martedì 18 marzo 2008

Da Bruxelles a Lugano con D'Alema e Veltroni

E' già da un po' che non riesco a trovare il tempo di scrivere. Sono state settimane intense nelle quali sono successe molte cose sulle quali, invece, varrebbe la pena scrivere. Provo ad accennare poche cose e in maniera schematica.

Presentazione liste.
Domenica 10 abbiamo presentato le liste definitive del PD all'estero. E' stata una corsa contro il tempo e ad alta carica di adrenalina, poiché dovevano arrivare da tutto il mondo documenti indispensabili e da consegnare in originale alla Corte d'appello di Roma: il rischio era che non arrivassero in tempo e che non avremmo potuto presentare le liste o che le avremmo dovute presentarle monche. Tanto per farvi un'idea ecco come si è conclusa la nostra avventura, così come descritta da alcuni quotidiani italiani:
Nord America, sprint per salvare la lista del PD
“Se il PD riuscirà a pareggiare al Senato, dovrà fare un monumento a Eugenio Marino, 34 anni, con uno sprint da atleta. Il PD aveva presentato le sue liste per le circoscrizioni estere intorno alle 18:00. Mancava però il certificato del presentatore della lista per il Nord America. Marino è corso in sede a recuperare il documento ed è riuscito a varcare la sede della Corte d’appello di Roma due minuti prima della chiusura. Per Marino l’abbraccio del collega più anziano e la consapevolezza di avere consentito al PD di gareggiare anche per quel seggio”. (Avvenire, 11 marzo 2008)

Con D'Alema a Bruxelles.
Il 13 ero a Bruxelles a rappresentare la Direzione nazionale del Partito all'iniziativa con il Presidente del PS belga Elio Di Rupo e Massimo D'Alema, tenutasi nella sede nazionale dei socialisti del Belgio. Un ottimo incontro, in una sala gremita di giornalisti e con la comunità italiana, soprattutto del mondo dell'associazionismo. Di Rupo e D'Alema hanno sottolineato la vicinanza e l’intensa collaborazione tra PD, socialisti belga e PSE. La necessità che il PD e il PSE trovino le forme e le regole per consentire un'adesione organica che passi attraverso quanto già fatto a Porto con la modifica dello Statuto del PSE e attraverso la possibilità di una nuova denominazione del contenitore europeo. Una soluzione utile a tutti: alla Sinistra italiana ed europea, all'Italia e all'Europa, agli italiani in Italia e all'estero. Alla fine degli interventi D'Alema ha risposto alle molte domande degli italiani presenti in sala, che hanno fatto sentire la propria voce sulle questioni che li riguardano più da vicino: dalla diffusione della lingua e cultura italiana all'estero alla doppia cittadinanza (questione per la quale D'Alema e Amato hanno avviato una denuncia al Consiglio europeo che consentirà ai cittadini italiani di ottenere la cittadinanza belga senza perdere quella italiana) e alle quali il Ministro degli esteri ha risposto con puntiglio e sicurezza, rassicurando gli italiani sulla continuazione del suo impegno in questi temi anche per il futuro. Dopo gli interventi D'Alema e Di Rupo hanno presentato alla platea i candidati del PD presenti in sala: Davide Pernice, Laura Garavini, Beatrice Biagini e Rosine Ongaro. Gli stessi leader italiano e belga, poi, si sono abbandonati a un bagno di folla, lasciandosi stringere la mano, baciare e fotografare a lungo con tutti coloro che lo richiedevano: giovani e anziani, candidati e militanti, ognuno dei quali poneva a D'Alema la propria domanda o ricordava con piacere una particolare pressa di posizione del leader italiano. In molti, poi, hanno commentato come "D'Alema non è come lo descrivono: è simpatico, ha parlato con tutti, è stato disponibilissimo". Insomma, dopo aver dato risposte di merito e preso impegni sui problemi della comunità all'estero, ha dedicato ancora del tempo ai singoli per una battuta, una stretta di mano, una foto e lo spolvero di un particolare ricordo.

Con Veltroni a Lugano.
Il 14 marzo ero invece a Lugano, dove Veltroni ha fatto la tappa all'estero del suo giro d'Italia. In sala c'erano circa 600 persone. L'entusiasmo della gente era alle stelle. Il segretario ha parlato a lungo delle nostre comunità, lanciando da Lugano la risposta a Martino sulla necessità dell'Italia di non ritirarsi dal Libano e ribadendo a Calderoli, che aveva detto di vergognarsi dell'Italia, di essere invece orgoglioso di vivere nel nostro Paese che, secondo Veltroni, "è un Paese meraviglioso". E quale migliore occasione dell'incontro con le comunità italiane all'estero per lanciare un messaggio di politica estera e ribadire la grandezza e bellezza del nostro Paese. Un Paese, secondo Veltroni, che dovrà creare, con il PD al Governo, le condizioni per cui "quella di partire o di emigrare dovrà essere una scelta e mai più una necessità, un obbligo". Lo ha detto davanti a molti giovani e ai candidati del PD presenti in sala, sottolineando come alcuni di loro siano giovani professionisti altamente specializzati che, proprio per le loro competenze e formazione, devono lasciare l'Italia solo per scelta e non perché manca nello Stivale un sistema in grado di mettere a frutto le loro competenze. Tra di questi, ha citato la giovane candidata inglese Simona Milio ed Emanuela, la ragazza ticinese che aveva aperto con il suo bell'intervento la giornata.

A Bolzano con Scaparro, Nicolini e Toni Jop
Domenica ho assistito a Bolzano, in qualità di invitato insieme a Maurizio Scaparro, Renato Nicolini e toni Jop, alla prima teatrale dell'Orlando Furioso di Ariosto. Una bellissima reinterpretazione, in uno scenario post industriale, realizzata dalla regista Giuliana Lanzavecchia con la compagnia Bricabrac. Ragazzi dai 13 ai 20 anni che si sono esibiti in un'interpretazione fatta di musica, canti, balletti e recitazione.
A fine spettacolo siamo andati cenare in un ottimo ristorante tipico di Bolzano, dove ho mangiato i wurstel bianchi fatti artigianalmente, tutta un'altra cosa rispetto a quelli industriali che compriamo nei supermercati.

giovedì 28 febbraio 2008

Scricchiolii e rancori a Destra: decide solo Tremaglia e io voto a Sinistra

Tempo fa scrissi su questo blog che le elezioni all'estero, ancora una volta, non erano cosa scontata. Era opinione diffusa che a questa tornata elettorale la Destra si sarebbe presentata tutta unita, concentrando le forze e sbaragliano la Sinistra. Oggi i fatti ci dicono qualcosa di diverso: cioè che la Destra unita non lo è affatto. AN e Forza Italia si presentano insieme, va bene, ma mancano all'appello unitario la Lega Nord, l'UDC e la Rosa bianca. Inoltre non si sa cosa faranno all'estero Romagnoli, Storace e la Mussolini. E se anche non ci saranno liste di queste costole della Destra che la volta scorsa corsero separate, date le divisioni in Italia non è scontato che gli elettori di questi partiti votino automaticamente per Berlusconi. Quindi poco cambia per loro in fatto di unità.
Da questa parte, poi, va precisato che nel 2006 presentò liste in tutte le ripartizioni l'Udeur di Mastella, che stava già col centrosinistra in Italia, e in Europa l'Italia dei Valori di Di Pietro. Quindi c'era una certa divisione anche a Sinistra.

Il principale quotidiano della Destra all'estero, poi, L'Italiano (di cui, detto tra noi, sono un accanito lettore), qualche giorno ci mostrava una situazione disastrosa del centrodestra in America Latina, dove si gioca una importante partita al Senato e dove, seconto quanto scriveva l'editorialista José Mantovano, il centrodestra ancora diviso ha "deciso di correre per il quarto posto, quello dellamedaglia di cartone". Simpatico no?

Dunque, ci si rende facilmente conto che fare discorsi unitari non è semplice per nessuno. Tanto mai per la Destra, che con il pallottoliere si divertiva a sommare i voti di tutte le sue liste del 2006 e prefigurare una grande alleanza e la vittoria a queste elezioni. Oggi scoprono, invece, che unire e semplificare, in politica, non corrisponde a fare semplici e fantasione somme matematiche. Quindi tutto si rimette in gioco.

Laddove la semplificazione sono invece riusciti a farla, cioè l'unione in un'unica lista di Forza Italia e Alleanza Nazionale, hanno avuto forti contraccolpi. Fare di due liste una, significa dire a molti candidati della volta scorsa, che oggi potrebbero avere delle possibilità in più ad essere eletti, che oggi non possono correre per un seggio. E questo provoca tensioni e risentimenti, sentimenti di esclusione e rancori. Tradotto in termini politici crudi, significa che alcuni "esclusi" di FI e AN all'estero che non hanno digerito la cosa, a questa tornata voteranno per candidati del PD, pur di fare dispetto a chi li "ha fatti fuori". Naturalmente senza dirlo pubblicamente... Soprattutto se si sentono dire che la base (o il territorio) non ha "alcuna possibilità di intervenire sulle liste" e sulla scelta dei candidati, poiché essa è il frutto di "una decisione presa unicamente dall'On. Tremaglia". Ancora Tremaglia? Ma non lo avevano escluso? Non era tutto solo ed esclusivamente in mano a Zacchera e alla Contini?

Da parte nostra, invece, la semplificazione è il risultato di un lavoro serio fatto tra la base, con dei congressi di partito in tutto il mondo che hanno approvato la decisione di fare un grande e nuovo partito: il PD. Alle liste di questo partito all'estero, poi, proprio oggi ha definitivamente deciso di aderire anche Antonio Di Pietro e l'Italia dei Valori, che la volta scorsa in Europa si presentò da solo. Una decisione saggia, che contribuisce seriamente al processo di semplificazione, che allarga il consenso del PD all'estero, che concentra i voti su un'unica lista e che apre la strada a una riflessione seria su un futuro scioglimento dell'IDV e l'adesione piena al Partito Democratico. Mi auguro che ciò possa avvenire e che possa avvenire prima possibile: sarebbe un percorso naturale.

lunedì 25 febbraio 2008

La mancanza di fede è un dono di Dio

Nel poco tempo a disposizione, sarebbero troppe le cose da dire. Mi limito ad alcune e per punti.
Candidature all'estero
Siamo in fase di chiusura delle liste e vengono al pettine alcuni nodi molto critici. Primo fra tutti quello del Senato in America Latina.
Si corre per due seggi e le liste più accreditate sono, oltre quella del PD, la lista unitaria del PDL, quella di Pallaro e, ultima, quella di Merlo, che questa volta corre in autonomia rispetto al Senador. Proprio quest'ultima, che avrebbe potuto creare un'emorraggia di voti al centrodestra e a Pallaro, senza scalfire i nostri, rischia di scombinare la geografia politica di quella ripartizione. Nella lista di Merlo, infatti, rischiamo di trovarci come candidati importanti pezzi del PD del Sud America. Se questo dovesse accadere, non basterebbe comunque a Merlo per conquistare il secondo seggio senatoriale, ma potrebbe bastargli a togliere al PD, insieme alle liste della Sinistra arcobaleno e, probabilmente, dei socialisti, quei pochi voti utili per l'assegnazione del Senatore. Una graditissima sorpresa nell'uovo di Pasqua elettrorale del centrosetra. Cui prodest? Non al PD, non alla Sinistra arcobaleno, non ai Socialisti e, sicuramente, non ai candidati del PD nelle liste di Merlo, che diverrebbero i cavalli di Troia di Berlusconi al Senato e i suoi migliori alleati, ribaltando l'effetto del 2006, quando proprio il voto all'estero fu fatale per Berlusconi e decisivo per L'Unione.

Candidature in Italia
Ho accolto con entusiasmo (e come poteva essere altrimenti) la candidatura del professor Umberto Veronesi a capolista in Lombardia. Veronesi è persona di grandissimo prestigio in Italia e all'estero, uomo equilibrato e del Nord (è questo avrà un peso nella rappresentanza di quell'area spesso sottovalutata dal centrosinistra), professionista eccellente e laico riconosciuto. Il suo operato di Ministro nel recente passato è stato unanimemente giudicato positivo da ambienti che andavano molto al di là del centrosinistra e il suo consenso alla guida del dicastero per la salute era il più alto rispetto a quello di tutti gli altri ministri del Governo di cui faceva parte. Lo stesso Berlusconi si pronunciò a favore della possibilità di averlo come ministro anche in un suo Governo. Per questo sono convinto che, in caso di vittoria del PD, Veronesi possa essere ancora il Ministro della Salute. Penso anche che la sua presenza contribuirà moltissimo, insieme a quella dei Radicali, a definire l'identità laica e progressista del PD. Così come aiuterà gli italiani a capire bene e decidere con serenità sulle questioni "che riguardano la vita delle persone e i loro diritti", come scrive oggi Stefano Rodotà in un suo editoriale su La Repubblica.

Laicità e civismo
Si è tenuto sabato l'attesissimo seminario del PD sulle questioni della laicità. La sala era piena e gli interventi che si sono succeduti di grande spessore. Efficaci, chiari e di grande qualità quelli di Rusconi (che da vent'anni non partecipava a un dibattito organizzato da partiti) e di Rodotà. Molto atteso, rassicurante e di grande impegno quello di Ignazio Marino che, tra le altre cose, si è impegnato, se sarà eletto, a presentare una proposta di legge sul testamento biologico. Un impegno concreto, coraggioso e netto di cui si sentiva davvero il bisogno.
Bello, caloroso e intelligentemente originale quello di Moni Ovadia, che ha ricordato come l'uso della parola "verità" sulla bocca dei religiosi sia pericoloso per la democrazia e per il confronto e come, al contrario, la laicità sia la base della democrazia: laicità da non intendere come contrapposizione alla religione, ma come metodo di ricerca e confronto. Ovadia ha citato un bellissimo versetto del Corano, nel quale è contenuta una delle più importanti dichiarazioni laiche, quella che ricorda che "se il tuo Signore avesse voluto, avrebbe fatto credenti tutti quanti sono sulla terra. Ma potresti tu costringere gli uomini ad essere credenti a loro dispetto? - No, nessun’anima può credere se non col permesso di Dio" (Corano, X, 99-100). Se Dio non ci ha fatti tutti credenti, dice dunque Ovadia, è perché ha ritenuto che dovessero esserci anche i non credenti. In questo senso, ha concluso l'artista con una battuta, "la mancanza di fede è un dono di Dio". Una battuta che dovrebbe far riflettere molti credenti.

lunedì 18 febbraio 2008

Turano vs De Gregorio, ossia della serietà degli eletti all'estero

Sono settimane davvero impegnative, nelle quali mi è molto diffcile trovare il tempo di scrivere. Stiamo lavorando per chiudere prima possibile le liste per la Circoscrizione estero, nella quale si vota con circa quindici giorni d'anticipo rispetto all'Italia. Come la volta scorsa si tratta di un lavoro estenuante e logorante. Come criteri per la selezione dei candidati abbiamo scelto i seguenti:
  1. riconferma dei parlamentari uscenti: è stata la prima volta che sono arrivati degli eletti all'estero in Parlamento; hanno svolto un ottimo lavoro e aumentato di 35 milioni di euro in due anni gli stanziamenti in favore degli italiani all'estero; sono tutti alla prima legislatura ed è durata meno di due anni. Non si capirebbe, dunque, perché non ricandidarli;

  2. alternanza uomo donna: all'estero, nonostante vi sia il sistema delle preferenze che non garantiscono di per sé nessuna elezione, abbiamo voluto assicurare la presenza del 50% delle donne in lista, per assicurare una giusta presenza femminile;
  3. rappresentanza territoriale: è necessario che tutti i paesi con alta presenza di italiani abbiano un'adeguata rappresentanza in lista, poiché non si può prescindere dal rapporto eletto-territorio;
  4. rappresentanza delle nuove generazioni: occorre dare anche alle nuove generazioni di italiani nel mondo, a cominciare dai ricercatori e dai giovani insegnati, delle candidature di giovani in cui riconoscersi;
  5. pluralità di culture: essendo il PD un partito plurale, in lista ci saranno candidati espressione delle varie anime e formazioni socio-politiche-culturali che rappresentano il partito all'estero;
  6. radicamento territoriale: è fondamentale che ogni candidato abbia un forte e consolidato radicamento sul territorio in cui dovrà operare.

In questo contesto, dunque, stiamo lavorando per arrivare entro fine febbraio alle liste definitive. Un momento importante, a questo proposito, è stato l'incontro di sabato all'Assemblea Costituente a Roma. Sarebbe lunga raccontarla, ma una cosa mi ha fatto piacere sentire da un candidato. Una cosa che ripaga tutti noi, se ce ne fosse bisogno, delle critiche e delle sciocchezze che in passato sono state dette e insinuate nei confronti del Senatore Renato Turano. Di lui la Destra e alcuni giornali hanno più volte detto e scritto che si trattava di una persona poco affidabile, insinuato più volte che avrebbe lasciato L'Unione per passare con Berlusconi, che era un qualunquista o di Destra. Bene, Turano ad un certo punto della riunione, ha detto che "la priorità per il Nord America è di avere a fine elezioni il Senatore, non è importante se sarò io o un altro candidato, l'importante è che sia del PD". Una frase che la dice tutta sulla serietà, affidabilità e coerenza degli eletti all'estero (come già aveva dimostrato il Senatore Randazzo), che nulla hanno a che fare con i De Gregorio eletti in Italia.

martedì 5 febbraio 2008

L'eterna promessa

E così si andrà presto al voto. Senza nemmeno fare la riforma elettorale. Voglio prima provare a chiarirmi un po' le idee. Nella scorsa legislatura, con i soli voti della Casa delle libertà, Calderoli scrive una riforma della legge elettorale che distribuisce i premi di maggioranza su base regionale, ben sapendo (probabilmente facendolo proprio con questa intenzione) che questo sistema avrebbe portato instabilità politica: cosa che terrorizza ogni politico, imprenditore o economista serio in ogni angolo del mondo.
  • Lo stesso Calderoli, intervistato sul capolavoro da lui scritto, definisce quella legge una "porcata". E come se io, appena finito di scrivere un mio post, interpellato da qualcuno su cosa ne penso, direi che fa schifo. Ma perché pubblicarlo allora? Misteri del Nord-Est.

  • Gianfranco Fini, ritenuto il più abile dei politici del centrodestra, nonché eterna "futura promessa" di leader della CDL, vota con entusiasmo la "porcata" di Calderoli.
  • La CDL perde le elezioni e vince L'Unione, con una maggioranza risicatissima al Senato (tutto calcolato).
  • I referendari raccolgono le firme contro la legge "porcata" di Calderoli e tra questi, quello che più si ingegna per la raccolta delle firme e come promotore del referendum contro la legge che ha votato, è Gianfranco Fini, "l'eterna promessa" a leader della CDL, che la ritiene una iattura e pensa vada modificata.
  • Cade il Governo Prodi e Napolitano fa di tutto per far capire (cosa scontata) che prima di votare occorre modificare quella legge, e per questo incarica Marini di formare un Governo che si occupi di questa riforma.
  • Fini, "l'eterna promessa" a leader della CDL, che ha sostenuto in ogni contesto l'esigenza di modificare la "porcata", rifiuta ogni possibilità di modificare la legge e chiede il voto anticipato proprio con la "porcata" che voleva cambiare e per la quale ha raccolto le firme per il referendum.
  • Prodi, intanto, annuncia che non si ricandiderà, lasciando al futuro inquilino di Palazzo Chigi la seguente eredità: il famoso "tesoretto" di oltre 20 miliardi di euro recuperato dall'evasione fiscale con il quale si sarebbero dovuti aumentare i salari dei lavoratori dipendenti e rilanciare la produttività; i conti pubblici risanati, con un deficit del 2008 attestato a poco più del 2%; una crescita del PIL dell'1,5% (Berlusconi l'aveva lasciata a 0,0%: recessione); il livello di disoccupazione al 5,6% (il più basso degli ultimi 25 anni).

Potrei anche continuare con questi dati, ma chi è interessato può approfondire il discorso leggendosi quali buoni frutti preveda il protocollo sul welfare soprattutto per i giovani, per chi è in cassa integrazione, in mobilità o è disoccupato.
Insomma, penso che, nonostante tutto, abbiamo lavorato bene per l'interesse dell'Italia tutta. Penso che l'eredità che lasciamo sia buona. Il problema, però, è che gli italiani percepiscono malissimo questa maggioranza, nonostante i suoi risultati positivi. C'è, dunque, uno scollamento, o meglio una dissociazione, tra i positivi risultati ottenuti in campo economico e finanziario e la percezione della gente nei nostri confronti. E tutto ciò penso dipenda dalla condizione di instabilità a cui siamo stati sottoposti e dall'alto tasso di litigiosità dimostrata. Tutti elementi favoriti dalla legge elettorale che tutti criticano, ma che pochi vogliono davvero cambiare, compreso Fini, "l'eterna promessa" a leader della CDL, il quale ha capito che è meglio essere futura promessa in eterno che possibile leader vero fra qualche anno.

Già, perché far vivere un Governo che cambi la legge elettorale, significherebbe anche far recuperare tempo e terreno utile al PD per vincere le prossime elezioni. Disubbidire agli ordini di Berlusconi oggi, distruggendo la CDL e procurando una immediata sconfitta dello stesso Biscione, non gli assicurerebbe un dicastero nel prossimo Governo.
Fini, "l'eterna promessa" a leader della CDL, dunque, che ben ricorda il familiare motto "credere, obbedire, combattere", rinuncia al bene dell'Italia, rinuncia al definitivo tramonto del suo capo (nonché unico padrone della Casa delle libertà) e si accontenta di un possibile prossimo ministero e di continuare ad essere "l'eterna promessa" a leader della CDL. Naturalmente, però, rivedendo in chiave pacifista (l'unica volta) il noto motto mussoliniano: da "credere, obbedire, combattere" a "obbedire". A Berlusconi e alla Lega, naturalmente, mai agli italiani.

venerdì 1 febbraio 2008

La Costituzione italiana, i partiti politici e lo sviluppo degli ideali democratici: il caso della Sinistra

Quella che segue è la relazione che ho tenuto il 24 gennaio scorso a Città del Messico in occasione del sessantesimo anniversario della Costituzione italiana. Mi scuso per la lunghezza, ma la lettura non è obbligatoria naturalmente. Ringrazio i professori universitari che l'hanno voluta e organizzata e che, insieme agli studenti e con molta pazienza, mi hanno ascoltato.

"La Costituzione italiana, i partiti politici e lo sviluppo degli ideali democratici: il caso della Sinistra"

Buonasera a tutti.
Voglio innanzitutto ringraziarvi del gentile invito rivoltomi.
Di avermi dato la possibilità di parlare qui in Messico della Costituzione italiana nel suo Sessantesimo aniversario, dei partiti italiani e quelli di Sinistra in particolare in un momento così delicato della vita política e istituzionale dell’Italia.
Viviamo un’epoca in cui tutti i partiti del nostro Paese attraversano una crisi che sta alimentando un forte e pericoloso rigurgito di antipolitica.
E all'antipolitica si accompagna un sentimento di qualunquismo che rischia, come la storia recente e meno recente ci insegna, di spianare la strada al primo populista di turno.
Antipolitica e qualunquismo richiamano poi "l'uomo forte" o "uomo della provvidenza", che altri non sarebbe che l’ennesimo incantatore di serpenti che precipiterebbe l'Italia in una crisi davvero grave, con seri danni per la democrazia, l'economia e la libertà dei singoli individui.

Il mio compito qui, oggi, è dunque molto difficile.
Per questo mi sono chiesto, leggendo l'impegnativo titolo che avete dato alla conferenza, che tipo di intervento avrei dovuto fare.
Penso sia mio compito oggi, ancorare la storia passata e l'anniversario della Costituzione alle vicende recenti, a quelle di questi giorni e agli sviluppi futuri nello scenario politico italiano.
Per riuscire in questo intenento, ritengo di dover partire dalla situazione storica precedente la nascita della Repubblica italiana e della Costituzione.
E' universalmente riconosciuto come il nostro Paese, sin dall'Unità d'Italia e da Cavour in poi, abbia sempre sofferto di una instabilità politica cronica, palesata dall'avvicendarsi di governi dalla vita breve e da maggioranze parlamentari fragili.

Una situazione che ha generato politiche precarie e spesso di corto respiro.
Che ha minato alla base sia lo sviluppo interno del Paese, che la credibilità internazionale, ritardando la trasformazione del nostro Paese in una grande potenza economica, industriale e poltica.
E quando anche l'Italia ha raggiunto con fatica questo status (di grande potenza), l'instabilità ha fatto sempre si che fosse continuamente messo a rischio.
Ed è proprio dall'instabilità, dalle crisi sociali ed economiche e dall'aspirazione ad essere a tutti gli effetti una grande potenza; dalla debolezza della Politica, quella la "P" maiuscola, dalla fragilità della nostra democrazia - a tratti impotente - che ha tratto vigore, dopo la Grande guerra, il Fascismo.

Un fenomeno degenerativo del sistema democratico e delle libertà individuali, di cui tutti conosciamo bene i dettagli, ma di cui vanno sottolineati, in questa sede, alcuni tratti fondamenali e funzionali allo sviluppo del mio intervento.
Il Fascismo si caratterizzò presto come sistema repressivo e dittatoriale: furono chiusi i giornali e messe a tacere le voci libere; vennero sciolti i partiti, ad eccezione di quello Fascista nauralmente; il partito e lo Stato finirono per identiicarsi, così come il capo del Governo con la nazione; tutto il potere venne concentrato nelle mani del Duce ed espropriati, nella pratica, i poteri del Parlamento, divenuto un ufficio di ratifica delle decisioni del dittatore; gli oppositori politici costretti al silenzio, all'esilio, alla fuga all'estero o alle purghe e ai pestaggi; furono perfino emanate le vergognose leggi razziali e il "Manifesto della razza italiana".
In questo clima il nostro Paese ha vissuto i vent'anni più bui della sua storia.
Ha finito per soccombere in una terribile guerra combattuta al fianco di uno dei peggiori criminali della storia dell'umanità.
Si è macchiata persino del crimine di inviare suoi cittadini ebrei e non nei campi di concentramento e ai forni crematori per motivi sia razziali che politiche.

In questo periodo e in questo contesto storico, soprattutto dal 1943 al 1945, in condizione di clandestinità, svolsero, ai fini della libertà, un importantissimo lavoro i principali partiti eredi della tradizione storica italiana. PCI, PSI, PPI, PRI, PLI, PdA.
Quei partiti che, almeno in principio, in solitudine e con il sacrificio di molte vite, organizzarono e alimentarono la Resistenza dall'interno al nazifascismo nel Centro e Nord Italia.
Quei partiti che prima organizzarono la guerriglia in montagna, facilitati dalle difese naturali e che, in un secondo tempo, spostarono la loro azione anche in pianura, con la tecnica appunto del "pianurismo": ossia quella pratica di resistenza ideata da Arrigo Boldrini, il partigiano morto proprio l'altro ieri e per il quale esprimo anche qui il mio cordoglio, il mio ringraziamento e ammirazione.
Una tecnica che prevedeva la copertura e la complicità della popolazione, l'aiuto della gente comune ai partigiani.
Quindi una tecnica che testimonia come i partigiani e i partiti a cui essi appartenevano e da cui erano coordinati, godessero della fiducia e del sostegno difuso delle popolazioni locali.

Fu, infatti, proprio con questa tecnica e con il comandante Bulow (nome di battaglia di Arrigo Boldrini) che il PCI riuscì a conquistarsi anche la fiducia dei contadini e della popolazione. Fu anche questa tecnica che permise alla Resistenza di essere vincente grazie al coinvolgimento, la fiducia e la partecipazione del popolo alla resistenza al Fascismo.
Una tecnica che facilitò l'arrivo degli alleati in centro Italia agevolandoli, se non essendo determinante, nella conquista di Ravenna e nell'azione di rottura della Linea Gotica e, dunque, nella liberazione anche dell'Italia del nord ancora occupata dall'invasore tedesco.
Dunque, i partiti clandestini, i CLN nell'Italia liberata e il CLNAI in quella ancora occupata dai nazifasciti, furono strumenti essenziali nella guerra al fianco degli alleati agloamericani per la completa Liberazione dell'Italia e per la nascita della democrazia.
Furono proprio i partiti che, dal '43 in poi, costituitisi appunto in CLN regionali e provinciali, gestirono prima alcuni territori liberati autonomamente dall'interno e successivamente gli altri liberati con lo sbarco degli alleati e la rottura della Linea Gotica.
Essi furono inoltre autorevoli interlocutori politici dei governi Bonomi e Parri dal ’43 fino all'elezione dell'Assemblea Costituente del giugno ‘46.

E dopo la Liberazione, tutti i partiti che avevano fatto la Resistenza, con a capo il PCI di Togliatti e la DC di De Gasperi, presentarono i propri candidati all'Assemblea costituente e scrissero insieme quelle regole democratiche che oggi celebrano i sessanta anni di vita e gli altrettanti di pace interna e non.
La Costituzione, dunque, nasce grazie all'impegno dei partiti per fissare le regole democratiche di un Paese che ha vissuto vent'anni di dittatura e cinque di guerra.
Per assegnare il potere politico a un Parlamento sovrano, per creare equilibri, pesi e contrappesi nella gestione della nazione.
Per superare un periodo di terrore, di soprusi privati e pubblici e privazione delle libertà fondamentali.
Nasce per unificare un Paese che risultava profondamente e pericolosamente diviso tra repubblicani e monarchici.
Lo scarto di voti al referendum a favore della Repubblica, era stato infatti di poco meno di 2 milioni di voti.
Tra l'altro fortemente contestati dai monarchici e dallo stesso re Umberto II, che prima di partire per l'esilio all'estero aveva lanciato un proclama in cui parlava addirittura di "un gesto rivoluzionario" compiuto dal Governo" italiano, di un vero e proprio golpe.
Umberto II affermava di essere stato messo nelle condizioni di "provocare spargimenti di sangue" o di subire un sopruso.
Era dunque altissimo il rischio che finita la guerra scopiassero in Italia nuovi e pericolosi disordini.
Molta parte dei comunsti, soprattutto tra quelli che avevano fatto la Resistenza, era pronta a fare la Rivoluzione Socialista, di cui considerava proprio la Resistenza la scintilla d'avvio, com'era stato in Russia con la Prima guerra mondiale.
La voglia di vendetta contro i fascisti era altissima e diffusa anche tra la popolazione, e per i seguaci di Mussolini e del suo regime si invocava la morte.
Molti scontri mortali e vendette anche private si consumarono nell'immediato dopoguerra a danno dei fascisti.
I monarchici non volevano accettare il risultato del referendum di giugno ed erano pronti a riprendere le armi.
In questo clima Togliatti, tornato nel '44 dall'URSS, aveva operato la storica "Svolta di Salerno". Aveva traghettato il partito su posizioni repubblicane e convinto il gruppo dirigente dell'esigenza di una via democratica e pacifica al Socialismo italiano.
Questa svolta fu determinante per mettere da parte le armi.
Per evitare ulteriori e fraticidi spargimenti di sangue.
Per creare le condizioni necessarie per arrivare alla pacificazione nazionale con gli ex fascisti.
Per fare, insomma, dell'Italia, una Repubblica parlamentare democratica, scrivendo con spirito unitario e condiviso, finalmente, quella Costituzione democratica che il Paese non aveva fin qui avuto.

Un primo importantissimo atto nella direzione della pacificazione nazionale, della distensione e dell'unità del Paese, fu la grazia ai fascisti che non si erano macchiati di atti di sangue.
Provvedimento che fu preso proprio da Togliatti non senza importanti opposizioni e malumori sia all'interno del PCI che nell'intero Paese.
E su questa linea di distensione e unificazione voluta dai vari partiti e dai Padri costituenti, continuarono i lavori in Assemblea.
La Costituzione che ne uscì, dunque, riconobbe ai partiti il ruolo determinante che essi svolsero nella clandestinità e per la Liberazione.
Nell'organizzare la lotta e nel produrre mobilitazione e fiducia tra i cittadini.
Ne sancì il ruolo nell'articolo 49, dove è scritto che "tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere in modo democratico a determinare la politica nazionale".

Da questa importante disposizione, poi, discendono quattro principi:
1) La formazione dei partiti è libera: ogni partito ha diritto di cittadinanza nello Stato italiano qualunque sia l'ideologia di fondo. L'unico limite posto a questo principio, riportato nell'articolo 12 delle disposizioni transitorie, è la ricostituzione del partito fasciscta. Esso, infatti, prevedeva lo scioglimento degli altri partiti (com'era già avvenuto nei vent'anni precedenti) e la concentrazione del potere nelle mani di un unico dittatore;
2) La Repubblica si fonda sul pluralismo dei partiti: sarebbe dunque inammissibile un partito unico, come prevedevano altre costituzioni (ad esempio quella dell'URSS) o il regime fascista;
3) Ai partiti viene riconosciuta la funzione di determinare la politica nazionale, in concorrenza e competizione democratica tra di loro;
4) I partiti devono rispettare il metodo e le regole democratiche.

Per metodo democratico si intende il principio per cui la minoranza deve riconoscere e rispettare le decisioni della maggioranza.
Ma allo stesso tempo ha la piena libertà di agire, con tutti gli strumenti pacifici e democratici che la Costituzione mette a disposizione, per diventare a sua volta maggioranza e assumere la guida del Paese.
Questo principio sancisce dunque il metodo democratico e la possibilità del controllo, della confutazione e dell'alternanza pacifica al potere tra maggioranze e minoranze.
Ma questi principi, sebbene accettati, difesi e garantiti da tutti i partiti nei succesivi quarant'anni, hanno dimostrato un grande limite e una fortissima anomalia tutta esclusivamente italiana: il fatto che, pur nel pieno rispetto della Costutzione, non si è verificata l'alternanza.
Il PCI, infatti, non è mai andato al Governo del Paese pur essendo, non solo il più grande partito comunista dell'occidente, ma il secondo partito italiano dopo la DC, che invece è sempre e ininterrottamente rimasta al Governo.

Ciò si spiega col fatto che la Costituzione, come scriveva anni fa Norberto Bobbio usando la metafora del gioco, "stabilisce le regole del gioco. Non stabilisce come si deve giocare, una vota date quelle regole".
La Costituzone, in effetti, fissa le condizioni essenziali e le pregiudiziali in base alle quali un qualsiasi gioco fra più soggetti deve essere condotto.
Quindi le linee di principio che fanno da guida, da cornice.
Le regole su come si deve invece giocare sono quelle che dovrebbero condurre il gioco alla vittoria.
Alla Costituzione e alle sue regole ci si deve dunque attenere in maniera scrupolosa.
Le regole su come condurre il gioco, invece, sono affidate alla libertà delle parti in base a ciò che si ritiene più utile alla vittoria.
Sempre seguendo Bobbio nella sua metafora, possiamo fare un esempio ricordando che la Costituzione attribuisce a ogni singolo cittadino il diritto di voto, e l'applicazione di questa regole non può essere interpretata, ma va applicata scrupolosamente.
Non esiste, al contrario, nessuna regola che stabilisca COME questo cittadino debba votare, QUALE partito o QUALE candidato debba scegliere.
Qualora vi fosse una regola che stabilisse COME si deve votare diverrebbe inutile anche il diritto di voto.

Altra regola costituzionale fondamentale è quella che stabilisce che vi debbono essere PIU’ partiti, ma nessuna che dica QUALE partito vi debba essere.
Una Costituzione che stabilsca quale partito deve esserci non è una democratica.
Esempi di questo tipo sono la Costituzione dell'Unione Sovietica e di Cuba, che stabiliscono che debba esservi SOLO il Partito Comunista.
O quella fascista, che prevedeva solo la presenza del PNF.
Ancora: una regola fondamentale è quella che stabilisce che il Governo debba godere della fiducia del Parlamento, o almeno della non-sfiducia.
E che essa necessità della magioranza delle preferenze parlamentari.
Ma non c'è e non può esserci nessuna regola che stabilisca COME questa maggioranza debba essere formata e da chi debba essere sostenuta.
Regola che esplicita l'inopportunità delle contestazioni che negli ultimi periodi sono state rivolte, ad esempio, ai senatori a vita che sostenevano il Governo Prodi e che, già nel 1994, hanno reso possibile la nascita del I Governo Berlusconi.
Che debba esserci una maggioranza è dunque regola costituzionale, regola del gioco.
COME essa debba essere composta è regola sul modo di giocare, cioè per vincere al gioco.
E il singolo parlamentare non ha, nella nostra Costituzione, alcun vincolo di appartenenza né di mandato.
Gode della insindacabilità del proprio mandato elettorale, della piena libertà d'azione e autonomia.

Non a caso, infatti, il Senatore De Gregorio, eletto ne L'Unione, è passato subito dopo la sua proclamzione all'opposizione.
Così i senatori eletti ne L'Unione che oggi hanno negato la maggioranza al Governo Prodi, votando con l'opposizione, hanno decretato la fine di quella maggioranza nella quale erano stati eletti e che si erano impeganti a sostenere per una intera legislatura.
Ma torniamo un po’ indietro nel tempo.
I Costituenti non avevano previsto, nel sistema dell'alternanza, la possibilità di un'opposizione "eversiva" o di una democrazia consociativa, nell'accezione positiva del termine: quella che si sarebbe potuta realizzare con il Compromesso storico tra DC e PCI negli anni Settanta.
La Costituzione disegna un sistema parlamentare che funziona con una serie di partiti diversi tra di loro.
Ma per cinquant'anni ve n'è stato uno considerato”più diverso” degli altri: quello Comunista.
Esso era visto come "eversivo" del sistema, quindi sempre escluso dalla partecipazione al Governo.
La Costituzione, dunque, scritta in un momento di massima collaborazione storica tra i diversi partiti e in un clima di partecipazione democratica, non aveva potuto prevedere la successiva conventio ad excludendum nei confronti di un partito che pure aveva piena legittimazione e leggittimità a governare.
La conventio ad excludendum ha dato luogo ha un sistema del bipartitismo (o multipartitismo) imperfetto, in cui vi erano sostanzialmente due partiti egemoni candidati a governare il Paese e ad alternarsi, ma che in realtà non si sono mai alternati.
Anche nel caso in cui si fosse raggiunto il Compromesso storico, esso avrebbe creato un Governo delle due principali forze politiche italiane facendo venir meno, ancora una volta, ma con un sistema diverso, l'alternanza.

Dunque l'italia ha vissuto l'anomalia di un sistema costituzionale e parlamentare dell'alternanza senza alternanza, almeno fino all'inizio della Seconda Repubblica.
E tutto ciò nonostante la nostra storia parlamentare si sia caratterizzata da un succedersi quasi annuale di Governi e da una instabilità cronica di cui ho già detto.
Dunque, rimanendo sempre nella metafora bobbiana del gioco, possiamo dire che un sistema in cui lo stesso partito governa per cinquanta anni e l'altro resta per altrettanti cinquanta anni all'opposizione, è come un gioco in cui una parte è sempre vincente e l'altra sempre perdente.
Non può invece esistere un gioco in cui, per regola, una parte sia sempre vincente e l'altra sempre perdente.
Esso non sarebbe un gioco, bensì un solitario in cui un giocatore cambia le regole a suo piacimento senza opposizione alcuna e fa ciò che più gli torna comodo.
Come la storia ci insegna, la figura del grande giocatore solitario è quella del tiranno.
Di quel tiranno moderno che è il partito unico o l'uinico partito che governa ininterrottamente.
Con questo però, non voglio dire assolutamente che l'Italia ha vissuto nel passato recente una dittatura o l'imposizione violenta di un partito unico.
Ciò che è successo è che non si è realizzato il principio parlamentare dell'alternanza stabilito dalla Costituzione.
Abbiamo avuto una democrazia imperfetta e una Costituzione applicata solo in parte.
Ciò non significa nemmeno che non si siano rispettati i dettami e le regole costituzionali.
Ma significa che essi sono stati elusi nel solo modo democratico possibile, senza andare fuori dal sistema: e cioè con la conventio ad excludendum dei vari partiti in gioco nei confronti del PCI.

Ciò che è valso, nella democrazia e nell'anomalia italiana, è stato dunque il principio del "solo un parito al Governo e non l'altro".
Cioè il principio della DC, degli USA e dell'anticomunismo.
Ad esso il PCI aveva provato a dare una risposta solo con un altro principio, cioè quello Berlingueriano del "tutti e due insieme", ossia il Compromesso storico.
Mai realizzatosi anche a causa del sequestro e dell'omicidio di Aldo Moro, il leader della DC con il quale Berlinguer teneva il dialogo per la realizzazione del suddetto Compromesso.
Il terzo eventuale principio, "nè l'uno nell'altro", non è stato mai concretamente realizzabile per l'esiguità e la debolezza degli altri partiti italiani, troppo piccoli per fare un governo che escludesse sia la DC che il PCI.
Dunque l'Italia e la sua Costituzione hanno vissuto una anomalia storica, parlamentare e politica che si è trascinata per quasi mezzo secolo.
Essa è il frutto della rottura del dialogo, avvenuta nel 1948, tra le forze cattoliche e quelle comunista, socialista e progressista.
Questo rottura, che a mio avviso è stata una iattura per la democrazia e per l'Italia e allo stesso tempo una incoerenza storica, è stata la conseguenza della divisione del mondo in due blocchi contrapposti e l'inzio della Guerra fredda.
Una condizione venuta poi meno solo nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino e la definitiva implosione dell'URSS.

Da allora, come Sinistra italiana, abbiamo avviato un ampio discorso sulla transizione e sul ripensamento di questa parte politica. E' iniziata una transizione complessa, impegnativa difficile e a tratti molto dolorosa.
Un processo da molti definito "incompiuto".
Solo oggi stiamo provando a completare quel percorso.
Lo stiamo facendo creando una casa comune delle diverse e più importanti tradizioni politiche italiane e dei diversi riformismi del nostro Paese.
Stiamo creando un partito che dovrà contribuire a riformare l'intero sistema politico nazionale e a dare all'Italia e ai suoi governi quella stabilità politica che non ha mai avuto dall'Unità a oggi, fatta eccezione per il Ventennio di dittatura.
Un partito capace di interpretare e affrontare con nuove capacità e nuove strategie le sfide a cui la globalizzazione ci mette di fronte.
Un partito nuovo e forte; unito, ma plurale; con radici profonde; tradizioni storiche autorevoli, ma in grado di guardare al futuro e alle nuove generazioni post ideologiche o de-ideologgizzate.

In questo senso, dunque, l'esposizione che ho fin qui fatto della storia recente e meno recente del nostro Paese, penso abbia in parte evidenziato un particolare aspetto: come la tradizione ci abbia consegnato un quadro politico nel quale le migliori famiglie politiche e riformiste dell'Italia (socialista, cattolica e liberlademocratica), soprattutto nei momenti più drammatici della storia patria, abbiano sempre condiviso scelte strategiche e vitali per la libertà e la democrazia italiana.
Penso alle lotte dei primi partiti di massa alla fine dell'800, cioe’ quelle per il riscatto delle masse e la liberazione dell'individuo dalla schiavitù;
penso alla Resistenza e al cammino verso la Liberazione, con i CLN dal '43 al '45 a cui ho fatto largamente cenno; e penso, infine, all’impegno comune e allo spirito unitario e d'ascolto reciproco nell'Assemblea Costituente.
Queste famiglie politiche hanno poi percorso cammini distinti per ragioni solo in minima parte derivanti dalla politica nazionale.
Lo ricordavo prima: un mondo diviso riproduceva in casa nostra, accentuandole, contrapposizioni e distinzioni.
Per tutto il così detto Secolo breve, come lo ha definito Hobsbawn in un suo splendido saggio, questi riformismi hanno vissuto in partiti affiliati a ideologie e modelli contrapposti.
Ma sappiamo bene, per averlo vissuto nell'amministrazione del territorio e nella pratica politica quotidiana, che essi hanno convissuto e contribuito a trovare mediazioni e risposte concrete e condivise.
A livello nazionale, anche se in fasi emergenziali, si è data prova di eguali capacità di incontro.
Basti pensare alla lotta al terrorismo degli anni Settanta e Ottanta.
Il terrorismo, seppur anche di matrice rossa, è stato sconfitto proprio grazie alla condivisione degli ideali democratici e di pace a cui sia la DC che il PCI anelavano.
Al rispetto di quella Costituzione democratica e parlamentare che insieme avevano scritto e che prevedeva la pluaralità di posizioni, purché promosse senza violenza.

Furono proprio due magistrati di chiara cultura politica di Sinistra che diedero il contributo maggiore e determinante alla sconfitta del terrorismo: Gian Carlo Caselli, successivamente distintosi anche nella lotta alla mafia, e Luciano Violante, divenuto uno degli esponenti di spicco del PCI prima e del PDS-DS-PD poi.
Ma si pensi anche alla redazione dello Statuto dei lavoratori del 1970, che ha rappresentato una tappa importante del riconoscimento e della tutela della dignità dei lavoratori e a cui hanno dato eguali energie sia la tradizione cattolica che quella laica e di Sinistra.
Oggi, dopo il crollo dei "muri", dopo la fine della Prima Repubblica e la ripresa del processo di integrazione e di allargamento dell'Unione europea, molta parte di ciò che ha tenuto distinte e contrapposte quelle tradizioni e famiglie politiche, è venuta meno.
Oggi, dunque, la storia e l'esigenza di ripensare il ruolo della Sinistra, spinge gli eredi dei due principali partiti italiani a cercare una evoluzione che li porti a una casa comune.
Questi partiti oggi guardano agli stessi grandi orizzonti: all'esigenza vitale di governare la globalizzazione, il liberismo economico e gli effetti della rivoluzione tecnologica e della bioetica.
Ma guardano anche alla pace; allo sviluppo sostenibile; all'accoglienza e all'integrazioine; al multiculturalismo; alla possibilità di aprire per il nostro Paese una nuova stagione che segni per tutti una nuova tappa di uguaglianza, libertà e diritti della “Persona”, quella con la "P" maiuscola.
Sono tutte sfide che stanno pienamente in quei valori laici scolpiti nella Costituzione di sessanta anni fa.
Ma sono sfide di fronte alle quali nessun partito del '900 può pensare di bastare a se stesso.
E soprattutto sono sfide non realizzabili senza la stabilità di governo di cui il Paese ha bisogno.
E l’arenamento a cui siamo andati incontro oggi nell'Aula del Senato ce lo dimostra ancor di più.

Di fronte a tutto ciò, la nostra Costituzione mostra oggi alcuni limiti.
Essa va guardata, dunque, sotto un duplice aspetto: da una parte l'attualità di valori che sono ancora scolpiti nella pietra: quelli della prima parte della Carta;
dall'altra l'erosione degli strumenti con cui quei valori vanno perseguiti: quelli della seconda parte.
Quando i Padri costituenti hanno redatto la Carta, per la situazione storica che ho accennato, erano mossi da timori ancora vivi di dittature militari e di reazioni violente.
Avevano dunque la necessità di disribuire poteri, di creare pesi e contrappesi, di evitare la concentrazione di forze in poche mani.
Per questo vollero un bicameralismo perfetto e una vasta presenza di rappresentanti del popolo in Parlamento; un Presidente del Consiglio come “primus inter paris”; un Presidente della Repubblica quale garante della Costituzione e con pochi poteri, nessuno dei quali esecutivo.
Oggi, che il sentimento democratico dovrebbe essere cosa acquisita e diffusa, il rischio di dittature militari lontano, la libertà individuale considerata inalienabile; oggi che l'esigenza di governi stabili è divenuta quanto mai vitale per l'economia, così come la necessità di prendere decisioni in tempi brevi, poiché la globalizzazione e i nuovi sistemi di comunicazione costringono alla rapidità delle scelte per far fronte a ogni tipo di concorrenza; oggi gli strumenti decisionali che la Costituzione ci consegna vanno necessariamente rivisti.
E' in questo senso, dunque, e la caduta del Governo di oggi ce lo conferma ancor di più, che occorre lavorare per una riforma che vada nella direzione del superamento del bicameralismo perfetto.
Che dia maggiori poteri all'esecutivo e al Presidente del Consiglio.
Che permetta maggiornaze più stabili, magari con l'introduzione del sistema della sfiducia costruttiva.
Oggi è caduto il Governo nazionale per il volere di sole quattro persone e noi ci troviamo nell'incertezza più totale.
Non sappiamo se ci potrà essere un atro Governo e da chi potrà essere formato e sostenuto.
Non sappiamo se si andrà alle urne e con quale legge elettorale.
Un clima di incertezza che mina anche i mercati e l'economia, oltre che la credibilità internazionale e la continuità necessarie alla politica estera.

La sfiducia costruttiva potrebbe in parte aiutare in queste condizioni, poiché nel monmento in cui si sfiducia un Governo, parallelamente se ne deve indicare un altro.
Si aiuterebbe la stabilità e la certezza degli esecutivi.
Il superamneto del biacameralismo perfetto, con un Senato delle regioni che non vota la fiducia al Governo, farebbe diminuire di gran lunga le situazioni come quella di oggi, dato che il Governo aveva ampiamente ottenuto la fiducia alla Camera solo ieri.
In questa direzione avevano lavorato la Commissione Bicamerale del 1994, presieduta dall'Onorevole Nilde Iotti, così come la Commissione Bicamerale del 1996, presieduta dall'Onorevole D'Alema.
In questa direzione ci ha esortati ad andare, ancora una volta ieri alla Camera dei Deputati, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ricordando quanto sia essenziale una riforma dell'ordinamento costituzionale per ciò che riguarda proprio l'Ordinamento della Repubblica.
Il Presidente ha incoraggiato il Parlameno ad avanzare "proposte che abbiano loro ragioni, di più lungo periodo, rispetto a un distinto e parallelo cammino - che pure ha auspicato - di riforma elettorale".
Naturalmente, come ha aggiunto il Presidente, riforme di questo tipo, vanno pensate "in generale, ogni discorso sulla Costituzione deve prescindere da calcoli contingenti, caratterizzarsi per la sua autonomia e la sua ponderazione".
Vanno pensati senza calcoli di convenienza politica immediata, come è stato fatto nel 1998 quando è stata invece affossata quella Bicamerale che aveva fatto un lungo e articolato percorso condiviso.
Se quelle riforme fossero andate in porto l'Italia oggi non avrebbe i gravi problemi di stabilità a cui assistiamo. E non si troverebbe a dover risolvere esattamente gli stessi, identici problemi di dieci anni fa.
Allo stesso modo, dunque, anche oggi servirebbe uno sforzo comune e uno spirito di collaborazione simile a quello dei Padri costituenti del '46, capace di mettere da parte tentazioni ed egoismi politici immediati e di corto respiro, ma capace di creare le condizioni per un lavoro di larghe intese.

Un lavoro che porti da una parte alla riforma della legge elettorale e dall'altra alla revisione della seconda parte della Costituzione. Un impegno capace di rendere finalmente applicabile e concreto sia il principio dell'alternanza che l'esigenza di stabilità e decisioni veloci, pur restando nel sicuro e democratico ambito del parlamentarismo costituzionale.
In questo senso, però, mi pare che il richiamo di ieri del Presidente Napolitano a "un concorso di volontà, che non può e non deve mancare", si riveli cosa di difficile realizzazione.
Nonostante tutto, però, anche questa fase verrà superata dal nostro Paese senza degenerazioni violente, proprio grazie alle certezze e all'attualità dell'architrave costituzionale.
Sarà infatti, come prevede la Costituzione, il Presidnete della Repubblica a dover gestire con la saggezza e l'autorità che gli sono proprie, la transizione politica delle prossime settimane.
Cosa che, sono certo, farà nel migliore dei modi possibili, avendo come orizzonte solo l'interesse nazionale e come riferimento per la rotta il rispetto della Costituzione, oltre che la sicura garanzia della democrazia nel nostro Paese.
Concludo questo mio intervento, quindi, in un momento così difficile per il nostro Paese, proprio con le parole del Presidente Napolitano, che sono un bellissimo, sincero e moderno richiamo all'unità e a un nuovo spirito patriottico: "Ci unisce e ci incoraggia in questo sforzo la grande, vitale risorsa della Costituzione repubblicana. Non c'è terreno comune migliore di quello di un autentico, profondo, operante patriottismo costituzionale. E', questa, la nuova, moderna forma di patriottismo nella quale far vivere il patto che ci lega: il nostro patto di unità nazionale nella libertà e nella democrazia".

Grazie di cuore a tutti voi per l'attenzione e la pazienza riservatami e, se lo ritenete utile, sono pronto a rispondere a tutte le domande che da qui in poi vorrete farmi.
Grazie ancora.

mercoledì 30 gennaio 2008

Il canto del cigno

Prima che cadesse il Governo ho partecipato, dalla Sala stampa della Camera, a un dibattito televisivo sulla Finanziaria insieme ad esponenti di AN e FI, condotto da Maurizio Bertucci su Rai International.

Un'occasione che ha permesso di fare un bilancio minimo dell'azione di Governo, vista dal punto di osservazione delle politiche per gli italiani all'estero. A me è parso un bilancio positivo, ma evidentemente non è bastato. Sono convinto che nei prossimi mesi avremmo potuto fare ancora di più e meglio. Penso sia utile, oggi, alla riflessione politica, rivedere quel confronto.

Chi ha la voglia e la pazienza di farlo può cliccare qui e lanciare la puntata di "Italia chiama Italia Parlamento", cliccando in basso, al centro della pagina, sul link Guarda la puntata di gennaio 2008, a destra dell'immagine del Parlamento.

mercoledì 23 gennaio 2008

Fatemi trovare il Governo

Sono a Madrid e tra poco partirò per Città del Messico, dove dovrò tenere una conferenza sul sessantesimo anniversario della Costituzione italiana e l'evoluzione dei partiti di Sinistra, con il caso specifico del nostro.
Il momento in Italia non è dei migliori e, come disse qualcuno molto più autorevole di me in una circostanza analoga, "quando torno fatemi trovare il Governo".

Io mi chiedo, infatti, a chi servirà l'affossamento di questa maggioranza?
Certamento non agli italiani, né all'Italia, alla sua economia, alla sua credibilità internazionale. Nei prossimi mesi si dovrebbe procedere a stipulare le intese per l'aumento del potere d'acquisto dei salari, portare a termini il rinnovo dei contratti di sei milioni di lavoratori, risolvere la crisi dell'Alitalia, fare la legge sul pluralismo dell'informazione e del conflitto di interesse. Oltre che ospitare gestire un importante vertice internazionale. Se cade il Governo e si va al voto tutto ciò difficilmente potrà avvenire nella direzione che tutti auspicano.

E il compagno Turigliatto questo lo sa, e potrà certo spiegarci cosa dirà a quei sei milioni di lavoratori che vedranno saltare il rinnovo del contratto e non aumentare il potere d'acquisto di moltissimi altri italiani.
Dunque perché?

sabato 19 gennaio 2008

La Circoscrizione estero nello Statuto nazionale del PD

Si è tenuto oggi a Moena, in Trentino Alto Adige, nel corso della festa nazionale de l'Unità sulla neve, un seminario sullo statuto del Partito Democratico. Di seguto riporto la mia relazione di apertura dei lavori.

Cari compagni, cari amici,
voglio innanzitutto ringraziarvi per essere venuti qui a Moena sottraendo tempo, come spesso fate, alle vostre famiglie.
Continuo a pensare che questa voglia di partecipazione, questo entusiasmo siano gli ingredienti primari per portare a compimento la scelta che abbiamo fatto insieme.
Il percorso già fatto, quello che sta alle nostre spalle, è stato lungo e sofferto. Ha chiesto a tutti noi di affrontare rinunce, discussioni anche aspre, qualche amarezza. Erano il prezzo da pagare per tentare qualcosa di mai sperimentato fino in fondo nel nostro Paese.
Un importante traguardo è stato tagliato: la nascita di un partito nuovo, sintesi alta e moderna delle grandi tradizioni del riformismo italiano, delle diverse culture politiche della Sinistra progressista e del cattolicesimo laico e democratico. In Italia come all'estero, dove le esperienze e i percorsi politici e personali di ognuno di voi sono molto più articolati e complessi.

Abbiamo tenuto le primarie in ogni parte del mondo e in ogni parte del mondo esse hanno registrato un ottimo risultato elettorale epolitico: è con quei numeri che abbiamo ancora una volta dimostrato vitalità, concretezza e solidità del partito all'estero. Insieme alla voglia di esserci.
Abbiamo dimostrato che anche oltre i confini nazionali il partito esiste, è vivo, è in grado di operare, organizzarsi, mobilitare gente, appassionarla.
Tutto ciò è per noi motivo di soddisfazione, ma anche di responsabilità: quei numeri ci parlano di aspettative, domande, esigenze che non possiamo permetterci di deludere.
Abbiamo anche dimostrato, ancora una volta, come gli italiani all’estero siano maturi politicamente almeno quanto quelli in Italia. Lo testimoniano le scelte fatte all’estero, in linea con quelle fatte in Italia.
Abbiamo dimostrato di essere capaci di lavorare a rete, di fare squadra e, al tempo stesso, in sinergia con il centro del partito. Così come abbiamo dimostrato di saper elaborare e lavorare in autonomia, sia all'interno della stessa Circoscrizione estero che in Italia. E tutto questo lo abbiamo fatto tenendo insieme le diverse anime del nuovo partito, le diverse articolazioni territoriali e continentali, le diverse esigenze politiche, sociali e culturali.Insomma, per dirla con una sola parola, abbiamo dimostrato di saper essere un partito: che discute, si confronta anche duramente, ma alla fine sa assumere scelte condivise.

Ma in politica nulla è acquisito una volta per tutte. Niente è scontato e ogni cosa richiede conferme continue. In politica non vi sono rendite di posizione; il passato passa presto e lo sguardo è sempre rivolto al futuro.
Oggi affrontiamo una fase altrettanto cruciale: la scrittura delle norme dello Statuto del PD all'estero.
Guardate, troppo spesso si tende a sottovalutare l’importanza delle regole nel gioco democratico.
Quelle regole disegneranno l’architettura e l'organizzazione del nostropartito.Ci indicheranno un modello di lavoro nei singoli paesi e continenti, tra le diverse ripartizioni continentali e tra la Circoscrizione estero e il centro del Partito.
Fisseranno i criteri di selezione della classe dirigente ai vari livelli.
Ci diranno se e come si configureranno rappresentanza e ruolo negli organismi dirigenti nazionali del Partito.
Se e come al Partito all'estero saranno garantite autonomia politica eorganizzativa, forza e autorevolezza.

Se e in che misura potremo contare su risorse finanziarie adeguate a svolgere l’attività politica in condizioni assai differenti dall’Italia per vastità e discontinuità territoriale e per estrema dispersione della popolazione.
E sarà proprio questo un nodo cruciale della nostra organizzazione.
Tutti noi abbiamo variamente sperimentato le difficoltà dell’autofinanziamento all’estero.Questo nodo, amici e compagni, incide sulle articolazioni estere e sulla specificità del nostro settore di lavoro, oltre che sul rapporto con il centro del partito.
E' un tema che mette in relazione gli aspetti delicati del federalismo del partito e dell'autonomia politica e gestionale della Circoscrizione estero con quello della dipendenza dalla Direzione nazionale e dall'Italia.
E' anche per questo, dunque, che nello scrivere lo statuto dobbiamo sempre tenere presente tutti gli aspetti che fanno la specificità della Circoscrizione estero e le sue numerose e complesse articolazioni.

Sulla nostra capacità di sciogliere questo nodo si gioca la possibilità di garantirci autonomia politica e organizzativa, rappresentatività all'estero e presenza di quantità e qualità negli organismi dirigenti nazionali.
Come sapete, il prossimo 2 febbraio le Commissioni nazionali completeranno il loro mandato. Capite bene che queste sono per noi settimane decisive.
Il punto è come ottenere il massimo dell'autonomia politica e gestionale e della rappresentanza negli organismi nazionali e, allo stesso tempo, il finanziamento dal centro del partito all'estero.
Se falliremo in questo, difficilmente potremo conservare l’autorevolezza, la credibilità guadagnate nel corso degli anni.
Per quello che so, a oggi la bozza Vassallo dello Statuto prevede per le Regioni una completa autonomia politica a cui corrisponde un'altrettanto completa autonomia finanziaria.Un rapporto cento-periferia del partito, dunque, di cui non possiamo non tener conto per l'estero, fermo restando, lo ripeterò sempre, la forte specificità della Circoscrizione estero.
Tutto questo, amici e compagni, impone una riflessione approfondita e ci chiama a un’assunzione di responsabilità.

Occorre garantire alle nostre organizzazioni all'estero la massima autonomia politica POSSIBILE,
la massima rappresentanza POSSIBILE negli organismi nazionali,
la massima parificazione POSSIBILE tra strutture all'estero e strutture in Italia.Allo stesso tempo, dobbiamo assicurarci il maggior coordinamento tra di noi e con l'Italia e quelle risorse economiche minime per un’attività politica credibile.E' sciogliendo questi nodi tutti politici che riusciremo a far valere l'idea di parificare le federazioni nazionali all'estero a quelle provinciali in Italia, così come, eventualmente, quelle continentali a quelle regionali.Sono queste le premesse per un’organizzazione forte, articolata, radicata e politicamente autorevole.
Non dico niente di nuovo se ricordo che l'ossatura reale del partitoall'estero, almeno fino a oggi, è stata rappresentata dalle organizzazioni locali e nazionali. Le uniche organizzate, rappresentative e politicamente autorevoli, oltre che finanziariamente autonome.
Senza queste realtà, lo splendido risultato delle politiche del 2006 cisarebbe probabilmente sfuggito.

Da loro dobbiamo ripartire assicurando autonomia politica e finanziaria.Inventando le forme migliori per garantire la nascita di una struttura di coordinamento sovranazionale capace, nel più breve tempo POSSIBILE, di evolversi in una struttura continentale politicamente autorevole, operativa e vivace.Abbiamo di fronte le esperienze del passato: gli statuti di DS, Margherita e Forum degli italiani nel mondo. È inevitabile farvi in parte riferimento.
Personalmente ritengo il modello DS, almeno sulla carta, quello chemaggiormente tutela le esigenze che ho cercato di richiamare.
Naturalmente si tratta di attingere da ogni modello il meglio e di recepire le innovazioni introdotte con la nascita del PD (primarie, internet, cittadini-elettori ecc.).
Anche se, non devo dirlo a voi, proprio queste nuove modalità sono state di difficile applicazione all’estero, se si esclude la parziale eccezione dell’Europa.
Più nel dettaglio, vorrei citare lo Statuto dei DS laddove equiparava la segreteria continentale a una segreteria regionale garantendo ad entrambe un rappresentante di diritto nel Consiglio nazionale e nell'Assemblea dei segretari regionali.

Un modello che riconosceva l'autonomia, l'autorevolezza e il peso politico del partito all'estero, ma che dal punto di vista finanziario, organizzativo e politico - non me ne vogliano Elio Carozza e Michele Schiavone che quel ruolo hanno ricoperto – non si è tradotto in un riconoscimento effettivo in termini di ruolo e incisività.
Ha finito così per esaurirsi in una forma di coordinamento operativo leggero in circoscritti, seppur importanti, passaggi elettorali.
Negli altri continenti, invece, non si è mai riusciti a creare reali coordinamenti nemmeno operativi, se si esclude il caso dell'America Latina, dove lo schema ha funzionato a singhiozzo e non senza difficoltà.
Nella redazione del nostro Statuto dobbiamo portare l’esperienza di questi anni, la consapevolezza dei limiti, ma anche dei risultati straordinari che abbiamo portato a casa.
Con un approccio pragmatico e realistico, com’è ovvio, ma puntando a dare le condizioni per crescere nel nuovo partito.

Questo vuol dire trovare la strada perché lo Statuto nazionale:
1 riconosca pienamente la Circoscrizione estero e le sue articolazioni;
2 parifichi, almeno in parte, le strutture del partito all’estero a quelle italiane;
3 garantisca l’autonomia necessaria a gestire specificità uniche;
4 preveda la presenza di diritto di rappresentanti del partito all’estero in alcuni organismi dirigenti nazionali;
5 garantisca le forme di finanziamento necessarie;Infine, amici e compagni, dobbiamo scegliere un criterio che regoli i rapporti ufficiali con la Commissione Statuto nazionale.

Ritengo questo un passaggio cruciale.
Ciò che dobbiamo assicurarci è un metodo di lavoro che garantisca l’assunzione di decisioni condivise per ciò che riguarda l’estero, che, come ho ripetuto più volte, ha specificità tali che solo un’esperienza diretta può rappresentare. Quindi un metodo che consenta di evitare fughe in avanti della Commissione statuto nazionale, che sarebbero naturalmente legittime ma, come spesso accade, inopportune, date le scarse conoscenze che i delegati italiani hanno di questa particolare realtà del partito.
Un criterio trasparente ed efficace che ci consenta di operare e trattare con la Commissione nazionale sia su eventuali emendamenti allo Statuto nazionale che sulle linee guida del nostro lavoro che, naturalmente, per quanto autonomo possa essere, non può prescindere da un dialogo con il centro del partito.

P.S. Leggi il resoconto del seminario cliccando qui.

mercoledì 16 gennaio 2008

Ma il coccodrillo come fa?

Ogni mattina, per far fare colazione a Giuseppe, mi tocca sorbirmi la piacevole tortura delle sue canzoncine. Una per tutte: “ma il coccodrillo come fa? Non c’è nessuno che lo sa. Leggo sui giornali, non c’è scritto niente, sembra che il problema non importi alla gente”…
Finita questa, di tortura, mi aspetta quella dell’ottima rassegna stampa quotidiana di Massimo Bordin.
Stamattina era in molta parte incentrata sulla vicenda della visita del Papa alla Sapienza. Una vicenda tipicamente italiana nella quale, a mio avviso, si sono commessi diversi errori.
Penso che il Rettore avrebbe potuto invitare il Papa, anziché ad inaugurare l’anno accademico, in altri 364 giorni dell’anno senza suscitare alcun clamore (allo stesso Papa Giovanni Paolo II è stata conferita alla Sapienza la laurea honoris causa senza che nessuno profferisse parola).

Penso che la lettera privata inviata dal professor Frora, siccome lettera privata appunto e non appello, poteva rimanere tale senza farla finire strumentalmente sui giornali come fosse un appello-manifesto. Lo stesso professore si irrigidisce quando qualcuno gli chiede di poterla sottoscrivere o di poter “aderire”. Rifiuta sempre con forza.
Penso che gli studenti abbiano esagerato nella contestazione al Rettore e al Papa, così come fu per gli attacchi a Luciano Lama o, più recentemente, a esponenti della comunità ebraica o allo stesso Fini. Ma per questi studenti non vi è differenza tra la presenza del Papa, di un politico di Destra come di Sinistra, di Prodi come di Bush. E gli striscioni “Papa, Mussi, Veltroni fuori dall’Università” stanno lì a testimoniarlo.
Penso anche che il Papa, e mi si perdoni l’arroganza, ormai sarebbe dovuto andare alla Sapienza accettandone le eventuali contestazioni e magari fare anche qualche mea culpa per le posizioni oscurantiste assunte nei secoli nei confrontidella scienza.
Se fossi stato tra i consiglieri del Rettore gli avrei chiesto, prima dell’invito, di invitare Benedetto XVI in altra occasione. Se fossi stato all’Università (tra i docenti o gli studenti), una volta ufficializzato l’invito, non avrei chiesto né al Rettore né al Papa di tornare sulle proprie decisioni, ma avrei cercato un dialogo, avrei voluto interloquire in quello che è un luogo laico, dove si fa ricerca e non ci si sottrae al confronto.
Penso, dunque, che stiano sbagliano in molti, sui giornali come in Parlamento, a strumentalizzare questa vicenda come un fatto politico che coinvolge il Governo come il Partito Democratico. Chi fa questo lo fa solo per colpire il dialogo tra laici e cattolici e per colpire il PD e ciò che si muove al suo interno.

Per concludere, quindi, dico che a unadecisione inopportuna del Rettore della Sapienza, si è aggiunta una serie di errori più gravi e meno opportuni che finiscono solo per alimentare inutili e becere strumentalizzazioni.
Da quello che ho capito, poi, il Papa invierà il suo discorso scritto alla Sapienza. Continuerà, inoltre, a fare arrivare i suoi messaggi dell’Angelus in diretta ogni domenica nelle case degli italiani, nelle laiche scuole italiane continueranno a insegnare la religione cattolica e ogni giornale darà voce a ogni viaggio, iniziativa o discorso del Papa in ogni sede. La Destra, con Bondi e Gasparri in testa, accompagnati da Cesa e l’UDC, continueranno a strumentalizzare politicamente l’operato e il pensiero della Chiesa, salvo poi smentire nei comportamenti l'osservanza dei valori fondanti della Chiesa a cominciare dalla famiglia fondata sulla centralità del matrimonio (indissolubile). Non sono, i coccodrilli Berlusconi, Fini e Casini, tutti divorziati?
Ecco "come fanno i coccodrilli". Ma, come dice la canzoncina di Giuseppe, “leggo sui giornali: non c’è scritto niente, sembra che il problema non importi alla gente”.

lunedì 14 gennaio 2008

Come aderire all'appello

Cari tutti,
vi informo che è in rete il blog "laicità e civismo", il blog ufficiale dell'appello sulle questioni della laicità e dei diritti della persona.
Chi vuole aderire, dunque, può collegarsi attraverso l'indirizzo http://www.laicitaecivismo.it/ e mandare una mail all'indirizzo info@laicitaecivismo.it con scritto "aderisco. Nome e cognome".
Fatelo presto e numerosi.
Grazie

venerdì 11 gennaio 2008

Perché l’appello su laicità diritti e cittadinanza

Sarò un po' lungo, ma vi prego di arrivare in fondo e scrivere come la pensate.

Mercoledì scorso è uscito su l’Unità un appello sulle questioni della laicità e dei diritti che sarà la base di discussione di un futuro seminario aperto che si terrà a febbraio su questi stessi temi. Alle molte e autorevoli firme che lo promuovono ho osato aggiungere (scusate se stona un po’) anche la mia, in uno spirito di servizio nei confronti degli italiani all'estero che sui temi affrontati dal documento hanno molto da dire.
Nell’ultimo anno, in tutti gli incontri politici a cui ho partecipato all’estero, dal congresso dei DS alla campagna per le primarie, in questi temi (insieme alla collocazione politica internazionale del PD) finiva per essere individuato il vero nodo identitario del futuro PD.

La cosa che più mi colpiva era la naturalezza con la quale i nostri connazionali all’estero vivevano nei propri paesi di residenza certe scelte legislative o semplicemente certi stili di vita e la difficoltà di capire perché in Italia (e ancor più nel PD) questi argomenti diventassero sistematicamente l'oggetto di discussioni infinite e di scelte/non scelte incomprensibili: per loro il carattere laico di un partito, il riconoscimento di diritti e doveri per i conviventi (omosessuali e non) erano elementi di un'idea di cittadinanza e di politica acquisita da tempo.
Non è mai stato facile, per me, spiegare il dibattito, a volte aspro, che questi temi sollevavano all'interno del costituendo PD.
Oggi, dunque, che non è più rinviabile il tempo delle scelte su questi temi, io ho fatto la mia e, sono sicuro, molti democratici all’estero vorranno e dovranno fare la loro. Per questo vi propongo di seguito il testo dell’appello chiedendovi di leggerlo con attenzione e di darmi un parere sincero.

In pochissimi giorni e sfruttando il solo passaparola questa lettera, immaginata da alcuni di noi per promuovere un seminario aperto, è stata condivisa da un centinaio di persone. Altre hanno chiesto di conoscere il testo. Quello attuale è dunque un primo elenco di firme. Ringraziamo l’Unità per la sua attenzione che speriamo consentirà ad altre e altri di aderire all’iniziativa.

Si discute molto di laicità, diritti civili e temi ‘eticamente sensibili’. Lo si fa sui giornali, con saggi, nelle istituzioni, nei partiti. Lo fanno le religioni. Lo fa la Chiesa cattolica. E ovviamente la politica. Dico, Cus, testamento biologico, fecondazione assistita, interruzione volontaria della gravidanza, rispetto dell’orientamento sessuale e lotta all’omofobia, il grande capitolo della convivenza: da mesi sono alcuni temi del confronto politico e pubblico. Per molte ragioni è una discussione inevitabile. Quegli argomenti, infatti, alludono a domande di “senso” fondamentali per la democrazia e per l’autonomia della politica. Per classi dirigenti che sentano l’onere di contribuire a una nuova etica pubblica. Questa discussione ovviamente accompagna, e per certi versi scandisce, la nascita del Partito Democratico. Ne interroga scelte e cultura politica. Pensiamo sia una riflessione strategica per l’avvenire del progetto. E però scorgiamo una sovrapposizione di concetti che ci preoccupa. Il punto è che si scambia di frequente la richiesta di legittimi diritti civili per tematiche etiche. L’effetto è che l’estensione arbitraria, o comunque non sufficientemente argomentata, della sfera eticamente sensibile rende più confusa la discussione e la ricerca di un approdo condiviso anche dentro il centrosinistra. A questa difficoltà se ne somma una seconda legata al processo costituente del Partito Democratico. La riassumiamo così. Quale dev’essere, o può ragionevolmente diventare, l’equilibrio tra il pluralismo delle posizioni interne al nuovo partito e la scelta dei principi costitutivi che definiscono oggi la cultura politica delle Democratiche e dei Democratici? Su questo piano manifestiamo la nostra inquietudine. Guardiamo ad esempio con qualche timore a posizioni, certamente minoritarie nel Pd e nella società italiana, che restituiscono all’omosessualità una patente di malattia da curare, concetto abbandonato da tutte le democrazie occidentali anche in seguito alla chiara affermazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Più in generale viviamo come un limite la difficoltà del nuovo partito di elaborare sul terreno della cittadinanza, dei diritti e delle responsabilità del singolo, una chiave indispensabile della propria identità. Il che non equivale all’imposizione di un unico punto di vista su questioni complesse, ma esige appunto un chiarimento sul significato di termini decisivi per il vocabolario e l’azione del Pd, e dunque per la sua idea di progresso e modernità. Ne indichiamo alcuni. I diritti umani e civili. Il valore della persona, la sua libertà e responsabilità. L’autonomia femminile. L’indipendenza e il principio di precauzione della scienza, l’autonomia dei pazienti nella scelta delle terapie come indicato dalla Costituzione. La cittadinanza piena e il contrasto a ogni forma di discriminazione, sia essa di origine etnica, di genere, di appartenenza religiosa o culturale, di orientamento sessuale. Crediamo che questi temi siano determinanti per la crescita civile ed economica dell’Italia e sentiamo il dovere di alimentare questa discussione nel processo costituente del nuovo partito. Intendiamo farlo nel rispetto delle regole che il nuovo statuto definirà. Decideremo insieme se si tratterà di un forum, di un associazione o di altro. Ma è comunque sulla base di un’esigenza di confronto, approfondimento e chiarezza che abbiamo deciso di promuovere un primo seminario su questi temi e sul percorso da avviare nelle prossime settimane.

Barbara Pollastrini, Salvatore Veca, Miriam Mafai, Albertina Soliani, Sergio Staino, Alessandra Kustermann, Gianni Cuperlo, Bianca Beccalli, Carmen Leccardi, Furio Colombo, Ignazio Marino, Carlo Feltrinelli, Andrea Benedino, Valerio Zanone, Stefano Ceccanti, Fabrizio Onida, Francesca Zajczyk, Graziella Pagano, Franca Bimbi, Emilia De Biasi, Ivana Bartoletti, Cini Boeri, Marilena Adamo, Moni Ovadia, Stefano Boeri, Guido Calvi, Luigi Manconi, Tobia Zevi, Mercedes Bresso, Luciano Pizzetti, Salvatore Bragantini, Sergio Lo Giudice, Carlo Fontana, Giovanna Martano, Franca Chiaromonte, Sesa Amici, Stefano Fassina, Michele Rotondo, Marina Calloni, Magda Negri, Maria Fortuna Incostante, Fulvio Tessitore, Elio Matassi, Eva Cantarella, Ferruccio Capelli, Marilisa D’Amico, Carmelo Meazza, Paola Concia, Walter Tocci, Romana Bianchi, Fausto Raciti, Lidia Ravera, Agostino Fragai, Giovanna Borrello, Vittorio Sgaramella, Stefano Passigli, Daria Colombo, Khaled Fouad Allam, Brunella Celli, Alfonsina Rinaldi, Giovanna Rosa, Silvana Giuffrè, Manuela Ghizzoni, Marcella Marcelli, Bianca Gabrielli, Luigi Duse, Tiziana Agostini, Pina Fasciani, Vitantonio Ripoli, Rosanna Abbà, Sara Paladini, Valeria Ajovalasit, Massimiliano Panarari, Roberto Speranza, Antonio Ricci, Matteo Cazzulani, Stefano Draghi, Lucia Codurelli, Cinzia Fontana, Delia Murer, Rosa D’Amelio, Anna Palma Gasparrini, Gabriella Ercolini, Giovanni Colombo, Gianni Pittella, Roberto Cuillo, Susy Esposito, Anna Rossomando, Carole Beebe Tarantelli, Susanna Cenni, Ada Cremagnani, Rosalba Benzoni, Ada Lucia De Cesaris, Francesco Rossi, Eugenio Marino.

martedì 8 gennaio 2008

Fabrizio De André tra ricordi ed emigrazione

Era il 1998, il mio ultimo anno di università, quando lavoravo alla tesi di laurea sui cantautori italiani. Vivevo a Roma in una casa con altri studenti, ma ero in giro per la città a fare le mie ricerche. Squilla il telefono e risponde Francesco, un mio caro amico e compagno di stanza:
- Si, pronto?
- Buongiorno, sto cercando Eugenio Marino.
- Non è in casa. Chi devo dire che lo ha cercato?
- Sono Fabrizio De André.
Segue qualche istante di silenzio. Poi il mio amico riprende:
- Si, va bene. Io sono Lucio Battisti!
- No guardi, non è uno scherzo. Sono Fabrizio De André e cerco Eugenio perché sta scrivendo una tesi di laurea sui cantautori e voleva intervistarmi. Ci siamo sentiti la settimana scorsa.

Il mio amico realizza e, ancora semistordito, si protende in mille scuse e in dichiarazioni di stima.
Questo era Fabrizio De André: uno dei più grandi e sensibili cantautori italiani che, dopo la prima telefonata di uno sconosciuto studente romano non ha alcuna difficoltà a richiamarlo personalmente a casa per concordare termini e modalità di una intervista. A questa telefonata, poi, ne sono seguite altre fatte da me in Sardegna, alla sua casa a Milano o sul suo cellulare (l’ultima proprio nelle vacanze di Natale del ’98, pochi giorni prima della morte). Ogni volta Fabrizio, con estrema gentilezza e sempre scusandosi (l’ultima volta lo ha fatto per lui Dori Ghezzi), tra una chiacchierata telefonica e l’altra, rimandava quell’incontro di persona mai svoltosi. Solo il successivo 11 gennaio 1999, tra lo stordimento e le lacrime, ho capito davvero perché non si è potuto: aveva scoperto quel maledetto tumore che peggiorava progressivamente e rapidamente.

Oggi, a nove anni dalla sua morte, non posso dimenticare quella voce così profonda e vera, quella sensibilità e gentilezza, quella modestia di chi, pur dall’alto della sua statura umana e professionale, era quasi emozionato che qualcuno potesse scrivere una tesi sulla sua opera e che, nonostante la grave malattia di cui nessuno – tranne pochi intimi – era a conoscenza, non si negava e non si mostrava mai infastidito.

Quella voce oggi la ascolto con la stessa attenzione e ricerca con la quale leggo i classici della letteratura. Parlo di classici parafrasando Italo Calvino, quando definiva i classici nel senso di opere che “non hanno mai finito di dire quello che hanno da dire”, nelle quali a ogni lettura/ascolto viene fuori qualcosa di nuovo, che non si era percepito in precedenza. Brani dai contenuti universali, quelli di De Andrè, pietre miliari nella storia della canzone italiana; sempre attuali e mai banali; che scavano e arrivano nel profondo dell’animo umano. Capolavori ricchi di echi letterari che trasudano filosofia, arte, poesia, amore, cronaca, politica, lotta. Tutto letto con gli occhi di un osservatore estremamente sensibile e capace come pochissimi di riconoscersi nell’altro.
Per ricordarlo in questo nono anniversario della morte, voglio proporre una sua canzone rimasta inedita e sconosciuta, ma che propone l’emigrazione italiana nella sua veste più cruda, quasi mai trattata e per nulla conosciuta o affrontata fino in fondo. Un aspetto dell’emigrazione che oggi, in una Italia terra di immigrazione, clandestinità, criminalità e prostituzione, dovrebbe farci riflettere su ciò che siamo stati, su ciò che siamo e su ciò che dovremmo fare nei confronti di chi arriva in Italia con lo stesso bagaglio di attese e speranze che portavano i nostri connazionali nel mondo.
Si tratta della canzone Lunfardia. Il lunfardo è il registro linguistico di un determinato gruppo sociale, quello degli ultimi. La lingua, per intenderci, che parlavano i nostri emigrati alla Boca, il quartiere portuale di Buenos Aires. E la storia è quella di una italiana abbandonata dal marito che per vivere è costretta a prostituirsi: cosa molto diffusa in certe epoche della nostra emigrazione. Di seguito vi propongo la versione originale e la traduzione.

Lunfardia
Ella vive el dìa en San Telmo
en la Boca de noche està
allà la llaman bacana
aquì busca aunque abrochada està
en sus pasos el tango
en la bocha un clavo pà doblar
bajo una luna portena
bamboleando su martona va.

Què harìas vos
de este viento que
le sube de las piernas
hasta el corazòn.

Què herìas vos
de esto ojos negros que
se abotonan bien
con ella y con la noche...

Etos hombres borrachos
que le hablan siempre de ellos
con lengua de tabaco
ellos abren pronto asì sus labios
por cada escarcha que cae
una rosa abierta ella cultiva
hasta que le escupen polvo de oro
que en el profundo centro de su deseo cruel arriba.

Y què herìas vos
de este viento que
le sube de las piernas
hasta el corazòn.

Què herìas vos
de esto ojos negros que
se abotonan bien
con ella y con la noche...

Cuando su fulano
aquel chanta se fue
la regadera al suelo
come una taza se cajò
aun mina fiel
hasta que se mueva el dìa
bajo as estrellas es turra
en esta cegante noce de Lunfardia.

Y què herìas vos
de este viento que
le sube de las piernas
hasta el corazòn.

Què herìas vos
de esto ojos negros que
se abotonan bien
con ella y con la noche.

Traduzione
Vive il giorno a San Telmo
e di notte sta alla Boca
là la chiamano signora
qui puttana, anche se è sposata.

Nei suoi passi c'è il tango
nella testa un chiodo da piegare
sotto la luna del porto
dondolando le tette cammina.

Cosa faresti tu
di questo vento che
le sale dalle gambe
fino a perdere il cuore.
Cosa farest tu
di questi occhi neri che
si sposano bene con lei e con la notte...

Questi uomini ubriachi
che le parlano sempre di se
con la lingua che sa di tabacco
aprono in fretta le sue labra

Per ogni brina che cade
una rosa aperta coltiva
fino a quando le sputano polvere d'oro
che nel profondo centro
del suo desiderio crudele approda.

Cosa faresti tu
di questo vento che
le sale dalle gambe
fino a perdere il cuore.
Cosa faresti tu
di questi occhi neri che
si sposano bene con lei e con la notte...

Quando il suo uomo
quel balordo se ne andò

la fica le cadde a terra
come una tazza.

Ancora sposa fedele
fino a che si muove il giorno
sotto le stelle fa la battona
in questa accecante notte di Lunfardia.

Cosa faresti tu
di questo vento che
le sale dalle gambe
fino a perdere il cuore.
Cosa farest tu
di questi occhi neri che
si sposano bene con lei e con la notte...

La canzone è stata incisa qualche anno fa da Adriano Celentano nell’album C'è sempre un motivo.

martedì 18 dicembre 2007

D’Alema ha fatto un’altra cosa di Sinistra

Ve la ricordate la storica battuta di Nanni Moretti in “Aprile”, divenuta in seguito un tormento antidalemiano? Diceva così “D’Alema, dì qualcosa di Sinistra”.
Da allora non c’è stata più pace. Tutti a dare addosso a D’Alema che non era di Sinistra, non faceva politiche di Sinistra e menate varie.
Oggi, grazie alla tenacia, al lavoro infaticabile, nascosto e paziente, fatto in anni di relazioni politiche internazionali sia di D’Alema che di molte altre persone di cui pochissimi conosceranno il nome, D’Alema ha fatto un’altra cosa di Sinistra. Un’altra grande cosa di Sinistra. Ecco come ne dà notizia il Corriere della sera online.

L’assemblea generale dell’Onu ha votato, oggi, a favore della moratoria contro la pena di morte nel mondo. I voti a favore sono stati 104, quelli contrari 54, le astensioni 29.
L’iniziativa è stata fortemente sostenuta dall'Italia, che
da almeno 13 anni è in prima fila nella battaglia per la cancellazione delle sentenze capitali. Il governo era rappresentato al Palazzo di vetro dal ministro degli Esteri e vicepremier, Massimo D’Alema. Proprio il presidente diessino in mattinata si era detto ottimista e aveva parlato di «risoluzione di portata storica».

Ma che significa concretamente questa notizia? Ce lo spiega sempre il Corriere.

L’approvazione della risoluzione per la moratoria contro la pena di morte, che di fatto significa la «sospensione» di tutte le esecuzioni già programmate e il divieto di infliggerne di nuove da parte dei tribunali, dà l’opportunità di aprire un dibattito «anche in vista dell'abolizione». Lo ha detto il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, pochi istanti dopo il sì dell’Onu alla moratoria sulla pena capitale. D’Alema ha parlato anche di «grande soddisfazione» e di «risultato al di là delle aspettative».

Certo, questo non significa che il merito sia solo di D’Alema. Ma sicuramente il suo impegno, la sua persona, la sua tradizione politica, i funzionari e consiglieri politici noti e meno noti che da tempo si sono impegnati in questa battaglia e che D’Alema ha saputo utilizzare mettendoli a rete per portare a compimento questo risultato, hanno sicuramente dato quella forza che un grande progetto non era riuscita a trovare nei tredici anni passati.
Qualcuno, ancora oggi, si sente di dire che D’Alema non abbia fatto una cosa di Sinistra o, peggio ancora, che non è importante stare al Governo? Che è meglio fare i duri e puri e stare all’opposizione senza vendersi l’anima?

Io penso che sia meglio stare al Governo e ingoiare qualche rospo, ma ottenere risultati come il ritiro dall’Iraq e la moratoria della pena di morte, piuttosto che stare all’opposizione a chiedere il migliore dei mondi possibili vedendosi, invece, Berlusconi che fa votare al Parlamento la legge Cirami e la depenalizzazione del falso in bilancio.


P.S. Il risultato è ancora più importante se si pensa che come capifila dei paesi contrari alla moratoria erano Stati Uniti, Cina e Iran...