lunedì 30 giugno 2008

Tunisi: il mio intervento alla Settimana del dialogo interculturale

Sono tornato dalla Tunisia, dove ho partecipato, insieme ai Parlamentari Marco Fedi e Nino Randazzo, alla "Settimana del dialogo interculturale" organizzata dallo storico Corriere di Tunisi, della famiglia Finzi.
E' stata anche l'occasione per rivedere Manuelita Scigliano, una brillante ragazza del mio paese.
Manuelita, che nei giorni scorsi ha presieduto uno dei dibattiti in programma e che vive e lavora nella città nordafricana, è riuscita a trovare anche il tempo di farmi godere un po' di Tunisi: venerdì notte mi ha portato, insieme ad altri amici e amiche, in un bellissimo e panoramico locale sul mare nel quale, nella quiete della notte tunisina, tra una chiacchierata e l'altra, seduti su bellissimi tappeti mediorentali, abbiamo bevuto l'ottimo thè ai pinoli e menta e fumato in compagnia il narghilè. Il mondo mi è sembrato, come non mi succedeva da parecchio tempo, a misura d'uomo, lento, tranquillo e civile. Peccato solo non aver potuto comprare proprio uno di quei grandi narghilè da portare nella mia oasi a Zifarelli, dove il mondo è sempre a misura d'uomo.

Sabato, poi, è stata la volta del convegno. Io ho detto le cose che seguono.

"Gli studi antropologici ci insegnano che l’uomo ha fatto la sua comparsa sulla Terra in Africa.
Da li ha cominciato subito e pian piano a muoversi e viaggiare, fino ad attraversare lo Stretto di Bering e ridiscendere l’intero continente americano fino alle Ande, in America del Sud.
In tutte le ere geologiche e storiche, i nostri antenati hanno continuato a spostarsi, portandosi dietro il proprio bagaglio di conoscenze, piccole o grandi che fossero, di abitudini, buone o cattive che le si interpreti, di culture, primitive o progredite.
Questi nomadi, primitivi, moderni e contemporanei, si sono incontrati e scontrati sulla base di un’appartenenza e per il possesso di un territorio o per l’imposizione di un’identità e di una cultura sull'altra, generando morte e distruzione: basti pensare all'affermazione latina "Cartago deleda est", tanto per rimanere ai casi a noi più prossimi culturalmente.

La storia dell’umanità è segnata da guerre per il predominio dell’uomo sull’uomo, di una civiltà su un’altra, di una religione sull’altra, di una cultura sull’altra, di una identità sull’altra.
La storia del mondo, come lo abbiamo conosciuto fino a poco tempo fa, fino al superamento degli stati nazione, poggiava su divisioni di carattere locale basate sul valore e sul concetto di identità e di cittadinanza.
Proprio nel concetto di identità rientrava il sentimento dell’appartenenza, basato sull’etnia, sulla religione, sugli stili di vita, sulla permanenza in un luogo geografico ben definito e sul percorso storico privato e collettivo che ci si portava dietro.
Da questa identità-appartenenza, poi, derivava il concetto e il diritto di cittadinanza, che determinava il confine tra chi stava dentro e chi fuori, tra l’uguale e il diverso, fino all’estremo dell’incluso e l’escluso, dell'amico e nemico.

Con l’avanzare delle nuove tecnologie che hanno potenziato, migliorato e ingigantito il sistema delle comunicazioni e dei trasporti, il mondo è diventato quel villaggio globale di cui molto si parla.
Il Pianeta è oggi più piccolo, più veloce, più eterogeneo.
Le distanze si sono ridotte, è cambiata la geografia delle comunicazioni, la filosofia e la scienza politica, lo stesso concetto dello stare insieme e il sistema di valori e di riferimenti.
Se dovessi provare a caratterizzare questo nuovo mondo e la sua civiltà con un unico aggettivo dovrei certamente dire che viviamo in una realtà "complessa", come l’ha definita Edgar Morin.
Con la categoria della "complessità", infatti, possiamo dare un valore e un significato a tutto l’insieme di trasformazioni, problemi, spesso drammi che connotano la nostra contemporaneità.
Spaziando dalla globalizzazione economica e gli squilibri sociali che essa, per sua natura, genera.
Alle nuove e grandi migrazioni, ai problemi di carattere energetico e al pericolo militare e terroristico globale.

Per interpretare e governare questa realtà molteplice e "complessa", dunque, serve un pensiero che sia a sua volta "complesso", un apparato valoriale e culturale di riferimento, un’etica condivisa.
E a mio avviso questa etica, per la politica che è chiamata a governare i grandi processi, non può che essere laica, di una laicità intesa come metodo di analisi della realtà e dei suoi fenomeni e non, banalmente, come contrapposizione a religioso.
Attraverso una lettura laica dei fenomeni – tutti i fenomeni, anche quelli non religiosi – il tema dell’etica deve essere declinato al dialogo interculturale, alla pace globale in un mondo oggi a serio rischio di distruzione e in cui è divenuta esigenza vitale l’individuazione di obiettivi comuni e condivisi di costruzione del futuro.
In questa complessità, poi, anche il concetto valoriale dell’identità, come l’ho poc'anzi descritto, sta mutando, e deve continuare a mutare.
Non più un’identità fondata sull’appartenenza dunque, ma sulla condivisione.
Quindi un’identità che poggi non più solo su uno sguardo rivolto al passato, a ciò che siamo stati, bensì al futuro, e che parta dal capire ciò che ci accomuna, che scegliamo di condividere per individuare il percorso che vogliamo fare insieme e il traguardo che vogliamo raggiungere.

Che è poi il sentimento che spinge l’UE nel costruire l’identità europea, per la quale uno sguardo rivolto al passato finirebbe per accentuare gli elementi di divisione, piuttosto che quelli di unità.
E’ necessario, quindi, mettere insieme la ricchezza e la pluralità delle identità
verso obiettivi comuni e scelte condivise: cosa che, per quanto ci riguarda nel nostro piccolo e nell’ambito della vita democratica di un partito politico che si candidata a guidare un Paese e disegnarne l’identità, stiamo cercando di fare in Italia con la nuova esperienza del Partito Democratico.
In questo partito confluiscono identità e culture diverse per tradizione storica, politica, religiosa e sociale.
Un’esperienza che va proprio nella direzione della mescolanza e della multiculturalità, che noi vogliamo proiettare nella fisionomia e organizzazione dell'intero Paese.
In Europa, l’interculturalità costituisce una sfida difficile, allo stesso tempo naturale e obbligata.
Si tratta di gestire molte e importanti diversità che dovranno convivere in modo armonioso all’interno di un destino comune, all’interno di una identità che concili non solo le differenze del Vecchio Continente, ma che sappia integrare anche le componenti extraeuropee nell’ambito dei valori della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948.

Tutto ciò implica aspetti positivi e negativi: lo sforzo deve essere quello di valorizzare quelli positivi e minimizzare quelli negativi, guardando al futuro e alle prossime generazioni, poiché è chiaro a tutti che parliamo di questioni che si protrarranno per molte generazioni a venire.
Per l’Europa è dunque indispensabile assecondare la molteplicità delle espressioni culturali, così com’è vitale sancire l'universalità dei valori essenziali, quelli appunto della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
La stessa anima dell’Europa pensata a partire dalla fine della Seconda Guerra mondiale è quella che si riconosce in questi valori.
Valori che hanno consentito più di mezzo secolo di pace e di integrazione, oltre che di espansione e unione territoriale, economica e monetaria basate sulla libera e volontaria adesione piuttosto che sulla conquista e il predominio.
Una Unione, quella europea, nata e ingranditasi contro le guerre e per la pace, nella diversità e integrazione, contro le esperienze totalizzanti, il razzismo e l’antisemitismo e nell’ottica di un multipolarismo globale basato sulla competizione economica e la solidarietà sociale.

Un quadro di valori che non rientra, però, nel relativismo culturale, ma che mira a difendere e consolidare la "dignità di ogni essere umano, uomo, donna o bambino, salvaguardarne l'integrità fisica e morale, impedire il deterioramento del suo ambiente naturale, rifiutare ogni umiliazione e ogni discriminazione abusiva legata al colore, alla religione, alla lingua, all’origine etnica, al sesso, all’età, alla disabilità".
Dunque un’idea di Europa fondata sull’universalità di valori comuni e condivisi e la diversità delle espressioni culturali.
Fino a quando il mondo era quello degli Stati nazione i confini erano netti, anche sul piano culturale e geografico.
Erano possibili distinzioni categoriche tra diverse civiltà e culture, poteva funzionare anche il modello di una pluralità di etiche diverse e distinte.
Il mondo contemporaneo – e l’11 settembre 2001 ce lo ha dimostrato ancor di più – fatto di interdipendenza, permeabilità delle civiltà nel loro reciproco interagire, ci obbliga a una riflessione nuova e alta sull’etica, sulla governance locale e globale che regola il vivere dell’Umanità e l’esistenza individuale, sul problema dei rapporti fra culture diverse.

Quindi la prospettiva deve essere quella della pace, a cui occorre tendere nella riflessione filosofico-politica.
Una pace da perseguire attraverso il dialogo interculturale, il solo in grado di evitare il pericolo dello scontro fra civiltà.
Un dialogo che conduca a una multiculturalità che mette tutti nelle condizioni di conoscenza tali da poter indurre scelte coscienti e ragionate.
Che permetta a tutti di essere pienamente liberi culturalmente.
Se così non fosse, se si trattasse solo di diffondere tolleranza culturale, ci ritroveremmo sempre alle porte casi come quello inglese del 2005, di alienazione di giovani figli di immigrati che si danno al terrorismo.
O casi come quelli delle rivolte delle Banlieu francesci, sempre del 2005.
Si tratterebbe, quindi, di riproposizione di quel modello che Amartya Sen definisce "monoculturalismo plurale".

La giusta strada, invece, come dicevo va individuata in una riflessione pacifista e interculturale che occorre declinare anche nella pratica educativo-formativa, su scala globale e verso le nuove generazioni.Viene naturale che su questi argomenti possa dunque esservi un confronto non semplice fra etiche diverse a livello mondiale.
Per questo lo sforzo oggi si concentra nel provare a costruire quell’"etica razionale universale", il cui massimo teorico è Habermas, che vuole essere un tentativo per costruire una relazione di dialogo e confronto interculturale, il cui fine ultimo sia proprio la pace globale quale soluzione del processo etico-storico.
In questo contesto, nell’ambito dell’Anno europeo del dialogo interculturale, penso sia giusto accogliere l’invito che Asma Jahangir, relatrice dell’ONU sulla libertà di religione e di credo, ha fatto al Parlamento europeo.

Un appello affinché "il dialogo interculturale sia inteso in senso ampio, e comprenda le prospettive religiose e laiche, includa un dialogo a tutti i livelli, si opponga a ogni incriminazione per diffamazione delle religioni" e coinvolga nel dialogo interreligioso anche i "non deisti" e gli atei, poiché è fondamentale "che i governi e la società civile abbiano un ruolo da svolgere nella creazione di un ambiente in cui le persone di diverse religioni e diverso credo possano interagire senza sforzi".
E’ normale che, nella dialettica vi sia chi vuole dimostrare che la propria cultura, religione o lingua è superiore a quella degli altri.
Eppure le religioni offrono anche spunti per condividere valori morali che consentirebbero una comprensione comune e il rispetto reciproco: esempi del genere vi sono persino in Israele, in Palestina e in Irlanda del Nord, seppure raramente evidenziati dai media, che preferiscono puntare sul sensazionalismo delle violenze interreligiose.

Un altro punto fondamentale nel dialogo interculturale e interreligioso è il punto di vista delle donne, quasi sempre marginalizzato, invece, nel dibattito su questi temi.
Così come sarebbe utile ascoltare chi, pur condividendo la stessa fede, ha opinioni e visioni diverse, o gli artisti, i quali meglio degli altri hanno sempre dato prova di saper creare ponti, mescolanze, contaminazioni tra diverse culture.
Nel contesto globale delle differenze economiche, etniche, religiose e culturali, della mescolanza, dell’interculturalità e della pace, la storia del Mediterraneo non può essere scissa da quella dell'Europa e assume una importanza strategica per l’intero pianeta e vitale per il Vecchio Continente e per le sue relazioni con i Paesi che si affacciano su questo Mare Nostrum.
E’ in quest’area infatti che si concentrano le problematiche più calde del pianeta:
questione israeliano-palestinese, conflitto tra le tre religioni monoteiste che sono state all’origine di civilizzazioni e culture millenarie, lotta alle criminalità organizzate, flusso di grandi migrazioni e importanti commerci.

Quest’area è oggi più che mai la porta tra il Nord e il Sud del Pianeta, tra l'Oriente e l'Occidente.
È qualcosa che va molto al di là della semplice strada o frontiera per l'Europa.
È una regione la cui stabilità è divenuta essenziale sia per la sicurezza e prosperità dell’Europa che per quella di tutti i Pasesi dell’Area nord-africana e mediorientali, come dell’intero pianeta.
A che cosa, dunque, la politica – e quella italiana ed europea soprattutto – deve guardare per promuovere la pace mondiale attraverso il principale snodo del dialogo interculturale?
A mio avviso alla cooperazione, avvicinandola il più possibile ai cittadini, attraverso alcuni obiettivi fondamentali che per me sono quelli indicati dal "Processus di Barcellona".
Un processus che va sostenuto e rilanciato, dopo la sua crisi, soprattutto in quegli aspetti che mirano al rafforzamento del livello politico delle relazioni dell’UE con i Paesi del Mediterraneo;
alla divisione delle responsabilità nelle relazioni multilaterali;
alla promozione di progetti regionali concreti utili ai cittadini;
al coinvolgimento del settore privato;
al multilinguismo.

Ad essi andrebbero aggiunti la realizzazione di progetti concreti tendenti a rendere operativa una "solidarietà dei fatti", come la chiamava Robert Schuman, incontri periodici dei capi di Stato e di Governo dei paesi del Mediterraneo che rafforzino il ruolo dell’Assemblea parlamentare euro-mediterranea.
Se tutte queste cose le sapremo fare, se la multiculturalità sapremo tradurla in un modo di essere quotidiano e strumento pedagogico, sono certo che consegneremo alle future generazioni un mondo migliore di quello che abbiamo alle spalle e di quello in cui viviamo oggi.
Un modo più ricco, non solo economcamente, più misto e più bello.
Grazie per l'attenzione e buon lavoro a tutti".

martedì 10 giugno 2008

Rischiamo il fallimento di un progetto alto e ambizioso

Ammetto che sono preoccupato. Preoccupato per quello che si sta muovendo e per gli effetti negativi che potrebbero ricadere sul Partito Democratico: rischiamo il fallimento o il ridimensionamento di un progetto molto ambizioso.
Oggi inizia a Napoli il tradizionale appuntamento annuale di incontro, confronto e riflessione sui principali dossier all’attenzione delle istituzioni comunitarie, organizzato dal PSE e dal suo Gruppo Parlamentare. Secondo Gianni Pittella, Presidente della delegazione italiana al PSE, "e' stata scelta l’Italia per la sua lunga tradizione europeista, per il suo impegno profuso nel corso degli anni per la costruzione dell'Europa e per conoscere da vicino il senso della novità politica maturata nel campo riformista con la nascita del PD. E' nostra intenzione approfondire forme di cooperazione e discussione con questa nuova forza politica - dice Pittella - oltre che con le altre componenti nazionali storicamente già legate all’esperienza del socialismo europeo".

In questo contesto esce oggi, invece, sul Corriere della sera, un'intervista a Francesco Rutelli in cui sostanzialmente dice che è impensabile una confluenza del PD nel PSE o nell'Internazionale Socialista: un vero colpo basso alla delicata discussione che con grande equilibrio, apertura e attenzione si sta facendo da lungo tempo sulla collocazione internazionale del PD tra noi e i vertici del PSE.

A questa intervista, poi, io collego anche l'editoriale non firmato di ieri su Famiglia Cristiana (Il peccato originale di un partito fantasma), nel quale si invita Veltroni a mettere alla porta i Radicali di Pannella e Bonino e si ipotizza una scissione nel PD: la tesi è che i cattolici siano stati stritolati e rischiano di finire in una riserva a fare solo testimonianza. Per questo una consistente pattuglia, guidata da Carra e Binetti, sarebbe pronta a lasciare il porto del PD per approdare nel PDL. Una scelta, questa, che riprodurrebbe il cammino già fatto nelle recenti elezioni dagli elettori cattolici, che in quanto cattolici, appunto, avrebbero votato per il PDL, non riconoscendosi in un PD senza identità in cui convivono il diavolo e l'acqua santa: cattolici e integralisti laici spinti.

A questo proposito, invece, a me le cose non paiono affatto così. Gli elettori cattolici non sembrano affatto spaventati dal PD, anzi. E vorrei citare a proposito l'illuminante studio sul voto cattolico segnalatomi dal sempre preziosissimo Professor Stefano Ceccanti, Senatore cattolico proveniente dalla FUCI. In questa rilevazione mi colpiscono due cose:
in primo luogo il dato su come ha votato il segmento dei praticanti regolari, che sono il 31% dei cittadini. Ad una messa tipo, in una parrocchia media, su 100 partecipanti 44 hanno votato per il PDL, 35 per il PD, 7 per la Lega, 6 per l'UDC, 3 per l'IDV e il restante per gli altri.
I praticanti, dunque, sono assolutamente bipolaristi. E d'altronde fu già Giovanni Paolo II a dirci che l'unità politica dei cattolici era da considerarsi finita;

in secondo luogo il fatto che l'UDC non rappresenta un'attrazione particolare per i centristi né per i cattolici. Infatti il partito di Casini è sotto alla Lega e le nostalgie per lo scudo crociato tra i praticanti cattolici non esistono, al contrario di quanto affermavano molte analisi dei mesi scorsi, secondo le quali la Chiesa sponsorizzava il leader centrista ed equidistante dai poli: cosa che avrebbe dovuto far confluire sull'UDC il voto dei cattolici praticanti.

Dico tutto ciò in maniera quasi scomposta perché, in previsione delle prossime elezioni europee, il PD corre molti rischi, alla base dei quali mi pare ci sia, sopravvalutata, una errata questione cattolica:
non abbiamo ancora definito con chiarezza quale sia o quale dovrà essere, in un partito che è e deve essere plurale, la nostra identità e la nostra collocazione in campo europeo;
rischiamo di trovarci, dopo il voto alle europee, con una parte del PD nel PSE e un'altra in altri gruppi o, in una ipotesi sciagurata, tutti nel gruppo misto;
addirittura rischiamo di arrivare a questo voto con una parte di cattolici che ha lasciato il PD;
e rischiamo di perdere, in conseguenza del sistema di voto proporzionale, il voto di quella parte di Sinistra italiana che ci aveva votato solo per contrastare Berlusconi (il così detto voto utile) e di finire al di sotto del 30%, poiché alle europee questi voterebbero per la Sinistra radicale.

In questo caso non avremmo realizzato quella sintesi alta tra culture politiche diverse, non avremmo disegnato una nuova, moderna e innovativa identità politico-culturale, non avremmo trovato una partnership internazionale credibile e in grado di metterci nelle condizioni di contare in Europa e, ultimo, non avremmo nemmeno raggiunto un mero (seppur effimero) risultato elettorale apprezzabile.
Non credo che la Sinistra, o il centrosinistra, abbiano bisogno di un fallimento di questo tipo. Non servirebbe, anzi sarebbe dannoso, sia all'intera politica italiana ed europea che all'l'Italia tutta.

martedì 3 giugno 2008

La Repubblica di Rino. Non la reggo più?

Ieri ricadeva il ventisettesimo anniversario della morte di Rino Gaetano. Una data beffarda per morire come è morto il dissacrante cantautore crotonese. Il due giugno è infatti la festa della Repubblica. Quella Repubblica che Rino spesso cantava nelle sue contraddizioni, nei suoi vizi, nelle sue inefficienze, nei suoi limiti. Tanti limiti...
Rino cantava una Repubblica a due velocità: quella del Nord industrializzato e ricco e quella del Sud contadino e povero dal quale partivano ogni anno migliaia di emigranti, quelli delle sue canzoni appunto (Agapito Malteni il ferroviere).

Una Repubblica nella quale c'era chi si arricchiva costruendo ospedali (Ok papà) e un'altra nella quale si moriva perché negli ospedali non c'era posto (La ballata di Renzo).

Esattamente com'è successo a lui, vittima di un incidente stradale e rifiutato, in condizioni gravi, in ben cinque ospedali, cinque, della capitale perché non c'era una sala operatoria pronta a ospitarlo. Ironia della sorte ciò che scriveva dieci anni prima in una canzone mai pubblicata...


Una Repubblica inamovibile, statica, priva di ricambio, perché le solite facce e i soliti nomi stanno sempre là, fermi, a fare la storia piccola e grande del Paese.

Una Repubblica nella quale, nonostante il passare degli anni, il cambiare delle circostanze, l'avvicendaresi delle generazioni, il mutare delle situazioni politiche, i problemi del Paese restano sempre uguali a se stessi.

Una Repubblica nella quale lo stesso grido di rivolta allo status quo è, in effetti, uno sbadiglio di noia.

Basta ascoltare uno dei suoi brani più indicativi, in questo senso, per capire come la nostra Repubblica stia ferma, con le sue facce e i suoi vizi, la sua incapacità a ribellarsi davvero.

Basta ascoltare come Rino Gaetano, già negli anni Settanta, gridava di non farcela più. Eppure, di anni ne sono passati ventisette, ma la nostra Repubblica è, per molti versi, ancora quella.

E ancora oggi, spesso, mi viene in mente quell'attualissima, dissacrante e ironica canzone che ascolto anche su youtube cliccando su: Nuntereggaepiù


Abbasso e alè/ abbasso e alè/ abbasso e alè con le canzoni/ senza fatti e soluzioni/ la castità/ la verginità/ la sposa in bianco, il maschio forte/ i ministri puliti i buffoni di corte/ ladri di polli/ super pensioni/ ladri di stato e stupratori/ il grasso ventre dei commendatori/ diete politicizzate/ evasori legalizzati/ auto blu/ cieli blu/ amore blu/ rock and blues/ NUNTEREGGAEPIU'/ Eya alalà/ pci psi/ dc dc/ pci psi pli pri dc dc dc dc/ Cazzaniga/ avvocato Agnelli, Umberto Agnelli/ Susanna Agnelli, Monti, Pirelli/ dribbla Causio che passa a Tardelli/ Musiello, Antognoni, Zaccarelli/ Gianni Brera/ Bearzot/ Monzon, Panatta, Rivera, D'Ambrosio/ Lauda, Thoeni Maurizio Costanzo, Mike Bongiorno/ Villaggio, Raffà, Guccini/ onorevole eccellenza, cavaliere senatore/ nobildonna, eminenza, monsignore/ vossia cherie, mon amour/ NUNTEREGGAEPIU'/ Immunità parlamentare/ abbasso e alè/ il numero 5 sta in panchina/ s'è alzato male stamattina/ mi sia consentito dire/ il nostro è un partito serio/ disponibile al confronto/ nella misura in cui/ alternativo/ aliena ogni compromess, ahi lo stress/ Freud e il sess/ è tutto un cess/ ci sarà la ress/ se quest'estate andremo al mare/ solo i soldi e tanto amore/ e vivremo nel terrore, che ci rubino l'argenteria/ è più prosa che poesia/ NUNTEREGGAEPIU'/ Ue paisà/ il bricolage/ il quindicidiciotto/ il prosciutto cotto/ il quarantotto/ il sessantotto/ le pitrentotto/ sulla spiaggia di Capocotta/ Cartier Cardin Gucci/ portobello e illusioni/ lotteria a trecento milioni/ mentre il popolo si gratta/ a dama c'è chi fa la patta/ a settemezzo c'ho la matta/ mentre vedo tanta gente/ che non c'ha l'acqua corrente e non c'ha niente/ ma chi me sente... ma chi me sente/ e allora amore mio ti amo/ che bella sei/ vali per sei/ ci giurerei/ ma è meglio lei/ che bella sei/ che bella lei/ vale per sei/ ci giurerei/ sei meglio tu/ che bella sei/ NUNTEREGGAEPIU'

domenica 25 maggio 2008

A Berlino per analisi del voto e Statuto

Oggi sono in Germania, alla Willy Brandt House di Berlino, per un seminario sull'analisi del voto, con particolare riferimento a quello in Europa e in Germania.
Di seguito la mia relazione introduttiva.

Cari amici e compagni,
mi fa davvero molto piacere essere qui oggi, in Germania, dove non venivo ormai da moltissimo tempo, cioè da prima che si avviasse il percorso costituente del Partito Democratico: un’altra era politica dunque.

Tornarci oggi, quindi, fa un certo effetto, poiché ci troviamo con un altro partito, un’altra situazione politica e un altro Governo.
Anche la platea che mi trovo davanti è molto diversa da allora.
L’ultima volta che sono stato in Germania c’erano ancora DS e Margherita, c’era da poco il Governo de L’Unione e la Germania non aveva eletti in Parlamento.
Oggi c’è il Partito Democratico, purtroppo c’è il Governo della Destra, ma almeno avete un eletto della Germania.

Per questa prima parte della giornata è stato chiesto a me di fare una relazione sui risultati del recente voto politico, probabilmente perché negli ultimi mesi, tra Gruppo ristretto per lo Statuto, seminari e campagna elettorale, non ho fatto altro che relazioni.
Il compito, naturalmente, non è dei più semplici, poiché analizzare il voto è sempre cosa ardua.
In Italia, tra l’altro, non è stata ancora fatta una discussione approfondita all'interno del partito su quanto è accaduto.

E questo limita enormemente la mia analisi generale.
Per questo cercherò di dare una lettura di quanto successo più circoscritta possibile, con maggiore attenzione proprio al dato tedesco.
Prima del 14 aprile immaginavamo tutti una probabile sconfitta. Ma nessuno avrebbe immaginato un distacco di nove punti, soprattutto al Senato.
La Destra ha ottenuto il 46% dei consensi degli italiani contro il nostro 37%: ben nove punti in più.

Il solo PDL ha raggiunto il 38% contro il nostro 33%: ben cinque punti in più.
In questo pessimo risultato, però, dobbiamo saper vedere anche il molto che c’è di buono.
A parte la semplificazione di tutta la vita politica e democratica italiana, merito esclusivo del PD, c’è anche il grande risultato di aver raccolto intorno al nostro progetto il consenso di un italiano su tre.

Così come c’è il coraggio che abbiamo avuto nel proporre un modello di discontinuità, la scelta dell’innovazione e del riformismo, insieme a quella di costruire un partito plurale, aperto e radicato nei territori.
Ora bisogna, però, che quelli che fin qui sono stati progetti, premesse e ambizioni, d’ora in avanti divengano realtà, a cominciare dalla sintesi delle diverse culture che formano il Partito Democratico e dal suo radicamento tra i cittadini.
Se non sapremo fare davvero bene tutto ciò, questo nostro grande progetto potrà fallire.
Perché esso non fallisca, dunque, dobbiamo partire dal fare tesoro dall’esperienza di quanto è stato, dalla nostra capacità di dialogo e dall’abitudine all’agire democratico di un partito e dei suoi militanti.

Fino a oggi, invece, troppo spesso, in Italia e in alcuni casi all’estero, abbiamo visto di più la concorrenza tra gruppettini del PD – permettetemi di dirlo – che tra progettualità e visioni diverse dell’identità e strategia politica del partito.
E tutto ciò non è un buon segnale in un partito che del rifiuto delle correnti e nella sintesi delle diverse culture ha fatto un suo punto di forza nell’atto fondativo.
Abbiamo perso – anche se all’estero non è così – quindi ci conviene sviscerare fino in fondo i ragionamenti sul perché e riflettere bene sui risultati, cercando di fare un tutt’uno di strategia, identità e cultura politica.

Lo stesso segretario Veltroni ha insistito qualche settimana fa sull’importanza della lettura del voto dopo una sconfitta.
E la mia lettura del voto, come spero la vostra, non deve essere fatta con lo spirito di chi cerca conferme a ciò che pensava prima del voto, qualsiasi cosa pensasse.
La lettura deve servire a distinguere tra ciò che di positivo è uscito dalle urne e i limiti che esse ci hanno evidenziato e che dobbiamo superare nel futuro.

Noi abbiamo certamente pagato il debito dell’impopolarità della precedente maggioranza politica de L’Unione, che io però distinguo dal Governo, che a mio avviso ha ben operato.
Questa impopolarità ci assegnava una sconfitta certa e pesante, anche se in campagna elettorale abbiamo molto recuperato in termini di consenso.

Forse tutto il possibile, insieme a una parte di voti provenienti da altre forze politiche della Sinistra, spinta dall’esigenza di dare un "voto utile" contro la Destra, e dall’astensionismo critico, quello del ceto medio riflessivo o quello di Sinistra.
Ma questo consenso non è acquisito una volta per sempre. Esso può sparire già alle prossime elezioni europee, alle quali non funzionerà il meccanismo del "voto utile".
Quell’area di elettorato gravitante intorno alla Sinistra radicale, infatti, oggi non più rappresentata in Parlamento, domani tornerà a votare alle europee non più contro Berlusconi, ma per una rappresentanza in cui si riconosce di più di quanto non si riconosca nel Partito Democratico.

E allora tutto ciò che fin qui ho detto esserci stato di positivo, tanto da portarci al 33% dei consensi, domani semplicemente non ci sarà più.
Nel 2009 rischieremmo di ritrovarci sotto la soglia del 30%, ancora meno di quanto ottenemmo alle passate elezioni europee, quando la lista Uniti nell’Ulivo raggiunse poco più del 31% dei consensi.
Che fare, dunque, per evitare che ciò accada.
E soprattutto che fare per evitare che ciò accada all’estero.
Prima di tentare di dare una risposta, penso sia utile provare ad analizzare proprio il risultato estero.

Va innanzitutto detto che, per quello che ci riguarda, il voto nella nostra Circoscrizione è stato ben diverso da quello italiano.
Nel complesso della Circoscrizione estero il Partito Democratico vince le elezioni, ottenendo nove parlamentari su diciotto, contro i sette del PDL e i due indipendenti.
Da solo vince alla Camera con circa un punto in più e perde al Senato con circa un punto in meno in termini percentuali.

Insieme all’IDV vince bene in entrambi i rami del Parlamento.
In questo quadro, però, è da sottolineare che il risultato del Partito Democratico all’estero è in linea con quello in Italia, intorno al 33%.
Quello del PDL, invece, è di quattro punti in meno all’estero rispetto che all’Italia (33% all’estero contro 38% in Italia) e di addirittura sei alla Camera (31% all’estero contro 37% in Italia).
Segno, dunque, che l’appeal generale della Destra fuori dai confini nazionali si riduce di molto.
Se poi guardiamo alla sola Europa, il dato non può che migliorare per noi.
In questa ripartizione, infatti, il Partito Democratico ottiene il 40% dei consensi alla Camera contro il 33% del PDL.

Sette punti in più: quasi il rovescio di ciò che succede in Italia.
Che in termini di voti assoluti significa 204.393 voti del PD contro i 171.658 del PDL.
Circa 33.000 voti in più, pari al totale di quelli che nel 2006 ottenne in più L’Unione in Italia per vincere le elezioni, ma su un numero di elettori di molti milioni in più rispetto a noi.
Analizzando, inoltre, il dettaglio di questi dati, nazione per nazione, vediamo che il Partito Democratico vince molto bene in quasi tutti i Paesi in cui è più consistente la presenza italiana, più forte il comune sentire democratico, e dove vi è almeno una qualche forma di organizzazione e presenza del Partito.
Vediamo che in Belgio, in entrambi i rami del Parlamento, il PD ottiene 15 punti percentuali in più del PDL.

In Francia 16 punti in più alla Camera e 15 al Senato.
In Lussemburgo 28 punti in più alla Camera e 22 al Senato.
In Olanda 16 punti in più in entrambi i rami.
In Svizzera 17 punti in più in entrambi i rami.
In Spagna, dove però la nostra presenza organizzata è minima, un solo punto in più in entrambi i rami.

Unica eccezione negativa, è purtroppo proprio la Germania, dove il Partito Democratico ottiene ben 10 punti in meno rispetto al PDL, e in entrambi i rami del Parlamento.
Un risultato tanto più preoccupante se paragonato alla situazione del 2006 e agli altri paesi europei.
Nel 2006, infatti, nei paesi già citati, L’Unione vinceva bene quasi ovunque, anche se confrontata alla somma di tutti i partiti dell’allora Casa delle libertà.
L’Unione senza IDV e UDEUR, infatti, vinceva nel 2006 con 19.000 voti in più in Belgio rispetto a tutta la CDL; con 27.000 voti in più in Francia; con 41.000 in Svizzera; con 2.000 in Lussemburgo (su un totale di circa 5.000 elettori) e 2.000 in Olanda (su un totale di circa 7.000 elettori).

In questi ultimi due casi parliamo di paesi molto piccoli e con pochi voti, dunque lo scarto, seppur di poche migliaia di voti, è da considerarsi un ottimo risultato.
Le uniche eccezioni erano ancora la Germania, dove L’Unione vinceva di soli 3.000 voti in più (su circa 134.000 elettori) e pur essendo il Paese con il più alto numero di italiani, e la Gran Bretagna, dove L’Unione addirittura perdeva, seppur di soli 1.000 voti (su circa 40.000 elettori).
Oggi, poi, il PD senza Italia dei valori, Sinistra Arcobaleno, Partito Socialista e Sinistra critica, vince quasi dappertutto sul PDL unito senza l’UDC.
E vince con scarti alti, come ho già detto. Tanto che anche se alla CDL si sommasse l’UDC noi vinceremmo lo stesso.

In Germania, invece, il PD perde sul PDL con lo scarto alto già accennato: di 10 punti.
Uno scarto tanto alto che seppure aggiungessimo ai voti del PD quelli di tutta la Sinistra radicale non raggiungeremmo ugualmente il centrodestra.
E tutto il centrosinistra compresa l'IDV è al di sotto di tutto il centrodestra compresa l'UDC.
Il che significa che neanche in una situazione di alleanze simile a quella di due ani fa avremmo vinto e che il centrosinistra tutto è minoritario rispetto al centrodestra ed è in perdita rispetto a due anni fa.

Una perdita di voti che si concentra proprio tra PD e Sinistra della coalizione, poiché l’IDV, rispetto al 2006, guadagna diverse migliaia di voti.
E non si può certo dire che abbia semplicemente guadagnato aritmeticamente quelli liberatisi dall’Udeur, poiché nel 2006 il partito di Mastella aveva solo 1.560 voti in tutta la Germania, meno della metà di quanti ne guadagna l’IDV.
Tutto ciò è molto preoccupante.

Sono voti persi da tutto il centrosinistra, tranne Di Pietro, che avanza in tutta Europa, tranne che in Belgio, dove invece perde voti per quasi mezzo punto.
Caso unico in Europa, dunque, quello tedesco del PD e del centrosinistra nel suo insieme.
Nemmeno in Gran Bretagna, infatti, dove pure perdiamo con uno scarto minimo, si ripete questa situazione.
Se in Gran Bretagna, infatti, ai 14.175 voti del PD sommiamo i 6.966 voti della Sinistra radicale e dell’IDV arriviamo a 21.171 voti: 5.418 voti in più del PDL e addirittura 3.944 voti in più de L’Unione di due anni fa.
In questo caso, dunque, il centrosinistra cresce rispetto a due anni fa ed è maggioritario, come nel resto d’Europa.

Nella sola Germania, dunque, il PD e l’intero centrosinistra, risultano oggi più deboli del 2006 e minoritari.
E tutto il Centrosinistra non raggiunge il centrodestra.
Il Partito Democratico, inoltre, oltre ad essere largamente minoritario in Germania a livello di Paese lo è anche a livello locale.
Fanno eccezione solo poche realtà come Berlino e Amburgo, dove il PD vince bene sul PDL, e Monaco, dove siamo però avanti di un magro 0.6% in più.
Com’è dunque accettabile un tale risultato nel Paese a più alta concentrazione di italiani al mondo?

Com’è dunque possibile un simile risultato in un Paese in cui l’immagine di Berlusconi non è certo un punto di forza?
Dove abbiamo sbagliato?
E che fare? Dicevo poc’anzi.
Probabilmente è rispondendo a queste domande che troveremo la forza e le risorse per cominciare a costruire il cammino che potrà portarci a diventare maggioranza fra cinque anni, ma speriamo anche di meno.

A mio avviso, ma su questo non voglio costruire certezze, bensì stimolare dialogo, in Germania si è verificato questo disastro perché erano già deboli in passato sia i DS che la Margherita: cioè le due forze principali del PD.
E perché manca sia un associazionismo forte, organizzato e radicato come in Svizzera, sia un rapporto sano e proficuo con quello esistente.
Tutto ciò si è verificato perché queste forze, poco radicate davvero sul territorio, avevano anche una grave difficoltà a parlarsi, a stare insieme, a mescolare idee, progetti, risorse, competenze, uomini.

Queste due forze non sono riuscite a fare sintesi e, per usare una metafora genetica, non sono riuscite a mescolare il loro sangue.
E ancora nel passato recente, con la costruzione del PD, non riescono né a radicarsi tra la gente, né a mescolarsi, ad amalgamarsi, a sentirsi parte di un tutto, a trovare una giusta sintesi.
Su quali premesse, dunque, in Germania stiamo fondando la struttura, l’identità e la forza del nuovo Partito?

Ho l’impressione che chi proviene da gruppi e gruppetti pre-esistenti o dalle vecchie identità non riesce a guardare a una evoluzione di esse e a una nuova identità, magari post-ideologica.
Ho l’impressione, spero vivamente sbagliata e viziata dal fatto che negli ultimi tempi sono stato solo osservatore esterno della Germania, che in molti pensano ad una autosufficienza culturale che è dannosa per il PD.
Il mondo che ci circonda, infatti, i fenomeni che vogliamo governare sono estremamente complessi. Le forze che abbiamo di fronte sono ampie e dispongono di molti mezzi.
Da solo, dunque, non può farcela nessuno. Nessuno è in grado di interpretare la società, coglierne i bisogni e trovare le soluzioni.

E la risposta a tutto ciò non è certamente il sommare aritmeticamente le forze all’interno del PD, poiché questo è stato già fatto comunque, anche in Germania, e non è bastato, anzi.
Occorre riprendere una discussione seria sullo stare insieme, sul mescolare le culture, le identità, il sangue, per capire come stiamo insieme e quale profilo e identità culturale diamo al partito e che tipo di alleanza vogliamo, anche nelle prossime consultazioni per i Comites e successivamente per le politiche.

Tutto ciò lo dico, e scusatemi se appaio duro, ma spero sempre di sbagliare, perché ho la terribile sensazioni che noi tutti ci guardiamo con sospetto e come tante piccole componenti distinte e inavvicinabili.
Ho l’impressione di un partito in cui convivono tante piccole signorie, tanti piccoli duchi come nell’Italia di molti secoli fa.

Ho l’impressione che ancora ci si veda in competizione come DS contro Margherita, vecchio contro nuovo, veltroniani contro lettiani e bindiani, dalemiani contro rutelliani, integralisti laici contro integralisti cattolici, CGIL contro UIL e ACLI, bertaliani contro coppiani, beatlesiani contro stoniani e romanisti come laziali.
Un po’ il clima che si respira nell’"Inno nazionale" di Luca Carboni, di ormai parecchi anni fa, eppure sempre attuale.

Non è, né deve essere così: pena la morte di un progetto molto ambizioso che ha già cambiato l’Italia e semplificato la politica, anche se perdendo le elezioni.
Per questo, amici e compagni, non abbiate paura del confronto e del dialogo, anche se duro.
Non abbiate paura delle idee e delle identità diverse.
Non chiudetevi in recinti o signorie né di superiorità culturale, né di egemonia numerica, né di altro tipo.

Create e moltiplicate luoghi di discussione approfondita, nei quali è possibile sviscerare fino in fondo le cose, guardarsi negli occhi e poi provare a mescolare davvero le identità e il sangue politico.
Vedete, amici e compagni, c’è un bel film di qualche decennio fa, il cui titolo è entrato a far parte del lessico italiano e che mi piace ricordare.

In questo film, ambientato proprio in quell’Italia delle signorie e dei cavalierati, gli scalmanati protagonisti si presentano alla corte di un’antica famiglia bizantina per chiedere il riscatto per la liberazione del figlio del signorotto locale.
Entro le chiuse mura del castello, ad accoglierli c’è la corte tutta schierata nei suoi abiti tradizionali, intenta nei suoi seri riti, ottusamente orgogliosa e fiera della sua nobile storia, ma per nulla aperta agli altri, al diverso da se, alla mescolanza.
Eppure, al suo interno, pronta a ogni tipo di nefandezza, tradimento e guerra intestina.

Quando il cavaliere protagonista del film chiede al finto sequestrato chi è quella gente dai volti pallidi, Teofilatto dei Leonzi, figlio illegittimo del signorotto, nato da una relazione "impura" con la serva e quindi rinnegato perché sangue misto, risponde così:
"Sono gli ultimi duchi di Bisanzio, sangue prezioso e malato mischiato a se stesso. Membra febbrili, fiacchi alla spada, ma ratte a pugnare, dedite a ogni amplesso. Gente meglio da perdere che da trovare".

Ecco amici e compagni, fuor di metafora, io spero che all’interno di questo nostro partito, si riesca a superare il periodo delle signorie e dei cavalierati.
Spero che il nostro sangue si mescoli e che la smettiamo di guardarci come DS e Margherita, come veltroniani, lettiani, bindiani, dalemiani, rutelliani, fassiniani e chi più ne ha più ne metta.
Spero che riusciremo a creare l’incontro tra le varie anime e le diverse persone.
A rendere agibile a tutti i luoghi della democrazia interna e a rafforzarla, come ancora non siamo riusciti a fare.

Se lo facciamo e cerchiamo di capire dalla dura analisi del voto come rimediare per il futuro, sono sicuro che riusciremo a radicare davvero il PD sul territorio, facendone un grande partito in grado di tornare a vincere, sia in Italia che in Germania.
Se non lo facciamo, e continuiamo a guardarci con sospetti reciproci, il radicamento reale del partito non ci sarà.
Ci sarà, invece, quell’Armata Brancaleone appena citata, per la quale i cittadini penseranno ciò che nel film recitava Teofilatto dei Leonzi: "gente meglio da perdere che da trovare".
E così avremo fatto fallire un grande progetto e perso numerosi altri consensi.

Grazie a tutti per l'attenzione e buon lavoro.

martedì 20 maggio 2008

Sabato a Parigi sullo Statuto

Sabato scorso si è tenuto a Parigi il seminario sullo Statuto del PD all'estero. Di seguito la mia relazione introduttiva, che è servita da base della discussione per le linee guida del futuro Statuto e che ha trovato una larghissima condivisione.

Cari compagni, cari amici,
per la seconda volta in pochi mesi spetta a me il difficile compito di relazionare davanti ai delegati all’Assemblea costituente e ai gruppi dirigenti del partito sull’importante lavoro di redazione dello Statuto per la Circoscrizione estero.

Un impegno di cui avverto tutto il peso e la responsabilità, poiché lo Statuto è la raccolta di quelle norme fondamentali e necessarie che regolano la vita di un partito e, quanto più è chiaro e forte l’indirizzo politico che uno Statuto disegna, tanto più forte, incisiva e rappresentativa sarà la capacità politica di quel partito e dei suoi gruppi dirigenti.

Per questo motivo, ho ritenuto, e ritengo ancora per il futuro, che la mia azione di coordinamento debba sempre essere guidata e accompagnata da una forte dose di capacità di ascolto di tutti coloro che hanno ritenuto di scrivermi o parlarmi per sottopormi i propri pareri in merito alle questioni di volta in volta affrontate.

Nel corso dei mesi che abbiamo alle spalle ho sentito per telefono, per e-mail e di persona molti di voi e molti che oggi non sono qui, ma che pure mi hanno fatto avere un parere.

Tutto ciò mi ha permesso, nelle riunioni del Gruppo ristretto, come a Moena e in questa sede, di preparare i miei interventi sapendo che rappresentano molto più che una relazione sullo stato dell’arte o una mia singola riflessione sul da farsi, bensì il frutto di discussioni e pareri condivisi con molti di voi e di coloro che discutono sui vari media: siti, blog e organi di stampa.

Ma tutto ciò va ancora integrato con il parere di quanti ancora non ho sentito né hanno voluto esprimersi e che da qui in poi dovranno far sentire la propria opinione prima della stesura della bozza provvisoria dello Statuto.

Per quanto riguarda le procedure e le modalità di stesura della bozza di Statuto e il percorso che porterà all’approvazione definitiva, non mi sono inventato nulla, ma ho semplicemente cercato di riprodurre quelle modalità che il professor Vassallo ha adottato per l’Italia e che hanno funzionato molto bene ai fini della stesura e dell’approvazione definitiva dello Statuto nazionale.

Per questo penso che, da qui in poi, una volta delineatesi le linee guida che già da oggi discuteremo insieme, così come faremo probabilmente a breve anche in un’iniziativa simile a Berlina e un’altra negli USA, procederò, se siete d’accordo, alla stesura di una prima bozza divisa per “Parti” e per articoli che sarà poi inviata a tutti i delegati e ai circoli, affinché ognuno possa discuterla e preparare eventuali integrazioni o modifiche.

Ci sarà poi, in concomitanza con l’Assemblea nazionale che si terrà a Roma il 20 e 21 giugno prossimi, una nuova giornata in cui sarà convocata l’Assemblea costituente degli eletti all’estero e, in quella sede, i delegati potranno presentare e discutere gli eventuali emendamenti alla bozza definitiva.

Naturalmente, la votazione dovrà avvenire prima per ogni singolo articolo o emendamento e infine all’intero Statuto.
Solo allora, dopo un voto favorevole a maggioranza assoluta, lo Statuto della Circoscrizione estero sarà definitivamente approvato.

Attualmente lo Statuto nazionale ci dice che “il Partito Democratico è un partito federale, costituito da elettori ed iscritti, fondato sul principio delle pari opportunità”;

che esso “affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali”;

che “al fine di garantire la partecipazione politica, sociale e culturale degli italiani residenti all’estero, organizza le proprie strutture anche in altri Paesi”;

che “le forme e le modalità di organizzazione del Partito Democratico all’estero sono stabilite dallo Statuto della Circoscrizione”;

che “il Coordinamento nazionale è composto da centoventi membri eletti dall’Assemblea nazionale, e da quattro rappresentanti eletti dai delegati all’Assemblea nazionale della Circoscrizione estero”.

Infine, è specificato che “il Partito Democratico eroga annualmente le risorse necessarie alle attività politiche, in rapporto al finanziamento percepito in occasione di elezioni politiche nella stessa Circoscrizione Estero”.

Tutto ciò ci spinge oggi a declinare, sul modello federale, questi importanti principi generali con norme adeguate alla realtà specifica in cui ci muoviamo e operiamo, molto diversa da Paese a Paese e da continente a continente e che ci garantiranno una piena autonomia politica e organizzativa, una maggiore forza, autorevolezza e rappresentatività sia all’estero che in Italia.

Per questo, dunque, occorre partire dall’articolazione del partito sul territorio, dalla struttura e dalle forme organizzative, oltre che dal rapporto di esse col centro del partito e gli organismi dirigenti nazionali.

Lo Statuto, dunque, dovrà prevedere quelle regole che spingono nella direzione di un sempre maggiore e rappresentativo radicamento del partito sul territorio.

Un radicamento che passi, non solo attraverso il pieno coinvolgimento del più ampio numero di cittadini anche non iscritti al partito, ma ancche attraverso forme di adesione e iscrizione che permettano una differenziazione di diritti e doveri dei militanti al partito – cioè coloro che si dedicano ad esso quotidianamente – rispetto a coloro che vi si avvicinano solo in occasioni particolari.

Penso dunque a una differenziazione tra tesserato ed elettore.

Lo stesso segretario Veltroni, proprio qualche giorno fa, ha parlato di tesserati e ha annunciato di voler lanciare a breve una grande campagna di tesseramento.

Dunque lo Statuto nazionale distingue di per sé le due figure.

Il tesserato, quindi, dovrà godere di diritto di parola in ogni occasione democratica e di voto attivo e passivo in tutti gli organismi dirigenti.

Il simpatizzante, invece, godrà del pieno diritto di parola, sempre e comunque, ma avrà un diritto di voto limitato a particolari passaggi democratici, tipo le primarie.

Il luogo del tesseramento, naturalmente, dovrà essere esclusivo e sarà il livello di base, cioè quei circoli territoriali, ambientali e/o di studio sui quali si fonda il Partito Democratico.
È da qui che deve necessariamente partire ogni forma di coinvolgimento e partecipazione alla vita democratica del Partito.

Ogni circolo, poi, per essere riconosciuto e considerato tale dal centro del Partito, a mio avviso dovrà avere almeno tre figure istituzionalizzate: un Presidente dell’Assemblea, un Segretario esecutivo e un Tesoriere.

Eventuali altre cariche esecutive, saranno stabilite localmente e liberamente dal segretario in rapporto alle finalità politiche e alle esigenze territoriali.

Essi dovranno essere naturalmente iscritti al partito e promuovere in tutte le forme possibili l’adesione e il tesseramento dei cittadini al partito, che potrà prevedere anche il versamento di una quota di iscrizione stabilita localmente.

Copia dell’iscrizione di ogni singolo cittadino con tutti i dati anagrafici e i recapiti dovrà essere inviata al Centro del Partito a Roma.

Il Segretario di circolo, poi, dovrà essere eletto con il sistema delle primarie.

Vedremo, in discussioni successive, quanto dovrà durare il suo mandato e quante volte potrà essere rieletto.

Il livello successivo al circolo locale è la Segreteria nazionale (intesa naturalmente come segreteria dei singoli paesi), che sarà istituita laddove esista almeno un certo numero di circoli da stabilire.

Essa avrà compiti l'indirizzo politico nazionale e un fondamentale ruolo di raccordo tra i vari circoli locali e gli altri livelli di rappresentanza del Partito.

Il livello di rappresentanza della segreteria nazionale potrebbe essere parificato a quello del livello provinciale italiano.

Anche in questo caso, la segreteria dovrà avere almeno le tre figure istituzionalizzate di cui ho già detto: un Presidente dell’Assemblea, un Segretario esecutivo e un Tesoriere iscritti al partito, per i quali verrà stabilita successivamente una durata del mandato.

Ma per questo livello si potrebbe pensare a rendere necessarie anche altre figure principali, quali un responsabile organizzazione e un responsabile comunicazione.

Con lo Statuto a regime, poi, anche il Segretario nazionale dovrà essere eletto con il sistema delle primarie.

L’ultimo livello territoriale sarà quello di un Coordinamento di Ripartizione.

Detto Coordinamento, importante soprattutto ai fini della nascita di nuovi circoli in paesi dove non ve ne sia presenza, dell’organizzazione e del raccordo del partito a livello continentale e, in alcuni casi, anche intercontinentale, potrebbe essere l’espressione di rappresentanti dei singoli Paesi in cui sono presenti organizzazioni del Partito.

Avrà al suo interno certamente un Coordinatore, a cui si affiancheranno altre figure esecutive stabilite a seconda delle esigenze continentali e dei passaggi elettorali più prossimi.

Anche in questo caso si tratterebbe poi di deciderne la durata.

A questo livello, dunque, penso sia da escludere un’elezione del Coordinatore con il sistema delle primarie poiché, coinvolgendo potenzialmente tutti i cittadini italiani all’estero, le primarie non assicurerebbero le pari condizioni minime di partenza a ogni candidato che vorrebbe concorrere alla carica di Coordinatore.

Vi sarebbero inoltre una serie di differenze legate alle condizioni economiche, al tipo di lavoro, alla notorietà del candidato e alle dimensioni (in termini di cittadini italiani) del Paese di residenza dei singoli candidati.

In questo caso, dunque, la riflessione dovrebbe essere declinata sulla possibilità di pensare a designazioni nazionali per i singoli delegati di ciascun Paese al Coordinamento e ad eventuali elezioni di secondo livello per il Coordinatore, che potrebbe essere votato solo dai segretari di circolo e da quelli nazionali o dai delegati all’Assemblea Costituente della Ripartizione.

Lo Statuto nazionale, poi, ci dice che l’Assemblea costituente nazionale della Circoscrizione estero dovrà eleggere i quattro componenti di diritto del Coordinamento nazionale.

Il loro ruolo è importantissimo, poiché sono l’unica rappresentanza della Circoscrizione estero negli organismi dirigenti nazionali, la voce diretta del PD all’estero in un organismo esecutivo e di indirizzo politico nazionale del Partito Democratico.

In questo caso, purtroppo, lo Statuto nazionale non specifica se i quattro rappresentanti devono essere espressione delle quattro ripartizioni geografiche, nonostante il principio che ha portato a questo numero sia stato ispirato proprio dall’esigenza di rappresentare le quattro ripartizioni elettorali.

Spetta a noi, dunque, la riflessione su come fare in modo che il voto dei delegati non diventi una riproduzione dei rapporti di forza proporzionali ad elettori e delegati delle singole ripartizioni.

Il rischio di un atteggiamento campanilistico, infatti, finirebbe col favorire esclusivamente l’Europa che, con i suoi 37 delegati, ha la maggioranza assoluta dell’Assemblea e l’America Latina, che ne ha 19, a discapito dell’America Settentrionale che ne ha 9 e dell’Australia che ne ha solo 6.

È per questo motivo, dunque, che penso che il nostro Statuto dovrebbe prevedere dei criteri che assicurino un minimo di rappresentanza a tutti nel Coordinamento nazionale.

Una giusta soluzione potrebbe essere quella di prevedere che non può essere eletto più di un rappresentante per ogni Ripartizione.

Vorrei a questo punto, dopo aver tirato le fila delle discussioni fatte fin qui sul partito, spendere qualche parola su ciò che sta oltre il partito, ma di cui lo Statuto penso debba tener conto, così come avviene anche per l’Italia.

Mi riferisco a tutto ciò che sta sotto alla definizione di “società civile” e che trova ancora delle resistenze a farsi coinvolgere nell’attività politica.

Penso al mondo dell’associazionismo, che io giudico ancora di grande importanza soprattutto in quella fetta di elettorato della vecchia emigrazione.

Quell’elettorato iscritto all’AIRE e che si riconosce nell’associazionismo regionale o provinciale, in quello di mutuo soccorso, in quello vicino alla Chiesa, alle tradizionali associazioni di Sinistra e ai circoli sportivi.

Ma anche a quello sindacale e ai patronati.

Si tratta di un universo vasto che sicuramente è fisiologicamente in esaurimento, ma che partecipa al voto, e spesso in maniera compatta.

Molto più di quanto non fanno ancora quelle giovani generazioni che esprimono un voto d’opinione e alle quali dobbiamo guardare per l’immediato futuro, ma che ancora con difficoltà si iscrivono all’AIRE e partecipano alla vita politica italiana.

Con quest’associazionismo, a mio avviso, dobbiamo cercare un rapporto stretto e possibilmente codificato. Così come dobbiamo cercarlo con quei giovani restii alla politica.

Un buon segnale sarebbe quello di introdurre nello Statuto le norme che riconoscono e regolano i nostri rapporti con possibili associazioni interessate e con forum tematici e/o online che coinvolgano i giovani.

Il tutto dovrebbe prevedere, in qualche modo, oltre al dialogo anche forme di rappresentanza di queste realtà all’interno del partito.

In questo contesto organizzativo e politico, dunque, noi guardiamo lontano, attraverso il radicamento nella società, il coinvolgimento della società civile, delle nuove generazioni, dei nuovi mezzi di comunicazione, dei sistemi democratici aperti e partecipativi.

E in questo contesto il nostro Statuto assegnerà, dunque, alle organizzazioni territoriali, un forte e autorevole peso politico a livello locale e nazionale e uno altrettanto forte sul piano organizzativo a livello continentale.
Avremo dirigenti politici locali espressione di un voto popolare molto largo, rappresentativi e autorevoli.

Un’organizzazione che godrà di una forte autonomia politica e finanziaria, visto che lo Statuto nazionale ci assegna i rimborsi elettorali come forma di finanziamento e di cui parlerò nelle conclusioni alle quali mi avvio.
Un partito all’estero con una presenza di rappresentanti autorevoli ed eletti nel Coordinamento nazionale che, lo ricordo, è organismo esecutivo e di indirizzo politico.

Ne avremo ben quattro, mentre alle regioni italiane, tanto per fare un esempio, ne spetta solo uno, il segretario.

Il che significa anche la specificità della Circoscrizione estero è stata riconosciuta in pieno e questo ci da un valore di rappresentanza in certi casi più alto della regione italiana.

Insomma, lo Statuto nazionale a base federale, insieme a quello all’estero, daranno alla nostra organizzazione un forte peso politico e di rappresentanza sul territorio, o sui territori.

Un peso che, per funzionare al meglio, democraticamente e in maniera coordinata, ha bisogno di un raccordo politico centrale che rappresenti un altrettanto autorevole, rappresentativo e politicamente rilevante coordinamento nazionale.

Un Coordinamento che sia parte importante di un sistema democratico di pesi e contrappesi.

Non si può pensare, infatti, di andare solo verso un potere sempre più crescente e autorevole delle organizzazioni territoriali e dei parlamentari - che da qui in poi dovrebbero essere selezionati con le primarie - a discapito di una carenza di rappresentatività e autorevolezza del centro del partito.

A mio avviso sarebbe il caos e l’ingovernabilità.

È per questo che penso vada fatta anche una riflessione su come lo Statuto dovrà regolare il rapporto politico tra centro e periferia, tra dirigenza nazionale e locale.

Penso che dobbiamo immaginare l’introduzione di criteri di condivisione e consultazione anche per l’organizzazione del partito a livello centrale che, una volta che lo Statuto sarà entrato a regime, permetteranno un’evoluzione democratica in linea con quanto avviene in Italia e con quanto lo Statuto nazionale impone a ogni livello di rappresentanza e direzione politica.

Il Segretario nazionale del partito, infatti, è stato eletto, e lo sarà sempre di più, direttamente dai cittadini.

Stessa cosa avviene per i segretari regionali, provinciali e locali e per i candidati alle principali cariche amministrative italiane.

Si tratta di ruoli di dirigenza e indirizzo politico per i quali si sente, oggi più che mai, il bisogno di una investitura forte e dal basso, di una certa dose di rappresentatività e di vicinanza all’elettorato.

Per questo penso dobbiamo fare una riflessinoe franca e aperta per capire se non sia il caso di prevedere, nel nostro statuto, una qualche forma di consultazione del partito all’estero, o dei suoi gruppi dirigenti, con il segretario nazionale.

Qualcosa che coinvolga, in qualche particolare momento o forma, anche l’Assemblea costituente della Circoscrizione estero, i segretari locali e nazionali e i coordinatori di Ripartizione, nella fase di decisione e designazione degli assetti e delle responsabilità nazionali del Partito per la Circoscrizione estero, fin qui decisi solo dal segretario senza alcuna forma di coinvolgimento e di interlocuzione del partito all'estero o dei suoi rappresentanti più autorevoli.

Penso che una forma aperta, partecipativa e democratico di questo tipo, che abbia una spinta politica anche dal territorio, potrà rappresentare quel giusto contrappeso di cui chi è slegato dal territorio ha bisogno per la propria legittimità nell’azione di gestione e indirizzo politico, proprio in un momento in cui, invece, il peso politico locale sta giustamente crescendo.
Un partito così disegnato, quindi, lo immagino come un partito vero, solido, democratico ad ogni livello, radicato e rappresentativo, con una forte capacità di attrazione tra le nostre comunità all’estero.

Un partito che, nelle società moderne e nella nostra realtà all’estero, più che mai ha bisogno di risorse finanziarie assegnate e gestite in maniera certa, codificata e trasparente.

Nella difficoltà dell’autofinanziamento locale, lo Statuto nazionale, come accennavo in precedenza, ci assegna la quota del rimborso elettorale delle elezioni politiche in rapporto alla quota percepita in virtù del voto all’estero.

Questo deve spingerci a formulare i criteri certi con i quali, annualmente, la tesoreria nazionale del Partito versa il finanziamento alle organizzazioni sul territorio e in che quantità.

È da qui, dunque, che deve cominciare la riflessione su quali siano i criteri che stabiliscono quanta parte di finanziamento debba essere riconosciuta ad una determinata nazione o a un dato circolo.

In questo senso, gli snodi principali potrebbero essere la Direzione nazionale del Partito e le segreterie di Paese.

Si potrebbe infatti riservare una quota del finanziamento al centro del partito, per iniziative che coinvolgono l’intera Circoscrizione estero, tipo quella di oggi ad esempio, ma anche molte altre.

Il resto del contributo potrebbe essere ripartito, in proporzione, alle Ripartizioni, tenendo conto dei diversi tassi di cambio e in percentuale ai voti ottenuti.

Potrebbe essere il Coordinamento continentale, d’intesa con le segreterie nazionali e con la Direzione nazionale, a stabilire quali siano i circoli realmente effettivi ai quali la tesoreria nazionale verserebbe il finanziamento e in che misura.

Sono convinto che, se sapremo disegnare bene questa importante e faticosa struttura architettonica, ne raccoglieremo presto l’ammirazione dei cittadini italiani all’estero in termini di democrazia, trasparenza, partecipazione e consenso elettorale: i quattro pilastri fondamentali della struttura e sopravvivenza di un partito politico.

Grazie per la pazienza e buon lavoro a tutti.

venerdì 9 maggio 2008

Buuh, buuh, e il ministero non serve più

Ho letto e condiviso in pieno quanto dichiarato da Marco Fedi circa l'esordio del Governo Berlusconi, negativo e per nulla confortante su ciò che verrà. Marco mette giustamente in evidenza come solo due anni fa, all'indomani del voto, Prodi convocò nel suo ufficio a Santi Apostoli noi responsabili politici del Coordinamento nazionale de L'Unione insieme ai parlamentari eletti all'estero per discutere insieme quale poteva essere la scelta migliore per gli italiani nel mondo: un Ministro, un Vice ministro o un Sottosegretario.
Ricordo che intervennero quasi tutti i presenti alla riunione e che quasi tutti indicammo quella che poi fu la scelta dell'allora Presidente del Consiglio: un Vice ministro.
Nella stessa riunione e nei singoli interventi dei presenti, furono evidenziate quelle che ritenevamo le priorità della futura azione di Governo a cui Prodi in seguito si ispirò.
Marco sottolinea giustamente com'è ormai molto difficile che vi possa essere un Sottosegretario o un Vice ministro che si occupi esclusivamente degli italiani nel mondo e come, probabilmente, ve ne sarà uno con più deleghe. In questo caso, naturalmente, le questioni degli italiani all'estero saranno erroneamente considerate sempre di minore importanza e scarsa rilevanza politica: un vero peccato.

A dare manforte alle previsioni e preoccupazioni di Marco Fedi, c'è anche il condivisibile editoriale di Luigi Todini, su l'Italiano di oggi.
Todini descrive una situazione politica sconfortante, sia a livello nazionale che per le singole questioni che ci riguardano. Ci dice che il Ministero non è stato istituito perché lo avrebbe preteso Tremaglia, inviso al Cavaliere. Ma se un ministero serve lo si istituisce, indipendentemente da chi dovrà essere poi il ministro. Se poi Tremaglia non va bene si poteva pensare ad altri. Le simpatie o antipatie personali non possono pregiudicare i destini di milioni di persone.
Nemmeno il Vice ministro sarebbe stato possibile perché in questo caso sarebbero stati troppi i pretendenti.
L'unico nome possibile per questa competenza, secondo Todini, ma anche secondo il sottoscritto, poteva essere Marco Zacchera, che sicuramente meglio della Contini conosce le comunità italiane all'estero e meglio di altri del centrodestra ha operato nel corso di questi ultimi anni. Ma Zacchera, sempre secondo Todini, è fuori gioco a causa della logica spartitoria del bilancino: tre sottosegretari; uno per ogni componente, compresa AN, che punta su Mantica alla cooperazione. Dunque gli italiani all'estero vengono sacrificati alla logica spartitoria dei partiti e delle componenti e rilegati a una delle tante competenze di un altro sottosegretario che conosce sicuramente meno di Zacchera questo settore.

Ma non era il centrodestra, AN in testa, che all'indomani della nascita del Governo Prodi ci accusava di non aver istituito il ministero per gli italiani nel mondo?
E non era sempre il centrodestra a strillare che quella era una mancanza di attenzione verso gli italiani nel mondo?
E non erano sempre loro, ancora qualche giorno fa, a scrivere e dichiarare che avrebbero ripristinato il ministero?
Sarebbe interessante oggi conoscere l'opinione di coloro che solo due anni fa parlavano di dicastero necessario e oggi si vedono accorpare la delega per gli italiani nel mondo alle tante di qualche sottosegretario. Sarebbe interessante per capire se, secondo loro, questo dicastero è utile davvero. Se un Vice ministro con un'unica delega è più utile di un Ministro senza portafoglio o di un sottosegretario con più deleghe.
Sarebbe bello che chi allora strillava contro L'Unione oggi ci dicesse se Berlusconi e il suo Governo riservano meno attenzione agli italiani all'estero di Prodi oppure no, come scrivevo già qualche giorno fa su questo blog.
E sarebbe anche interessante sapere se la scelta di Berlusconi è stata discussa con gli eletti all'estero e se questi la condividono.

Ma la risposta, in realtà, ce la fa intuire lo stesso Todini, quando scrive che è stato fatto "un notevole passo indietro per il mondo dell'emigrazione, che ci lascia con l'amaro in bocca ed è difficile, se non impossibile, giustificare". Un passo indietro che indica come "si stanno addensando nuvole nere e minacciose" per gli italiani all'estero e il loro voto.
Ma noi siamo ingenui e speriamo sempre in possibili ripensamenti dell'ultima ora. Per il resto, come scrive Marco Fedi, "attendiamo di capire se nelle linee programmatiche, almeno, vi saranno aspetti condivisibili" tali da giustificare un nostro appoggio e lavoro comune sulle materie e i provvedimenti utili per gli italiani all'estero.

giovedì 8 maggio 2008

Ugo da Viterbo, martire e santo

Scusate il ritardo, ma solo oggi, da rivelazione fattami da un’anima pia, ho appreso del nuovo miracolo riuscito a Ugo da Viterbo, per il quale già da tempo sono attivi i comitati per la raccolta firme per “Ugo santo subito”.
Ugo da Viterbo, già tesoriere dei DS (Cavaliere senza macchia eppur martire dei moralisti dalla pancia piena), esercitò il suo mandato negli aa.dd. 2001-2007 D.C., fino allo scioglimento dell’ordine. Di spirito umile, Ugo compì diversi miracoli legati all’acqua.

Il primo, quello dell’”Acqua alla gola”, riguarda il debito dei DS, che Egli ereditò nel 2001 e che sanò nel corso del suo mandato, trasformando montagne di un materiale putrido e maleodorante, che egli solo attirava a se dai giornalisti e dai moralisti dalla pancia piena, in risorse per i partiti e la democrazia (che su di essi si basa) e di cui godevano ampiamente anche i moralisti.

Il secondo, quello dell’”acqua dei naufraghi”, riguarda la famosa e sfigata nave dei dipendenti DS, che egli, in gran quantità, salvò dal naufragio politico a cui quel partito andava incontro.

Il terzo, quello dell’”acqua di Viterbo”, riguarda l’affogamento di un neonato, il PD di Viterbo appunto, destinato, secondo i più autorevoli scienziati della politica, a non raggiungere nemmeno il ballottaggio. Ugo da Viterbo, invece, trasformò l’acqua in cui affondava il neonato, in quei voti che gli anno permesso una rimonta insperata e il raggiungimento dell’agognato ballottaggio, grazie al quale oggi vive l’entusiasmo dei piddini viterbesi, nonostante la definitiva sconfitta e il martirio del futuro santo.

Il quarto e più grande miracolo, seppur non legato all’acqua, Ugo da Viterbo lo ha fatto riuscendo a far cantare in pubblico, a un autorevole dirigente del PD, già comunista e già ministro, un’allusiva versione di “Una carezza in un pugno”, di Adriano Celentano.
Nonostante i miracoli compiuti già in vita, Ugo da Viterbo è stato ugualmente martirizzato sull’altare politico.
La Chiesa, a questo punto, non può più rimandare l’avvio del processo di santificazione.

Per guardare il video del miracolo clicca qui.

Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistite è puramente casuale. O voluto?

mercoledì 7 maggio 2008

Dall'Unione alla solitudine completa? Guardare avanti e innovare

Finalmente trovo il tempo per tornare a scrivere. Il dopo voto mi ha travolto e ora avrei molte cosa da dire, ma ancora poco tempo.
Dopo poco meno di due anni è stato archiviato il II Governo Prodi. Un’esperienza che giudico tutto sommato positiva dal punto di vista dei risultati ottenuti soprattutto in campo economico, sociale e sul terreno dei diritti individuali. Con Prodi, poi, penso che gli italiani all’estero abbiano ottenuto il massimo dell’attenzione e dei risultati possibili. Vedremo se questo Governo vorrà e saprà fare meglio: personalmente sono convinto che l’attenzione calerà, così come si otterrà molto di meno.

A urne chiuse, ora, non azzardo un’analisi del voto, poiché non abbiamo ancora i dati per consolato. L’unica cosa certa è che all’estero non c’è stata la pesante sconfitta del PD registrata in Italia (vedi conferenza stampa). Noi, nel saldo totale degli eletti, abbiamo perso un solo parlamentare (due senatori in meno rispetto al 2006 e un deputato in più). Questo ci consente di dire che all’estero siamo ancora maggioranza in Parlamento (9 eletti PD-IDV, 7 eletti PDL-Lega, 2 indipendenti). Inoltre, oltre che in percentuale, in alcuni casi siamo cresciuti rispetto a L’Unione del 2006 in termini assoluti di voti. E ancora, nei paesi a maggiore emigrazione, siamo sempre il primo partito sia alla Camera che al Senato, anche con distacchi pesanti sul PDL. Fanno eccezione solo l’Argentina, dove però il voto sembrerebbe falsato da irregolarità sulle quali indaga la magistratura e, soprattutto, la Germania, dove il PDL ha ben 10 punti in più rispetto al PD: il risultato peggiore della Circoscrizione estero.
Resta dunque da vedere, ora, come questo voto è stato distribuito sul territorio e tra i candidati consolato per consolato.

Questi risultati, dunque, ci consegnano un PD tutto sommato forte, vitale e con grandi potenzialità di consolidamento e crescita. In questa direzione dobbiamo lavorare nei mesi a venire.
Le prossime tappe dovranno essere quelle della strutturazione dei circoli transitori del PD esistenti e della creazione di nuovi; la ripresa e l’accelerazione della discussione sullo Statuto del PD all’estero; la nuova fase di trasformazione, dopo l’approvazione dello statuto, dei circoli da transitori a effettivi in base alle regole stabilite dallo statuto e ai criteri scelti per la selezione dei gruppi dirigenti locali.
Queste fasi segneranno l’evoluzione di un partito grande, forte, strutturato e radicato sul territorio, nel quale dovrà esserci spazio di discussione e dialogo sia per i cittadini sostenitori (che si avvicinano sporadicamente alla vita politica e in particolari momenti di grande rilevanza) che per gli aderenti e militanti, cioè quelle migliaia di volontari che vogliono iscriversi, partecipare con costanza alla vita, al dibattito politico e alle decisioni quotidiane che un partito si trova a dover prendere. Lo stesso Veltroni, infatti, nella riunione con i segretari regionali, ha detto che dovremo fare “la campagna per il tesseramento” al PD.

Ma a queste fasi importanti per l’organizzazione e la strutturazione del partito, dovrà affiancarsi quella della discussione seria e approfondita sull’identità del partito, dalla quale si trarrà anche l’idea e il disegno che abbiamo come PD sulle riforme istituzionali, vero terreno di confronto in questa legislatura. Siamo o no, e quanto, presidenzialisti o semi-presidenzialisti? siamo e quanto federalisti? vogliamo o no il bicameralismo perfetto? gli eletti all’estero in quale Camera e in che quantità devono essere collocati? la nostra aspirazione maggioritaria deve spingerci verso l’autosufficienza o meno? vogliamo davvero evitare ogni confronto, ogni dialogo o alleanza sia con l’UDC che con la Sinistra radicale, cominciando con l’innalzamento della soglia di sbarramento anche alle europee?

A mio avviso quest’ultima tentazione è pericolosa, poiché autosufficienti non lo siamo, né politicamente né culturalmente, tant’è che abbiamo già fatto un partito nuovo che si basa proprio sull’unione di culture diverse. La nostra forza, quindi, non può stare nel passare dall'Unione alla solitudine completa, ma deve risiedere nel saper dare rappresentanza a larghe fasce di popolazione, a più identità culturali e politiche, ma senza pretendere di poterle rappresentare tutte o di costringere il sistema a tecnicismi pericolosi che sottrarrebbero rappresentanza a forze oggi politicamente democratiche e culturalmente vivaci, ma che poi si troverebbero costrette a ben altri e più pericolosi sbocchi. Non voglio dire, con questo, che dobbiamo tornare a L’Unione, ma che dobbiamo guardare avanti e saper continuare il rinnovamento disegnando un partito strutturato e con un’identità chiara e certa, seppure plurale e maggioritaria. E’ su questo che deve riprendere prima possibile, insieme all’analisi del voto, la discussione al nostro interno.
E anche per quanto riguarda il partito all’estero, questa discussione ci aiuterà sia in previsione delle prossime europee, che in vista delle elezioni per il rinnovo di Comites e CGIE, quando dovremo, per ragioni di forza, discutere con un universo molto più ampio e articolato del Partito Democratico.

mercoledì 9 aprile 2008

PDL, ovvero i magnifici 12 dell'armata Brancaleone

Ho letto ieri su l'Unità il bell'articolo del mio amico e conterraneo Nico Stumpo (Vice responsabile nazionale Organizzazione del PD) sul cambiamento che solo il PD può asicurare al Paese. Un articolo che mi ha molto colpito e che molti italiani all'estero si sono persi, mentre tutti gli italiani chiamati a votare in Italia il 13 e 14 aprile dovrebbero considerare. Dovrebbero considerarlo perché quell'articolo chiarisce una cosa che è passata molto sotto traccia. Mi riferisco al fatto che Nico palesa, come nessuno ha fatto in questa campagna elettorale, come solo il PD sia riuscito a semplificare davvero il panorama politico italiano e come solo il PD può assicurare, con questa semplificazione reale, una certa stabilità.
Al contrario, Nico evidenzia come la semplificazione politica a Destra non solo non vi sia stata, ma come Berlusconi abbia rimesso insieme una coalizione estremamente ampia ed eterogenea che molti non hanno avvertito e non avvertono e che contribuirà a creare instabiità anche in caso di una sua vittoria. Ma veniamo ai fatti che Nico evidenzia.
Il PD, ricorda Nico, è un unico partito alleato con l'IDV che dopo le elezioni confluirà nell'unico gruppo parlamentare del PD e si scioglierà nel partito stesso. Quindi dopo le elezioni, in caso di vittoria del PD, si avrà il Governo di un unico partito e del suo unico gruppo parlamentare. Ma volendo spaccare il capello, potremmo dire che il PD sarà l'unione del PD più l'IDV più un gruppetto di Radicali.

Di contro, però, con Berlusconi abbiamo già una coalizione di più di dieci partiti. E Nico spiega lucidamente e inconfutabilmente perché.
La coalizione che presenta Berlusconi è fatta dal PDL, che è l'unione di FI più AN, che non ha ancora deciso se e come fondersi realmente in un unico partito né ha avuto e sembra avere il consenso dei suoi militanti. Anzi si dice chiaramente che dopo le elezioni rimarranno due gruppi parlamentari distinti.
A questi due vanno aggiunti la DC di Rotondi e la DC di Pizza, il Partito dei Pensionati di Fatuzzo e il Nuovo PSI di Caldoro. I Popolari Liberali di Giovanardi e Azione Sociale di Alessandra Mussolini. Il partito dei falsi Italiani nel Mondo (che all'estero non esiste) di quel soggetto di De Gregorio e l'Unione Liberal Democratica di Dini. E gli "alleati" della Lega Nord e del Movimento per l'Autonomia di Lombardo. Con interessi opposti e indipendentisti.
Insomma, se vogliamo provare a farci un'idea almeno visiva delle parti in gioco e delle diverse posizioni che siederanno al tavolo di vertice del futuro Governo, potremo riprodurre il tutto al seguente schema:

Governo Veltroni: PD + IDV

Governo Berlusconi: FI + AN + DC ROTONDI + DC PIZZA + PdP + NUOVO PSI + PL + AS + InM + ULD + LEGA + MpA.

Come scrive Nico, "un'armate Brancaleone che quotidianamente dovrà fare i conti con i ricatti di tutti i piccoli e piccolissimi della coalizione".
Ecco, questo l'aspetto che più mi ha colpito dell'articolo di Nico, poiché spiega meglio di ogni ragionamento come il PD ha già cambiato la politica italiana nella direzione di una vera semplificazione che assicuri stabilità e come, invece, Berlusconi e il centrodestra vogliano conservare lo status quo attuale pur di garantirsi vittorie private, al prezzo di un'instabilità e ingovernabilità pubblica che non serve a nessuno.

venerdì 28 marzo 2008

A Toronto tra politica, calcio, cultura e soppressate

L'iniziativa di Toronto del 26 si è tenuta in un centro italiano nel quale una sesantina di persone giorcava a carte esattamente come in Italia: scopa, briscola e tressette. Era una platea prevalentemente di anziani, per la quale l'accento degli interventi, mio e del canididato alla Camera Mario Marra, è caduto sulle questioni dell'assistenza e delle pensioni.
Ma più che dell'iniziativa, a Toronto sono stato colpito da altre cose. Ad esempio l'eccellenza del Columbus Centre, una struttura nata grazie al lavoro della comunità italiana e dedicata al multiculturalismo. Un centro nel quale le più amate eccellenze italiane all'estero - cultura, arte, cucina, sport - si fondono perfettamente in un'armonica miscela che attrae anche moltissimi non italiani e che rende vivo e in continuo movimento il nostro pasato artistico e letterario. Un luogo che contiene un campus, un casa di riposo, uno spazio per le mostre, biblioteche, palestre, un centro sportivo, una scuola di danza, di cucina, di lingua e cultura italiana. Da qui sono passati Andreotti, Cossiga, Scalfaro, Chiti e molti altri ancora, ognuno dei quali ha lasciato un segno e un omaggio dal grande valore artistico: Chiti, ad esempio, ha regalato una mostra di opere su Pinochio degli ultimi cento anni.

Nel centro sportivo del Columbus Centre, poi, si è allenato in due diverse occasioni anche il Milan di Sacchi, di passaggio da Toronto per importanti impegni calcistici internazionali.
Un ente, insomma, orgoglio della comunità italiana in Canada, nel quale i luoghi e le attività sportive, insieme al ristorante, sono a pagamento e i cui ricavi servono per finanziare le attività culturali dirette da Alberto Di Giovanni, naturalmente nel massimo della trasparenza dei bilanci, che sono pubblici.
Al Columbus Centre, poi, giganteggia la foto della più grande manifestazione popolare mai svoltasi in Canada, una manifestazione di italiani entrata prepotentemente e pacificamente nella storia di quel Paese: le 500.000 mila persone che hanno sfilato spontaneamente per le vie di Toronto quando l'Italia ha vinto i mondiali del 1982 in Spagna. Ma questa manifestazione, poi, è stata superata per numero di partecipanti da un'altra lo scorso anno, quando 600.000 mila italiani hanno sfilato per la vittoria dell'Italia ai mondiali del 2006 in Germania. Qui, infatti, il calcio è una cosa seria: è di Toronto il più grande club del mondo della Juventus e si avvicina a questo record anche quello dell'Iter.

Un'altra cosa eccezionale qui a Toronto è quella di vedere come tutta la comunità italiana faccia ancora in casa le provviste. A casa del candidato Mario Marra, di San giovanni in Fiore (CS), ho potuto mangiare le specialità dei miei luoghi che prepara la moglie: le salsicce e soppressate, il prosciutto di maiale, le olive salate, i peperoni arrosto, i funghi rositi raccolti in Canada, i porcini sott'olio, il capocollo e persino il sanguinaccio, di cui avevo persino dimenticato il sapore. Anche il sanguinaccio la signora Marra fa in casa, dopo che Mario le ha procurato il sangue di maiale presso qualche macello locale. La cena è stata accompagnata dal vino che Mario e la moglie fano in casa e chiusa dalla Pitta mpigliata e dal vino cotto, anch'essi rigorosamente in casa, of course.

A fine cena la digestione è stata agevolata dall'adrenalina procuratami passeggiando su una lastra di vetro sospesa nel vuoto a quasi 400 metri di altezza (foto a lato), sulla CN Tower di cui spesso Beppe Grillo ha parlato nei suoi spettacoli. Il punto di osservazione più alto del mondo, a 447 metri (foto in alto), dove è stato costruito un ristorante girevole con vista sulla città e sul lago Ontario e un pavimento in vetro che spezza il fiato a chi vi cammina sopra guardando il vuoto.
Ieri sera, poi, ero già a Città del Messico con il nostro deputato del Nord America, Gino Bucchino, con Emilia Vitale, Marina Piazzi e altri amici e compagni locali con i quali abbiamo cenato insieme e in compagnia dell'Ambasciatore Felice Scauso in un'amabile serata messicana che, con i suoi 34 gradi circa, mi ha ristorato del freddo incamerato a Toronto fino alla mattina di ieri, e dove la temperatura era sotto lo zero.

giovedì 27 marzo 2008

La Merica dei dibattiti...

La sera del 26, con Gino Bucchino, Emilia Vitale, Paquale Masullo e Vincenzo Iannucci abbiamo tenuto l'iniziativa a Long Island, in una sala piena e alla presenza di numerosi rappresentanti del mondo dell'associazionismo newyorkese. Abbiamo iniziato alle alle 20:00 circa, ora locale. Per me che ero uscito di casa alle cinque del mattino ora italiana, fare l'inizitiva a quell'ora è stato, praticamente, come tenere a Roma un dibattito all'una di notte. Un dibattito conclusosi alle 10 ora locale e alle tre ora italiana. Stamattina svegli alle 6:00 ora locale per rimettermi sull'aereo che mi sta portando a Toronto e dal quale scrivo.
All'iniziativa era stato invitato anche Vinciguerra, del PDL, in qualità di ospite e rappresentante del locale Comites. Vinciguerra oltre a portare il suo saluto, ha fatto anche un intervento di merito contestando quanto detto in precedenza da Gino Bucchino e ha chiesto cosa avesse fatto il Governo in questi anni.
Essendo toccato a me l'intervento finale, ho provato a fare un bilancio dell'azione di Governo, sia del nostro che del precedente berlusconiano, apprezzando comunque la presenza e l'intervento di merito di un esponente del PDL a una iniziativa di pesentazione di alcuni candidati del solo Partito Democratico. Vinciguerra ha poi replicato anche alle mie conclusioni, che appunto dovevano concludere. L'iniziativa, dunque, ha avuto un taglio diverso da quelo previsto dagli organizzatori, e noi siamo stati ben lieti di trasformarla in una sorta di dibatito. Tant'è che lo stesso Gino Bucchino ha poi risposto ancora una volta alle osservazioni di Vinciguerra. E allo stesso Vinciguerra sono state poste domande dalla platea. Naturalmente non parliamo di una vero e proprio confronto tra le parti, poiché non era stato pensato così. Ma è stato dato a un esponente del PDL uno spazio democratico di discussione impensabile in una iniziativa analoga el centrodetra, di cui non ho notizie né penso ne avrò mai.
Mi rincresce, in questa situzione, pensare invece che proprio il leader del partito di Vinciguerra, Silvio Berlusconi, si presenta agli elettori per chiedere per la quinta volta consecutiva il mandato di Presidente del Consiglio e che, a quanto ci dice Bonaiuti, si sottrarrà a un democratico faccia a faccia televisivo con il suo principale sfidante, Vel. Una cosa impensabile in una democrazia quale quella americana nella quale Vinciguerra vive. Mi fa piacere, però, aver potuto avere con Vinciguerra il confronto del 26 e spero che in futuro ce ne possano essere altri, magari organizzati ad hoc e magari dal centrodestra. Così come mi auguro di poter assistere a un dibattito tra Veltroni e Berlusconi prima del voto.

martedì 25 marzo 2008

Diario minimo

Sono in aeroporto, a Fiumicino. Tra poco si parte per New York dove stasera stessa terrò una iniziativa elettorale a Long Island alla quale parteciperanno anche i candidati Gino Bucchino ed Emilia Vitale, oltre all'attivissimo e simpatico Pasqule Masullo, coordinatore dei campani in Nord America.
Domani mattina lascerò New York per Toronto, dove nel pomeriggio farò delle altre iniziative con Mario Marra, il nostro candidato calabrese, di San Giovanni in Fiore: città nella quale ho studiato.
La mattina dopo ripartirò alla volta di Città del Messico dove, il 27 e 28 marzo, terremo un'altra serie di iniziative con la comunità locale e i rappresentanti delle camere di commercio. Sarò insieme ai candidati alla Camera Gino Bucchino ed Emilia Vitale e quella al Senato Marina Piazzi.
Il 29 e 30 sarà la volta di Guadalajara.

Poi si riparte per l'Europa.

martedì 18 marzo 2008

Da Bruxelles a Lugano con D'Alema e Veltroni

E' già da un po' che non riesco a trovare il tempo di scrivere. Sono state settimane intense nelle quali sono successe molte cose sulle quali, invece, varrebbe la pena scrivere. Provo ad accennare poche cose e in maniera schematica.

Presentazione liste.
Domenica 10 abbiamo presentato le liste definitive del PD all'estero. E' stata una corsa contro il tempo e ad alta carica di adrenalina, poiché dovevano arrivare da tutto il mondo documenti indispensabili e da consegnare in originale alla Corte d'appello di Roma: il rischio era che non arrivassero in tempo e che non avremmo potuto presentare le liste o che le avremmo dovute presentarle monche. Tanto per farvi un'idea ecco come si è conclusa la nostra avventura, così come descritta da alcuni quotidiani italiani:
Nord America, sprint per salvare la lista del PD
“Se il PD riuscirà a pareggiare al Senato, dovrà fare un monumento a Eugenio Marino, 34 anni, con uno sprint da atleta. Il PD aveva presentato le sue liste per le circoscrizioni estere intorno alle 18:00. Mancava però il certificato del presentatore della lista per il Nord America. Marino è corso in sede a recuperare il documento ed è riuscito a varcare la sede della Corte d’appello di Roma due minuti prima della chiusura. Per Marino l’abbraccio del collega più anziano e la consapevolezza di avere consentito al PD di gareggiare anche per quel seggio”. (Avvenire, 11 marzo 2008)

Con D'Alema a Bruxelles.
Il 13 ero a Bruxelles a rappresentare la Direzione nazionale del Partito all'iniziativa con il Presidente del PS belga Elio Di Rupo e Massimo D'Alema, tenutasi nella sede nazionale dei socialisti del Belgio. Un ottimo incontro, in una sala gremita di giornalisti e con la comunità italiana, soprattutto del mondo dell'associazionismo. Di Rupo e D'Alema hanno sottolineato la vicinanza e l’intensa collaborazione tra PD, socialisti belga e PSE. La necessità che il PD e il PSE trovino le forme e le regole per consentire un'adesione organica che passi attraverso quanto già fatto a Porto con la modifica dello Statuto del PSE e attraverso la possibilità di una nuova denominazione del contenitore europeo. Una soluzione utile a tutti: alla Sinistra italiana ed europea, all'Italia e all'Europa, agli italiani in Italia e all'estero. Alla fine degli interventi D'Alema ha risposto alle molte domande degli italiani presenti in sala, che hanno fatto sentire la propria voce sulle questioni che li riguardano più da vicino: dalla diffusione della lingua e cultura italiana all'estero alla doppia cittadinanza (questione per la quale D'Alema e Amato hanno avviato una denuncia al Consiglio europeo che consentirà ai cittadini italiani di ottenere la cittadinanza belga senza perdere quella italiana) e alle quali il Ministro degli esteri ha risposto con puntiglio e sicurezza, rassicurando gli italiani sulla continuazione del suo impegno in questi temi anche per il futuro. Dopo gli interventi D'Alema e Di Rupo hanno presentato alla platea i candidati del PD presenti in sala: Davide Pernice, Laura Garavini, Beatrice Biagini e Rosine Ongaro. Gli stessi leader italiano e belga, poi, si sono abbandonati a un bagno di folla, lasciandosi stringere la mano, baciare e fotografare a lungo con tutti coloro che lo richiedevano: giovani e anziani, candidati e militanti, ognuno dei quali poneva a D'Alema la propria domanda o ricordava con piacere una particolare pressa di posizione del leader italiano. In molti, poi, hanno commentato come "D'Alema non è come lo descrivono: è simpatico, ha parlato con tutti, è stato disponibilissimo". Insomma, dopo aver dato risposte di merito e preso impegni sui problemi della comunità all'estero, ha dedicato ancora del tempo ai singoli per una battuta, una stretta di mano, una foto e lo spolvero di un particolare ricordo.

Con Veltroni a Lugano.
Il 14 marzo ero invece a Lugano, dove Veltroni ha fatto la tappa all'estero del suo giro d'Italia. In sala c'erano circa 600 persone. L'entusiasmo della gente era alle stelle. Il segretario ha parlato a lungo delle nostre comunità, lanciando da Lugano la risposta a Martino sulla necessità dell'Italia di non ritirarsi dal Libano e ribadendo a Calderoli, che aveva detto di vergognarsi dell'Italia, di essere invece orgoglioso di vivere nel nostro Paese che, secondo Veltroni, "è un Paese meraviglioso". E quale migliore occasione dell'incontro con le comunità italiane all'estero per lanciare un messaggio di politica estera e ribadire la grandezza e bellezza del nostro Paese. Un Paese, secondo Veltroni, che dovrà creare, con il PD al Governo, le condizioni per cui "quella di partire o di emigrare dovrà essere una scelta e mai più una necessità, un obbligo". Lo ha detto davanti a molti giovani e ai candidati del PD presenti in sala, sottolineando come alcuni di loro siano giovani professionisti altamente specializzati che, proprio per le loro competenze e formazione, devono lasciare l'Italia solo per scelta e non perché manca nello Stivale un sistema in grado di mettere a frutto le loro competenze. Tra di questi, ha citato la giovane candidata inglese Simona Milio ed Emanuela, la ragazza ticinese che aveva aperto con il suo bell'intervento la giornata.

A Bolzano con Scaparro, Nicolini e Toni Jop
Domenica ho assistito a Bolzano, in qualità di invitato insieme a Maurizio Scaparro, Renato Nicolini e toni Jop, alla prima teatrale dell'Orlando Furioso di Ariosto. Una bellissima reinterpretazione, in uno scenario post industriale, realizzata dalla regista Giuliana Lanzavecchia con la compagnia Bricabrac. Ragazzi dai 13 ai 20 anni che si sono esibiti in un'interpretazione fatta di musica, canti, balletti e recitazione.
A fine spettacolo siamo andati cenare in un ottimo ristorante tipico di Bolzano, dove ho mangiato i wurstel bianchi fatti artigianalmente, tutta un'altra cosa rispetto a quelli industriali che compriamo nei supermercati.