A mio avviso quest’ultima tentazione è pericolosa, poiché autosufficienti non lo siamo, né politicamente né culturalmente, tant’è che abbiamo già fatto un partito nuovo che si basa proprio sull’unione di culture diverse. La nostra forza, quindi, non può stare nel passare dall'Unione alla solitudine completa, ma deve risiedere nel saper dare rappresentanza a larghe fasce di popolazione, a più identità culturali e politiche, ma senza pretendere di poterle rappresentare tutte o di costringere il sistema a tecnicismi pericolosi che sottrarrebbero rappresentanza a forze oggi politicamente democratiche e culturalmente vivaci, ma che poi si troverebbero costrette a ben altri e più pericolosi sbocchi. Non voglio dire, con questo, che dobbiamo tornare a L’Unione, ma che dobbiamo guardare avanti e saper continuare il rinnovamento disegnando un partito strutturato e con un’identità chiara e certa, seppure plurale e maggioritaria. E’ su questo che deve riprendere prima possibile, insieme all’analisi del voto, la discussione al nostro interno.
E anche per quanto riguarda il partito all’estero, questa discussione ci aiuterà sia in previsione delle prossime europee, che in vista delle elezioni per il rinnovo di Comites e CGIE, quando dovremo, per ragioni di forza, discutere con un universo molto più ampio e articolato del Partito Democratico.

mercoledì 9 aprile 2008

PDL, ovvero i magnifici 12 dell'armata Brancaleone

Ho letto ieri su l'Unità il bell'articolo del mio amico e conterraneo Nico Stumpo (Vice responsabile nazionale Organizzazione del PD) sul cambiamento che solo il PD può asicurare al Paese. Un articolo che mi ha molto colpito e che molti italiani all'estero si sono persi, mentre tutti gli italiani chiamati a votare in Italia il 13 e 14 aprile dovrebbero considerare. Dovrebbero considerarlo perché quell'articolo chiarisce una cosa che è passata molto sotto traccia. Mi riferisco al fatto che Nico palesa, come nessuno ha fatto in questa campagna elettorale, come solo il PD sia riuscito a semplificare davvero il panorama politico italiano e come solo il PD può assicurare, con questa semplificazione reale, una certa stabilità.
Al contrario, Nico evidenzia come la semplificazione politica a Destra non solo non vi sia stata, ma come Berlusconi abbia rimesso insieme una coalizione estremamente ampia ed eterogenea che molti non hanno avvertito e non avvertono e che contribuirà a creare instabiità anche in caso di una sua vittoria. Ma veniamo ai fatti che Nico evidenzia.
Il PD, ricorda Nico, è un unico partito alleato con l'IDV che dopo le elezioni confluirà nell'unico gruppo parlamentare del PD e si scioglierà nel partito stesso. Quindi dopo le elezioni, in caso di vittoria del PD, si avrà il Governo di un unico partito e del suo unico gruppo parlamentare. Ma volendo spaccare il capello, potremmo dire che il PD sarà l'unione del PD più l'IDV più un gruppetto di Radicali.

Di contro, però, con Berlusconi abbiamo già una coalizione di più di dieci partiti. E Nico spiega lucidamente e inconfutabilmente perché.
La coalizione che presenta Berlusconi è fatta dal PDL, che è l'unione di FI più AN, che non ha ancora deciso se e come fondersi realmente in un unico partito né ha avuto e sembra avere il consenso dei suoi militanti. Anzi si dice chiaramente che dopo le elezioni rimarranno due gruppi parlamentari distinti.
A questi due vanno aggiunti la DC di Rotondi e la DC di Pizza, il Partito dei Pensionati di Fatuzzo e il Nuovo PSI di Caldoro. I Popolari Liberali di Giovanardi e Azione Sociale di Alessandra Mussolini. Il partito dei falsi Italiani nel Mondo (che all'estero non esiste) di quel soggetto di De Gregorio e l'Unione Liberal Democratica di Dini. E gli "alleati" della Lega Nord e del Movimento per l'Autonomia di Lombardo. Con interessi opposti e indipendentisti.
Insomma, se vogliamo provare a farci un'idea almeno visiva delle parti in gioco e delle diverse posizioni che siederanno al tavolo di vertice del futuro Governo, potremo riprodurre il tutto al seguente schema:

Governo Veltroni: PD + IDV

Governo Berlusconi: FI + AN + DC ROTONDI + DC PIZZA + PdP + NUOVO PSI + PL + AS + InM + ULD + LEGA + MpA.

Come scrive Nico, "un'armate Brancaleone che quotidianamente dovrà fare i conti con i ricatti di tutti i piccoli e piccolissimi della coalizione".
Ecco, questo l'aspetto che più mi ha colpito dell'articolo di Nico, poiché spiega meglio di ogni ragionamento come il PD ha già cambiato la politica italiana nella direzione di una vera semplificazione che assicuri stabilità e come, invece, Berlusconi e il centrodestra vogliano conservare lo status quo attuale pur di garantirsi vittorie private, al prezzo di un'instabilità e ingovernabilità pubblica che non serve a nessuno.

venerdì 28 marzo 2008

A Toronto tra politica, calcio, cultura e soppressate

L'iniziativa di Toronto del 26 si è tenuta in un centro italiano nel quale una sesantina di persone giorcava a carte esattamente come in Italia: scopa, briscola e tressette. Era una platea prevalentemente di anziani, per la quale l'accento degli interventi, mio e del canididato alla Camera Mario Marra, è caduto sulle questioni dell'assistenza e delle pensioni.
Ma più che dell'iniziativa, a Toronto sono stato colpito da altre cose. Ad esempio l'eccellenza del Columbus Centre, una struttura nata grazie al lavoro della comunità italiana e dedicata al multiculturalismo. Un centro nel quale le più amate eccellenze italiane all'estero - cultura, arte, cucina, sport - si fondono perfettamente in un'armonica miscela che attrae anche moltissimi non italiani e che rende vivo e in continuo movimento il nostro pasato artistico e letterario. Un luogo che contiene un campus, un casa di riposo, uno spazio per le mostre, biblioteche, palestre, un centro sportivo, una scuola di danza, di cucina, di lingua e cultura italiana. Da qui sono passati Andreotti, Cossiga, Scalfaro, Chiti e molti altri ancora, ognuno dei quali ha lasciato un segno e un omaggio dal grande valore artistico: Chiti, ad esempio, ha regalato una mostra di opere su Pinochio degli ultimi cento anni.

Nel centro sportivo del Columbus Centre, poi, si è allenato in due diverse occasioni anche il Milan di Sacchi, di passaggio da Toronto per importanti impegni calcistici internazionali.
Un ente, insomma, orgoglio della comunità italiana in Canada, nel quale i luoghi e le attività sportive, insieme al ristorante, sono a pagamento e i cui ricavi servono per finanziare le attività culturali dirette da Alberto Di Giovanni, naturalmente nel massimo della trasparenza dei bilanci, che sono pubblici.
Al Columbus Centre, poi, giganteggia la foto della più grande manifestazione popolare mai svoltasi in Canada, una manifestazione di italiani entrata prepotentemente e pacificamente nella storia di quel Paese: le 500.000 mila persone che hanno sfilato spontaneamente per le vie di Toronto quando l'Italia ha vinto i mondiali del 1982 in Spagna. Ma questa manifestazione, poi, è stata superata per numero di partecipanti da un'altra lo scorso anno, quando 600.000 mila italiani hanno sfilato per la vittoria dell'Italia ai mondiali del 2006 in Germania. Qui, infatti, il calcio è una cosa seria: è di Toronto il più grande club del mondo della Juventus e si avvicina a questo record anche quello dell'Iter.

Un'altra cosa eccezionale qui a Toronto è quella di vedere come tutta la comunità italiana faccia ancora in casa le provviste. A casa del candidato Mario Marra, di San giovanni in Fiore (CS), ho potuto mangiare le specialità dei miei luoghi che prepara la moglie: le salsicce e soppressate, il prosciutto di maiale, le olive salate, i peperoni arrosto, i funghi rositi raccolti in Canada, i porcini sott'olio, il capocollo e persino il sanguinaccio, di cui avevo persino dimenticato il sapore. Anche il sanguinaccio la signora Marra fa in casa, dopo che Mario le ha procurato il sangue di maiale presso qualche macello locale. La cena è stata accompagnata dal vino che Mario e la moglie fano in casa e chiusa dalla Pitta mpigliata e dal vino cotto, anch'essi rigorosamente in casa, of course.

A fine cena la digestione è stata agevolata dall'adrenalina procuratami passeggiando su una lastra di vetro sospesa nel vuoto a quasi 400 metri di altezza (foto a lato), sulla CN Tower di cui spesso Beppe Grillo ha parlato nei suoi spettacoli. Il punto di osservazione più alto del mondo, a 447 metri (foto in alto), dove è stato costruito un ristorante girevole con vista sulla città e sul lago Ontario e un pavimento in vetro che spezza il fiato a chi vi cammina sopra guardando il vuoto.
Ieri sera, poi, ero già a Città del Messico con il nostro deputato del Nord America, Gino Bucchino, con Emilia Vitale, Marina Piazzi e altri amici e compagni locali con i quali abbiamo cenato insieme e in compagnia dell'Ambasciatore Felice Scauso in un'amabile serata messicana che, con i suoi 34 gradi circa, mi ha ristorato del freddo incamerato a Toronto fino alla mattina di ieri, e dove la temperatura era sotto lo zero.

giovedì 27 marzo 2008

La Merica dei dibattiti...

La sera del 26, con Gino Bucchino, Emilia Vitale, Paquale Masullo e Vincenzo Iannucci abbiamo tenuto l'iniziativa a Long Island, in una sala piena e alla presenza di numerosi rappresentanti del mondo dell'associazionismo newyorkese. Abbiamo iniziato alle alle 20:00 circa, ora locale. Per me che ero uscito di casa alle cinque del mattino ora italiana, fare l'inizitiva a quell'ora è stato, praticamente, come tenere a Roma un dibattito all'una di notte. Un dibattito conclusosi alle 10 ora locale e alle tre ora italiana. Stamattina svegli alle 6:00 ora locale per rimettermi sull'aereo che mi sta portando a Toronto e dal quale scrivo.
All'iniziativa era stato invitato anche Vinciguerra, del PDL, in qualità di ospite e rappresentante del locale Comites. Vinciguerra oltre a portare il suo saluto, ha fatto anche un intervento di merito contestando quanto detto in precedenza da Gino Bucchino e ha chiesto cosa avesse fatto il Governo in questi anni.
Essendo toccato a me l'intervento finale, ho provato a fare un bilancio dell'azione di Governo, sia del nostro che del precedente berlusconiano, apprezzando comunque la presenza e l'intervento di merito di un esponente del PDL a una iniziativa di pesentazione di alcuni candidati del solo Partito Democratico. Vinciguerra ha poi replicato anche alle mie conclusioni, che appunto dovevano concludere. L'iniziativa, dunque, ha avuto un taglio diverso da quelo previsto dagli organizzatori, e noi siamo stati ben lieti di trasformarla in una sorta di dibatito. Tant'è che lo stesso Gino Bucchino ha poi risposto ancora una volta alle osservazioni di Vinciguerra. E allo stesso Vinciguerra sono state poste domande dalla platea. Naturalmente non parliamo di una vero e proprio confronto tra le parti, poiché non era stato pensato così. Ma è stato dato a un esponente del PDL uno spazio democratico di discussione impensabile in una iniziativa analoga el centrodetra, di cui non ho notizie né penso ne avrò mai.
Mi rincresce, in questa situzione, pensare invece che proprio il leader del partito di Vinciguerra, Silvio Berlusconi, si presenta agli elettori per chiedere per la quinta volta consecutiva il mandato di Presidente del Consiglio e che, a quanto ci dice Bonaiuti, si sottrarrà a un democratico faccia a faccia televisivo con il suo principale sfidante, Vel. Una cosa impensabile in una democrazia quale quella americana nella quale Vinciguerra vive. Mi fa piacere, però, aver potuto avere con Vinciguerra il confronto del 26 e spero che in futuro ce ne possano essere altri, magari organizzati ad hoc e magari dal centrodestra. Così come mi auguro di poter assistere a un dibattito tra Veltroni e Berlusconi prima del voto.

martedì 25 marzo 2008

Diario minimo

Sono in aeroporto, a Fiumicino. Tra poco si parte per New York dove stasera stessa terrò una iniziativa elettorale a Long Island alla quale parteciperanno anche i candidati Gino Bucchino ed Emilia Vitale, oltre all'attivissimo e simpatico Pasqule Masullo, coordinatore dei campani in Nord America.
Domani mattina lascerò New York per Toronto, dove nel pomeriggio farò delle altre iniziative con Mario Marra, il nostro candidato calabrese, di San Giovanni in Fiore: città nella quale ho studiato.
La mattina dopo ripartirò alla volta di Città del Messico dove, il 27 e 28 marzo, terremo un'altra serie di iniziative con la comunità locale e i rappresentanti delle camere di commercio. Sarò insieme ai candidati alla Camera Gino Bucchino ed Emilia Vitale e quella al Senato Marina Piazzi.
Il 29 e 30 sarà la volta di Guadalajara.

Poi si riparte per l'Europa.

martedì 18 marzo 2008

Da Bruxelles a Lugano con D'Alema e Veltroni

E' già da un po' che non riesco a trovare il tempo di scrivere. Sono state settimane intense nelle quali sono successe molte cose sulle quali, invece, varrebbe la pena scrivere. Provo ad accennare poche cose e in maniera schematica.

Presentazione liste.
Domenica 10 abbiamo presentato le liste definitive del PD all'estero. E' stata una corsa contro il tempo e ad alta carica di adrenalina, poiché dovevano arrivare da tutto il mondo documenti indispensabili e da consegnare in originale alla Corte d'appello di Roma: il rischio era che non arrivassero in tempo e che non avremmo potuto presentare le liste o che le avremmo dovute presentarle monche. Tanto per farvi un'idea ecco come si è conclusa la nostra avventura, così come descritta da alcuni quotidiani italiani:
Nord America, sprint per salvare la lista del PD
“Se il PD riuscirà a pareggiare al Senato, dovrà fare un monumento a Eugenio Marino, 34 anni, con uno sprint da atleta. Il PD aveva presentato le sue liste per le circoscrizioni estere intorno alle 18:00. Mancava però il certificato del presentatore della lista per il Nord America. Marino è corso in sede a recuperare il documento ed è riuscito a varcare la sede della Corte d’appello di Roma due minuti prima della chiusura. Per Marino l’abbraccio del collega più anziano e la consapevolezza di avere consentito al PD di gareggiare anche per quel seggio”. (Avvenire, 11 marzo 2008)

Con D'Alema a Bruxelles.
Il 13 ero a Bruxelles a rappresentare la Direzione nazionale del Partito all'iniziativa con il Presidente del PS belga Elio Di Rupo e Massimo D'Alema, tenutasi nella sede nazionale dei socialisti del Belgio. Un ottimo incontro, in una sala gremita di giornalisti e con la comunità italiana, soprattutto del mondo dell'associazionismo. Di Rupo e D'Alema hanno sottolineato la vicinanza e l’intensa collaborazione tra PD, socialisti belga e PSE. La necessità che il PD e il PSE trovino le forme e le regole per consentire un'adesione organica che passi attraverso quanto già fatto a Porto con la modifica dello Statuto del PSE e attraverso la possibilità di una nuova denominazione del contenitore europeo. Una soluzione utile a tutti: alla Sinistra italiana ed europea, all'Italia e all'Europa, agli italiani in Italia e all'estero. Alla fine degli interventi D'Alema ha risposto alle molte domande degli italiani presenti in sala, che hanno fatto sentire la propria voce sulle questioni che li riguardano più da vicino: dalla diffusione della lingua e cultura italiana all'estero alla doppia cittadinanza (questione per la quale D'Alema e Amato hanno avviato una denuncia al Consiglio europeo che consentirà ai cittadini italiani di ottenere la cittadinanza belga senza perdere quella italiana) e alle quali il Ministro degli esteri ha risposto con puntiglio e sicurezza, rassicurando gli italiani sulla continuazione del suo impegno in questi temi anche per il futuro. Dopo gli interventi D'Alema e Di Rupo hanno presentato alla platea i candidati del PD presenti in sala: Davide Pernice, Laura Garavini, Beatrice Biagini e Rosine Ongaro. Gli stessi leader italiano e belga, poi, si sono abbandonati a un bagno di folla, lasciandosi stringere la mano, baciare e fotografare a lungo con tutti coloro che lo richiedevano: giovani e anziani, candidati e militanti, ognuno dei quali poneva a D'Alema la propria domanda o ricordava con piacere una particolare pressa di posizione del leader italiano. In molti, poi, hanno commentato come "D'Alema non è come lo descrivono: è simpatico, ha parlato con tutti, è stato disponibilissimo". Insomma, dopo aver dato risposte di merito e preso impegni sui problemi della comunità all'estero, ha dedicato ancora del tempo ai singoli per una battuta, una stretta di mano, una foto e lo spolvero di un particolare ricordo.

Con Veltroni a Lugano.
Il 14 marzo ero invece a Lugano, dove Veltroni ha fatto la tappa all'estero del suo giro d'Italia. In sala c'erano circa 600 persone. L'entusiasmo della gente era alle stelle. Il segretario ha parlato a lungo delle nostre comunità, lanciando da Lugano la risposta a Martino sulla necessità dell'Italia di non ritirarsi dal Libano e ribadendo a Calderoli, che aveva detto di vergognarsi dell'Italia, di essere invece orgoglioso di vivere nel nostro Paese che, secondo Veltroni, "è un Paese meraviglioso". E quale migliore occasione dell'incontro con le comunità italiane all'estero per lanciare un messaggio di politica estera e ribadire la grandezza e bellezza del nostro Paese. Un Paese, secondo Veltroni, che dovrà creare, con il PD al Governo, le condizioni per cui "quella di partire o di emigrare dovrà essere una scelta e mai più una necessità, un obbligo". Lo ha detto davanti a molti giovani e ai candidati del PD presenti in sala, sottolineando come alcuni di loro siano giovani professionisti altamente specializzati che, proprio per le loro competenze e formazione, devono lasciare l'Italia solo per scelta e non perché manca nello Stivale un sistema in grado di mettere a frutto le loro competenze. Tra di questi, ha citato la giovane candidata inglese Simona Milio ed Emanuela, la ragazza ticinese che aveva aperto con il suo bell'intervento la giornata.

A Bolzano con Scaparro, Nicolini e Toni Jop
Domenica ho assistito a Bolzano, in qualità di invitato insieme a Maurizio Scaparro, Renato Nicolini e toni Jop, alla prima teatrale dell'Orlando Furioso di Ariosto. Una bellissima reinterpretazione, in uno scenario post industriale, realizzata dalla regista Giuliana Lanzavecchia con la compagnia Bricabrac. Ragazzi dai 13 ai 20 anni che si sono esibiti in un'interpretazione fatta di musica, canti, balletti e recitazione.
A fine spettacolo siamo andati cenare in un ottimo ristorante tipico di Bolzano, dove ho mangiato i wurstel bianchi fatti artigianalmente, tutta un'altra cosa rispetto a quelli industriali che compriamo nei supermercati.

giovedì 28 febbraio 2008

Scricchiolii e rancori a Destra: decide solo Tremaglia e io voto a Sinistra

Tempo fa scrissi su questo blog che le elezioni all'estero, ancora una volta, non erano cosa scontata. Era opinione diffusa che a questa tornata elettorale la Destra si sarebbe presentata tutta unita, concentrando le forze e sbaragliano la Sinistra. Oggi i fatti ci dicono qualcosa di diverso: cioè che la Destra unita non lo è affatto. AN e Forza Italia si presentano insieme, va bene, ma mancano all'appello unitario la Lega Nord, l'UDC e la Rosa bianca. Inoltre non si sa cosa faranno all'estero Romagnoli, Storace e la Mussolini. E se anche non ci saranno liste di queste costole della Destra che la volta scorsa corsero separate, date le divisioni in Italia non è scontato che gli elettori di questi partiti votino automaticamente per Berlusconi. Quindi poco cambia per loro in fatto di unità.
Da questa parte, poi, va precisato che nel 2006 presentò liste in tutte le ripartizioni l'Udeur di Mastella, che stava già col centrosinistra in Italia, e in Europa l'Italia dei Valori di Di Pietro. Quindi c'era una certa divisione anche a Sinistra.

Il principale quotidiano della Destra all'estero, poi, L'Italiano (di cui, detto tra noi, sono un accanito lettore), qualche giorno ci mostrava una situazione disastrosa del centrodestra in America Latina, dove si gioca una importante partita al Senato e dove, seconto quanto scriveva l'editorialista José Mantovano, il centrodestra ancora diviso ha "deciso di correre per il quarto posto, quello dellamedaglia di cartone". Simpatico no?

Dunque, ci si rende facilmente conto che fare discorsi unitari non è semplice per nessuno. Tanto mai per la Destra, che con il pallottoliere si divertiva a sommare i voti di tutte le sue liste del 2006 e prefigurare una grande alleanza e la vittoria a queste elezioni. Oggi scoprono, invece, che unire e semplificare, in politica, non corrisponde a fare semplici e fantasione somme matematiche. Quindi tutto si rimette in gioco.

Laddove la semplificazione sono invece riusciti a farla, cioè l'unione in un'unica lista di Forza Italia e Alleanza Nazionale, hanno avuto forti contraccolpi. Fare di due liste una, significa dire a molti candidati della volta scorsa, che oggi potrebbero avere delle possibilità in più ad essere eletti, che oggi non possono correre per un seggio. E questo provoca tensioni e risentimenti, sentimenti di esclusione e rancori. Tradotto in termini politici crudi, significa che alcuni "esclusi" di FI e AN all'estero che non hanno digerito la cosa, a questa tornata voteranno per candidati del PD, pur di fare dispetto a chi li "ha fatti fuori". Naturalmente senza dirlo pubblicamente... Soprattutto se si sentono dire che la base (o il territorio) non ha "alcuna possibilità di intervenire sulle liste" e sulla scelta dei candidati, poiché essa è il frutto di "una decisione presa unicamente dall'On. Tremaglia". Ancora Tremaglia? Ma non lo avevano escluso? Non era tutto solo ed esclusivamente in mano a Zacchera e alla Contini?

Da parte nostra, invece, la semplificazione è il risultato di un lavoro serio fatto tra la base, con dei congressi di partito in tutto il mondo che hanno approvato la decisione di fare un grande e nuovo partito: il PD. Alle liste di questo partito all'estero, poi, proprio oggi ha definitivamente deciso di aderire anche Antonio Di Pietro e l'Italia dei Valori, che la volta scorsa in Europa si presentò da solo. Una decisione saggia, che contribuisce seriamente al processo di semplificazione, che allarga il consenso del PD all'estero, che concentra i voti su un'unica lista e che apre la strada a una riflessione seria su un futuro scioglimento dell'IDV e l'adesione piena al Partito Democratico. Mi auguro che ciò possa avvenire e che possa avvenire prima possibile: sarebbe un percorso naturale.

lunedì 25 febbraio 2008

La mancanza di fede è un dono di Dio

Nel poco tempo a disposizione, sarebbero troppe le cose da dire. Mi limito ad alcune e per punti.
Candidature all'estero
Siamo in fase di chiusura delle liste e vengono al pettine alcuni nodi molto critici. Primo fra tutti quello del Senato in America Latina.
Si corre per due seggi e le liste più accreditate sono, oltre quella del PD, la lista unitaria del PDL, quella di Pallaro e, ultima, quella di Merlo, che questa volta corre in autonomia rispetto al Senador. Proprio quest'ultima, che avrebbe potuto creare un'emorraggia di voti al centrodestra e a Pallaro, senza scalfire i nostri, rischia di scombinare la geografia politica di quella ripartizione. Nella lista di Merlo, infatti, rischiamo di trovarci come candidati importanti pezzi del PD del Sud America. Se questo dovesse accadere, non basterebbe comunque a Merlo per conquistare il secondo seggio senatoriale, ma potrebbe bastargli a togliere al PD, insieme alle liste della Sinistra arcobaleno e, probabilmente, dei socialisti, quei pochi voti utili per l'assegnazione del Senatore. Una graditissima sorpresa nell'uovo di Pasqua elettrorale del centrosetra. Cui prodest? Non al PD, non alla Sinistra arcobaleno, non ai Socialisti e, sicuramente, non ai candidati del PD nelle liste di Merlo, che diverrebbero i cavalli di Troia di Berlusconi al Senato e i suoi migliori alleati, ribaltando l'effetto del 2006, quando proprio il voto all'estero fu fatale per Berlusconi e decisivo per L'Unione.

Candidature in Italia
Ho accolto con entusiasmo (e come poteva essere altrimenti) la candidatura del professor Umberto Veronesi a capolista in Lombardia. Veronesi è persona di grandissimo prestigio in Italia e all'estero, uomo equilibrato e del Nord (è questo avrà un peso nella rappresentanza di quell'area spesso sottovalutata dal centrosinistra), professionista eccellente e laico riconosciuto. Il suo operato di Ministro nel recente passato è stato unanimemente giudicato positivo da ambienti che andavano molto al di là del centrosinistra e il suo consenso alla guida del dicastero per la salute era il più alto rispetto a quello di tutti gli altri ministri del Governo di cui faceva parte. Lo stesso Berlusconi si pronunciò a favore della possibilità di averlo come ministro anche in un suo Governo. Per questo sono convinto che, in caso di vittoria del PD, Veronesi possa essere ancora il Ministro della Salute. Penso anche che la sua presenza contribuirà moltissimo, insieme a quella dei Radicali, a definire l'identità laica e progressista del PD. Così come aiuterà gli italiani a capire bene e decidere con serenità sulle questioni "che riguardano la vita delle persone e i loro diritti", come scrive oggi Stefano Rodotà in un suo editoriale su La Repubblica.

Laicità e civismo
Si è tenuto sabato l'attesissimo seminario del PD sulle questioni della laicità. La sala era piena e gli interventi che si sono succeduti di grande spessore. Efficaci, chiari e di grande qualità quelli di Rusconi (che da vent'anni non partecipava a un dibattito organizzato da partiti) e di Rodotà. Molto atteso, rassicurante e di grande impegno quello di Ignazio Marino che, tra le altre cose, si è impegnato, se sarà eletto, a presentare una proposta di legge sul testamento biologico. Un impegno concreto, coraggioso e netto di cui si sentiva davvero il bisogno.
Bello, caloroso e intelligentemente originale quello di Moni Ovadia, che ha ricordato come l'uso della parola "verità" sulla bocca dei religiosi sia pericoloso per la democrazia e per il confronto e come, al contrario, la laicità sia la base della democrazia: laicità da non intendere come contrapposizione alla religione, ma come metodo di ricerca e confronto. Ovadia ha citato un bellissimo versetto del Corano, nel quale è contenuta una delle più importanti dichiarazioni laiche, quella che ricorda che "se il tuo Signore avesse voluto, avrebbe fatto credenti tutti quanti sono sulla terra. Ma potresti tu costringere gli uomini ad essere credenti a loro dispetto? - No, nessun’anima può credere se non col permesso di Dio" (Corano, X, 99-100). Se Dio non ci ha fatti tutti credenti, dice dunque Ovadia, è perché ha ritenuto che dovessero esserci anche i non credenti. In questo senso, ha concluso l'artista con una battuta, "la mancanza di fede è un dono di Dio". Una battuta che dovrebbe far riflettere molti credenti.

lunedì 18 febbraio 2008

Turano vs De Gregorio, ossia della serietà degli eletti all'estero

Sono settimane davvero impegnative, nelle quali mi è molto diffcile trovare il tempo di scrivere. Stiamo lavorando per chiudere prima possibile le liste per la Circoscrizione estero, nella quale si vota con circa quindici giorni d'anticipo rispetto all'Italia. Come la volta scorsa si tratta di un lavoro estenuante e logorante. Come criteri per la selezione dei candidati abbiamo scelto i seguenti:
  1. riconferma dei parlamentari uscenti: è stata la prima volta che sono arrivati degli eletti all'estero in Parlamento; hanno svolto un ottimo lavoro e aumentato di 35 milioni di euro in due anni gli stanziamenti in favore degli italiani all'estero; sono tutti alla prima legislatura ed è durata meno di due anni. Non si capirebbe, dunque, perché non ricandidarli;

  2. alternanza uomo donna: all'estero, nonostante vi sia il sistema delle preferenze che non garantiscono di per sé nessuna elezione, abbiamo voluto assicurare la presenza del 50% delle donne in lista, per assicurare una giusta presenza femminile;
  3. rappresentanza territoriale: è necessario che tutti i paesi con alta presenza di italiani abbiano un'adeguata rappresentanza in lista, poiché non si può prescindere dal rapporto eletto-territorio;
  4. rappresentanza delle nuove generazioni: occorre dare anche alle nuove generazioni di italiani nel mondo, a cominciare dai ricercatori e dai giovani insegnati, delle candidature di giovani in cui riconoscersi;
  5. pluralità di culture: essendo il PD un partito plurale, in lista ci saranno candidati espressione delle varie anime e formazioni socio-politiche-culturali che rappresentano il partito all'estero;
  6. radicamento territoriale: è fondamentale che ogni candidato abbia un forte e consolidato radicamento sul territorio in cui dovrà operare.

In questo contesto, dunque, stiamo lavorando per arrivare entro fine febbraio alle liste definitive. Un momento importante, a questo proposito, è stato l'incontro di sabato all'Assemblea Costituente a Roma. Sarebbe lunga raccontarla, ma una cosa mi ha fatto piacere sentire da un candidato. Una cosa che ripaga tutti noi, se ce ne fosse bisogno, delle critiche e delle sciocchezze che in passato sono state dette e insinuate nei confronti del Senatore Renato Turano. Di lui la Destra e alcuni giornali hanno più volte detto e scritto che si trattava di una persona poco affidabile, insinuato più volte che avrebbe lasciato L'Unione per passare con Berlusconi, che era un qualunquista o di Destra. Bene, Turano ad un certo punto della riunione, ha detto che "la priorità per il Nord America è di avere a fine elezioni il Senatore, non è importante se sarò io o un altro candidato, l'importante è che sia del PD". Una frase che la dice tutta sulla serietà, affidabilità e coerenza degli eletti all'estero (come già aveva dimostrato il Senatore Randazzo), che nulla hanno a che fare con i De Gregorio eletti in Italia.

martedì 5 febbraio 2008

L'eterna promessa

E così si andrà presto al voto. Senza nemmeno fare la riforma elettorale. Voglio prima provare a chiarirmi un po' le idee. Nella scorsa legislatura, con i soli voti della Casa delle libertà, Calderoli scrive una riforma della legge elettorale che distribuisce i premi di maggioranza su base regionale, ben sapendo (probabilmente facendolo proprio con questa intenzione) che questo sistema avrebbe portato instabilità politica: cosa che terrorizza ogni politico, imprenditore o economista serio in ogni angolo del mondo.
  • Lo stesso Calderoli, intervistato sul capolavoro da lui scritto, definisce quella legge una "porcata". E come se io, appena finito di scrivere un mio post, interpellato da qualcuno su cosa ne penso, direi che fa schifo. Ma perché pubblicarlo allora? Misteri del Nord-Est.

  • Gianfranco Fini, ritenuto il più abile dei politici del centrodestra, nonché eterna "futura promessa" di leader della CDL, vota con entusiasmo la "porcata" di Calderoli.
  • La CDL perde le elezioni e vince L'Unione, con una maggioranza risicatissima al Senato (tutto calcolato).
  • I referendari raccolgono le firme contro la legge "porcata" di Calderoli e tra questi, quello che più si ingegna per la raccolta delle firme e come promotore del referendum contro la legge che ha votato, è Gianfranco Fini, "l'eterna promessa" a leader della CDL, che la ritiene una iattura e pensa vada modificata.
  • Cade il Governo Prodi e Napolitano fa di tutto per far capire (cosa scontata) che prima di votare occorre modificare quella legge, e per questo incarica Marini di formare un Governo che si occupi di questa riforma.
  • Fini, "l'eterna promessa" a leader della CDL, che ha sostenuto in ogni contesto l'esigenza di modificare la "porcata", rifiuta ogni possibilità di modificare la legge e chiede il voto anticipato proprio con la "porcata" che voleva cambiare e per la quale ha raccolto le firme per il referendum.
  • Prodi, intanto, annuncia che non si ricandiderà, lasciando al futuro inquilino di Palazzo Chigi la seguente eredità: il famoso "tesoretto" di oltre 20 miliardi di euro recuperato dall'evasione fiscale con il quale si sarebbero dovuti aumentare i salari dei lavoratori dipendenti e rilanciare la produttività; i conti pubblici risanati, con un deficit del 2008 attestato a poco più del 2%; una crescita del PIL dell'1,5% (Berlusconi l'aveva lasciata a 0,0%: recessione); il livello di disoccupazione al 5,6% (il più basso degli ultimi 25 anni).

Potrei anche continuare con questi dati, ma chi è interessato può approfondire il discorso leggendosi quali buoni frutti preveda il protocollo sul welfare soprattutto per i giovani, per chi è in cassa integrazione, in mobilità o è disoccupato.
Insomma, penso che, nonostante tutto, abbiamo lavorato bene per l'interesse dell'Italia tutta. Penso che l'eredità che lasciamo sia buona. Il problema, però, è che gli italiani percepiscono malissimo questa maggioranza, nonostante i suoi risultati positivi. C'è, dunque, uno scollamento, o meglio una dissociazione, tra i positivi risultati ottenuti in campo economico e finanziario e la percezione della gente nei nostri confronti. E tutto ciò penso dipenda dalla condizione di instabilità a cui siamo stati sottoposti e dall'alto tasso di litigiosità dimostrata. Tutti elementi favoriti dalla legge elettorale che tutti criticano, ma che pochi vogliono davvero cambiare, compreso Fini, "l'eterna promessa" a leader della CDL, il quale ha capito che è meglio essere futura promessa in eterno che possibile leader vero fra qualche anno.

Già, perché far vivere un Governo che cambi la legge elettorale, significherebbe anche far recuperare tempo e terreno utile al PD per vincere le prossime elezioni. Disubbidire agli ordini di Berlusconi oggi, distruggendo la CDL e procurando una immediata sconfitta dello stesso Biscione, non gli assicurerebbe un dicastero nel prossimo Governo.
Fini, "l'eterna promessa" a leader della CDL, dunque, che ben ricorda il familiare motto "credere, obbedire, combattere", rinuncia al bene dell'Italia, rinuncia al definitivo tramonto del suo capo (nonché unico padrone della Casa delle libertà) e si accontenta di un possibile prossimo ministero e di continuare ad essere "l'eterna promessa" a leader della CDL. Naturalmente, però, rivedendo in chiave pacifista (l'unica volta) il noto motto mussoliniano: da "credere, obbedire, combattere" a "obbedire". A Berlusconi e alla Lega, naturalmente, mai agli italiani.

venerdì 1 febbraio 2008

La Costituzione italiana, i partiti politici e lo sviluppo degli ideali democratici: il caso della Sinistra

Quella che segue è la relazione che ho tenuto il 24 gennaio scorso a Città del Messico in occasione del sessantesimo anniversario della Costituzione italiana. Mi scuso per la lunghezza, ma la lettura non è obbligatoria naturalmente. Ringrazio i professori universitari che l'hanno voluta e organizzata e che, insieme agli studenti e con molta pazienza, mi hanno ascoltato.

"La Costituzione italiana, i partiti politici e lo sviluppo degli ideali democratici: il caso della Sinistra"

Buonasera a tutti.
Voglio innanzitutto ringraziarvi del gentile invito rivoltomi.
Di avermi dato la possibilità di parlare qui in Messico della Costituzione italiana nel suo Sessantesimo aniversario, dei partiti italiani e quelli di Sinistra in particolare in un momento così delicato della vita política e istituzionale dell’Italia.
Viviamo un’epoca in cui tutti i partiti del nostro Paese attraversano una crisi che sta alimentando un forte e pericoloso rigurgito di antipolitica.
E all'antipolitica si accompagna un sentimento di qualunquismo che rischia, come la storia recente e meno recente ci insegna, di spianare la strada al primo populista di turno.
Antipolitica e qualunquismo richiamano poi "l'uomo forte" o "uomo della provvidenza", che altri non sarebbe che l’ennesimo incantatore di serpenti che precipiterebbe l'Italia in una crisi davvero grave, con seri danni per la democrazia, l'economia e la libertà dei singoli individui.

Il mio compito qui, oggi, è dunque molto difficile.
Per questo mi sono chiesto, leggendo l'impegnativo titolo che avete dato alla conferenza, che tipo di intervento avrei dovuto fare.
Penso sia mio compito oggi, ancorare la storia passata e l'anniversario della Costituzione alle vicende recenti, a quelle di questi giorni e agli sviluppi futuri nello scenario politico italiano.
Per riuscire in questo intenento, ritengo di dover partire dalla situazione storica precedente la nascita della Repubblica italiana e della Costituzione.
E' universalmente riconosciuto come il nostro Paese, sin dall'Unità d'Italia e da Cavour in poi, abbia sempre sofferto di una instabilità politica cronica, palesata dall'avvicendarsi di governi dalla vita breve e da maggioranze parlamentari fragili.

Una situazione che ha generato politiche precarie e spesso di corto respiro.
Che ha minato alla base sia lo sviluppo interno del Paese, che la credibilità internazionale, ritardando la trasformazione del nostro Paese in una grande potenza economica, industriale e poltica.
E quando anche l'Italia ha raggiunto con fatica questo status (di grande potenza), l'instabilità ha fatto sempre si che fosse continuamente messo a rischio.
Ed è proprio dall'instabilità, dalle crisi sociali ed economiche e dall'aspirazione ad essere a tutti gli effetti una grande potenza; dalla debolezza della Politica, quella la "P" maiuscola, dalla fragilità della nostra democrazia - a tratti impotente - che ha tratto vigore, dopo la Grande guerra, il Fascismo.

Un fenomeno degenerativo del sistema democratico e delle libertà individuali, di cui tutti conosciamo bene i dettagli, ma di cui vanno sottolineati, in questa sede, alcuni tratti fondamenali e funzionali allo sviluppo del mio intervento.
Il Fascismo si caratterizzò presto come sistema repressivo e dittatoriale: furono chiusi i giornali e messe a tacere le voci libere; vennero sciolti i partiti, ad eccezione di quello Fascista nauralmente; il partito e lo Stato finirono per identiicarsi, così come il capo del Governo con la nazione; tutto il potere venne concentrato nelle mani del Duce ed espropriati, nella pratica, i poteri del Parlamento, divenuto un ufficio di ratifica delle decisioni del dittatore; gli oppositori politici costretti al silenzio, all'esilio, alla fuga all'estero o alle purghe e ai pestaggi; furono perfino emanate le vergognose leggi razziali e il "Manifesto della razza italiana".
In questo clima il nostro Paese ha vissuto i vent'anni più bui della sua storia.
Ha finito per soccombere in una terribile guerra combattuta al fianco di uno dei peggiori criminali della storia dell'umanità.
Si è macchiata persino del crimine di inviare suoi cittadini ebrei e non nei campi di concentramento e ai forni crematori per motivi sia razziali che politiche.

In questo periodo e in questo contesto storico, soprattutto dal 1943 al 1945, in condizione di clandestinità, svolsero, ai fini della libertà, un importantissimo lavoro i principali partiti eredi della tradizione storica italiana. PCI, PSI, PPI, PRI, PLI, PdA.
Quei partiti che, almeno in principio, in solitudine e con il sacrificio di molte vite, organizzarono e alimentarono la Resistenza dall'interno al nazifascismo nel Centro e Nord Italia.
Quei partiti che prima organizzarono la guerriglia in montagna, facilitati dalle difese naturali e che, in un secondo tempo, spostarono la loro azione anche in pianura, con la tecnica appunto del "pianurismo": ossia quella pratica di resistenza ideata da Arrigo Boldrini, il partigiano morto proprio l'altro ieri e per il quale esprimo anche qui il mio cordoglio, il mio ringraziamento e ammirazione.
Una tecnica che prevedeva la copertura e la complicità della popolazione, l'aiuto della gente comune ai partigiani.
Quindi una tecnica che testimonia come i partigiani e i partiti a cui essi appartenevano e da cui erano coordinati, godessero della fiducia e del sostegno difuso delle popolazioni locali.

Fu, infatti, proprio con questa tecnica e con il comandante Bulow (nome di battaglia di Arrigo Boldrini) che il PCI riuscì a conquistarsi anche la fiducia dei contadini e della popolazione. Fu anche questa tecnica che permise alla Resistenza di essere vincente grazie al coinvolgimento, la fiducia e la partecipazione del popolo alla resistenza al Fascismo.
Una tecnica che facilitò l'arrivo degli alleati in centro Italia agevolandoli, se non essendo determinante, nella conquista di Ravenna e nell'azione di rottura della Linea Gotica e, dunque, nella liberazione anche dell'Italia del nord ancora occupata dall'invasore tedesco.
Dunque, i partiti clandestini, i CLN nell'Italia liberata e il CLNAI in quella ancora occupata dai nazifasciti, furono strumenti essenziali nella guerra al fianco degli alleati agloamericani per la completa Liberazione dell'Italia e per la nascita della democrazia.
Furono proprio i partiti che, dal '43 in poi, costituitisi appunto in CLN regionali e provinciali, gestirono prima alcuni territori liberati autonomamente dall'interno e successivamente gli altri liberati con lo sbarco degli alleati e la rottura della Linea Gotica.
Essi furono inoltre autorevoli interlocutori politici dei governi Bonomi e Parri dal ’43 fino all'elezione dell'Assemblea Costituente del giugno ‘46.

E dopo la Liberazione, tutti i partiti che avevano fatto la Resistenza, con a capo il PCI di Togliatti e la DC di De Gasperi, presentarono i propri candidati all'Assemblea costituente e scrissero insieme quelle regole democratiche che oggi celebrano i sessanta anni di vita e gli altrettanti di pace interna e non.
La Costituzione, dunque, nasce grazie all'impegno dei partiti per fissare le regole democratiche di un Paese che ha vissuto vent'anni di dittatura e cinque di guerra.
Per assegnare il potere politico a un Parlamento sovrano, per creare equilibri, pesi e contrappesi nella gestione della nazione.
Per superare un periodo di terrore, di soprusi privati e pubblici e privazione delle libertà fondamentali.
Nasce per unificare un Paese che risultava profondamente e pericolosamente diviso tra repubblicani e monarchici.
Lo scarto di voti al referendum a favore della Repubblica, era stato infatti di poco meno di 2 milioni di voti.
Tra l'altro fortemente contestati dai monarchici e dallo stesso re Umberto II, che prima di partire per l'esilio all'estero aveva lanciato un proclama in cui parlava addirittura di "un gesto rivoluzionario" compiuto dal Governo" italiano, di un vero e proprio golpe.
Umberto II affermava di essere stato messo nelle condizioni di "provocare spargimenti di sangue" o di subire un sopruso.
Era dunque altissimo il rischio che finita la guerra scopiassero in Italia nuovi e pericolosi disordini.
Molta parte dei comunsti, soprattutto tra quelli che avevano fatto la Resistenza, era pronta a fare la Rivoluzione Socialista, di cui considerava proprio la Resistenza la scintilla d'avvio, com'era stato in Russia con la Prima guerra mondiale.
La voglia di vendetta contro i fascisti era altissima e diffusa anche tra la popolazione, e per i seguaci di Mussolini e del suo regime si invocava la morte.
Molti scontri mortali e vendette anche private si consumarono nell'immediato dopoguerra a danno dei fascisti.
I monarchici non volevano accettare il risultato del referendum di giugno ed erano pronti a riprendere le armi.
In questo clima Togliatti, tornato nel '44 dall'URSS, aveva operato la storica "Svolta di Salerno". Aveva traghettato il partito su posizioni repubblicane e convinto il gruppo dirigente dell'esigenza di una via democratica e pacifica al Socialismo italiano.
Questa svolta fu determinante per mettere da parte le armi.
Per evitare ulteriori e fraticidi spargimenti di sangue.
Per creare le condizioni necessarie per arrivare alla pacificazione nazionale con gli ex fascisti.
Per fare, insomma, dell'Italia, una Repubblica parlamentare democratica, scrivendo con spirito unitario e condiviso, finalmente, quella Costituzione democratica che il Paese non aveva fin qui avuto.

Un primo importantissimo atto nella direzione della pacificazione nazionale, della distensione e dell'unità del Paese, fu la grazia ai fascisti che non si erano macchiati di atti di sangue.
Provvedimento che fu preso proprio da Togliatti non senza importanti opposizioni e malumori sia all'interno del PCI che nell'intero Paese.
E su questa linea di distensione e unificazione voluta dai vari partiti e dai Padri costituenti, continuarono i lavori in Assemblea.
La Costituzione che ne uscì, dunque, riconobbe ai partiti il ruolo determinante che essi svolsero nella clandestinità e per la Liberazione.
Nell'organizzare la lotta e nel produrre mobilitazione e fiducia tra i cittadini.
Ne sancì il ruolo nell'articolo 49, dove è scritto che "tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere in modo democratico a determinare la politica nazionale".

Da questa importante disposizione, poi, discendono quattro principi:
1) La formazione dei partiti è libera: ogni partito ha diritto di cittadinanza nello Stato italiano qualunque sia l'ideologia di fondo. L'unico limite posto a questo principio, riportato nell'articolo 12 delle disposizioni transitorie, è la ricostituzione del partito fasciscta. Esso, infatti, prevedeva lo scioglimento degli altri partiti (com'era già avvenuto nei vent'anni precedenti) e la concentrazione del potere nelle mani di un unico dittatore;
2) La Repubblica si fonda sul pluralismo dei partiti: sarebbe dunque inammissibile un partito unico, come prevedevano altre costituzioni (ad esempio quella dell'URSS) o il regime fascista;
3) Ai partiti viene riconosciuta la funzione di determinare la politica nazionale, in concorrenza e competizione democratica tra di loro;
4) I partiti devono rispettare il metodo e le regole democratiche.

Per metodo democratico si intende il principio per cui la minoranza deve riconoscere e rispettare le decisioni della maggioranza.
Ma allo stesso tempo ha la piena libertà di agire, con tutti gli strumenti pacifici e democratici che la Costituzione mette a disposizione, per diventare a sua volta maggioranza e assumere la guida del Paese.
Questo principio sancisce dunque il metodo democratico e la possibilità del controllo, della confutazione e dell'alternanza pacifica al potere tra maggioranze e minoranze.
Ma questi principi, sebbene accettati, difesi e garantiti da tutti i partiti nei succesivi quarant'anni, hanno dimostrato un grande limite e una fortissima anomalia tutta esclusivamente italiana: il fatto che, pur nel pieno rispetto della Costutzione, non si è verificata l'alternanza.
Il PCI, infatti, non è mai andato al Governo del Paese pur essendo, non solo il più grande partito comunista dell'occidente, ma il secondo partito italiano dopo la DC, che invece è sempre e ininterrottamente rimasta al Governo.

Ciò si spiega col fatto che la Costituzione, come scriveva anni fa Norberto Bobbio usando la metafora del gioco, "stabilisce le regole del gioco. Non stabilisce come si deve giocare, una vota date quelle regole".
La Costituzone, in effetti, fissa le condizioni essenziali e le pregiudiziali in base alle quali un qualsiasi gioco fra più soggetti deve essere condotto.
Quindi le linee di principio che fanno da guida, da cornice.
Le regole su come si deve invece giocare sono quelle che dovrebbero condurre il gioco alla vittoria.
Alla Costituzione e alle sue regole ci si deve dunque attenere in maniera scrupolosa.
Le regole su come condurre il gioco, invece, sono affidate alla libertà delle parti in base a ciò che si ritiene più utile alla vittoria.
Sempre seguendo Bobbio nella sua metafora, possiamo fare un esempio ricordando che la Costituzione attribuisce a ogni singolo cittadino il diritto di voto, e l'applicazione di questa regole non può essere interpretata, ma va applicata scrupolosamente.
Non esiste, al contrario, nessuna regola che stabilisca COME questo cittadino debba votare, QUALE partito o QUALE candidato debba scegliere.
Qualora vi fosse una regola che stabilisse COME si deve votare diverrebbe inutile anche il diritto di voto.

Altra regola costituzionale fondamentale è quella che stabilisce che vi debbono essere PIU’ partiti, ma nessuna che dica QUALE partito vi debba essere.
Una Costituzione che stabilsca quale partito deve esserci non è una democratica.
Esempi di questo tipo sono la Costituzione dell'Unione Sovietica e di Cuba, che stabiliscono che debba esservi SOLO il Partito Comunista.
O quella fascista, che prevedeva solo la presenza del PNF.
Ancora: una regola fondamentale è quella che stabilisce che il Governo debba godere della fiducia del Parlamento, o almeno della non-sfiducia.
E che essa necessità della magioranza delle preferenze parlamentari.
Ma non c'è e non può esserci nessuna regola che stabilisca COME questa maggioranza debba essere formata e da chi debba essere sostenuta.
Regola che esplicita l'inopportunità delle contestazioni che negli ultimi periodi sono state rivolte, ad esempio, ai senatori a vita che sostenevano il Governo Prodi e che, già nel 1994, hanno reso possibile la nascita del I Governo Berlusconi.
Che debba esserci una maggioranza è dunque regola costituzionale, regola del gioco.
COME essa debba essere composta è regola sul modo di giocare, cioè per vincere al gioco.
E il singolo parlamentare non ha, nella nostra Costituzione, alcun vincolo di appartenenza né di mandato.
Gode della insindacabilità del proprio mandato elettorale, della piena libertà d'azione e autonomia.

Non a caso, infatti, il Senatore De Gregorio, eletto ne L'Unione, è passato subito dopo la sua proclamzione all'opposizione.
Così i senatori eletti ne L'Unione che oggi hanno negato la maggioranza al Governo Prodi, votando con l'opposizione, hanno decretato la fine di quella maggioranza nella quale erano stati eletti e che si erano impeganti a sostenere per una intera legislatura.
Ma torniamo un po’ indietro nel tempo.
I Costituenti non avevano previsto, nel sistema dell'alternanza, la possibilità di un'opposizione "eversiva" o di una democrazia consociativa, nell'accezione positiva del termine: quella che si sarebbe potuta realizzare con il Compromesso storico tra DC e PCI negli anni Settanta.
La Costituzione disegna un sistema parlamentare che funziona con una serie di partiti diversi tra di loro.
Ma per cinquant'anni ve n'è stato uno considerato”più diverso” degli altri: quello Comunista.
Esso era visto come "eversivo" del sistema, quindi sempre escluso dalla partecipazione al Governo.
La Costituzione, dunque, scritta in un momento di massima collaborazione storica tra i diversi partiti e in un clima di partecipazione democratica, non aveva potuto prevedere la successiva conventio ad excludendum nei confronti di un partito che pure aveva piena legittimazione e leggittimità a governare.
La conventio ad excludendum ha dato luogo ha un sistema del bipartitismo (o multipartitismo) imperfetto, in cui vi erano sostanzialmente due partiti egemoni candidati a governare il Paese e ad alternarsi, ma che in realtà non si sono mai alternati.
Anche nel caso in cui si fosse raggiunto il Compromesso storico, esso avrebbe creato un Governo delle due principali forze politiche italiane facendo venir meno, ancora una volta, ma con un sistema diverso, l'alternanza.

Dunque l'italia ha vissuto l'anomalia di un sistema costituzionale e parlamentare dell'alternanza senza alternanza, almeno fino all'inizio della Seconda Repubblica.
E tutto ciò nonostante la nostra storia parlamentare si sia caratterizzata da un succedersi quasi annuale di Governi e da una instabilità cronica di cui ho già detto.
Dunque, rimanendo sempre nella metafora bobbiana del gioco, possiamo dire che un sistema in cui lo stesso partito governa per cinquanta anni e l'altro resta per altrettanti cinquanta anni all'opposizione, è come un gioco in cui una parte è sempre vincente e l'altra sempre perdente.
Non può invece esistere un gioco in cui, per regola, una parte sia sempre vincente e l'altra sempre perdente.
Esso non sarebbe un gioco, bensì un solitario in cui un giocatore cambia le regole a suo piacimento senza opposizione alcuna e fa ciò che più gli torna comodo.
Come la storia ci insegna, la figura del grande giocatore solitario è quella del tiranno.
Di quel tiranno moderno che è il partito unico o l'uinico partito che governa ininterrottamente.
Con questo però, non voglio dire assolutamente che l'Italia ha vissuto nel passato recente una dittatura o l'imposizione violenta di un partito unico.
Ciò che è successo è che non si è realizzato il principio parlamentare dell'alternanza stabilito dalla Costituzione.
Abbiamo avuto una democrazia imperfetta e una Costituzione applicata solo in parte.
Ciò non significa nemmeno che non si siano rispettati i dettami e le regole costituzionali.
Ma significa che essi sono stati elusi nel solo modo democratico possibile, senza andare fuori dal sistema: e cioè con la conventio ad excludendum dei vari partiti in gioco nei confronti del PCI.

Ciò che è valso, nella democrazia e nell'anomalia italiana, è stato dunque il principio del "solo un parito al Governo e non l'altro".
Cioè il principio della DC, degli USA e dell'anticomunismo.
Ad esso il PCI aveva provato a dare una risposta solo con un altro principio, cioè quello Berlingueriano del "tutti e due insieme", ossia il Compromesso storico.
Mai realizzatosi anche a causa del sequestro e dell'omicidio di Aldo Moro, il leader della DC con il quale Berlinguer teneva il dialogo per la realizzazione del suddetto Compromesso.
Il terzo eventuale principio, "nè l'uno nell'altro", non è stato mai concretamente realizzabile per l'esiguità e la debolezza degli altri partiti italiani, troppo piccoli per fare un governo che escludesse sia la DC che il PCI.
Dunque l'Italia e la sua Costituzione hanno vissuto una anomalia storica, parlamentare e politica che si è trascinata per quasi mezzo secolo.
Essa è il frutto della rottura del dialogo, avvenuta nel 1948, tra le forze cattoliche e quelle comunista, socialista e progressista.
Questo rottura, che a mio avviso è stata una iattura per la democrazia e per l'Italia e allo stesso tempo una incoerenza storica, è stata la conseguenza della divisione del mondo in due blocchi contrapposti e l'inzio della Guerra fredda.
Una condizione venuta poi meno solo nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino e la definitiva implosione dell'URSS.

Da allora, come Sinistra italiana, abbiamo avviato un ampio discorso sulla transizione e sul ripensamento di questa parte politica. E' iniziata una transizione complessa, impegnativa difficile e a tratti molto dolorosa.
Un processo da molti definito "incompiuto".
Solo oggi stiamo provando a completare quel percorso.
Lo stiamo facendo creando una casa comune delle diverse e più importanti tradizioni politiche italiane e dei diversi riformismi del nostro Paese.
Stiamo creando un partito che dovrà contribuire a riformare l'intero sistema politico nazionale e a dare all'Italia e ai suoi governi quella stabilità politica che non ha mai avuto dall'Unità a oggi, fatta eccezione per il Ventennio di dittatura.
Un partito capace di interpretare e affrontare con nuove capacità e nuove strategie le sfide a cui la globalizzazione ci mette di fronte.
Un partito nuovo e forte; unito, ma plurale; con radici profonde; tradizioni storiche autorevoli, ma in grado di guardare al futuro e alle nuove generazioni post ideologiche o de-ideologgizzate.

In questo senso, dunque, l'esposizione che ho fin qui fatto della storia recente e meno recente del nostro Paese, penso abbia in parte evidenziato un particolare aspetto: come la tradizione ci abbia consegnato un quadro politico nel quale le migliori famiglie politiche e riformiste dell'Italia (socialista, cattolica e liberlademocratica), soprattutto nei momenti più drammatici della storia patria, abbiano sempre condiviso scelte strategiche e vitali per la libertà e la democrazia italiana.
Penso alle lotte dei primi partiti di massa alla fine dell'800, cioe’ quelle per il riscatto delle masse e la liberazione dell'individuo dalla schiavitù;
penso alla Resistenza e al cammino verso la Liberazione, con i CLN dal '43 al '45 a cui ho fatto largamente cenno; e penso, infine, all’impegno comune e allo spirito unitario e d'ascolto reciproco nell'Assemblea Costituente.
Queste famiglie politiche hanno poi percorso cammini distinti per ragioni solo in minima parte derivanti dalla politica nazionale.
Lo ricordavo prima: un mondo diviso riproduceva in casa nostra, accentuandole, contrapposizioni e distinzioni.
Per tutto il così detto Secolo breve, come lo ha definito Hobsbawn in un suo splendido saggio, questi riformismi hanno vissuto in partiti affiliati a ideologie e modelli contrapposti.
Ma sappiamo bene, per averlo vissuto nell'amministrazione del territorio e nella pratica politica quotidiana, che essi hanno convissuto e contribuito a trovare mediazioni e risposte concrete e condivise.
A livello nazionale, anche se in fasi emergenziali, si è data prova di eguali capacità di incontro.
Basti pensare alla lotta al terrorismo degli anni Settanta e Ottanta.
Il terrorismo, seppur anche di matrice rossa, è stato sconfitto proprio grazie alla condivisione degli ideali democratici e di pace a cui sia la DC che il PCI anelavano.
Al rispetto di quella Costituzione democratica e parlamentare che insieme avevano scritto e che prevedeva la pluaralità di posizioni, purché promosse senza violenza.

Furono proprio due magistrati di chiara cultura politica di Sinistra che diedero il contributo maggiore e determinante alla sconfitta del terrorismo: Gian Carlo Caselli, successivamente distintosi anche nella lotta alla mafia, e Luciano Violante, divenuto uno degli esponenti di spicco del PCI prima e del PDS-DS-PD poi.
Ma si pensi anche alla redazione dello Statuto dei lavoratori del 1970, che ha rappresentato una tappa importante del riconoscimento e della tutela della dignità dei lavoratori e a cui hanno dato eguali energie sia la tradizione cattolica che quella laica e di Sinistra.
Oggi, dopo il crollo dei "muri", dopo la fine della Prima Repubblica e la ripresa del processo di integrazione e di allargamento dell'Unione europea, molta parte di ciò che ha tenuto distinte e contrapposte quelle tradizioni e famiglie politiche, è venuta meno.
Oggi, dunque, la storia e l'esigenza di ripensare il ruolo della Sinistra, spinge gli eredi dei due principali partiti italiani a cercare una evoluzione che li porti a una casa comune.
Questi partiti oggi guardano agli stessi grandi orizzonti: all'esigenza vitale di governare la globalizzazione, il liberismo economico e gli effetti della rivoluzione tecnologica e della bioetica.
Ma guardano anche alla pace; allo sviluppo sostenibile; all'accoglienza e all'integrazioine; al multiculturalismo; alla possibilità di aprire per il nostro Paese una nuova stagione che segni per tutti una nuova tappa di uguaglianza, libertà e diritti della “Persona”, quella con la "P" maiuscola.
Sono tutte sfide che stanno pienamente in quei valori laici scolpiti nella Costituzione di sessanta anni fa.
Ma sono sfide di fronte alle quali nessun partito del '900 può pensare di bastare a se stesso.
E soprattutto sono sfide non realizzabili senza la stabilità di governo di cui il Paese ha bisogno.
E l’arenamento a cui siamo andati incontro oggi nell'Aula del Senato ce lo dimostra ancor di più.

Di fronte a tutto ciò, la nostra Costituzione mostra oggi alcuni limiti.
Essa va guardata, dunque, sotto un duplice aspetto: da una parte l'attualità di valori che sono ancora scolpiti nella pietra: quelli della prima parte della Carta;
dall'altra l'erosione degli strumenti con cui quei valori vanno perseguiti: quelli della seconda parte.
Quando i Padri costituenti hanno redatto la Carta, per la situazione storica che ho accennato, erano mossi da timori ancora vivi di dittature militari e di reazioni violente.
Avevano dunque la necessità di disribuire poteri, di creare pesi e contrappesi, di evitare la concentrazione di forze in poche mani.
Per questo vollero un bicameralismo perfetto e una vasta presenza di rappresentanti del popolo in Parlamento; un Presidente del Consiglio come “primus inter paris”; un Presidente della Repubblica quale garante della Costituzione e con pochi poteri, nessuno dei quali esecutivo.
Oggi, che il sentimento democratico dovrebbe essere cosa acquisita e diffusa, il rischio di dittature militari lontano, la libertà individuale considerata inalienabile; oggi che l'esigenza di governi stabili è divenuta quanto mai vitale per l'economia, così come la necessità di prendere decisioni in tempi brevi, poiché la globalizzazione e i nuovi sistemi di comunicazione costringono alla rapidità delle scelte per far fronte a ogni tipo di concorrenza; oggi gli strumenti decisionali che la Costituzione ci consegna vanno necessariamente rivisti.
E' in questo senso, dunque, e la caduta del Governo di oggi ce lo conferma ancor di più, che occorre lavorare per una riforma che vada nella direzione del superamento del bicameralismo perfetto.
Che dia maggiori poteri all'esecutivo e al Presidente del Consiglio.
Che permetta maggiornaze più stabili, magari con l'introduzione del sistema della sfiducia costruttiva.
Oggi è caduto il Governo nazionale per il volere di sole quattro persone e noi ci troviamo nell'incertezza più totale.
Non sappiamo se ci potrà essere un atro Governo e da chi potrà essere formato e sostenuto.
Non sappiamo se si andrà alle urne e con quale legge elettorale.
Un clima di incertezza che mina anche i mercati e l'economia, oltre che la credibilità internazionale e la continuità necessarie alla politica estera.

La sfiducia costruttiva potrebbe in parte aiutare in queste condizioni, poiché nel monmento in cui si sfiducia un Governo, parallelamente se ne deve indicare un altro.
Si aiuterebbe la stabilità e la certezza degli esecutivi.
Il superamneto del biacameralismo perfetto, con un Senato delle regioni che non vota la fiducia al Governo, farebbe diminuire di gran lunga le situazioni come quella di oggi, dato che il Governo aveva ampiamente ottenuto la fiducia alla Camera solo ieri.
In questa direzione avevano lavorato la Commissione Bicamerale del 1994, presieduta dall'Onorevole Nilde Iotti, così come la Commissione Bicamerale del 1996, presieduta dall'Onorevole D'Alema.
In questa direzione ci ha esortati ad andare, ancora una volta ieri alla Camera dei Deputati, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ricordando quanto sia essenziale una riforma dell'ordinamento costituzionale per ciò che riguarda proprio l'Ordinamento della Repubblica.
Il Presidente ha incoraggiato il Parlameno ad avanzare "proposte che abbiano loro ragioni, di più lungo periodo, rispetto a un distinto e parallelo cammino - che pure ha auspicato - di riforma elettorale".
Naturalmente, come ha aggiunto il Presidente, riforme di questo tipo, vanno pensate "in generale, ogni discorso sulla Costituzione deve prescindere da calcoli contingenti, caratterizzarsi per la sua autonomia e la sua ponderazione".
Vanno pensati senza calcoli di convenienza politica immediata, come è stato fatto nel 1998 quando è stata invece affossata quella Bicamerale che aveva fatto un lungo e articolato percorso condiviso.
Se quelle riforme fossero andate in porto l'Italia oggi non avrebbe i gravi problemi di stabilità a cui assistiamo. E non si troverebbe a dover risolvere esattamente gli stessi, identici problemi di dieci anni fa.
Allo stesso modo, dunque, anche oggi servirebbe uno sforzo comune e uno spirito di collaborazione simile a quello dei Padri costituenti del '46, capace di mettere da parte tentazioni ed egoismi politici immediati e di corto respiro, ma capace di creare le condizioni per un lavoro di larghe intese.

Un lavoro che porti da una parte alla riforma della legge elettorale e dall'altra alla revisione della seconda parte della Costituzione. Un impegno capace di rendere finalmente applicabile e concreto sia il principio dell'alternanza che l'esigenza di stabilità e decisioni veloci, pur restando nel sicuro e democratico ambito del parlamentarismo costituzionale.
In questo senso, però, mi pare che il richiamo di ieri del Presidente Napolitano a "un concorso di volontà, che non può e non deve mancare", si riveli cosa di difficile realizzazione.
Nonostante tutto, però, anche questa fase verrà superata dal nostro Paese senza degenerazioni violente, proprio grazie alle certezze e all'attualità dell'architrave costituzionale.
Sarà infatti, come prevede la Costituzione, il Presidnete della Repubblica a dover gestire con la saggezza e l'autorità che gli sono proprie, la transizione politica delle prossime settimane.
Cosa che, sono certo, farà nel migliore dei modi possibili, avendo come orizzonte solo l'interesse nazionale e come riferimento per la rotta il rispetto della Costituzione, oltre che la sicura garanzia della democrazia nel nostro Paese.
Concludo questo mio intervento, quindi, in un momento così difficile per il nostro Paese, proprio con le parole del Presidente Napolitano, che sono un bellissimo, sincero e moderno richiamo all'unità e a un nuovo spirito patriottico: "Ci unisce e ci incoraggia in questo sforzo la grande, vitale risorsa della Costituzione repubblicana. Non c'è terreno comune migliore di quello di un autentico, profondo, operante patriottismo costituzionale. E', questa, la nuova, moderna forma di patriottismo nella quale far vivere il patto che ci lega: il nostro patto di unità nazionale nella libertà e nella democrazia".

Grazie di cuore a tutti voi per l'attenzione e la pazienza riservatami e, se lo ritenete utile, sono pronto a rispondere a tutte le domande che da qui in poi vorrete farmi.
Grazie ancora.