lunedì 6 aprile 2009

Risorse e libertà per la ricerca

Ieri, ad Amsterdam, ho partecipato al convegno "Il lavoro, la ricerca e l'industria in Italia: torneremo mai a casa?". All'incontro erano presenti l'on. Laura Garavini, Francesco Cerisoli, Interna Technologies - Utrecht (NL), Mauro degli Esposti, Università di Manchester (GB), Paolo Bonaretti, Direttore Generale consorzio ASTER (IT), Marcello Battistig, segretario circolo PD di Delft.
Il dibattito è stato molto stimolante e con interventi ricchi e molto documentati. A me è toccato l'intervento conclusivo, nel quale ho detto pressapoco quanto segue.

Non dico nulla di nuovo se ricordo che il metodo scientifico moderno è nato in Italia nel XVII secolo. Con Galileo Galilei.
Ma fu solo nel secolo successivo che riuscì ad affermarsi grazie a un certo numero di grandi menti formatesi nelle diverse università europee. San Pietroburgo, Parigi, Londra, Bologna.
La loro influenza si diffuse rapidamente nel Vecchio continente, nonostante le barriere (geografiche, politiche e culturali) di allora fossero certamente più importanti di quelle odierne, e che ugualmente, non riuscirono a fermare quelle giovani menti.
Si ponevano, in quei secoli lontani, insospettabilmente, le basi di una lungimirante “cooperazione” internazionale, antica almeno quanto la scienza moderna.

Nel XIX secolo, con l’industrializzazione, si rafforzò il legame e l’interazione tra scienza e mondo produttivo.
Il secondo conflitto mondiale, rivelò a tutti finalmente il ruolo strategico che la scienza può svolgere per lo sviluppo industriale, per le applicazioni militari e civili.
Da lì parte la rapida e travolgente corsa degli Stati Uniti ai finanziamenti alla ricerca (gli USA da soli coprivano il cinquanta per cento degli investimenti totali del pianeta nel settore ricerca) che, insieme all’estrema libertà di interazione e alla grande mobilità degli scienziati, fanno sì che la ricerca americana giochi da subito, e per lungo tempo, un ruolo egemone e di leadership a livello globale.

Ma, negli stessi anni, in Europa si fa avanti un nuovo e, per quei tempi, rivoluzionario modo di fare ricerca.
Nell’Europa degli stati nazionali, grazie alla tradizione iniziata, come ho detto, nel XVII secolo e alla lungimiranza di qualcuno, comincia un movimento di internazionalizzazione istituzionale della cooperazione scientifica.
Nel breve volgere di qualche anno vedono la luce il CERN (1954), che oggi finanzia le ricerche di circa 5.000 scienziati, e l’EURATOM (1957), con lo scopo di coordinare i programmi di ricerca sull’energia nucleare a livello continentale.

In queste organizzazioni troviamo i germi di una visione che troverà la sua espressione più compiuta nel trattato di Maastricht, nella creazione dell’eurozona, nel trattato di Schengen. Tutti strumenti sovranazionali che hanno sostenuto e dato linfa a quella iniziale intuizione e hanno fatto sì che il CERN diventasse la punta di diamante della ricerca scientifica del Pianeta. (ecco, se mi è consentita una breve parentesi polemica, dirò che qualcuno dovrebbe assumere l’impegno morale di avvertire la nostra ministra Gelmini che, come narrano le cronache, invitata all’inaugurazione di un nuovo acceleratore di particelle al CERN di Ginevra, avrebbe chiesto “che cosa è il CERN?”, decidendo poi di non presenziare all’evento. Sia detto sempre per inciso: il governo italiano risultò il solo, tra i 12 paesi che a quel progetto hanno preso parte, a negare la propria presenza all’inaugurazione).

Al CERN, poi, partecipano come paesi osservatori, tra gli altri, Stati Uniti, Canada, Russia e Israele.
Si tratta dunque di un sistema di cooperazione scientifica su scala globale che cresce progressivamente e che rappresenta il presupposto necessario alla pace e al progresso di una sempre maggiore fetta della popolazione del pianeta.

L’internazionalizzazione e la cooperazione nella ricerca portano a un sapere diffuso e mescolato, non concentrato in pochi paesi. E d'altronde, il sapere e la scienza o sono liberi o non sono. Come con grande preveggenza recita la Costituzione italiana (art. 33).

Ho cercato di ripercorrere in pochi minuti un cammino lungo e fecondo che traccia, brevemente, un profilo internazionale della ricerca.
Nessuno, oggi più che mai, può permettersi di abbandonare questo sentiero di crescita, sviluppo e pace.
E che questa sia la strada giusta ce lo dimostra il G20 di questi giorni a Londra, dove le risposte alla tremenda crisi globale sono cercate (e trovate) nel dialogo internazionale e nella creazione di istituzioni, strumenti e regole globali.

Governi e istituzioni devono dunque battere la strada internazionale con sempre maggiore determinazione, moltiplicando risorse ed energie, cooperazioni e collaborazioni.
Rafforzando gli strumenti esistenti e affiancando a questi nuovi strumenti aperti, plurali, capaci di produrre mobilità internazionale dello studio e degli studiosi.

Dunque accrescere il volume dei finanziamenti.
È persino banale ricordarlo in questa sede: (è infatti forte l’esigenza di condividere gli ingenti investimenti necessari alla nascita di laboratori su larga scala).

Ma sbaglierebbe chi sottovalutasse un altro elemento determinante: il fattore umano!
Il progresso nella ricerca si genera soprattutto grazie a mutazioni improvvise dovute a progressi concettuali (nuove idee, insomma).

Senza questo volano straordinario e potentissimo gli investimenti, per quanto cospicui, non basterebbero. E’ per questo che quando si individua il merito lo si deve premiare, valorizzare e fidelizzare.

Infine occorre tener presente l’interfaccia fra discipline.
Un certo numero di scienziati in materie affini che lavorano in raccordo tra di loro generano progressi molto più ampi e rapidi di quanti possa generarne lo stesso numero di scienziati che lavorano separatamente e isolati gli uni dagli altri.

Se ne conclude agevolmente, dunque, viste le enormi e diverse dimensioni del sapere scientifico contemporaneo e globale, che il modo migliore per mettere in rete le menti eccelse e il sapere scientifico, per creare interfacce e mescolanze, sia quella sorta di melting pot che si ottiene solo con la collaborazione internazionale.

Controprova di quanto appena detto è l’esempio degli USA, dove la scienza si è nutrita proprio della mescolanza interna che affonda le proprie radici già nell’immigrazione dei secoli scorsi da ogni luogo del mondo e poi nel fatto che quel Paese sia stato, nel periodo nel nazifascismo, delle persecuzioni politiche e delle leggi razziali, rifugio e approdo di molti scienziati europei.

Da tempo noi abbiamo dunque stabilito profondi contatti e collaborazioni fra Europa e Stati Uniti nel campo della ricerca.
Ma recentemente si sono affacciati con prepotenza, sulla scena globale della ricerca, realtà come il Giappone, l’India e la Cina.
Gli ultimi due, soprattutto, hanno la necessità impellente di elevare i propri standard di vita, oltre che di assumere una posizione influente sulla scena economica mondiale.
Risultati che cercano di raggiungere attraverso una dimensione ossessiva per la produttività e l’efficienza.
Anche a discapito di altre dimensioni, altrettanto importanti: la qualità e l’estetica.

Essi si concentrano sul “produrre di più e a prezzi più bassi”.
Noi sappiamo, invece, che per il futuro nostro e delle nuove generazioni che abiteranno il mondo, dovremo saper cogliere le differenza di qualità e quella tra brutto e bello.
Dobbiamo saper riscoprire e far comprendere a tutti quella filosofia delle grandi civiltà classiche di cui siamo permeati, soprattutto noi italiani ed europei.
Che poi è anche il motivo principale per cui siamo apprezzati nel mondo.

È dunque attraverso legami solidi a livello globale, attraverso la creazione di un mondo internazionalizzato e di strutture realmente sovranazionali, le cui attività scientifiche civili si fondino sulla cooperazione e su quella filosofia appena accennata, che riusciremo a ridisegnare pacificamente e su basi qualitative lo scenario globale del nostro secolo.

Questi nuovi scenari, però, con le disparità che producono tra singoli paesi e macro regioni o continenti, implicano più che mai una rinnovata cooperazione scientifica internazionale, più estesa e meglio strutturata.

Come si colloca, dunque, l’Italia, in questo panorama internazionale?
Quali i suoi strumenti? Le sue risorse? Il suo capitale umano?
Quale il suo contributo generale?
E soprattutto come forma, valorizza, mantiene o attira ricerca e ricercatori in Italia e dal mondo, italiani e stranieri che siano?

Gli interventi che mi hanno preceduto hanno disegnato bene e meglio di come potrei fare io il quadro del nostro Paese.
Mi limito, dunque, a sottolineare alcuni elementi già egregiamente sviluppati per provare a dire quale, a mio avviso, dovrebbe essere la direzione che l’Italia deve prendere per stare nel contesto internazionale della ricerca.
Perché sono convinto che non può prescindere da quel contesto.

Chiariamo subito, dunque, che andare all’estero non è, né deve essere un disonore per i cervelli italiani.
E nella cosiddetta fuga dei cervelli, se dobbiamo cercare un aspetto positivo, lo troviamo nel fatto che essa, paradossalmente, dimostra che l’Italia gode certamente di un buon sistema generale di formazione.
Dalle scuole dell’obbligo all’università.
Un sistema competitivo che genera risorse umane notevoli e apprezzate nel campo scientifico anche all’estero.

La ricerca, abbiamo visto, si sviluppa soprattutto in un ambito internazionale: è fisiologico quindi che anche i nostri ricercatori partano e si muovano all’estero.
Il problema, quindi, sta nella mancanza di un riequilibrio tra quanti partono dall’Italia (troppi e troppo spesso perché senza alternativa) e quanti arrivano in Italia.
E su questo riequilibrio che si misura il successo di una qualsiasi riforma della ricerca nel nostro paese, poiché la cultura scientifica aumenta se il flusso di scienziati in entrata e in uscita è costante, intenso e bidirezionale.
E non mi pare che la riforma Gelmini stia producendo risultati in questo senso né i primi segnali in nostro possesso ci dicono li produrrà mai.

Anzi gli elementi a nostra disposizione indicano come essa intacchi anche i livelli primari e secondari dell’istruzione e della formazione, che abbiamo appena detto essere stata, invece, la nostra unica forza fino a oggi nel formare i cervelli.

Formazione e ricerca, dunque, forniscono sapere: un bene immateriale difficilmente valutabile in termini economici e quantitativi.Soprattutto se consideriamo l’impatto del sapere sulla realtà sociale di un paese.In questo senso, quindi, le scelte di “bilancio” che spesso sono state operate nel nostro Paese (ultime in ordine di tempo e prime in ordine di grandezza quelle della riforma Gelmini), sono da considerare deleterie, in quanto formazione e ricerca (dunque sapere) sono stati considerati dal Governo, tra gli impegni finanziari, come “spesa” e non come “investimento”.

Una differenza che mi sento di sottolineare con forza: spesa o investimento.
Questa differenza, non solo terminologica quanto concettuale e programmatica, evidenzia una mancanza di sensibilità del Governo nei confronti della ricerca che contrasta non solo con la nostra Costituzione, ma anche con le strategie europee. A livello UE, infatti, si “investe” su ricerca e innovazione quali elementi portanti del continente.

Il sapere diviene obiettivo strategico dell’UE, tanto che la strategia di Lisbona ci dice che: “entro il 2010 [l’UE deve] diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”.

Non solo parole o dichiarazioni di intenti non quantificabili, ma risorse indicate nell’impegno a dedicare alla ricerca almeno il 3% del PIL entro il 2010.
Cioè entro il prossimo anno.
Se questa è la strategia europea, noi che da Spinelli in poi siamo tra i padri di questa Europa , entro le Alpi scontiamo un grave ritardo:
in termini di investimenti destiniamo all'istruzione universitaria solo lo 0,78% del PIL, mentre a ricerca e sviluppo, tra risorse pubbliche e private, l’1,10%.
E pensare che la Svezia, in tempi di crisi come quelli attuali, ha deciso di raggiungere il 4%, proprio a dimostrazione che di investimento e non di spesa si tratta.

In termini di risorse umane, poi, vantiamo la più bassa percentuale di ricercatori nell’industria, nell’università e nei centri di ricerca che in Italia sono la metà della media europea e un terzo di quella USA.
Un Paese che investe queste cifre esigue, tra l’altro considerandole spese, non può essere scientificamente competitivo né attirare a sé o trattenere i suoi ricercatori migliori.
Quindi non può produrre progresso, benessere e ricchezza nel medio-lungo periodo.

La competitività dell’Italia si basava in passato sul basso costo del lavoro e sulla svalutazione continua della lira. Oggi non possiamo contare su nessuno dei due aspetti (la concorrenza sul costo del lavoro dei Paesi del Terzo Mondo è imbattibile e l'Euro è la stessa moneta dei nostri principali competitori europei ed è forte anche rispetto al dollaro e allo yen).

Di questo passo, quindi, l’Italia sarà sempre meno competitiva nei settori economici di punta del mondo contemporaneo, a cominciare dall’hi-tech, strettamente legato agli investimenti in ricerca e sviluppo e al numero di scienziati e ingegneri che vi lavorano.
L'Università italiana forma quindi giovani ricercatori che poi, insieme agli Enti pubblici di ricerca e all'industria privata non riesce ad assorbire.
Essi vanno all'estero e contribuiscono, a nostre spese, allo sviluppo dei Paesi competitori.

All'estero si fanno dunque nuove scoperte, nuovi brevetti.
L'Italia, invece, da sempre popolo di inventori, non occupa più le prime posizioni in numero di brevetti registrati.
Ciò implica che per utilizzare le nuove scoperte, il know how, le nuove invenzioni, magari fatte anceh da ricercatori italiani, deve acquistarle e pagarle care.
Questo sistema, dunque, non può reggere. Non aiuta l'Italia e la nostra ricerca interna.

Troppe difficoltà, per le quali non riusciamo a creare lavoro con la ricerca né a mantenere in patria i ricercatori né ad attrarne altri stranieri.
Come non riusciamo nemmeno ad attrarre in Italia studenti Erasmus.
Anche qui, infatti, il confronto tra quanti italiani fanno un'esperienza di studio all'estero e quanti stranieri la facciano in Italia è disarmante.

In una parola: non cresciamo.

Dunque dobbiamo rivedere il sistema Italia.
Il sistema nel suo complesso: Università, istituzioni pubbliche, istituzioni private e non profit, imprese.

E' propio in questo sistema, infatti, che si fa ricerca e sviluppo nel nostro Paese. Ed è qui che si investono le risorse, secondo una distribuzione che vede al primo posto per investimenti le imprese, seguite dall'Università, dalle istituzioni publiche e, infine, da quelle private e non profit.

Il tutto però, con investimenti complessivi molto al di sotto di quelli raccomandati, in termini percentuali, dalla Commissione europea, soprattutto per ciò che concerne la ricerca privata.

Come si esce, dunque, da questa situazione complessiva, sapendo che seppur è primario l'aumento di investimenti esso non è risoluitvo?
Come si attirano e mantengono ricerca e ricercatori italiani (e stranieri) nel nostro paese?
Come si fa ricerca?

Siccome il problema viene da lontano, i tentativi in questa direzione vanno molto in là negli anni e sono stati diversi, operati da diversi governi e schieramenti politici.
Ma nessuno è stato risolutivo.

Nel 2001 il Governo Amato tentò il programma "Rientro dei Cervelli".
Un impegno enorme per arginarne la fuga e offrire ottime possibilità di rientro con contratti a tempo pieno inizialmente di tre anni.

Anche il successivo Governo Berlusconi confermò quel programma, addirittura rilanciandolo, e scrivendo nei successivi decreti del 2003 e 2005 l'impegno a far si che i rientri fossero definitivi e che questi scienziati avrebbero trovato spazio nelle università italiane.
Ancora il Ministro Moratti, nel 2006, ribadì l'impegno alla stabilizzazione di chi era rientrato.
Impegni, dunque, autorevoli, sinceri e costosi (il programma costò 52 milioni di euro) che però si sono risolti con un nulla di fatto.

Poiché dopo otto anni, dei 460 scienziati faticosamente attirati in Italia, alla fine solo 50 hanno superato gli ostacoli del Consiglio Universitario Nazionale e solo 10 sono stati richiesti ufficialmente dalle università italiane. 10 su 460...

Non parliamo poi del tentativo dell'allora Ministro degli italiani nel mondo, Tremaglia, di costituire la corporazione degl scienziati italiani nel mondo nel 2003.
Un altro tentativo costoso nella fase organizzativa, nazionalista, settoriale e chiuso in senso scientifico, inefficace in termini concreti.
Tant'è che il Convegno a cui parteciparono con grande disponibilità moltissimi scienziati italiani di tutto il mondo si concluse con un semplice ordine del giorno che non trovò mai alcuna cittadinanza nemmeno all'interno del suo stesso Governo.

Ecco che al nostro Paese manca, dunque, insieme alle risorse, una visione strategica, prospettica e di lungo corso.
Manca un progetto complessivo, che partendo dalle risorse si inserisce in un contesto di strutture nazionali e sovranazionali.
In un ambito di investimento anche culturale e politico, di laicità e libertà, di separazione di carriere e interessi, di chi fa ricerca e chi trova i fondi, di meritocrazia e valutazioni oggettive.
Anche nel mondo della ricerca, dunque, va ritorvato un nuovo Umanesimo, in cui la Persona LIBERA (sia essa ricercatore o beneficiario della ricerca e delle soluzioni trovate) sia al centro del sistema, non condizionato da ideologie o religioni a cui non si senta esso stesso vincolato.

Per questo dicevo in precedenza che la ricerca o è libera o non è.
Allora mi chiedo come si fa a fare ricerca in Italia se in ogni settore viviamo il condizionamento restrittivo di qualche gerarchia o gruppo di potere?

Come si può mettere intorno ai ricercatori tutta una serie infinita di paletti, di vincoli, di difficoltà burocratiche spesso frutto di ideologie o interessi piuttosto che di buon senso?

Come si possono superare le crisi se nei diversi settori privati si preferisce ridurre costi e tagliare posti di lavoro (o evadere le tasse e far lavorare in nero) piuttosto che investire in ricerca di nuove tecnologie?

Come si fa a trovare nuove e più efficaci cure a malattie mortali se l'approccio della ricerca a queste soluzioni è condizionato da morali etiche o religiose?

Come possiamo guardare, dunque, alla libertà della ricerca attraverso programmi di lungo periodo e legiferare in questa direzione se parte importante della classe politica è condizionata dai dictat di settori intransigenti delle gerarchie ecclesiali?

Come possiamo dire a un ricercatore “vieni”, se è straniero, "torna", se italiano all’estero o "non partire" se poi non possiamo farlo ricercare liberamente sulle staminali?

Occorre dunque ripensare tutto il sistema Italia partendo dagli aspetti culturali, politici, civili ed economici naturalmente.
Occorre investire nelle università, ma occorre anche fare delle leggi che stimolino il mondo privato a investire di più in ricerca.

Occorre che queste leggi siano laiche e non siano condizionate dalle religioni né dalle lobbyes e dai gruppi di potere.
Occorre che si creino le condizioni per la mobilità orizzontale e verticale della ricerca.

Ecco. Questa, a mio avviso, deve essere la bussola del legislatore che voglia far tornare in Italia ricercatori italiani e non, che voglia produrre ricerca, sapere e progresso (progresso non solo sviluppo) nel nostro Paese da mettere a disposizione del benessere, della pace e della salute dell'umanità.

In questo senso sono indicative le parole che ha pronunciato il presidente Obama subito dopo il suo insediamento.
Quando ha detto che lui non potrà assicurare i risultati della ricerca attraverso le cellule staminali, ma che assicurerà certamente le condizioni e la libertà di poter ricercare queste soluzioni anche attraverso l'uso libero delle cellule staminali.

Un esempio concreto e particolare, che rivela però un metodo, una strategia e una visione complessa e complessiva del mondo della ricerca.

Quando sentiremo in Italia un qualsiasi Presidente del consiglio pronunciare parole così chiare e libere da ogni condizionamento ideologico, allora capiremo che qualcosa potrà cambiare e che i ricercatori potranno tornare nel nostro Paese perché ci saranno le condizioni per lavorare e lavorare con dignità e certezza.

Grazie a tutti.

martedì 24 marzo 2009

Un bell'esempio di politica e formazione "dal basso"

Ecco quello che mi pare un bell'esempio di fare politica e di rendere vivi e aperti ai cittadini circoli e sezioni del PD, oltre che fare formazione politica. Un modo per discutere e capire insieme chi siamo, qual è il senso dello stare insieme come partito e come comunità di cittadini. Un modo, uno tra i tanti, di fare politica in mezzo alla gente comune o, come si dice spesso, dal basso.
Si tratta delle attività già programmate dalla sezione del PD Parioli-Flaminio "Massimo D’Antona". E mi piaceva semplicemente sottilinearlo.

Corso di Storia e Politica
Il corso ha lo scopo di far conoscere ai giovani le tappe più importanti della storia del nostro paese e aiutare gli adulti a “non dimenticare”.
Le lezioni hanno avuto inizio il 20 marzo 2009 ed il primo ciclo si concluderà il 20 maggio.
I corsi si terranno presso il Circolo PD Parioli Flaminio “Massimo D’Antona”, Via Scarlatti 9/A. Le lezioni iniziano alle ore 18.00 con durata di due ore circa.

Tutte le informazioni sul circolo sono rintracciabili sul sito http://www.pdroma2.it/ oppure scrivendo a pdparioliflaminio@gmail.com

Programma
20 marzo
Dalla resistenza alla Repubblica: i nuovi partiti e la costruzione della democrazia italiana
Marisa Rodano, dell’Assemblea Nazionale PD
Massimo Rendina, Presidente ANPI di Roma

23 marzo
Dalla Costituzione della Repubblica Italiana al disegno della nuova Europa. Da Maastrict al Trattato di Lisbona
Cesare Pinelli, Università La Sapienza - Roma

31 marzo
Tra compromesso e solidarietà. Moro, Berlinguer e la crisi della democrazia italiana.
Roberto Gualtieri, Università La Sapienza - Roma

2 aprile
La Costituzione in mezzo a noi (questo incontro si terrà presso l’ex cinema Holiday Largo Benedetto Marcello, 1)
Oscar Luigi Scalfaro

3 aprile
La caduta del muro di Berlino e i nuovi assetti geopolitici
Silvio Pons, Università Tor Vergata - Roma

17 aprile
Le classi produttive, la storia del movimento operaio, il sindacato
Giuseppe Casadio, già Segretario confederale CGIL

23 aprile
Movimento liberale indipendente: l’idea liberale e la democrazia
Federico Orlando, Vicedirettore di “Europa”

5 maggio
Terrorismo: le stragi, gli anni di piombo
Carlo Di Stefano, Direttore UCIGOS
Olga D’Antona

8 maggio
Il Sessantotto in Italia e in Francia, il movimento dei diritti civili in USA, la primavera di Praga. Il movimento femminista
Carol Tarantelli, Università La Sapienza - Roma
Piero Corsini, Giornalista RAI Educational

15 maggio
Dopo il 1989: globalizzazione e nuovo riformismo
Roberto Gualtieri, Università La Sapienza - Roma

20 maggio
Italia Stato laico? I Patti Lateranensi e il Concordato. Il Concilio Vaticano II
Umberto Gentiloni, Università di Teramo

lunedì 16 marzo 2009

Dei provvedimenti gravi e delle piccole boutade

Il 9 ottobre scorso, in un Odg approvato dalla Commissione Esteri della Camera, l’on. Marco Zacchera chiedeva al Governo di rinviare le elezioni dei Comites e del CGIE perché “la situazione economica era difficile”, per cui, a suo parere, era meglio “votare l’anno successivo”. “I soldi risparmiati per le elezioni”, sosteneva ancora l’on. Zacchera, dovevano essere “girati ai fondi per le comunità italiane nel mondo”. Tale Odg, approvato dai soli esponenti della maggioranza, fu giudicato dai deputati del PD come “un atto gravissimo di rinuncia alla difesa degli interessi delle nostre comunità”. I Democratici aggiungevano, giustamente, che fa venire “i brividi leggere che quando i soldi sono pochi la prima cosa da fare è risparmiare sull’esercizio della democrazia”. Inoltre, i deputati del PD sottolineavano come in rapporto ai tagli di più di 140 milioni di euro operati dal Governo verso gli italiani all’estero e i 400 decurtati dal capitolo per la cooperazione, diventava “risibile la pretesa di metterci, come si suol dire, una pezza con i 7 milioni dei rinnovi elettorali”. Ma per l’on. Zacchera anche 7 milioni erano utili per gli italiani all’estero. E ci mancherebbe!

In virtù di questo ragionamento, però, oggi mi aspetterei un nuovo e vibrante Odg dell’on. Zacchera con il quale si chiede al Governo, sempre per esigenze di risparmio (soprattutto in tempi di grave crisi economica) e di investimento anche verso gli italiani all’estero, di accorpare le elezioni referendarie a quelle europee e amministrative nell’election day del prossimo 6-7 giugno. È stato infatti calcolato che se queste elezioni si svolgessero in giorni diversi lo Stato italiano dovrebbe spendere circa 460 milioni di euro in più rispetto a quanti ne spenderebbe se si votasse in un’unica tornata. Ma facciamo un po’ di conti.

Le elezioni dei Comites sarebbero costate allo Stato 7 milioni di euro. Il referendum (che in ogni caso si dovrà tenere) costerebbe 400 milioni di euro se fatto in un giorno diverso dal 6-7 giugno. Accorpando le consultazioni, invece, grazie all’Odg che l’on. Zacchera dovrebbe presentare in coerenza con le preoccupazioni già palesate in passato (Odg che anche i deputati del PD non potrebbero che sostenere), si potrebbero assicurare altre 65 tornate elettorali per i Comites con i soldi risparmiati in un solo giorno.
Se poi consideriamo che le elezioni per i Comites si svolgono una volta ogni 5 anni, ci assicureremmo la democrazia tra gli italiani all’estero per i prossimi 335 anni, cioè fino alle elezioni del 2344.
Tutto questo grazie a un semplice Odg. Caro Marco, posso sperare di leggere quanto prima di questa tua iniziativa?

giovedì 12 febbraio 2009

Firma per l'Erasmus Universale

Vi segnalo un importante appello in direzione dell'integrazione e di una nuova cittadinanza europea. Spero vogliate aderire tutti e farlo circolare tra amici e conoscenti. Grazie!


Il 14 febbraio 1984 il Parlamento europeo adottava il progetto di Trattato sull'Unione europea presentato da Altiero Spinelli. Dopo 25 anni, nel giorno di San Valentino, noi giovani europei che "amiamo" l'idea di un'Europa sociale, democratica e unita, riaffermiamo la nostra adesione agli obiettivi dei padri fondatori e a quelli del progetto Spinelli.
C'è una nuova generazione che crede nel processo di integrazione e che guarda all'Europa per affrontare con successo le nuove sfide globali con le quali ci misuriamo quotidianamente. Negli ultimi anni i referendum in Francia, Olanda e Irlanda mostrano come l'Unione europea non abbia il sostegno popolare necessario. Questi segnali indicano che l'azione dell'Ue non è percepita come efficace e non è compresa, né condivisa dai cittadini.
Per credere nel progetto europeo è necessario toccarlo con mano. Vivere l'Europa, viaggiare in Europa, studiare l'Europa, lavorare in Europa è il modo migliore per partecipare alla costruzione del progetto democratico più rivoluzionario del mondo. Unire pacificamente popoli diversi, un tempo nemici. In questo disegno i giovani devono essere i protagonisti. Tutti i giovani.

L'Ue da tempo promuove programmi di scambio per i giovani. Tra questi il programma Erasmus che permette di fare una esperienza all'estero agli studenti universitari, è il più conosciuto. Molti altri programmi nei settori dell'educazione formale, non-formale e del volontariato promuovono la mobilità giovanile. Allora, qual è il problema? Sono 90 milioni i giovani tra i 16 ed i 29 anni che vivono nei 27 Stati membri dell'Ue. Ma quanti tra questi partecipano ogni anno ai programmi di scambio dell'Ue? Trecentomila (300.000).
Non vogliamo l'Europa delle élites!

In Europa non mancano gli strumenti per cambiare le cose, ma la volontà politica di chi ci governa. Offriamo a tutti i giovani la possibilità di vivere l'Europa di fare un'esperienza in un altro Stato dell'Ue, presso un ente locale, un'impresa, un'associazione, una università. In questo modo crescerà una generazione di cittadini europei con le competenze necessarie per affrontare il mercato del lavoro e il confronto con l'altro in una società multietnica. Quello che serve è una semplificazione delle procedure, un sistema d'informazione capillare e soprattutto che la UE spenda meglio i soldi che ha.
Se vuoi che la mobilità dei giovani in Europa sia un diritto per tutti e non per pochi firma il 14 febbraio l’appello per l’Erasmus Universale!
Universale perché tutti possano farlo.
Universale perché lo si possa fare in tutti i settori della nostra formazione

Firmate anche voi collegandovi al sito http://www.universalerasmus.eu e inserendo "nome e cognome", "Stato di residenza" ed "E-mail".
Oppure inviando a me gli stessi dati.

Hanno già aderito all'iniziativa, promossa da Giacomo Filibeck (presidente dei giovani del PES), gli onorevoli Massimo D'Alema (Presidente della Fondazione ItalianiEuropei) e Gianni Pittella (Capodelegazione del PD al Gruppo PSE del Parlamento europeo).

giovedì 5 febbraio 2009

Le invasioni barbariche... e il metodo del PD

Molti ricorderanno quel grande film che è "Le invasioni barbariche". Io gli sono debitore di un’attenzione e una sensibilità nuove (per me) ad alcune tematiche etiche che riguardano la vita umana: il suo inizio e, soprattutto, il finire. Nel mio piccolo ho cercato di portare le riflessioni su questi temi anche dentro il dibattito politico del Partito Democratico. Sono infatti da sempre convinto che un grande partito popolare non debba sottrarsi al confronto (anche aspro) su questi nodi e trovare una - e una sola - linea politica riconoscibile e comprensibile.
Che ricordi, non c'è stata volta che non abbia affrontato questi argomenti cosciente del fatto che nessuno possiede la Verità. Ne sono convinto ancora di più oggi, mentre la vicenda Englaro tiene le prime pagine di tutti i giornali. E in merito a questa vicenda, penso abbia detto bene il Presidente della Camera Fini quando, contrariamente a quanto afferma impunemente e solennemente Gasparri, dice di invidiare "chi ha certezze", dato che lui ha "solo dubbi, uno su tutti: qual è e dov'è il confine tra un essere vivente e un vegetale?".

Il Presidente Fini conclude affermando "che solo i genitori di Eluana abbiano il diritto di fornire una risposta". Nel caso di chi è invece cosciente, questo diritto va alla singola persona che potrebbe, in un testamento biologico (come quello disegnato dal Senatore Marino nella sua proposta di legge), dichiarare anticipatamente le proprie volontà per quando non sarà più in grado di farlo.
Mi ha molto colpito l'intervista a Monsignor Casale che, in contrasto con le posizioni prevalenti oggi nella Chiesa (intesa come Istituzione, ovviamente, e non come comunità di credenti), afferma che "l'alimentazione e l'idratazione artificiali sono assimilabili a trattamenti medici. E se una cura non porta nessun beneficio può essere legittimamente interrotta". L’arcivescovo aggiunge che "alla fine anche Giovanni Paolo II ha richiesto di non insistere con interventi terapeutici inutili". Davvero, dunque, colpisce la disinvoltura con cui si piegano alle proprie esigenze (ideologiche, politiche, personali) principi presunti universali come la dignità e la libertà; concetti come la cura e l’accanimento terapeutico; il giudizio di ciò che è naturale (e dunque buono in sé) e artificiale (potenzialmente non buono).
Pierluigi Bersani, in una bella lettera al direttore di Repubblica, ha affermato qualche giorno fa che l'alimentazione "è una funzione umana da un milione di anni. L'alimentazione artificiale è una tecnica comparsa negli anni '60. Siamo consapevoli di che cosa può produrre la sottovalutazione di questo aspetto?".

Di fronte a queste argomentazioni è difficile continuare a sostenere che per Eluana si tratti di alimentazione e non di accanimento terapeutico.
Beppino Englaro, padre di Eluana, vive una tragedia inenarrabile: assistere alla morte più atroce (quella di chi ‘deve’, secondo natura, sopravviverci) dilatata e sospesa per diciassette anni. Della dignità, del coraggio e, persino, dell’eroismo di questo padre molto e magnificamente è stato scritto. Io, molto più umilmente, vorrei dire della testimonianza civile del cittadino Beppino Englaro.
Il nostro è il Paese nel quale il Presidente del Consiglio può candidamente affermare che se le tasse sono alte è giusto non pagarle, che se c'è disoccupazione conviene andare in cassa integrazione e trovarsi anche un lavoro in nero, che se si è precari bisogna sposare un milionario ecc. ecc. Il Paese delle scorciatoie, de "una mano lava l’altra" e via dicendo. Anche al signor Englaro una quindicina d’anni fa, quando s’era spenta – per la scienza – ogni possibilità di ritorno di Eluana alla vita, era stata offerta la pietosa scorciatoia: “la porti a casa…”. E invece Beppino ha scelto la via maestra delle leggi, delle regole e dei diritti sacrosanti della persona in uno Stato civile e democratico. Non so se avesse immaginato già allora quale calvario di dolore e oltraggio lo attendeva, però non si è tirato indietro. Ha sempre detto d’averlo fatto per sua figlia ed è certamente vero. Ma io dico che l’ha fatto ancora più per noi. Perché, comunque vada, nulla sarà più come prima.

Penso che di fronte a fatti e vicende che segnano così profondamente la storia di una comunità e di un Paese, un partito nato con le ambizioni del PD non possa rimanere silente o rifugiarsi nella libertà di coscienza. E questo non significa che chi nel PD non si riconoscerà nella posizione e nell'identità che ci saremo dati, non avrà spazio di espressione. Significa solo che chi guarda a noi saprà chi siamo, cosa e chi rappresentiamo e cosa intendiamo fare.
Il metodo giusto dovrebbe essere quello adottato in occasione della discussione sullo sbarramento alle europee e rilanciato l'altro ieri da Beppe Fioroni: "sulle questioni controverse si confrontino le posizioni interne e se non c'è una sintesi si voti, rompendo con gli unanimismi di facciata che poi vengono puntualmente smentiti". Stesso discorso si potrebbe fare sulla collocazione internazionale del Partito e su altro ancora.

martedì 27 gennaio 2009

E se ci diranno... noi ricorderemo

Oggi è il Giorno della memoria e lo ricordo comprando l'ultima edizione del Diario di Anna Frank, quella con le parti "censurate" e mai lette. Faccio fatica a pensare che sono solo 9 anni che esiste questa ricorrenza, istituita il 20 luglio 2000. La mente, infatti, è portata a pensare che sia una cosa che c'è da sempre, che dal Dopoguerra in poi non si sia potuto fare a meno di ricordare, in maniera solenne e ufficiale, la tragedia delle leggi razziali, delle deportazioni e dell'olocausto. Eppure non è così. Anzi, ancora oggi c'è chi vorrebbe una parificazione tra soldati alleati e partigiani e i repubblichini di Salò: cioè tra chi lottava e moriva per sconfiggere le dittature di chi preparava i treni piombati e chi invece quesi treni li riempiva di gente da passare per il camino. Segno, quest'ultimo, che questa giornata è indispensabile, un dovere.
Ma oggi è anche l'anniversario della morte di Luigi Tenco, che voglio ricordare proprio con una sua canzone contro il razzismo, lo sterminio, la guerra:


E se ci diranno
che per rifare il mondo
c'è un mucchio di gente
da mandare a fondo
noi che abbiamo troppe volte visto ammazzare
per poi sentire dire che era un errore
noi risponderemo noi risponderemo
no no no no

E se ci diranno
che nel mondo la gente
o la pensa in un modo
o non vale niente
noi che non abbiam finito ancora di contare
quelli che il fanatismo ha fatto eliminare
noi risponderemo
no no no no

E si ci diranno
che è un gran traditore
chi difende la gente
di un altro colore
noi che abbiamo visto gente con la pelle chiara
fare cose di cui ci dovremmo vergognare
noi risponderemo noi risponderemo
no no no no

E se ci diranno
che è un destino della terra
selezionare i migliori attraverso la guerra
noi che ormai sappiamo bene che i più forti
sono sempre stati i primi a finir morti
noi risponderemo, noi risponderemo
no no no no

Per ascoltare la canzone premi qui.

lunedì 19 gennaio 2009

Piero Litalianò

Chi ama la musica italiana, soprattutto quella dei cantautori, sa che gennaio è un mese triste. L'11 di questo mese è morto Fabrizio De André, il 19 Piero Ciampi e il 27 Luigi Tenco.
Di De André ho già scritto e tutti sanno tutto.
Di Tenco scriverò e molti sanno molto.
Di Ciampi scrivo ora, perché mi piace moltissimo, era un grande artista sregolato ed è morto semisconosciuto.
Posso dire di aver condiviso con lui l'aver fatto il CAR a Pesaro e aver frequentato alcune zone della città, seppure in tempi molto distanti e diversi.

Ciampi era uno di quegli artisti geniali, estrosi, diretti e spesso litigiosi: sono memorabili le serate passate a divertirsi con Carmelo Bene e poi finite a pugni. In questo mondo lui si "sentiva uno straniero", per dirla con Tenco e per questo aveva deciso di programmare la sua morte, da procurarsi con il vino, che beveva volentieri e a fiumi (Non Dio decido io, si intitola la canzone con la quale spiega di voler essere l'artefice della sua morte).

Sono molte le canzoni che vorrei citare o ascoltare oggi. Se devo selezionarne una, però, in questo luogo scelgo quella nella quale riflette sull'emigrazione. Lui, che era stato a suo modo emigrato a Parigi, dove tutti lo chiamavano "Piero Litalianò" (senza apostrofo e con l'accento finale).

La canzone è Lungo treno del Sud
Tinge un prato di nero
e nascondel'orizzonte
e le rocce del mare,
poi scompare
come il tempo nei sognie
tra i fiori m'abbandona quaggiù...

Lungo treno del Sud
che a mezzogiorno
passi accanto al mio campo
distruggendo il silenzio.

Lungo treno del Sud,
dove hai portato
quella dolce fanciulla
che tanto amai?

Ti prego
quando tu la vedrai
dille che l'aspetto quaggiù...
Lungo treno del Su
dal tuo passare
sento i fiori ed il mare
dire al mio cuore
"piangi chi mai più rivedrai"

Per ascoltare la canzone clicca qui.

giovedì 15 gennaio 2009

Italiani dispersi all'estero

Lunedì scorso, su GR Radio 24 (la radio del Sole 24 ore), è andato in onda un servizio su alcuni italiani dispersi in Venezuela, nel mar dei Caraibi.
Il servizio, seppur incentrato su un incidente, mi ha fatto pensare che in quella parte del mondo (Venezuela, Argentina, Cile) e non solo per incidenti aerei, sono in molti gli italiani spariti in passato in un tetro clima di mistero o finiti a riempire le carceri.
L'associazione forse l'ho fatta perché conosco la sensibilità della giornalista in questione sia per quella parte del mondo, che per certi eventi tristi della storia, sui quali ha scritto interessanti articoli e libri.

Allora ecco il servizio di Daniela Binello.
Per sentirlo clicca qui.

domenica 11 gennaio 2009

La realtà attraverso De André: mafia, facebook e disamistade

La notte del 27 aprile 1937 moriva Antonio Gramsci. La notte del 2 novembre 1975 Pasolini. La mattina dopo molti capirono subito che da quel momento sarebbero stati più soli nello sforzo di capire il mondo.
Credo che il senso di abbandono, la disperazione che certe perdite lasciano siano il prezzo inevitabile (e giusto) per aver goduto dell'irripetibile privilegio della contemporaneità con le menti più lucide e geniali.
Credo anche che ogni generazione, in ogni tempo, non possa che augurare a se stessa l'esperienza, anche breve, di quel privilegio.
Spero che l'accostamento non offenda nessuno, ma per me – non voglio scomodare la mia generazione - quell'esperienza è stata legata alla figura di Fabrizio De André. Un artista, un autodidatta, un intellettuale in crisi, un cantautore sempre originale e mai scontato, uno di quelli che la realtà la sapeva scrutare da diverse posizioni e poi spiegarla in maniera alta, ma semplice, sempre dal punto di vista dei più deboli, dei diseredati e degli ultimi tra gli ultimi, dei discriminati tra i discriminati.

Tante volte la mia adolescenza (come quella di oguno), è stata investita da qualcosa di grande (o almeno tale pareva a me), di complicato, di inafferrabile. E spesso De André mi illuminava, diventando una vera e propria chiave di lettura. Non voglio dire sempre giusta e sempre corretta. Ma sicuramente utile a leggere ciò che accadeva.
Nei giorni del tragico inneggiare ai capi della mafia su internet ho ripensato allo scalpore che fecero alcune dichiarazioni di De André sulla mafia che 'dava lavoro'. Una provocazione estrema, ma con lo sguardo sempre rivolto agli ultimi. Quelli a cui lo Stato e la politica non sapevano dare risposte e chance.
Mi manca Fabrizio De André come può mancare una persona cara e, a distanza di dieci anni, vorrei ringraziarlo di tutto. Anche della nostalgia che oncora oggi sento per quella straordinaria gentilezza che, anche nell'ultimo dolore, non gli consentì di respingere un ragazzotto un po' impacciato alle prese con la sua tesi di laurea.

E a proposito di mafia, "cultura di mafia" e anime segnate dalla mafia, voglio ricordare una canzone di De André tratta dal suo ultimo album, Anime salve appunto. La canzone è Disamistade (disamicizia, faida):

Che ci fanno queste anime davanti alla chiesa
questa gente divisa
questa storia sospesa
a misura di braccio a distanza di offesa
che alla pace si pensa
che la pace si sfiora
due famiglie disarmate di sangue
si schierano a resa

e per tutti il dolore degli altri
è dolore a metà

Si accontenta di cause leggere
la guerra del cuore
il lamento di un cane abbattuto
da un'ombra di passo
si soddisfa di brevi agonie
sulla strada di casa
uno scoppio di sangue
un'assenza apparecchiata per cena
e a ogni sparo all'intorno
si domanda fortuna


Che ci fanno queste figlie a ricamare a cucire
queste macchie di lutto rinunciate all'amore
fra di loro si nasconde una speranza smarrita
che il nemico la vuole
che la vuol restituita
e una fretta di mani sorprese
a toccare le mani
che dev'esserci un modo di vivere senza dolore
una corsa degli occhi negli occhi
a scoprire che invece
è soltanto un riposo del vento
un odiare a metà
e alla parte che manca si dedica l'autorità


Che la disamistade si oppone alla nostra sventura
questa corsa del tempo
a sparigliare destini e fortuna

Che ci fanno queste anime davanti alla chiesa
questa gente divisa
questa storia sospesa

Per ascoltare la canzone clicca qui

lunedì 5 gennaio 2009

Caselli, ovvero del Senatore 'aparecido'

Consiglio a tutti la lettura del bell’articolo che Maurizio Chierici dedica a Esteban Caselli su l’Unità di oggi (pag. 27). Una ricostruzione ironica e pungente delle gesta di certi cinici furbi capaci di calarsi con disinvoltura e spregiudicatezza nei ruoli più diversi. Capita così che, per carpire la buona fede di tanti, sotto le stesse generalità si facciano convivere il collaboratore di regimi ignobili e il devoto cristiano paladino dei valori tradizionali, il fervente patriota votato al bene comune e l’affarista intento esclusivamente alla cura dei propri interessi economici.

Per chi non lo conoscesse (perché per la gran massa degli italiani del Sud America Caselli è un ‘aparecido’ dal nulla), può essere utile ricordare che è stato eletto, nel 2008, Senatore della Repubblica italiana per il PDL. Sull’onda di questo successo oggi si candida alla presidenza della Repubblica Argentina (sic!). Non può ragionevolmente sperare in una vittoria, ma la kermesse gli tornerà utile per acquisire spazio e notorietà sui media argentini. Insomma una ininterrotta campagna elettorale per allargare e rafforzare la rete di affari e clientele che lo traguarderà direttamente alle politiche del 2013 in Italia. Un modus operandi spregiudicato (a voler essere signori) che pagheranno l’Italia e gli italiani all’estero in termini di immagine e credibilità.

C’è davvero poco da aggiungere alla circostanziata ricostruzione di Chierici, ma per chi ha la pazienza di frequentare questo blog, voglio ricordare brevemente la mia esperienza diretta.

In occasione della campagna elettorale per le politiche del 2008 ho seguito, insieme ai ‘capitani di lungo corso’ Luciano Gesuelli e Gianni Pappalardo, le candidature del Partito Democratico nella Circoscrizione estero dalla presentazione di liste e simboli al reclutamento dei rappresentanti di lista; dallo scrutinio a Roma (a Castelnuovo di Porto) alla verifica e controllo delle schede contestate in Corte d’Appello. È stata un’esperienza politicamente preziosa e, per certi versi, illuminante.

La notte dello scrutinio, poi, mi arrivarono decine di segnalazioni da parte dei rappresentanti di lista del PD su migliaia di schede ‘sospette’ in quanto di colore diverso dall’originale e palesemente votate dalla stessa mano in favore proprio di Esteban Caselli. Erano così tante che i (pochi) rappresentanti di lista del PD non riuscivano a contestarle tutte presso i seggi. Le molte, moltissime contestate sono state poi verificate – come previsto dalla legge – dalla Corte d’Appello di Roma alla presenza mia e dei rappresentanti della Sinistra Arcobaleno, dell’IDV, del MAIE di Riccardo Merlo e dello stesso PDL.

E’ difficile dimenticare l’espressione prima esterrefatta, poi decisamente imbarazzata, del rappresentante del Popolo delle Libertà quando gli chiedevo come fosse possibile un così alto numero di schede per Caselli votate con medesima penna e identica grafia. In risposta ebbi spallucce.
Ma quello che è più significativo è che,né lui né altri di quella parte politica osarono contestare l’annullamento in massa delle schede predisposto dai giudici. Se non ricordo male, poi, il rappresentante del PDL, probabilmente per sottrarsi all’ingrato compito di difendere l’indifendibile, si dileguò ben prima della fine delle operazioni di verifica.

Ecco dunque, nella mia esperienza, quali sono i mezzi di cui Caselli ama servirsi per raggiungere i propri obiettivi.

Dopo la dittatura militare, i desaparecidos, la terribile crisi economica dei primi anni del 2000, l’orgogliosa rinascita democratica e, seppur tra le difficoltà, economica, alle quali hanno dato il loro contributo l’Italia, molti italoargentini e italiani in Argentina, un candidato come Esteban Caselli suona come una tragica beffa per quel meraviglioso Paese fratello che è l’Argentina.

E, se dobbiamo dirla tutta, nemmeno il nostro Senato merita tanto.

giovedì 27 novembre 2008

Perego e tassista filologo a Rio de Janeiro

Appena atterrato a Rio, mentre faccio la fila per il controllo passaporti con la mia mazzetta di giornali italiani di ieri in mano, mi avvicina e comincia a chiacchierare un piccolo imprenditore del Nord Italia incuriosito da tutti quegli inutili orpelli. Mi spiega subito chi è: un imprenditore che costruisce capannoni. Avete presente il Perego di Antonio Albanese? Stessa cultura, mentalità e accento. E' a Rio, però, perché deve vendere un paio di appartamenti sul mare a Copacabana. Li vende perché ha trasferito la residenza da Rio alla Costa azzurra, in Francia, vicino a quella della moglie a Montecarlo. Non perché vivano là entrambi, ma perché "in Italia si pagano troppe tasse e hai sempre la finanza a controllare". Naturalmente ha "votato Berlusconi, i rossi siete dei serpenti".

In viaggio verso l'hotel a bordo di una Fiat Idea, invece, trovo un simpaticissimo tassista "filologo" che, poiché non parla italiano, per venirmi incontro fa un misto di portoghese, spagnolo e lingua guaranì. Mi spiega le differenze degli oltre 160 dialetti di non so quale zona e mi ripete la stessa frase in decine di versioni diverse. Poi mi dice che a Rio c'è stato Bertinotti, "un grande" (e lo dice stringendo il pugno alla maniera di Gaber in "Qualcuno era comunista..."), che D'Alema è un grande amico di Lula e, soprattutto, che Lula è un ottimo presidente e che sta facendo molto per il suo Paese. Intanto mi mostra come le favelas che stiamo costeggiando siano dotate di luce elettrica, telefono e internet, acqua corrente e sistema fognante.

Ho capito che in qualche parte del mondo esisono anche tassisti di Sinistra. Bisogna farlo sapere a Bersani che si rincuora...

Tra un'ora, invece, riunione con i dirigenti della Fondazione Astrojildo Pereira.

martedì 25 novembre 2008

La mia America

Da domani sarò in America Latina. Questa l'agenda pubblica degli incontri come da comunicato del Partito.

PD: DA MERCOLEDI’ 26 MARINO IN AMERICA LATINA PER INCONTRI DI PARTITO E CON LA COMUNITA’
Inizia mercoledì 26 novembre il viaggio in America Latina di Eugenio Marino, del Coordinamento nazionale del PD per gli italiani nel mondo, e toccherà le città di Rio de Janeiro e San Paolo in Brasile, Buenos Aires e Rosario in Argentina e Montevideo in Uruguay. Marino parteciperà ad alcune manifestazioni pubbliche con la comunità e il mondo associativo, che si terranno venerdì 28 e sabato 29 novembre rispettivamente a San Paolo e Buenos Aires e nelle quali si parlerà anche dei tagli alle politiche del Governo verso gli italiani nel mondo. Sarà l’occasione anche per partecipare ai lavori di costruzione del Partito Democratico in Brasile, Argentina e Uruguay e per prevedere il lancio di un percorso comune aperto, condiviso e partecipato che dovrà portare, già nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, alla strutturazione definitiva del Partito in America Latina sulla base di una serie di iniziative politiche.

Il 27 novembre Marino sarà a Rio de Janeiro, dove incontrerà anche i responsabili della Fondazione Astrojildo Pereira, con i quali sta lavorando a un progetto editoriale sul nuovo riformismo in collaborazione con la Fondazione Gramsci. Il 28 sarà a San Paolo, dove insieme all’onorevole Porta parteciperà a una iniziativa pubblica sui tagli del Governo verso le politiche per gli italiani all’estero e a un incontro del PD Brasile. Per l’occasione saranno presenti a San Paolo delegati del PD delle diverse ripartizioni territoriali.Il 29 il dirigente del PD volerà a Buenos Aires, sempre per una iniziativa pubblica e per un incontro del PD a carattere nazionale. Anche in questa occasione saranno presenti a Buenos Aires esponenti del Partito di tutta l’Argentina.Il 30 novembre sarà la volta di Montevideo, per un incontro con il locale circolo del Partito Democratico e per alcuni incontri politici bilaterali con dirigenti provenienti da altri paesi del Sud America.L’ultima tappa del viaggio sarà a Rosario, il 2 dicembre, dove si terrà una iniziativa pubblica del locale circolo PD e dove Marino incontrerà, insieme ai responsabili locali, alcune autorità politiche e istituzionali argentine.Marino terrà anche alcuni incontri con le autorità diplomatiche, con rappresentanti di Comites e CGIE e con varie associazioni italiane che operano in America Latina.

mercoledì 5 novembre 2008

Dal Robin Hood nostrano a quello americano

Obama ha vinto e l'America cambia. Così come cambiano molte cose per il mondo, la politica e le relazioni internazionali.
Commentatori molto più autorevoli del sottoscritto hanno già detto tutto sulle elezioni americane e sulla figura e di Obama. Io, però, voglio dire, molto modestamente, la mia.
Ho già sentito stamattina alcuni autorevoli commentatori italiani, naturalmente conservatori, dire che adesso Obama deve stare attento a non deluderli sulle politiche di Difesa, forze armate e Iraq, cercando di non cambiare linea politica su queste questioni.
Ecco, io penso esattamente il contrario.
Penso che Obama non è loro che non deve deludere, ma chi rappresenta il suo elettorato naturale di riferimento, i poveri e gli afroamericani, soprattutto quelli che non si recavano mai a votare perché non si sentivano rappresentati da nessuno e che erano spesso abbandonati dal Governo americano.

Insomma, Obama deve mantenere le sue promesse verso questa gente e deve costruire una società nella quale l'istruzione e la sanità pubblica siano garantite a accettabili per chiunque.
Deve far uscire dall'emarginazione una fetta larghissima della società americana.
Deve aumentare le tasse ai ricchi e redistribuire la ricchezza e i diritti ai poveri.
Insomma, al contrario dei Robin Hood nostrani (leggi Giulio Tremonti che toglie l'ICI ai ricchi - Tronchetti Provera, Montezemolo, Briatore, Berlusconi ecc. - per farla pagare agli italiani all'estero spesso emigrati proprio per sfuggire alla povertà) deve essere colui che davvero toglie ai ricchi per dare ai poveri.

Insomma, Obama deve necessariamente deludere alcuni strati sociali ricchi della società americana e confermare le aspettative delle classi sociali povere o a rischio povertà. Solo così manterrà la speranza e la promessa di cambiare l'America.

giovedì 30 ottobre 2008

Decido io: petizione per il mantenimento delle preferenze

Ti prego di utilizzare solo due minuti del tuo tempo per leggere e firmare questa petizione dell'onorevole Gianni Pittella:
la ritengo una delle battaglie più importanti per la democrazia e la possibilità di scegliere i nostri rappresentanti in Parlamento.
Attenendo fiducioso la tua firma e spero che ti adopererai per procurarne e inviarmene altre.
Grazie

Care amiche, cari amici,
considerato che la proposta di riforma della Legge elettorale per le Europee è all’esame dell’Aula della Camera e si registra la chiusura della maggioranza a ogni proposta sostanziale di modifica, ho pensato di intensificare l’iniziativa politica contro il nuovo "porcellum" rilanciando la campagna di mobilitazione "Decido Io". L'iniziativa vede il coinvolgimento di tanti che in modo trasversale ai partiti, vogliono opporsi a questa nuova scellerata proposta.
La testardia con cui l'attuale maggioranza sta difendendo le liste bloccate e lo sbarramento al 5 per cento (assolutamente spropositato rispetto al ruolo del Parlamento Europeo), la chiusura alle proposte di prevedere per legge le primarie e una norma di garanzia per le pari opportunità di genere, sono il segno di un'idea di democrazia plebiscitaria inaccettabile.

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha espresso parole forti e chiare rispetto alla necessità di ricercare sulla legge un ampio consenso in Parlamento
, e ha ricordato come nel recente passato siano emerse preoccupazioni condivise circa l'esigenza di salvaguardare il pluralismo politico e di garantire un’effettiva possibilità di intervento degli elettori nella scelta dei loro rappresentanti.
Togliere al cittadino il diritto di scegliere allontana dalla politica, e trasforma la democrazia in un mondo di cooptati. Per questo è necessaria una più ampia mobilitazione perché dal Paese giunga un deciso "NO" alla estensione della "legge porcellum" anche alle prossime elezioni per il Parlamento Europeo.
Propongo a tutti agli amici del gruppo "Primarie vere, primarie sempre" di sostenere questa iniziativa e a mettere in campo un'azione comune.

I punti della campagna di mobilitazione, potrebbero essere:
1. pieno appoggio alla raccolta di firme dell’UDC e del PSI;
2. stampa e diffusione del volantino pubblicato sul sito del gruppo "Decido io" e invio email ai deputati e senatori del centrodestra;
3. richiesta ai Sindaci, Presidenti di provincia e di Regioni di indire un dibattito nella propria assemblea e approvare un odg contro il porcellum europeo da inviare alle massime cariche istituzionali;4. organizzazione sin da ora di banchetti e manifestazioni in tutta Italia per la difesa della "democrazia degli eletti”;
5. sostegno della campagna “primarie vere, primarie sempre”.

Vi chiedo di aderire alla Campagna con la vostra firma e di dare la Vostra disponibilità ad organizzare nei Vostri territori le iniziative previste.

Gianni Pittella

martedì 28 ottobre 2008

Dalla protesta alla proposta

Quella di sabato al Circo massimo è stata una grande manifestazione: bella, pacifica, serena, democratica e propositiva. È stata anche il segnale di un partito che c’è, che è forte, che ha capacità di unirsi e mobilitare iscritti e non, oltre i propri confini.
Una manifestazione imponente che ha denunciato le molte cose che non vanno di questo Governo, a cominciare dai tagli spropositati e non giustificabili in molti settori della spesa pubblica italiana: tagli che non risolvono i problemi degli sprechi né creano le condizioni per l’ammodernamento dell’Italia, ma che fanno venir meno anche le condizioni minime indispensabili per il semplice funzionamento del Paese. A titolo di esempio vorrei parlare di ciò che conosco meglio: i tagli irrazionali abbattutisi sulle politiche per gli italiani all’estero. Circa 50 milioni sui già non sufficienti 82 complessivi investiti dai precedenti governi.
Anche per questo motivo sabato eravamo al Circo Massimo con una nutrita rappresentanza di cittadini italiani residenti all’estero, arrivati soprattutto dalla Germania. Eravamo là per ribadire che la scure di questa Finanziaria finirà per cancellare definitivamente il rapporto tra l’Italia e le sue comunità nel mondo.

C’erano donne e uomini, giovani, meno giovani e giovanissimi. Persone che sentono oggi più precario il proprio futuro, che hanno sfilato con la voglia di garantire anche a figli e nipoti la possibilità di studiare la lingua e la cultura italiane e di avere assistenza sanitaria se dovessero trovarsi in condizioni di indigenza, come già oggi avviene soprattutto in America Latina.
Manifestavamo non solo per dire dei “no”: ai tagli, alla chiusura dei corsi di lingua e cultura, all’eliminazione dell’assistenza sanitaria e al rinvio delle elezioni di Comites e CGIE. Manifestavamo anche per dire dei “si”: alla doppia cittadinanza, alla società multiculturale e all’accoglienza agli immigrati (come il ragazzo di Secondigliano che ha parlato dal palco, ricordandoci che anche noi abbiamo vissuto l’emarginazione e la discriminazione).
Quella manifestazione, dunque, ha rappresentato un momento collettivo in cui si è chiesta al Governo una sterzata generale sul futuro dell’Italia. E in questa sterzata generale devono rientrare anche le politiche per gli italiani all’estero, come ha giustamente ricordato Veltroni dal palco.

Per questo, però, ora occorre far sentire forte, anche lontano da Roma, la voce di tutta la comunità italiana nel mondo. Come?
La scorsa settimana il Segretario Generale del CGIE, Elio Carozza, ha inviato una lettera agli stessi consiglieri del CGIE, ai presidenti e consiglieri dei Comites, agli enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana, per denunciare l’enormità dei tagli previsti verso le nostre comunità e il fatto che essi finirebbero per cancellarle, per chiedere al Governo di rivederli e per sollecitare una grande mobilitazione a supporto di queste richieste universalmente condivise.
Sono d’accordo con coloro che, nella maggioranza come nell’opposizione, ritengono che oggi vadano sospese le appartenenze politiche e supportata l’iniziativa del Segretario Carozza, alla quale già in molti hanno risposto positivamente, da entrambi gli schieramenti. Credo sia utile, dunque, mobilitarsi, scendere in piazza anche all’estero per manifestare e chiedere al Governo di rivedere l’entità e la distribuzione dei tagli per gli italiani all’estero. Questo non significa che come italiani nel mondo vogliamo esimerci dal partecipare ai sacrifici per il risanamento del Paese, se di questo si tratta, ma non al prezzo di venir cancellati o messi in ginocchio. Sarebbe difficile, così ridotti, aiutare qualcuno.

Allora muoviamoci insieme, a partire dalle rappresentanze istituzionali: Comites, CGIE, eletti, ma anche rappresentanti di partito e del mondo sindacale e associativo, per concordare e coordinare manifestazioni e azioni di protesta forti, pacifiche, autorevoli. Finalizzate a far giungere al Governo e ai suoi rappresentanti la voce delle comunità. Spetterà poi ai partiti politici e agli eletti dall’estero nel Parlamento nazionale trasformare la protesta popolare e democratica delle piazze in autorevole e istituzionale proposta di Governo.

lunedì 20 ottobre 2008

Stai con Saviano o con la camorra?

Si parla troppo spesso delle varie emergenze nel nostro Bel Paese. L'emergenza criminalità a Roma nella passata campagna elettorale per le amministrative o la sempre verde emergenza giustizia, sollevata dalle vicende processuali di "imputati illustri". Da quanto, invece, non si parla di emergenza mafia (o mafie), che mi pare, invece, la vera emergenza d'Italia? Forse perché è un'emergenza orami da così tanto tempo che ci siamo così assuefatti al tema da considerarla una normalità.
Sono convinto che mafia, ndrgangheta e camorra rappresentino un cancro per il nostro Paese, le sue istituzioni, la sua democrazia e la sua economia.
E' per questo, quindi, che ho aderito subito all'appello lanciato da sei premi Nobel (Fo, Gorbaciov, Grass, Montalcini, Pamuk, Tutu) in difesa di Roberto Saviano e per una mobilitazione forte ed efficace dello Stato.
Lo riporto di seguito e vi invito a firmarlo al link che troverete a fine pagina.

"Roberto Saviano è minacciato di morte dalla camorra, per aver denunciato le sue azioni criminali in un libro - "Gomorra" - tradotto e letto in tutto il mondo. E' minacciata la sua libertà, la sua autonomia di scrittore, la possibilità di incontrare la sua famiglia, di avere una vita sociale, di prendere parte alla vita pubblica, di muoversi nel suo Paese. Un giovane scrittore, colpevole di aver indagato il crimine organizzato svelando le sue tecniche e la sua struttura, è costretto a una vita clandestina, nascosta, mentre i capi della camorra dal carcere continuano a inviare messaggi di morte, intimandogli di non scrivere sul suo giornale, "Repubblica", e di tacere. Lo Stato deve fare ogni sforzo per proteggerlo e per sconfiggere la camorra. Ma il caso Saviano non è soltanto un problema di polizia. E' un problema di democrazia. La libertà nella sicurezza di Saviano riguarda noi tutti, come cittadini. Con questa firma vogliamo farcene carico, impegnando noi stessi mentre chiamiamo lo Stato alla sua responsabilità, perché è intollerabile che tutto questo possa accadere in Europa e nel 2008.
Dario Fo
Mikhail Gorbaciov
Gunther Grass
Rita Levi Montalcini
Orhan Pamuk
Desmond Tutu
".

Per firmare l'appello clicca qui.
P.S. Voglio dedicare anche un breve pensiero a Vittorio Foa, la cui morte rappresenta per la Sinistra italiana la perdita di un importante punto di riferimento in un momento decisivo in cui c'è bisogno proprio di ridiscutere il ruolo storico che essa ha avuto nel Novecento e che dovrà avere nel nostro secolo.

martedì 7 ottobre 2008

Rubinetto che cola una goccia

Che il futuro per gli italiani nel mondo non fosse roseo si sospettava dai primissimi passi del Governo Berlusconi quando, subito dopo il voto, svanivano le chimeriche promesse elettorali. Tutti ricorderanno la letterina da ‘svolgimento corretto al tema’ dell’allora candidato Berlusconi, con la quale si prometteva tra l’altro il ripristino del Ministero degli Italiani nel mondo: a risultato elettorale acquisito la lettera divenne carta straccia e non solo non si nominò un Ministro, ma nemmeno un Vice ministro e nemmeno un Sottosegretario con delega unica, bensì un Sottosegretario che, tra le mille cose da fare, a tempo perso si sarebbe occupato anche di italiani “del” mondo, come ama definirli.
Questo è solo uno dei segnali di quanto gli italiani all’estero non interessassero a questo esecutivo e a questa maggioranza.
La premiata ditta Berlusconi-Tremonti ha sempre saccheggiato le risorse destinate agli italiani all’estero, al contrario di quanto hanno fatto i Governi del centrosinistra.
Un po’ di storia tanto per capirci.

Nel 1996 fu il Governo Prodi, con l’allora sottosegretario agli esteri Piero Fassino, ad avviare il processo che portò nel 1998 alla modifica costituzionale e all’introduzione della Circoscrizione estero e dei 18 parlamentari residenti ed eletti all’estero.
Fu successivamente il Governo D’Alema a volere il raddoppio del finanziamento governativo alla stampa italiana all’estero (giudicato ancora insufficiente, ma che dava il segnale di una volontà di potenziamento). Eppure non c’erano parlamentari decisivi per le sorti dell’allora maggioranza, ma solo una volontà di valorizzazione di questa risorsa, percepita appunto come tale.
Venne poi il Governo Berlusconi che introduceva il Ministero per gli Italiani nel Mondo, guidato da Mirko Tremaglia.
Come messaggio di benvenuto, nella sua prima Finanziaria, il Governo Berlusconi e l’allora superministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti, con il voto favorevole del Ministro Tremaglia, tagliarono più di 31 milioni di euro per gli italiani all’estero nel bilancio di competenza e più di 43 in quello di cassa. Naturalmente i tagli erano spalmati, in maniera proporzionale e uniforme, su tutti i capitoli di spesa per gli italiani all’estero, nessuno escluso.
L’anno successivo, la Finanziaria stanziò circa 40 milioni di euro, che però non furono nemmeno sufficienti a coprire i tagli dell’anno precedente.

Nella Finanziaria 2003, poi, si ritornò ai tagli: più di 36 milioni per gli italiani all’estero e le politiche migratorie, con particolare accanimento sull’assistenza, per la quale i finanziamenti vennero quasi dimezzati, passando dai 23 milioni per il 2003 ai 13 per il 2004.
Nel 2006, invece, arrivano i parlamentari eletti all’estero e il Governo Prodi.
Si passò da un ministero palesemente inefficace, come dimostrano i tagli testé riportati, a un Vice ministro.
Nella prima Finanziaria della nuova maggioranza, quella per il 2007, definita da tutti gli osservatori di “lacrime e sangue” per l’operazione generale di risanamento che prevedeva, per gli italiani all’estero vennero tagliati solo 16 milioni.
A fronte di questi tagli, però, la stessa Finanziaria prevedeva un investimento di 14 milioni e risorse aggiuntive per 4 milioni. A conti fatti, dunque, in una Finanziaria che tagliava in tutti i ministeri e in tutti i settori, per gli italiani all’estero si prevedevano due milioni in più di investimenti rispetto all’anno precedente. Pochi, certo, ma segnale chiaro di impegno futuro e di inversione di tendenza.

Nella Finanziaria dell’anno successivo, quella per il 2008 (ultima del Governo Prodi), erano inizialmente previsti per gli italiani all’estero tagli per 5 milioni, corretti da un emendamento del Governo che aggiungeva 14 milioni per la Conferenza dei giovani, il Museo dell’emigrazione e l’assistenza diretta.
Arrivarono poi altri 18 milioni con un emendamento dei senatori de L’Unione eletti all’estero che recuperavano, precisamente, 12.500.000 euro per assistenza diretta e 5.500.000 euro per i corsi di lingua e cultura. Un totale, dunque, di 32 milioni di euro di investimenti che, a fronte dei 5 milioni di tagli, presentava un saldo attivo di 27 milioni di euro in più rispetto all’anno precedente.
Quindi, in due anni e due finanziarie, il Governo Prodi ha destinato 27 milioni di euro in più agli italiani all’estero, lasciando gli investimenti per i nostri connazionali a 82 milioni di euro. Il tutto coerentemente con quanto fatto nei passati governi di centrosinistra e a dimostrazione di un impegno costante in favore della valorizzazione delle nostre comunità nel mondo, seppure compatibile con le esigenze di bilancio.

Oggi, come denunciato dal Comitato di Presidenza del CGIE, con la prima Finanziaria del Berlusconi IV, si precipita di nuovo a 32 milioni di investimenti totali.
Se è vero che dalla storia si possono trarre insegnamenti per il futuro, tanto vale non farsi illusioni, né sorprendersi per quanto sta accadendo. Questo Governo, questo capo dell’Esecutivo, questo Ministro per l’economia e finanze, non hanno mai avuto, né avranno mai interesse a capire, sostenere e valorizzare le nostre comunità all’estero. Dicessero chiaramente ciò che ormai è sotto gli occhi di tutti: per loro gli italiani all’estero non sono una risorsa per il Paese, ma tutt’al più, quando va bene serbatoi di retorica patriottarda e nazionalismo d’antan. Quando va meno bene, magari perché da quelle comunità si levano rivendicazioni legittime e richieste esigenti di attenzione, un fastidio. Per dirla con il Gianmaria Testa che parla di immigrazione, “un rubinetto che cola una goccia”.
Per questo, penso che difficilmente gli auspici espressi in una lettera dal Segretario generale del CGIE, Elio Carozza, al Ministro Frattini, si realizzeranno. A meno di un impegno personale serio, come spesso sa esserlo, determinato ed efficace del Capo della Farnesina in persona.

venerdì 26 settembre 2008

Trasformare rumori in tifo

Oggi è uscito sul quotidiano statunitense America oggi questo mio articolo. Buona lettura.

Nelle ultime settimane si è alzato un po’ il volume a Saxa Rubra. Da parte mia, che ho seguito da diverse postazioni, politiche e istituzionali, la vita di Rai International – oggi Rai Italia – vorrei dare conto di quello che ho visto nel comparto dell’azienda televisiva dello Stato a cui sono più affezionato.
Dico subito che il quadro non mi pare lusinghiero. Come l’ultimo atto dell’attuale direzione mi conferma, con la redazione che ha prima respinto a grande maggioranza l’ultimo piano di riorganizzazione e poi votato la sfiducia al suo direttore. Non voglio, né debbo, entrare nel merito del contenzioso fra redazione e direttore.
Devo però, mio malgrado, constatare che a poco più di 18 mesi dal suo insediamento, l’attuale direzione rischia di ritrovarsi in una situazione di stallo simile a quelle precedenti, nonostante al suo arrivo, Badaloni, avesse trovato una redazione compatta e motivata dalla prospettiva di lavorare con un bravo e affermato professionista quale lui è. Un entusiasmo che era cresciuto con la firma di una nuova e avanzata Convenzione tra Rai e Presidenza del Consiglio, che prevedeva l’introduzione di discreti strumenti di verifica e controllo, come il Comitato di controllo su Rai International che, se riuscisse a risolvere i conflitti di competenze (a mio avviso non dovrebbe far parte di una commissione di controllo anche il controllato), potrebbe essere un utile banco di verifica dei risultati e uno stimolo alla direzione e redazione tutta.

Nell’applicazione del dettato della Convenzione si erano visti, in una prima fase, piccoli passi in avanti che avevano fatto ben sperare per il futuro: una maggiore pluralità dell’informazione, con la messa in onda all’estero di diversi programmi di approfondimento giornalistico insieme a programmi di buon successo quali “Parla con me” e “Che tempo che fa”.
Come pure è stata senz’altro una scelta felice quella di diversificare i palinsesti: uno per le Americhe, uno per l’Africa e l’Asia e uno per l’Europa e l’Italia, seppure vi sia ancora molto da lavorare nella direzione di altri sdoppiamenti di questi stessi palinsesti. Persino la qualità del segnale era migliorata.
Questi risultati sono stati apprezzati anche dagli italiani all’estero, che vi hanno riscontrato i piccoli germi di un cambiamento di rotta e una speranza per il futuro di Rai Italia. Un sentimento registrato nell’annuale rapporto del MAE che riportava i timidi segnali di un leggero apprezzamento che alimentava crescenti aspettative.
Invece là ci si è fermati, riaprendo la strada a un nuovo e diffuso disagio tra gli utenti all’estero (italiani e non) e nella redazione. Per questo oggi, alla vigilia di una quasi certa invasione politica da parte della maggioranza di Governo, è necessario capire le ragioni più profonde di questo disagio, che costringe il canale internazionale del servizio pubblico in un continuo stato di sofferenza. Lo dobbiamo fare per non buttare via il bambino insieme all’acqua sporca, consentendo ai limiti del passato di travolgere la mission di Rai Italia.

Ormai, la crisi dell’Alitalia ce lo conferma, la grande competizione globale fra i brand territoriali, si gioca proprio sul terreno della capacità di proporre e sviluppare un’immagine, un’idea del sistema paese. Rai Italia deve essere uno strumento vitale di questa strategia, come impone la Convenzione. Ne ha tutte le premesse e le potenzialità. Invece, proprio su questo snodo decisivo si è avvitata la crisi dell’ultima gestione del canale, che ha portato alla sfiducia di martedì scorso. Forse può essere utile ricordare alcuni dati sintomatici di uno stallo e di una distanza perniciosa dalle indicazioni dettate dalla Convenzione:

- news: dal gennaio 2007 al gennaio 2008 il palinsesto di Rai Italia si è ridotto passando dall’11,5% al 6,75%. Si è dimezzata l’offerta di informazioni per la comunità italiana all’estero, sostituita con commenti e approfondimenti generalisti che non hanno rafforzato l’appeal del canale verso il suo attuale target di riferimento, né gli hanno consentito di conquistarne uno nuovo.
- Comunicazione sociale e lavoro: anche qui si registra un dimezzamento dell’offerta: dal 6% del gennaio 2007 al 3% del gennaio 2008.
- Turismo e qualità del territorio: questo è un punto strategico, passato però dal 2,3% del palinsesto complessivo all’1,4% di oggi.
- Intrattenimento e cinema: mentre sono notevolmente aumentate le repliche, come abbiamo constatato nell’ultimo trimestre, vediamo che persino lo sport è calato del 5% e l’offerta per minori, nevralgica per rinnovare la nostra platea di riferimento e rafforzare il legame con le nuove generazioni di italiani nati all’estero, è passata dal già insufficiente 3,85% a uno striminzito 1,85%.

Il dato preoccupante è che nei mesi successivi al gennaio 2008 (per i quali, tuttavia, non sono disponibili dati di dettaglio) i trend non sono affatto migliorati, anzi sembrano peggiorare. Abbiamo infatti visto scomparire in queste settimane trasmissioni che interpretavano al meglio la mission di marketing territoriale, come “ItaliaCampus” e, soprattutto, programmi che segnavano un’innovazione sia nel linguaggio che nella capacità di rappresentare il sistema paese, come “ItaliaCult”, il magazine che segnava un originale modello produttivo, con il coinvolgimento diretto degli Istituti di cultura italiana all’estero e della stessa Farnesina, dalla quale si trasmetteva e che, insieme agli istituti stessi, aveva manifestato apprezzamento per il lavoro fatto, come ho avuto modo di constatare direttamente nel mio ruolo di rappresentante del MAE nel Comitato di controllo su Rai International.
Ma siccome l’obiettivo più importante è quello di guardare al futuro, riconoscendo e prendendo atto dei limiti che hanno segnato il percorso fin qui svolto, vorrei provare a individuare almeno un punto di partenza condiviso da cui muovere, ciascuno nel proprio ruolo.

Rai Italia deve essere competitiva con la nuova realtà della comunicazione internazionale. Deve saper raggiungere i diversi target: quello dell’emigrazione tradizionale con quello delle nuove migrazioni italiane e degli stranieri a vario titolo interessati all’Italia e alla sua cultura. Essere capace di intrecciare contenitori e contenuti: adottando linguaggi innovativi, mutuati dalle nuove soluzioni multimediali, per dare il senso della realtà del sistema Italia.
Nessuno – e sottolineo nessuno – può pensare di tornare al passato, realizzando un prodotto consolatorio e nostalgico. Le competenze e le potenzialità innovative sono già nella redazione: occorre saperle gestire e valorizzare al massimo. Solo così delusione degli utenti, insieme a scricchiolii, malumori e rumore di queste settimane, potranno diventare utile tifo e incoraggiamento per Rai Italia.