Le cose che ho detto nell'intervista che mi ha fatto Barbara Laurenzi, Vice direttrice di Italiachiamaitalia.it
Roma – “Basterebbe un decreto per cambiare i difetti più evidenti del voto estero”. Parola di Eugenio Marino, responsabile Pd estero. Già, peccato che nessuno faccia nulla per impedire che si ripetano casi già tristemente noti. ItaliaChiamaItalia ha incontrato Marino al termine del suo viaggio in Sud America per parlare della riforma del voto e dei risultati politici e istituzionali raggiunti dal Pd in Argentina.
Eugenio Marino, di rientro dal suo viaggio in Sud America, quali risultati porta con sé? Quale atteggiamento ha riscontrato nei connazionali, dopo le ultime batoste ricevute dall’Italia come, ad esempio, l’Imu?
Il bilancio del viaggio è ottimo dal punto di vista politico, abbiamo avuto buoni incontri con le comunità e i rappresentanti dei partiti locali. Nell’atteggiamento dei connazionali, purtroppo, si registra molta preoccupazione, veniamo da quattro anni di allentamento dei rapporti con gli italiani all’estero e questa politica di sfilacciamento ha causato la depauperazione dei capitoli più importanti per il settore.
È di nuovo tutta colpa di Berlusconi? Nemmeno il nuovo governo può vantarsi di aver fatto molto, anzi.
Il nuovo governo si presenta in maniera più credibile agli occhi dei partner internazionali e questo è un fattore fondamentale. Inoltre, abbiamo assistito a un decisivo cambio di atteggiamento nei confronti degli italiani nel mondo: il Governo dialoga con noi e abbiamo avuto diversi incontri con Catricalà, De Mistura e il ministro Terzi. Solo metodo, forma e atteggiamento, però, per quanto importanti essi siano e che giudichiamo positivamente perché qualche risultato comincia a vedersi, non bastano. La strada è ancora lunga e in salita, poiché c’è ancora una certa continuità con il precedente Governo, visto che si rinviano per l’ennesima volta le elezioni di Comites e Cgie, si esclude il voto per corrispondenza che è un elemento fondamentale della partecipazione, si recuperano con grande difficoltà solo le briciole per alcuni capitoli che riguardano gli italiani nel mondo e non si operano scelte su settori da salvaguardare e sui quali investire politicamente, ma continuano i tagli. È dunque ancora difficile valutare i fatti e le azioni concrete, è complicato ricostruire lì dove si è smantellato in maniera così feroce nell’era PDL-Lega. La ricostruzione è ancora un traguardo e il passaggio a Monti rappresenta il difficile inizio della ricostruzione dopo il terremoto berlusconiano.
I rinnovi sono rinviati e il Senato ha soppresso la circoscrizione estero. Come fa a parlare di ricostruzione?
Per ora è stato ricostruito il rapporto e il dialogo, dopo le nostre violente reazioni per l’ennesimo rinvio per la questione dei Comites e del Cgie il Governo si è reso disponibile a incontrare il Cgie e ha deciso di aprire un dialogo su come modificare il decreto. E in alcune parti siamo riusciti a farlo in Parlamento grazie alla nostra azione che ha portato almeno al recupero di tre milioni e mezzo per lingua e cultura, assistenza e rappresentanza di base.
Le modifiche al decreto possono essere considerate una piccola vittoria?
Si, ma solo piccola, appunto. Ma è il segnale, ripeto, di un cambio di atteggiamento di questo Governo che ora deve continuare e portare al superamento dei tagli lineari e alle politiche di scelta. Ma vediamo se succederà.
Questi soldi, però, rimangono pochi rispetto a quanti ne servirebbero…
Certamente non bastano, ma è importante sapere che almeno tre milioni e mezzo siano stati recuperati, come richiesto da noi del Pd, per le politiche di assistenza, per la lingua e cultura e per il funzionamento degli organi di rappresentanza. Senza la nostra azione e senza quel minimo dialogo, avremmo perso anche quelli, come in passato con Berlusconi. In Senato, poi, sono spariti gli eletti all’estero e, finora, il Parlamento non è riuscito a modificare un sistema di voto che mette a rischio la legalità delle stesse elezioni. Il voto è un diritto costituzionale e gli italiani nel mondo lo possiederanno sempre, quello che è a rischio è il sistema di voto o, appunto, la stessa circoscrizione estero.
La circoscrizione esisterà ancora nel 2013?
Noi del Pd abbiamo sempre sostenuto, com’è noto, l’utilità della circoscrizione e abbiamo sempre votato contro gli emendamenti soppressivi, Lega e Pdl hanno presentato e votato a favore l’emendamento per il senato federale senza senatori all’estero e siamo arrivati all’atto conclusivo, ora finalmente c’è chiarezza su chi vuole la circoscrizione estero e chi desidera eliminarla. Da una parte c’è chi vuole abolirla, dall’altra ci siamo noi.
E, in mezzo, ci sono gli elettori privati di rappresentanza.
L’intesa Alfano-Bersani-Casini ne prevedeva il mantenimento, c’è stato un voluto colpo di mano durante le votazioni, PDL e Lega hanno cambiato le carte e hanno soppresso i senatori. Anche qualora venissero salvaguardati gli 8 deputati, assisteremmo a una riduzione di più del 50 per cento della rappresentanza estera.
Sono a rischio anche i deputati?
Alla Camera potrebbero ripetersi gli stessi colpi di mano. Prima dialoghiamo con i colleghi e troviamo un’intesa e poi, in aula, assistiamo al divario tra promesse e comportamenti. Lì si tratta di seguire una linea di partito e non c’è stato nessuno nel Pdl che sia andato contro quanto imposto dal PDL stesso, nemmeno Mantica che fino a pochi mesi fa era sottosegretario con delega agli italiani nel mondo.
Quando riuscirete a riformare il sistema di voto? Tutti ne parlano ma nessuno fa nulla.
La riforma è un’aspirazione e un obiettivo posto fin da subito dal Pd. Già nel luglio 2010 avevamo presentato un disegno per la riforma con le prime firme di Franceschini e Finocchiaro, e quelle di Bindi e Bersani. Il disegno di legge è stato calendarizzato, l’iter è iniziato al Senato e relatore è il senatore Pdl Malan, ma in realtà, il lavoro non procede ed è arenato.
Quindi, sta dicendo che non ci sarà alcuna riforma del voto estero?
Mi auguro che si concluda e che si faccia almeno un decreto per cambiare la stampa delle schede, da effettuare in Italia, per introdurre il numero del documento di riconoscimento dentro il plico e per imporre limiti temporali all’elettorato passivo evitando, così, i casi Di Girolamo.
Se si andrà al voto con questa legge potranno verificarsi altre situazioni come quelle legate a Di Girolamo o come i presunti brogli elettorali che vengono contestati a Caselli: è possibile che non si faccia nulla per scongiurare questo pericolo?
Basterebbe un solo decreto per scongiurare alcuni rischi, con la situazione attuale si può chiedere la residenza anche il giorno prima di candidarsi. Abbiamo sostenuto diverse iniziative per spingere l’approvazione della riforma, lo scorso anno c’è stato un dibattito con me, Malan e altri relatori proprio per chiederne l’accelerazione della riforma e abbiamo dedicato all’argomento diverse puntate della nostra trasmissione su Youdem. Noi stiamo facendo il possibile, qualcun altro invece vuole approfittare delle storture del meccanismo di voto per abolirlo totalmente.
La trasmissione che lei ha citato, Italiani nel mondo chiamano Roma, è stata trasmessa anche su ItaliaChiamaItalia, e ha chiuso l’edizione di quest’anno con successo, attestandosi come prima tra le trasmissioni più viste di Youdem. Com’è nata l’idea del programma e a cosa si deve il favore riscontrato nel pubblico?
Il Pd ha voluto fortemente questa trasmissione per rispondere a due esigenze. In primo luogo abbiamo voluto ovviare a un vuoto nel palinsesto di Rai International che, anche prima dell’attuale chiusura, non aveva programmi appositamente dedicati agli italiani all’estero e, inoltre, non andava in onda in Europa o in Italia. La nostra trasmissione è diventata un punto di riferimento a disposizione di tutti e ha rappresentato l’unico esperimento di informazione di ritorno. I dati ci dicono che l’intuizione è stata giusta e il fatto che sia diventato il programma più seguito di Youdem conferma che parlare di italiani nel mondo crea interesse anche per chi rimane in Italia.
Tornando al suo viaggio in Sud America, quali sono stati gli accordi raggiunti?
Il Pd mondo, e l’intero partito, si è fatto promotore di due iniziative, una a livello locale e un’altra dal respiro internazionale. La prima consiste nell’aver stimolato il proseguimento del gemellaggio tra Torino e Rosario. Questo rapporto era nato anni fa su iniziativa dell’ex sindaco di Torino Chiamparino e ora che il primo cittadino è nuovamente un importante esponente del Pd, come Piero Fassino, il partito si è posto come perno per rilanciare il gemellaggio con Rosario, dove è presente una grande comunità piemontese. Ho portato al sindaco della città argentina, Monica Fein, una lettera di Fassino nella quale si rinnovano gli intenti di collaborazione e si invita la stessa Fein nel capoluogo piemontese. Come Pd ci muoveremo subito per far venire il sindaco Fein in Italia ma, da questo momento, tutti i rapporti si spostano sul piano istituzionale, noi siamo stati il tramite e il pungolo per stimolare questo legame e abbiamo portato a termine il nostro compito. Torniamo a casa con un importante traguardo raggiunto.
Che cosa riguarda, invece, la seconda iniziativa intrapresa durante il viaggio?
Siamo riusciti ad ottenere un documento condiviso, firmato dal vicepresidente del Parlamento Europeo Gianni Pittella e da altri 70 esponenti da sempre in prima linea con ruoli chiave nello scenario internazionale, nel quale il Pd si impegna a far dialogare Argentina e Inghilterra per raggiungere una risoluzione circa la spinosa questione delle Malvinas che non riguarda solamente le questioni della territorialità, ma anche la pesca e la protezione ambientale. La nostra lettera è stata giudicata, dal governo argentino, il più importante atto politico di un partito europeo nel dialogo tra il Paese sudamericano e l’Inghilterra e il Pd ha avuto la possibilità di raggiungere un traguardo così importante solo grazie alla sua forza, coesione e grandezza. Il Pd è la prima forza riformista dell’Italia e ha messo a disposizione questa capacità per creare un ponte tra i due Paesi.
State puntando al Sud America in considerazione della sua crescita economica?
Il Sud America sta crescendo e, soprattutto in Argentina, sono presenti numerose comunità italiane. Forti della nostra iniziativa, il Pd si impegnerà a fare da ponte con il Vecchio Continente quando l’Argentina riprenderà il dialogo sulle Malvinas. L’Italia, come l’ha definita il Presidente Binner nel nostro incontro pubblico, ‘è la porta europea per l’Argentina’ e per tutto il Sud America. In questa partita, l’Italia gioca un ruolo chiave e tutto questo può essere realizzato solamente da un grande partito, in grado di contare su una grande storia e su legami consolidati con istituzioni e altri partiti presenti in tutto il mondo.
Una parte importante del suo viaggio è stata dedicata all’Argentina, proprio lì dove si sarebbero verificati i casi di brogli elettorali denunciati nelle ultime elezioni. Dall’Argentina proviene anche il senatore Caselli, al centro delle indagini della procura di Roma. Quanto incidono i casi come questo nello screditamento della circoscrizione estero?
I casi di sospetti o accertati brogli gettano fango su tutti noi e, su questo argomento, voglio dire in maniera chiara che non si può dividere tra buoni e cattivi. I brogli sono compiuti da persone entrate in Parlamento con l’appoggio dei rispettivi partiti, l’atteggiamento di un Antonio Razzi, emigrato storico, getta discredito su di noi ma, mi domando, qual è la differenza tra lui, Scilipoti, De Gregorio e Di Girolamo? La vera differenza è tra chi ha alle spalle un partito in grado di arginare questi fenomeni e chi no. Il Pd ha dimostrato, in ben due legislature, di avere solo eletti di grande levatura etica. Il Pdl ha portato Di Girolamo e Caselli, l’Idv Razzi, Scilipoti e De Gregorio. Solo il Pd non ha avuto atteggiamenti negativi sull’immagine degli italiani all’estero.
Il senatore Caselli ha querelato Fabio Porta e Luciano Neri. A dire il vero, ha querelato anche noi di ItaliaChiamaItalia, che abbiamo riportato le dichiarazioni degli esponenti del Partito Democratico. Come Pd, non pensate a promuovere iniziative di protesta o di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla situazione che si sta creando in seguito alle azioni del parlamentare argentino?
Le querele di Caselli lasciano il tempo che trovano, Porta ha solo ribadito che ci sono stati rischi in America Latina e non ha detto niente di nuovo. Se ci sono sospetti è bene che la magistratura faccia chiarezza, esistono delle intercettazioni nelle quali qualcuno parla della possibilità di impossessarsi di schede e votarle per conto di altri, bisogna necessariamente andare a fondo e il Pd ha sempre ribadito a gran voce la sua volontà di trasparenza ma queste sono azioni che, ripeto, può fare solamente un grande partito, radicato e presente come il nostro.
Quindi non temete che qualcun altro partito o movimento possa sottrarvi i voti in America Latina?
In politica c’è sempre concorrenza ma noi speriamo, e siamo sicuri, di raccogliere i frutti del lavoro svolto.
martedì 10 luglio 2012
Italiani nel mondo: cresce il disinteresse
Alcune cose che ho detto in trasmissione
Per seguire la trasmissione clicca qui.
Linea Mondo speciale Italiani nel Mondo -
Italiani nel mondo chiamano Roma - Conduce Francesco Cuozzo - In studio Eugenio Marino (PD), Claudio D'Amico (Lega Nord Padania), Barbara Laurenzi (ItaliachiamaItalia).
In collegamento da Parigi Beatrice Biagini, da Bruxelles Desiree Ketabchi, da Oxford Paolo Gandini, da Londra Vincenzo Zaccarini.
Per seguire la trasmissione clicca qui.
Linea Mondo speciale Italiani nel Mondo -
Italiani nel mondo chiamano Roma - Conduce Francesco Cuozzo - In studio Eugenio Marino (PD), Claudio D'Amico (Lega Nord Padania), Barbara Laurenzi (ItaliachiamaItalia).
In collegamento da Parigi Beatrice Biagini, da Bruxelles Desiree Ketabchi, da Oxford Paolo Gandini, da Londra Vincenzo Zaccarini.
martedì 5 giugno 2012
Al bivio con rischio dissoluzione
Ecco quello che ho scritto qualche giorno fa.
Siamo a un bivio: da una parte c’è la strada del caos e il rischio di far saltare tutto il mondo dell’emigrazione e dall’altra una salita ripida, ma verso la speranza.
Siamo a un bivio: da una parte c’è la strada del caos e il rischio di far saltare tutto il mondo dell’emigrazione e dall’altra una salita ripida, ma verso la speranza.
Scrivo queste parole perché la situazione politica che abbiamo alle spalle e quella che ci si presenta davanti oggi è molto grave e porta con sé gravi pericoli. Veniamo da tre anni e mezzo di Governo Berlusconi con un lascito di quasi azzeramento dei capitoli di spesa per gli italiani all’estero e di mancanza di qualsiasi tipo di politica e idea futura del rapporto tra l’Italia e le sue comunità nel mondo, a cui si è aggiunta la delegittimazione di tutte le rappresentanze degli italiani all’estero, parlamentari compresi. Chi non ricorderà, infatti, il Sottosegretario Mantica che, in audizione in Commissione Affari esteri (quindi nei luoghi istituzionali per eccellenza e nei quali è richiesto il massimo del decoro e rispetto istituzionale), minacciava di passare volentieri sul cadavere del CGIE e del suo Segretario generale come un carrista dei Panzer divisionen tedeschi? Terribile.
Questa situazione di lunga e totale delegittimazione, di continui tagli, di mancanza di politiche di prospettiva, di paralisi del Parlamento e di completa inefficacia dell’iniziativa dei singoli parlamentari, tanto eletti all’estero che in Italia (poiché se volgiamo lo sguardo a quanto fanno i parlamentari eletti nei singoli collegi italiani, vediamo che anche la loro attività e praticamente azzerata e la loro singola iniziativa annullata), ha prodotto un sentimento diffuso e di sfiducia non solo in chi ha operato certe scelte e certe politiche di tagli e delegittimazione (quindi l’esecutivo di Governo), ma in tutta la rappresentanza e la politica in genere. Se a questo, poi, si aggiungono alcuni scandali tra i parlamentari della Circoscrizione estero (caso Di Girolamo, atteggiamenti di Razzi e vicende Caselli) e in alcuni partiti italiani (caso Lega/Belsito e Lusi), ecco che il quadro è completo e demoralizzante per chiunque, persino in chi fa politica con passione, perché ci crede e sa che senza politica c’è solo declino. Dunque, il Governo Berlusconi prima, la crisi economica e gli ultimi passi del Governo Monti e del Ministro Terzi poi, hanno prodotto, a mio avviso, i seguenti risultati:
a) un clima di sfiducia generale verso tutte le rappresentanze politiche e istituzionali e verso la politica più in generale;
b) il risultato di far passare nell’opinione pubblica tout court, in Italia e in parte anche all’estero, che gli organismi di rappresentanza di base e intermedi degli italiani all’estero (Comites e CGIE) non servano;
c) l’idea che il voto per corrispondenza sia un meccanismo pericoloso e utile alla criminalità per portare in Parlamento i propri uomini;
d) la convinzione che tutti gli eletti all’estero siano inaffidabili e pericolosi in caso di equilibri parlamentari precari, dunque vadano ridotti al minimo per evitargli di essere determinanti nei voti di fiducia (ma dietro questo tentativo si nasconde quello più generale della soppressione completa della Circoscrizione estero);
e) l’effetto che nella comunità italiana all’estero sono nate, e rischiano di alimentarsi ancor di più, profonde divisioni che portano a contenziosi di ogni tipo.
È proprio su quest’ultimo punto che cresce la mia preoccupazione, perché lo considero l’ultimo stadio di un’opera di smantellamento e distruzione. Se è vero, come è vero, infatti, che verso gli italiani nel mondo il passato esecutivo (e, se non cambiano le cose, anche l’attuale) ha portato ai risultati pessimi che conosciamo tutti, per evitare una reazione (o resistenza) delle comunità e per scongiurare qualsiasi possibilità di rilancio, ora vi è un’ultima operazione da fare: dividere ogni comunità, istituzione o forza organizzata e metterla in contrapposizione al proprio interno, facendo in modo che una parte scarichi sull’altra le colpe di quanto accaduto e, addirittura, che ognuna di queste parti pensi che ormai, data la situazione, per salvare se stessa meglio lasciar perdere la difesa degli altri. Insomma, siamo ai due famosi detti latini, quello del divide et impera prima, che porta naturalmente al mors tua vita mea poi.
In questi giorni, infatti, sto assistendo con preoccupazione crescente al fatto che diversi consiglieri CGIE e opinionisti dei media all’estero accusano i parlamentari di inefficienza o di inutilità, scaricandogli la colpa di non aver difeso il CGIE e i Comites e dando loro la responsabilità dell’ultimo e ulteriore rinvio delle elezioni. Parlamentari che, di contro, accusano il CGIE e i comites di immobilismo e chiusura, individuando in questo atteggiamento la causa della delegittimazione dei Governi e la volontà di sminuirne il ruolo e rimandarne il rinnovo. O parlamentari che accusano i partiti di non interessarsi agli italiani all’estero, di non considerare i propri eletti o di ostacolarli e scaricano anche sui partiti la responsabilità del rinvio delle elezioni, che invece ricade solo sui Governi e sulla chiusura dei Governi a qualsiasi tipo di dialogo istituzionale nelle sedi appropriate, con i parlamentari, il CGIE e gli stessi Partiti.
Ecco, dunque, che il rischio a questo punto è enorme. Ed è quello che anziché unire le forze nella ricerca di soluzioni (anche sofferte) o nella battaglia verso chi compie certe scelte, nelle nostre comunità, negli organismi di rappresentanza, negli stessi eletti e nei partiti, si vada alla ricerca di capri espiatori scaricandosi a vicenda le responsabilità che hanno esclusivamente quei Governi che hanno imposto scelte sbagliate e spesso con un voto di fiducia.
Recita un antico proverbio cinese che “l’unità di un popolo sa trasformare l’argilla in oro”. E purtroppo in Italia questa Unità è stata troppo a lungo solo anelata, perché veniamo da una lunga storia di divisioni e localismi esasperati che, negli ultimi decenni, sono stati anche alimentati da forze reazionarie che hanno costruito le proprie momentanee e miopi fortune sulle divisioni e il populismo, scaricando sempre “sull’altro” le colpe generali, dunque non siamo mai riusciti a trasformare in oro la nostra argilla, se si esclude il periodo della Resistenza, della Costituente del Dopoguerra o dell’antiterrorismo.
Oggi ci risiamo, soprattutto nelle nostre comunità, così pesantemente maltrattate e mortificate negli ultimi anni e oggi al culmine della tensione interna, che spinge all’esplosione generale.
A mio avviso, dunque, occorre mettere da parte le tentazioni colpevoliste verso gli altri, perché il capro espiatorio non salverà i nostri connazionali e le loro rappresentanze. E occorre ritrovare quello spirito comunitario, di Partito, di comunità, di amor patrio che solo può consentirci di provare a risalire la china uniti: quella salita ripida di cui parlavo nell’incipit. Così avremo qualche possibilità, divisi nessuna. Anche per questo si era deciso di andare insieme, tutti i partiti e gli eletti che sostengono la maggioranza, dal sottosegretario Catricalà, al quale, tra le altre cose, avevamo chiesto di organizzare dei tavoli tematici tra gli eletti e i ministri di competenza sulle diverse questioni urgenti.
Capisco che il momento è difficile e le tensioni personali e collettive troppo pesanti per parlare di unità e di risultati, ma come direbbe Gandhi, “perché ci sia vera unità, questa deve sopportare la tensione più pesante senza spezzarsi”. Sapremo darne prova in questi giorni?
Se sapremo farlo avremo qualche possibilità, altrimenti vinceranno la loro battaglia gli Antonio Razzi, che chiede il rinvio delle elezioni dei comites e fa i propri “cazzi” in Parlamento perché “tanto questi sono tutti malviventi e pensano solo ai cazzi loro”. O i Pancho Pardi che sostengono candidamente che “gli italiani all’estero non pagano le tasse in Italia quindi non devono avere il diritto di voto”.
mercoledì 7 dicembre 2011
Buongiorno a tutti e grazie agli organizzatori per avermi invitato a questo appuntamento di Rifare l’Italia.
Oggi il nostro Paese, e il Sud in particolare, vive una crisi internazionale mai conosciuta in precedenza. Ma una crisi, va detto con chiarezza, le cui radici sono antiche e affondano nelle politiche della Destra. Politiche ultraliberiste affermatesi agli inizi degli anni ’80 nell’Inghilterra della Thatcher e negli USA di Reagan.
Politiche neoliberiste consolidatesi nell’amministrazione USA di Bush jr e, in Europa, nei governi Chirac, Kohl e persino Blair, sconfinando egemonicamente anche tra chi avrebbe dovuto elaborare modelli e letture alternative. Politiche che in Italia sono arrivate con Berlusconi. Che hanno progressivamente enfatizzato la produzione di denaro con denaro e sempre meno quella di lavoro e merci. Che hanno coltivato il mito del successo individuale legato esclusivamente alla ricchezza personale, in spregio a ogni principio di equità e di interesse collettivo. Dove le parole eguaglianza e redistribuzione erano intese come un’inaccettabile violazione della libertà personale.
Il risultato è palese: un numero sempre più ristretto di ricchi (sempre più ricchi) e un corrispettivo aumento di poveri (sempre più poveri). E un’economia reale allo stremo.
Politiche nelle quali era imperante il dogma del mercato libero, che solo affrancato dai cosiddetti “lacci e lacciuoli”, dalle regole, avrebbe garantito prosperità per tutti.
Su queste politiche del “meno Stato più mercato”, della crescita anche se squilibrata, si è abbattuta questa crisi. Una crisi di sistema. Che ci sbatte in faccia come il capitalismo senza regole sia il peggior nemico di se stesso poiché, presto o tardi, cade vittima dei propri eccessi e per risollevarsi ha necessariamente bisogno dell’intervento massiccio dello Stato e non di sempre più massicci tagli e alleggerimenti. Si legga al proposito l’articolo su Repubblica di oggi di Paul Krugman. A questo tipo di crisi, però, sarebbe ingenuo rispondere con le ricette della Sinistra tradizionale.
Nelle società del Primo mondo, a democrazia stabilizzata, la Sinistra storica non basta più. Basti pensare alle paradossali sconfitte dei socialdemocratici in alcuni paesi europei. In queste condizioni la Sinistra si afferma ancora in quelle aree del Pianeta strategiche da un punto di vista geopolitico, ma ancora non sviluppate a pieno: India, Sud Africa, Brasile. Aree nelle quali la nuova Sinistra vince e riduce le disuguaglianze, rafforza la democrazia e la macchina dello Stato, investe nel settore pubblico.
In Brasile, per fare un esempio, il sindacalista Lula, ha permesso a 60 milioni di persone di salire un gradino della scala sociale. E a 30 milioni di esse di uscire dallo stato di povertà e cominciare a consumare.
La ricchezza e la forza economica di quel Paese non si sono basate su politiche di deregulation e arretramento dello Stato.
Ma su politiche di eguaglianza, declinate con parole quali: equità, redistribuzione, lavoro, emersione dalla povertà, intervento dello Stato. Occorre quindi tornare a puntare sull’uguaglianza, come direbbe Tony Judt, per ridare fiato all’economia e alla democrazia, avvilita dal turbo capitalismo finanziario. E un nuovo patto per l’uguaglianza e la giustizia va pensato all’interno del Paese e delle sue diverse realtà, Nord e Sud, ma contemporaneamente in un’ottica di internazionalismo.
Capiamoci bene, però, su quali siano oggi e dove affondano anche le radici dei nostri mali storici, a partire da una mai risolta Questione meridionale che oggi reclama di essere colta come questione nazionale.
E cominciamo con forza, come PD, a valutare il peso che le mafie hanno nell’impedire lo sviluppo delle nostre regioni e nell’alimentare il fiume delle nuove emigrazioni. E, viceversa, di come la lotta alla criminalità organizzata sia il più efficace freno all’emigrazione e volano di crescita civile prima ancora che economica. Lotta alla criminalità come risposta a domande di carattere economico, culturale e civile. Domande che non riguardano solo l’Italia, ma interrogano l’Europa e il mondo, come scriveva Francesco Forgione, politico passato da questa città ed ex Presidente della Commissione antimafia. La ‘ndrangheta è un fenomeno a lungo sottovalutato che ha radici forti e tradizionali in queste terre, dove mantiene un maniacale controllo del territorio. Ma è un fenomeno nazionale e internazionale di livello vastissimo.
È, senza ironia, la più potente e affidabile multinazionale che possediamo.
Una holding economico-criminale alla quale si appoggiano le criminalità organizzate di tutto il mondo per i traffici illeciti a livello globale. Una multinazionale che offre servizi del crimine su scala planetaria a chi ne fa richiesta. Ma un cancro per lo sviluppo economico, culturale e morale della Calabria, del Sud e dell’Italia tutta.
Perché, per dirla con Pasolini, non possono esserci né progresso né sviluppo se c’è criminalità. Dunque il primo punto dell’impegno delle nuove generazioni politiche che vogliono ricostruire l’Italia, è la lotta alla mafia. A livello locale, nazionale e internazionale. Senza questa lotta non può esserci ricostruzione al Sud.
E se non si ricostruisce il Sud non si ricostruisce l’Italia. Insieme alla lotta alla mafia e all’innesto quotidiano di una diffusa cultura civica e della legalità, occorre tempestivamente investire nel lavoro e nella presenza visibile, forte, autorevole dello Stato. Il cittadino deve percepire concretamente che lo Stato è l’antimafia, è la garanzia della sua libertà, è quell’entità che può garantirgli la possibilità di lavorare e crescere in sicurezza. Garanzie che a volte, anche tra gli onesti, si pensa possa dare da queste parti solo la ‘ndrangheta. Solo se affronteremo questo nodo cruciale, il Sud potrà attrarre investimenti e il sistema Italia tutto potrà sperare di recuperare quel ruolo che le spetta nel consenso internazionale. È il tema dell’internazionalismo a cui accennavo: internazionalismo politico, di diritti, di mercati, di possibilità, di formazione, di giustizia sociale. Quindi provo a concludere con delle proposte concrete legate all’ambito delle migrazioni. Il nostro Paese ha una comunità di emigrati di più di 60 milioni tra italiani cittadini e di “di origine”, legati a noi dalla memoria e dal richiamo culturale.
La stragrande maggioranza di essi viene dal nostro Mezzogiorno, dalla Calabria.
Gente che contribuisce a promuovere e diffondere cultura italiana, tutti i prodotti del made in Italy e del turismo, con ingenti ritorni per l’economia nazionale e locale, come ha ricordato il Presidente Napolitano. E non parliamo solo di vecchia emigrazione.
Perché il nostro Paese non ha cessato di essere terra di emigrazione.
Basta leggere il saggio Ma il cielo è sempre più su, di Provenzano e Bianchi, nel quale si denuncia la ripresa dell’emigrazione verso il Nord del Paese e l’estero; la distanza accentuatasi tra Nord e Sud; il fatto che nel Sud sia ormai morta tra i giovani anche la speranza di cambiare le cose. Per cui l’unico cielo terso cui volgere lo sguardo quaggiù, si sposta sempre più su, a Nord o all’estero. Per capirci: i miei nonni emigrarono negli anni ’60 in Svizzera per campare e far studiare il figlio. Diversi miei coetanei di questa provincia, sono oggi, dopo 40 anni, emigrati in Germania o Svizzera per trovare un qualsiasi lavoro o nel centro e Nord Italia per studiare.
Questa gente, che nell’era della globalizzazione va comunque alla ricerca delle proprie radici in un mondo sempre più piccolo, in una dimensione politica sovranazionale, in un pianeta sempre più interconnesso, è una preziosa risorsa multiculturale, cosmopolita ed economica dell’Italia. È un importante plusvalore economico. Un capitale umano su cui investire con politiche in grado di attrarre eccellenze, capitali, scambi economici e culturali capaci di produrre ricchezza, lavoro e crescita e ridurre la diseguaglianza. Tra questi connazionali o corregionali è ancora forte il sentimento di comunità e di appartenenza. Che li spinge a non perdere i rapporti con la terra d’origine. Rapporti che alimentano l’economia locale e nazionale. Per fare un esempio, basti ricordare solo che il nostro Paese, per tutte le politiche verso gli italiani nel mondo, investirà un totale di 16 milioni di euro nel 2012. Al contempo, esclusivamente dalle casse pensionistiche della sola Europa, arrivano annualmente in Italia circa 5 miliardi di euro.
Risorse quotidianamente spese nel nostro Paese e che alimentano la nostra economia nazionale e locale. Non parliamo di quanto poi potrebbero ancora aiutare la diffusione dei prodotti made in Italy e l’economia nazionale e meridionale nello specifico, se l’Italia e le regioni del Sud costruissero una rete di servizi e assistenza strutturate.
Capaci di creare e alimentare rapporti politici, culturali e scambi commerciali con partnership locali e nei paesi di residenza dei nostri molti e spesso giovani emigrati.
Occorrerebbe, dunque, investire anche in queste politiche e in paesi a forte densità di immigrati italiani e alta crescita economica, come Brasile e Argentina, oltre che i classici USA, Canada e Australia.
O in aree geopoliticamente strategiche e vicine come Tunisia, Egitto, Libia, Marocco e Turchia. Anche per ritrovare quella vicinanza culturale di un antico passato condiviso e di scambi economici un tempo frequenti. Occorrerebbe farlo anche con investimenti dello Stato centrale o delle regioni e province del Sud, con programmi di internazionalizzazione tra piccole e medie imprese locali selezionate con criteri di qualità e piccole e medie imprese nei paesi citati. Buone pratiche di questo tipo esistono già. E rappresentano pochi casi isolati. Ma dimostrano come con investimenti modesti, un milione e mezzo di euro, abbiano creato ritorni economici di 15 milioni, prodotto posti di lavoro, aperto vie commerciali e rafforzato il rapporto con le comunità italiane e regionali all’estero.
Il rafforzamento di questi rapporti produce poi ulteriori ritorni economici tramite il turismo di ritorno dall’estero delle nuove generazioni attraverso le vacanze-studio. Gli enti locali del Sud dovrebbero investire con appositi pacchetti strutturati tra università e attività ricettive e agenzie turistiche, nell’attrazione dei discendenti di italiani nel mondo (o di stranieri interessati all’Italia) che vogliono venire nelle regioni d’origine a studiare l’italiano, la moda, la cucina e a visitare i luoghi d’origine e non. Anche con tanti, piccoli progetti e contributi strutturati in rete come questi, si può ricostruire l’Italia, il Sud e i piccoli centri, creando lavoro, legalità, cultura, internazionalizzazione.
Anche questo può essere utile affinché nessuno scriva più versi amari come quelli che scriveva e cantava Vittorio Franceschi nella ballata Chi non emigra spara, quando diceva: “Nel Sud, paese caldo/ chi non emigra, spara!/ e chi non spara/ ascolta nel silenzio/ il ronzio della sua rabbia impotente”.
sabato 17 settembre 2011
Si vuole staccare la spina agli italiani all'estero?
Dopo due anni di tagli lineari e politiche di smantellamento che hanno ridotto in uno stato di coma le strutture e i rapporti tra l’Italia e gli italiani nel mondo, ora il Governo si avvia a staccare definitivamente la spina. Lo si capisce dopo le notizie di nuovi tagli verso gli italiani nel mondo e l’annuncio che il Consiglio dei ministri vuole trasmettere d’urgenza alle Camere il testo di riforma costituzionale approvato il 18 luglio e che prevede la soppressione della Circoscrizione estero.
È inaccettabile che si continui ancora ad accanirsi con i cittadini italiani all’estero senza voler accettare che essi sono parte integrante del nostro Paese e volano di sviluppo economico e culturale in un mondo globalizzato nel quale i paesi avanzati valorizzano i concittadini all’estero.
È ora di fare chiarezza e dire una volta per tutte se questo Governo vuole avere un rapporto reale o no con questi connazionali e di avviare una riflessione seria e a 360° su questo rapporto, senza tentare pericolose e superficiali fughe in avanti come quella imposta dalla maggioranza al Senato sulla legge di riforma del CGIE e che deve invece avere un iter diverso alla Camera.
Non si può pensare di chiudere i consolati, ridurre drasticamente il numero dei Comites, cambiare la ragione sociale del CGIE, abolire la Circoscrizione estero e imporre il quasi azzeramento delle risorse economiche parlando di "riforme", poiché tutto ciò corrisponde solo alla volontà di un massacro.
È inaccettabile che si continui ancora ad accanirsi con i cittadini italiani all’estero senza voler accettare che essi sono parte integrante del nostro Paese e volano di sviluppo economico e culturale in un mondo globalizzato nel quale i paesi avanzati valorizzano i concittadini all’estero.
È ora di fare chiarezza e dire una volta per tutte se questo Governo vuole avere un rapporto reale o no con questi connazionali e di avviare una riflessione seria e a 360° su questo rapporto, senza tentare pericolose e superficiali fughe in avanti come quella imposta dalla maggioranza al Senato sulla legge di riforma del CGIE e che deve invece avere un iter diverso alla Camera.
Non si può pensare di chiudere i consolati, ridurre drasticamente il numero dei Comites, cambiare la ragione sociale del CGIE, abolire la Circoscrizione estero e imporre il quasi azzeramento delle risorse economiche parlando di "riforme", poiché tutto ciò corrisponde solo alla volontà di un massacro.
mercoledì 15 giugno 2011
Juan Esteban Caselli, il re e il Piccolo Principe
Sono
settimane di grande fermento e risveglio politico per il nostro Paese. Le
ultime tornate elettorali hanno disegnato un’Italia finalmente pronta a voltare
pagina e a lasciarsi alle spalle un governo e una maggioranza che hanno
ignorato e disatteso i legittimi interessi, i bisogni e le richieste dei
cittadini. Non fa eccezione, purtroppo, la realtà degli italiani all’estero
trattati, quando va bene, con assoluta indifferenza, come dimostrano anche le
più recenti vicende interne al PDL.Mi riferisco, ancora una volta è il caso di dire, alle gesta del Senatore Caselli che, alternis diebus, si definisce Coordinatore del PDL nel mondo e che, in quanto tale, dà ordini che pochi prendono in considerazione, fino ad essere pubblicamente disconosciuto come Coordinatore dagli stessi militanti del suo partito.
Questo signore ricco, latino e dal sangue caldo, dai toni perentori, dal piglio sicuro e dal volto persino simpatico, mi ricorda uno dei personaggi tristi di quel capolavoro assoluto che è Il piccolo principe, di Antoine de Saint Exupéry: il Re. Quel re che si descriveva così: “Sono un monarca assoluto e universale io! Non tollero la disobbedienza ed è per questo che con il tempo ho capito ciò che è giusto fare. Do solo ordini ragionevoli, ma spesso vengo disobbedito ugualmente. Sono vecchio, non posso più camminare. Mi occorrerebbero almeno un ministro della giustizia e un ambasciatore. Li trovassi potrei lasciare a loro parte del mio potere, ma sono solo, comando e basta”.
Lo stesso re che così discuteva col piccolo principe:
RE: Non puoi sbadigliare davanti ad un re!
PP: Non posso farne a meno: ho fatto un lungo viaggio e non ho dormito.
RE: Allora ti ordino di sbadigliare!
PP: Non riesco più, mi avete intimorito. Sire, ma voi su che cosa regnate?
RE: Su tutto: pianeti, stelle....
PP: Le stelle vi ubbidiscono?
RE: Immediatamente! Io non tollero l’indisciplina!
PP: Vorrei tanto vedere un tramonto! Per piacere, ordinate al sole di tramontare!
RE: Io ho diritto ad esigere l’obbedienza perché i miei ordini sono ragionevoli! Avrai il tuo tramonto quando le condizioni saranno favorevoli, cioè... questa sera! Allora vedrai come sarò ubbidito!
PP: Non ho più niente da fare qui, me ne vado!
RE: No, non andare!
PP: Se voi, Sire, desiderate essere ubbidito, potreste darmi un ordine ragionevole, per esempio di partire entro un minuto. Mi sembra che le condizioni siano favorevoli.
Re: Non andare. Ti nomino mio ambasciatore!
PP: Sono ben strani i grandi: per non perderti, fanno di tutto per accontentarti, ma non è mai un bene!
Già, Caselli mi ricorda proprio quella strana figura. Un re che non regna su niente e su nessuno perché non ha un regno né dei sudditi che lo riconoscano come tale. Un re che non ha rapporti con altri sovrani di regni confinanti né ministri e ambasciatori con cui lavorare. Un re che per essere ascoltato da chicchessia può ordinare solo cose ovvie che si realizzano indipendentemente da lui e per le quali lui è assolutamente ininfluente.
A onor del vero, però, si deve riconoscere che c’è stata una decisione del nostro ‘re’ che ha suscitato approvazione pressoché unanime. È successo quando ha chiesto a tutti di “considerarlo dimissionario e fuori dal PDL”. Purtroppo, a interrompere quel raro momento di popolarità, è arrivata la decisione di un sovrano ben più potente, Silvio Berlusconi che, a detta dello stesso Caselli, lo avrebbe incontrato e gli avrebbe parlato, probabilmente per farlo tornare sulla sua decisione (ma Caselli non lo ha chiarito, come non ha chiarito nemmeno con quali argomenti lo avrebbe convinto). A noi interesserebbe sapere, invece, quali siano stati questi argomenti, anche per capire come si “tratta” nel PDL sugli italiani nel mondo, e soprattutto se vi è stata qualche promessa di “risorse” o incarichi fatta al Senatore per non far venir meno il suo sostegno in Aula all’attuale Governo. Il sospetto ci è suggerito proprio dalla lettera di dimissioni dello stesso Caselli, che ci ha spiegato che Berlusconi gli aveva promesso un incarico di sottosegretario a ridosso del voto di fiducia del dicembre scorso. E oggi siamo alla vigilia di un altro importante voto di fiducia (corsi e ricorsi storici).
Dunque, come afferma sconfortato il Piccolo Principe: “Sono ben strani i grandi: per non perderti, fanno di tutto per accontentarti, ma non è mai un bene!”. E se anche questa volta Berlusconi avesse fatto di tutto (a spese dei contribuenti) per accontentare Caselli pur di non perdere il suo voto di fiducia? Certo non avrebbe fatto un bene all’Italia e, soprattutto, agli italiani all’estero, che ancora una volta si vedrebbero massacrati dalla stampa nazionale e dall’opinione pubblica in patria e oltre confine.
Senatore
Caselli, gli italiani all’estero non hanno bisogno di un re, tanto meno di un
re come lei o come il Presidente Berlusconi. Sia coerente, lasci il suo
incarico e ne assuma un altro, magari da “Consigliere politico” di Berlusconi,
per “consigliare” anche a lui di dimettersi. Allora sì che gli italiani vi
seguiranno, “mi sembra che le condizioni siano favorevoli”.
giovedì 19 maggio 2011
CGIE. Perché continuare a non capire?
Raramente ospito nel mio blog articoli non miei. In questo caso rubo a Marco una sua riflessione per farla anche mia. Buona lettura.
La XVI legislatura è stata inaugurata da una nuova stagione per gli italiani all’estero. La stagione del conflitto con gli organismi di rappresentanza, dei tagli a strutture e servizi, della disparità di trattamento. Con una strategia basata su alcuni punti fermi, ripetuti ogni giorno da chi ha responsabilità di governo, poi trasformatisi in azione politica di maggioranza.
La presunta duplicazione dei livelli di rappresentanza, mantraideologico del Governo, ha tenuto banco a inizio legislatura. Arrivano poi i tagli ai capitoli di bilancio, la chiusura di sedi consolari, la chiusura di istituti di cultura e la riduzione di lettorati. Arrivano anche i tagli all’informazione, alle camere di commercio e ai patronati.
Governo e maggioranza sono poi incapaci nell’azione di tutela degli italiani all’estero, sul piano della parità sostanziale di diritti e doveri sanciti dalla Costituzione. Come dimostrato dal dibattito su esonero ICI, assegno sociale, detrazioni fiscali.
Momenti caratterizzati anche dall’assenza di riforme e di progetti. Con l’esclusione della riforma di Comites e Cgie. Alcuni di noi ritenevano che mancassero, sicuramente, le condizioni di urgenza e che la necessità andasse invece commisurata ai tempi e ai contenuti delle riforme costituzionali.
In sostanza si riteneva indispensabile avere un quadro delle modifiche previste alla rappresentanza parlamentare, prima di modularne l’assetto complessivo.
Oggi abbiamo un testo, pronto al voto al Senato, sul quale pesa il parere contrario del Cgie e dei Comites, sul quale sono emerse profonde divisioni con i deputati, internamente ai gruppi e alle forze politiche, sul quale pesano valutazioni critiche da parte delle associazioni, patronati e sindacati.
Il rischio nell’immediato è un sostanziale scollamento tra i soggetti che compongono il panorama della rappresentanza. E questo sarebbe un grave errore. Occorre fare in modo di mantenere sempre aperti i canalidel dialogo. Comites, Cgie, Parlamentari e Associazioni rischiano di dilaniarsi su una proposta di riforma mentre mancano all’appello due elementi fondamentali. Manca un esecutivo che sia almeno disponibile all’ascolto, che sia attento a garantire almeno la difesa dei principi su cui si fonda il rapporto con gli italiani nel mondo, oltre a tutelare i diritti acquisiti promuovendo la parità di trattamento. Manca inoltre un forte rapporto con le comunità che non sia fatto unicamente di presenzialismo ma di proposta innovativa. In questo siamo tutti carenti. Anche le Associazioni, sia quelle attive sia le sigle vuote. Il problema è che la proposta che sarà votata dal Senato non risolve gli aspetti fondamentali. Non rende né più diretto né più chiaro il rapporto con la rete diplomatico-consolare, che intanto inizia a dare segnali di crescente insofferenza nei confronti della rappresentanza. Non rende più forte il rapporto con la comunità poiché mancherebbero ancora gli strumenti, da quelli finanziari, per svolgere un ruolo che oggi non può più essere unicamente consultivo, ma deve essere di raccordo e di collegamento, anche con le autorità locali. Non rende più importante il ruolo di Comites e Cgie poiché, per esserlo, occorrerebbe sempre un esecutivo che dimostri capacità d’ascolto.
Per queste ragioni non comprendo, davvero, lo sforzo dei colleghi senatori di opposizione nell’approvare un testo che alla Camera non potremo accogliere. Che dovremo stravolgere. Con un secondo rischio. Nonostante la contrarietà alla proposta emersa dai lavori del Senato, espressa dalla maggioranza dei deputati e senatori di opposizione eletti all’estero, se questa procedesse indipendentemente dalle posizioni espresse, esternamente e internamente ai gruppi e ai partiti, se fosse approvata nonostante il voto contrario degli eletti all’estero, porremmo ulteriormente in difficoltà la rappresentanza parlamentare. Un pericoloso gioco al massacro, peraltro inutile.
Dobbiamo chiederci che ruolo stanno svolgendo i deputati e senatori di maggioranza, in che misura sostengono, alla Camera come al Senato, il progetto di riforma.
Il confronto con Governo e maggioranza è stato aspro e teso. Non abbiamo concesso nulla come opposizioni, abbiamo sempre proposto una strategia di dialogo critico e ci siamo dichiarati pronti a un confronto sui contenuti. Eppure non è bastato. Non è bastato per chiarire le perplessità e per migliorare il testo prima del voto. È mancato anche un approfondito confronto interno ai gruppi e alle forze politiche, come invece è avvenuto per la riforma delle norme per l’esercizio in loco del diritto di voto. E questa è sana autocritica.
Non mi sorprende che chi crede in un progetto lavori per vederlo realizzato. Non ci si deve sorprendere, allora, quando i “non credenti” lavorano per non vederlo realizzato o per modificarlo. Evitiamo quindi il fuoco incrociato, sempre inutile e dannoso.
È sorprendente invece che il Governo, su un tema come questo, abbia preferito nascondersi dietro l’iniziativa parlamentare evitando in tal modo di aprire un confronto serio sui contenuti della riforma.
È sorprendente che una proposta di riforma di Comites e Cgie, ad esempio, non parta da un’analisi precisa di ciò che funziona, quindi da rafforzare, ed elimini o modifichi radicalmente ciò che non ha funzionato o è superato dai tempi. La riunione annuale di coordinamento tra la rete diplomatico-consolare, i Comites, il Cgie, le Associazioni, gli Enti gestori e i Parlamentari è il momento più importante della vita di questi organismi. In alcune realtà è sistematicamente ampliato anche ad altri momenti di coordinamento, come il Forum dei Parlamentari locali e il coordinamento dei giovani. Con risultati assolutamente inediti anche nei confronti dei Governi locali.
È sorprendente, infine, che ci si trovi costretti a dedicare molto tempo a una discussione che purtroppo appare sterile e vuota. Sono sorpreso anche di avervi dedicato uno spazio temporale sottratto ad altre attività, tra cui la soluzione di tanti microproblemi che ci arrivano direttamente dagli italiani all’estero.
On. Marco Fedi
La XVI legislatura è stata inaugurata da una nuova stagione per gli italiani all’estero. La stagione del conflitto con gli organismi di rappresentanza, dei tagli a strutture e servizi, della disparità di trattamento. Con una strategia basata su alcuni punti fermi, ripetuti ogni giorno da chi ha responsabilità di governo, poi trasformatisi in azione politica di maggioranza.
La presunta duplicazione dei livelli di rappresentanza, mantraideologico del Governo, ha tenuto banco a inizio legislatura. Arrivano poi i tagli ai capitoli di bilancio, la chiusura di sedi consolari, la chiusura di istituti di cultura e la riduzione di lettorati. Arrivano anche i tagli all’informazione, alle camere di commercio e ai patronati.
Governo e maggioranza sono poi incapaci nell’azione di tutela degli italiani all’estero, sul piano della parità sostanziale di diritti e doveri sanciti dalla Costituzione. Come dimostrato dal dibattito su esonero ICI, assegno sociale, detrazioni fiscali.
Momenti caratterizzati anche dall’assenza di riforme e di progetti. Con l’esclusione della riforma di Comites e Cgie. Alcuni di noi ritenevano che mancassero, sicuramente, le condizioni di urgenza e che la necessità andasse invece commisurata ai tempi e ai contenuti delle riforme costituzionali.
In sostanza si riteneva indispensabile avere un quadro delle modifiche previste alla rappresentanza parlamentare, prima di modularne l’assetto complessivo.
Oggi abbiamo un testo, pronto al voto al Senato, sul quale pesa il parere contrario del Cgie e dei Comites, sul quale sono emerse profonde divisioni con i deputati, internamente ai gruppi e alle forze politiche, sul quale pesano valutazioni critiche da parte delle associazioni, patronati e sindacati.
Il rischio nell’immediato è un sostanziale scollamento tra i soggetti che compongono il panorama della rappresentanza. E questo sarebbe un grave errore. Occorre fare in modo di mantenere sempre aperti i canalidel dialogo. Comites, Cgie, Parlamentari e Associazioni rischiano di dilaniarsi su una proposta di riforma mentre mancano all’appello due elementi fondamentali. Manca un esecutivo che sia almeno disponibile all’ascolto, che sia attento a garantire almeno la difesa dei principi su cui si fonda il rapporto con gli italiani nel mondo, oltre a tutelare i diritti acquisiti promuovendo la parità di trattamento. Manca inoltre un forte rapporto con le comunità che non sia fatto unicamente di presenzialismo ma di proposta innovativa. In questo siamo tutti carenti. Anche le Associazioni, sia quelle attive sia le sigle vuote. Il problema è che la proposta che sarà votata dal Senato non risolve gli aspetti fondamentali. Non rende né più diretto né più chiaro il rapporto con la rete diplomatico-consolare, che intanto inizia a dare segnali di crescente insofferenza nei confronti della rappresentanza. Non rende più forte il rapporto con la comunità poiché mancherebbero ancora gli strumenti, da quelli finanziari, per svolgere un ruolo che oggi non può più essere unicamente consultivo, ma deve essere di raccordo e di collegamento, anche con le autorità locali. Non rende più importante il ruolo di Comites e Cgie poiché, per esserlo, occorrerebbe sempre un esecutivo che dimostri capacità d’ascolto.
Per queste ragioni non comprendo, davvero, lo sforzo dei colleghi senatori di opposizione nell’approvare un testo che alla Camera non potremo accogliere. Che dovremo stravolgere. Con un secondo rischio. Nonostante la contrarietà alla proposta emersa dai lavori del Senato, espressa dalla maggioranza dei deputati e senatori di opposizione eletti all’estero, se questa procedesse indipendentemente dalle posizioni espresse, esternamente e internamente ai gruppi e ai partiti, se fosse approvata nonostante il voto contrario degli eletti all’estero, porremmo ulteriormente in difficoltà la rappresentanza parlamentare. Un pericoloso gioco al massacro, peraltro inutile.
Dobbiamo chiederci che ruolo stanno svolgendo i deputati e senatori di maggioranza, in che misura sostengono, alla Camera come al Senato, il progetto di riforma.
Il confronto con Governo e maggioranza è stato aspro e teso. Non abbiamo concesso nulla come opposizioni, abbiamo sempre proposto una strategia di dialogo critico e ci siamo dichiarati pronti a un confronto sui contenuti. Eppure non è bastato. Non è bastato per chiarire le perplessità e per migliorare il testo prima del voto. È mancato anche un approfondito confronto interno ai gruppi e alle forze politiche, come invece è avvenuto per la riforma delle norme per l’esercizio in loco del diritto di voto. E questa è sana autocritica.
Non mi sorprende che chi crede in un progetto lavori per vederlo realizzato. Non ci si deve sorprendere, allora, quando i “non credenti” lavorano per non vederlo realizzato o per modificarlo. Evitiamo quindi il fuoco incrociato, sempre inutile e dannoso.
È sorprendente invece che il Governo, su un tema come questo, abbia preferito nascondersi dietro l’iniziativa parlamentare evitando in tal modo di aprire un confronto serio sui contenuti della riforma.
È sorprendente che una proposta di riforma di Comites e Cgie, ad esempio, non parta da un’analisi precisa di ciò che funziona, quindi da rafforzare, ed elimini o modifichi radicalmente ciò che non ha funzionato o è superato dai tempi. La riunione annuale di coordinamento tra la rete diplomatico-consolare, i Comites, il Cgie, le Associazioni, gli Enti gestori e i Parlamentari è il momento più importante della vita di questi organismi. In alcune realtà è sistematicamente ampliato anche ad altri momenti di coordinamento, come il Forum dei Parlamentari locali e il coordinamento dei giovani. Con risultati assolutamente inediti anche nei confronti dei Governi locali.
È sorprendente, infine, che ci si trovi costretti a dedicare molto tempo a una discussione che purtroppo appare sterile e vuota. Sono sorpreso anche di avervi dedicato uno spazio temporale sottratto ad altre attività, tra cui la soluzione di tanti microproblemi che ci arrivano direttamente dagli italiani all’estero.
On. Marco Fedi
domenica 20 febbraio 2011
La legge del controesodo
"La fuga dei cervelli italiani, è il tema principale di Italia Chiama Italia. Eugenio Marino, Responsabile del PD per gli Italiani nel Mondo, illustra una nuova legge, votata da maggioranza e opposizione, che prevede agevolazioni e incentivi fiscali per i giovani italiani residenti all’estero che intendono tornare a lavorare in Italia".
L'altro giorno ho partecipato alla trasmissione televisiva di Rai International, Italia chiama Italia.
Chi voglia seguire la breve puntata, fino a quando resterà in onda, può farlo cliccando qui: http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.international.rai.it%2Fraitalia.tv%2Fprogramma.php%3Fid_programma%3D1044&h=12e54
L'altro giorno ho partecipato alla trasmissione televisiva di Rai International, Italia chiama Italia.
Chi voglia seguire la breve puntata, fino a quando resterà in onda, può farlo cliccando qui: http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.international.rai.it%2Fraitalia.tv%2Fprogramma.php%3Fid_programma%3D1044&h=12e54
sabato 12 febbraio 2011
Lettera di Bersani agli italiani all'estero: firmate per far dimettere Berlusconi
"In qeste settimaneil mio pensiero è andato spesso agli italiani nel mondo. A chi quotidianamente tiene alto il buon nome dell'Italia con il suo impegno nel lavoro, con lo studio, nelle università o nei centri di ricerca, con le attività volontarie nelle missioni civili, religiose, militari e di cooperazione. Proprio voi, oggi più che mai, state vivendo sulla vostra pelle le conseguenze sull'immagine del nostro Paese che hanno avuto le vicende personali del Presidente del Consiglio, vicende che hanno trovato ampio spazio e risonanza sui media internazionali".Si apre con queste accorate parole la breve lettera che Bersani ha inviato agli italiani all'estero per invitarli a firmare per far dimettere Berlusconi.
Vi invito a leggerla tutta e firmare l'appello cliccando qui.
Vi invito anche a far circolare questa notizia sulla vostra pagina internet, quella facebook e nella vostra mailinglist.
sabato 1 gennaio 2011
Gli auguri agli italiani all'estero
Su Rai radio 1, ieri sera, si è fatto un breve bilancio per gli italiani all'estero e abbiamo inviato i nostri auguri per il 2011.
Chi volesse ascoltare l'intervista fino a quando rimane sul web del sito della Rai può cliccare qui o digitare questo indirizzo: http://www.international.rai.it/raitalia.tv/programma.php?notiziario=18451855
Chi volesse ascoltare l'intervista fino a quando rimane sul web del sito della Rai può cliccare qui o digitare questo indirizzo: http://www.international.rai.it/raitalia.tv/programma.php?notiziario=18451855
venerdì 3 dicembre 2010
Riflessione su Schramma, Bondi e dimissioni...
Scambiammo nel retropalco della manifestazione solo poche frasi sulla manifestazione e sull'intolleranza (tradotte allora da Laura Garavini). Mi bastarono per farmi del sindaco un'ottima idea e per rintracciare in lui una forte coerenza tra le sue opinioini e il suo agire quotidiano.
Sei mesi dopo, il 3 marzo 2009, appresi la notizia che nella sua città, Colonia, era crollato l'archivio storico del 1971. Lessi che lui imputava la cosa alla costruzione della metro, non ritenendosi responsabile, e per questo voleva che venissero sospesi i lavori.
26 giorni dopo, il 29 marzo 2009, il Sindaco Schramma annunciò, comunque, il ritiro della sua ricandidatura a sindaco della città, praticamente le sue dimissioni, e il ritito dalla vita politica.
Il 6 novembre 2010, a Pompei è crollata la Casa dei gladiatori, resistita all'eruzione del Vesuvio del 79 d.c.
L'altro giorno, poi, è crollato un muro della Casa del moralista e in questi giorni si stanno verificando altri crolli.
Il nostro Ministro per i beni e le attività culturali, Sandro Bondi (PDL), non ha mai pensato né di dimettersi né tanto meno di non ricandidarsi, né (figuriamoci) di ritirarsi dalla vita politica...
Adesso provo a riflettere sul concetto di coerenza e serietà, cercando di capire, tra Bondi e Schramma, chi è l'intruso nella vita politica.
lunedì 22 novembre 2010
Il Governo ignora gli italiani nel mondo
Non si era mai vista a Roma una manifestazione di rappresentanti istituzionali delle comunità italiane all'estero contro il Governo. Siamo arrivati anche a questo: il CGIE, Consiglio Generale degli Italiani all'Estero, presieduto dal Ministro Frattini, ha tenuto una manifestazione unitaria, con tutti i suoi consiglieri del PD, dell'UDC, di FLI, del PDL e delle organizzazioni sindacali che ne fanno parte, per gridare tutti insieme al governo che sta tagliano ogni legame tra l'Italia e i suoi cittadini nel mondo. Tutto il mondo politico riconosce che in un contesto di globalizzazione, internazionalizzazione e cosmopolitismo, gli italiani che vivono e lavorano all'estero (circa 60 milioni tra cittadini e discendenti) rappresentano una risorse inestimabile in termini culturali ed economici.
Questo governo, invece, li sta liquidando: sta svuotando di poteri gli organismi di rappresentanza di base e intermedi (anche rinviandone continuamente le elezioni), non tiene in alcun conto la rappresentanza parlamentare, sta praticamente azzerando i capitoli di spesa su promozione di lingua e cultura italiana e assistenza, fino al paradosso che i consolati, che non hanno le risorse, sono costretti a negare le bombole d'ossigeno ad alcuni italiani malati terminali in America Latina. Persino laddove vi sono stati errori dello Stato e dell'INPS, che hanno concesso ad alcuni pensionati lievi aumenti mensili, si chiede un rimborso di grosse cifre che detti pensionati non sono in grado di restituire. A un pensionato in Australia a cui è riconosciuta una pensione mensile lorda di 17,08 euro (a cui si aggiungono 291 dollari asutraliani), viene chiesto di restituire 9.584 euro.
Ma il Governo e la maggioranza non hanno alcuna intenzione di discutere la proposta di legge del Parlamentare PD Gino Bucchino sulla sanatoria degli indebiti pensionistici.
Siamo alle solite: si toglie ai poveri per dare ai ricchi.
Anche di questo i rappresentanti degli italiani nel mondo e del CGIE volevano parlare agli esponenti della maggioranza e del Governo, ma lo si è fatto solo con i rappresentanti del PD, Finocchiaro e Bindi, che sono scesi in piazza accolti dai manifestanti giunti da tutto il mondo.
Per leggerlo direttamente su l'Unità online clicca qui
lunedì 8 novembre 2010
Brodini riscaldati...
Leggo che Maurizio Aloisi, del PDL Australia, ha definito "esilarante" quella parte del documento politico approvato dal PD Australia che descrive il Governo Berlusconi come "pericoloso per il futuro dell'Italia e che mortifica l'immagine degli italiani all'estero".Lo stesso Aloisi, poi, definisce "brodini riscaldati" i principali problemi da me affrontati nelle riunioni e nei media australiani, quali quelli degli indebiti pensionistici.
Ora, da questo blog, non intendo infilarmi in nessuna polemica personale, ma solo lasciare su queste pagine due testimonianze che mi hanno colpito e sulle quali Aloisi e molti altri potrebbero riflettere prima di definire "esilaranti" certi documenti o di parlare di "brodini riscaldati" intendendo questioni che toccano la carne viva delle Persone più deboli della società.
1) "Pericolo del Governo Berlusconi per l'immagine degli italiani all'estero". Si guardino queste televisioni e TG stranieri che ci definiscono come una barzelletta: clicca qui
2) "Brodino riscaldato degli indebiti pensionistici". Di questi "brodini" me ne sono procurati diversi anche in Australia. Si tratta di lettere dell'INPS a pensionati (per i quali, per motivi di privacy, ometto il nome) che recitano così:
"Gentile signore, la informiamo che abbiamo provveduto a ridetreminare l'importo della sua pensione sulla base della sua comunicazione dei redditi per gli anni 2006 - 2007 e 2008. Il nuovo importo mensile lordo della sua pensione è di 17,08 euro, a decorrere dal 1° settembre 2010, l'importo mensile degli assegni familiari sarà invece di euro 0,00.
Dal calcolo degli importi già riscossi risultano pagati in più sulla sua pensione 9.584,11 euro. [...] A partire dalla rata del mese di settembre 2010, le verrà messo in pagamento il nuovo importo di pensione e sarà avviato il recupero rateale dell'indebito mediante trattenuta sulla pensione...".
Dunque, a persone che percepiscono 17,08 euro lorde di pensione mensile si chiede di restituire allo Stato (per un errore non loro) ben 9.000 euro.
Di questi brodini, se ne dovrebbe occupare il Governo, invece fino a oggi se ne stanno occupando con tenacia solo i parlamentari del PD eletti all'estero che hanno presentato una proposta di sanatoria a prima firma Bucchino (firmata anche da quelli dello stesso PDL all'estero, sia detto a onor del vero, e che giace in un Parlamento occupato a votare le leggi ad peronam), anche se il piatto riscaldato non interessa un signore che possiede mezza Italia, guadagna molti miliardi l'anno e Governa (malamente) questo Paese senza perdere tempo con i 17 euro lordi di pensione di qualche italiano all'estero.
giovedì 30 settembre 2010
Se anche Tremaglia dice le nostre cose...
Ho molto apprezzato il "No" di Tremaglia alla fiducia al Governo Berlusconi: un atto di coerenza personale nei confronti degli italiani nel mondo e di verità e denuncia nei confronti del Governo Berlusconi, che da sempre colpisce le nostre comunità nel mondo.Tremaglia è uomo di Destra e anche dalle poche parole di ieri in Aula si capisce che la sua visione e lettura degli italiani all’estero, sia sul passato che sul futuro, è diversa e distante dalla mia. E di molto.
Non è il caso, in questa sede e in questa occasione, di discutere nel merito di questa affermazione, vi saranno altri tempi e altri luoghi.
Ciò che conta oggi è schierarsi tutti dalla parte delle nostre comunità, in quanto risorse per il Paese e in quanto persone con diritti e doveri da rispettare, indipendentemente da dove essi risiedano.
Va però riconosciuto all’ex Ministro il merito non solo di aver denunciato da Destra ciò che noi ribadiamo da anni (l’assoluto disinteresse di questo Governo nei confronti degli italiani all’estero, lo smantellamento di tutta la loro rete - consolati e rappresentanze conmpresi - e la miopia politica su quanto anche le nuove generazioni di italiani e discendenti possono ancora fare per anche l’Italia), ma anche quello di aver fatto seguire alle parole un gesto concreto: il voto contrario.
Va però riconosciuto all’ex Ministro il merito non solo di aver denunciato da Destra ciò che noi ribadiamo da anni (l’assoluto disinteresse di questo Governo nei confronti degli italiani all’estero, lo smantellamento di tutta la loro rete - consolati e rappresentanze conmpresi - e la miopia politica su quanto anche le nuove generazioni di italiani e discendenti possono ancora fare per anche l’Italia), ma anche quello di aver fatto seguire alle parole un gesto concreto: il voto contrario.
Se anche gli altri parlamentari del PDL eletti all’estero avessero adottato la stessa coerenza di Tremaglia in questi due anni di Governo, probabilmente non avremmo assistito, oggi, a tanto disinteresse e allo smantellamento di una ricchezza costruita nel passato e alla più assoluta mancanza di strategia e lungimiranza per il futuro nei confronti di un pezzo importante dell'Italia.
Ciò non è avvenuto e non avverrà.
Basti rileggere le dichiarazioni di voto del Senatore Fantetti: un atto di incoerenza, evasivo e furbesco.
Fantetti, infatti, perdendo tempo nel compiacersi dell'operato del Governo Berlusconi per i numerosi "meriti" che lui stesso gli attribuisce in Italia, non ha trovato il tempo di ricordare quali siano i meriti di questo Governo verso gli italiani nel mondo, dai quali Fantetti è stato spedito in Parlamento...
Fantetti, infatti, perdendo tempo nel compiacersi dell'operato del Governo Berlusconi per i numerosi "meriti" che lui stesso gli attribuisce in Italia, non ha trovato il tempo di ricordare quali siano i meriti di questo Governo verso gli italiani nel mondo, dai quali Fantetti è stato spedito in Parlamento...
Forse quelli di aver ignorato persino gli ordini del giorno e le numerose mozioni presentati dal suo stesso partito?
Attendiamo chiarimenti...
P.S. Quando il Senatore Fantetti parla di "opposizione demagogica" si riferisce anche a Fini e Tremaglia?
E quando il PDL presentava ordini del giorno, mozioni e dichiarazioni con cui chiedeva il ripristino dei fondi tagliati all'editoria all'estero e roba del genere, faceva demagogia o era una leggera forma di schizofrenia?
O si chiedeva a chiacchiere ciò che si toglieva a suon di voti di fiducia?
Tanto per sapere.
martedì 14 settembre 2010
Filo teso: l’Italia e gli italiani nel mondo. Quali prospettive per non spezzare questo legame?
Sabato scorso, alla Festa nazionale democratica di Torino, si è tenuto un dibattito sulle politiche per gli italiani nel mondo. Chi avesse la pazienza di seguirlo in audiovideo può trovarlo sul sito di Youdem cliccando qui.
Buona visione
Buona visione
lunedì 30 agosto 2010
Riforma del voto all'estero e proposta di legge del PD
Su Rai radio 1, l'altro giorno si è parlato di italiani all'estero e riforma del voto.
Chi volesse ascoltare l'intervista fino a quando rimane sul web del sito della Rai può cliccare qui o digitare questo indirizzo: http://www.international.rai.it/raitalia.tv/programma.php?notiziario=18301840
Chi volesse ascoltare l'intervista fino a quando rimane sul web del sito della Rai può cliccare qui o digitare questo indirizzo: http://www.international.rai.it/raitalia.tv/programma.php?notiziario=18301840
sabato 7 agosto 2010
La lezione di Marcinelle
Il disastro di Marcinelle, di cui domani ricorrerà il 54° anniversario (262 minatori morti, 136 italiani, per lo più meridionali), potrebbe essere l’occasione, favorita dalla concomitanza col 150° dell’Unità d’Italia, per ragionare, senza retorica e stereotipi, sugli italiani all’estero e sul senso della loro vicenda storica all’interno di quella del Paese.Questa riflessione potrebbe partire dalle condizioni di sfruttamento e mancanza di sicurezza in cui lavoravano gli immigrati nel civile Belgio. Condizioni disumanizzanti, che immaginavamo consegnate a un passato di soprusi e sfruttamento cancellate da lotte e conquiste dei lavoratori.Purtroppo, in Italia le cose vanno ancora molto diversamente ed è bene bene ricordarlo e denunciarlo con regolare e ostinata costanza.Assenza di regole sul lavoro e abusi, fanno ancora parte della quotidianità di migliaia di persone e la gravissima crisi economica in atto ha aggravato condizioni di illegalità già endemiche soprattutto nel Sud. Con la crisi che morde, trattamenti umilianti e massacranti vengono oggi riproposti ai lavoratori come unica alternativa alla disoccupazione e all’emigrazione.
In un ricorso storico che ha il sapore amaro di una nemesi per chi, dopo decenni di sacrifici e soprusi subiti all’estero, aveva assaggiato l’illusione di un riscatto in Patria.Basta pensare a ciò che succede in tanti cantieri edili del nostro Sud, nelle gallerie, nei territori controllati della ‘ndrangheta, dove i subappalti lasciano al lavoro solo le briciole. Parlo di chi arriva a sostenere turni di venti ore, per cui una minima distrazione può costare, e troppo spesso costa, la vita.Rievocare i morti di Marcinelle senza immaginare politiche e strategie a livello nazionale ed europeo, capaci di assicurare diritti e dignità ai nuovi immigrati in Italia e a tutti i lavoratori, sarebbe un esercizio vuotamente celebrativo, incapace di riconnettere questo pezzo doloroso di storia patria alle sfide globali che attendono le politiche del lavoro, della legalità e dell’immigrazione.
L’esperienza degli italiani all’estero può essere un tassello dell’identità e del profilo del Partito Democratico che, come afferma il segretario Bersani, o sarà popolare e del lavoro o non sarà. O saprà ricollocare la dignità della Persona, i diritti e la legalità al centro della sua proposta politica, o difficilmente riuscirà a raccontare e rappresentare un Paese nuovo, alternativo a quello incoraggiato e incarnato dalla Destra in questi ultimi, tormentati quindici anni.
Per leggere l'articolo su l'Unità online clicca qui.
sabato 12 giugno 2010
Mondo Italia, rassegna stampa dei giornali italiani all'estero
Da ieri, venerdì 12 giugno, è cominciata la trasmissinoe "Mondo Italia", cioè la rassegna stampa dei giornali italiani editi all'estero fatta da Youdem.tv in collaborazione con l'Ufficio italiani nel mondo del PD e l'agenzia 9 Colonne.Una trasmissione che ha l'obiettivo di consentire a tutti gli italiani all’estero che possono collegarsi al sito della tv o che possono vedere la tv tramite parabola, di avere a disposizione un’ampia panoramica delle principali notizie trattate dai giornali italiani stampati all’estero.
Inoltre, si vuole far conoscere agli italiani in Italia (almeno quelli che seguono tramite internet o il satellite YouDem tv) chi sono, cosa fanno, come vivono, come si informano gli italiani residenti all’estero, oltre che evidenziare in Italia l’utilità, la competenza e il ruolo insostituibile tra le comunità, dei giornali italiani all’estero, così duramente colpiti dai tagli all’editoria.
Il nostro auspicio, dunque, è che, a partire da questo progetto, si possa stimolare una certa curiosità e attenzione anche al di fuori dal PD e in altri canali televisivi italiani, in modo da aumentare sempre più l’attenzione dei mezzi di comunicazione e degli italiani in Italia verso le nostre comunità all’estero e il loro sistema di informazione.
Si può vedere la rassegna stampa, che va in onda in diretta ogni venerdì alle ore 13:00, in replica il sabato alle ore 17,30 e 23,00 e la domenica alle ore 10,20, su YouDem Tv, che trasmette sul canale 813 della piattaforma Sky e in streaming sul sito www.youdem.tv, sezione Live.
Per sintonizzare il decoder non-Sky utilizzare le seguenti impostazioni:
Hotbird 8 – 13° est
Transponder: 18
Frequenza: 11.541 MHz
FEC: 5/6
Polarizzazione: Verticale
Symbol rate: 22.000 MSPS
Nome canale: YOUDEM
La puntata settimanale sarà disponibile dal venerdì pomeriggio on-demand sul sito www.youdem.tv, da cui sarà scaricabile in qualsiasi formato registrandosi al sito di YouDem.
Per vedere la prima puntata basta cliccare e collegarsi direttamente al seguente link: http://www.youdem.tv/VideoDetails.aspx?id_video=d88f4f56-9954-4921-a72c-14d5372a3955
lunedì 31 maggio 2010
Tutti a Francoforte
Sabato scorso ho partecipato alla manifestazione di Francoforte contro i tagli alle risorse per gli italiani all'estero e il rinvio delle elezioni dei Comites. Ho detto più o meno queste cose.
Non so se oggi sia una bella o una brutta giornata.
È sicuramente bella perché le comunità italiane all’estero si ritrovano unite a manifestare con le loro rappresentanze, le loro associazioni, i loro partiti.
Perché riscoprono e valorizzano insieme il proprio senso di appartenenza e comunità.
Ma è anche una brutta giornata, perché si trovano a dover rivendicare diritti acquisiti e pratiche democratiche che nessuno dovrebbe mettere in discussione e che invece si stanno di fatto cancellando.
Stiamo assistendo a un vero e proprio processo di svuotamento delle comunità italiane all’estero.
Un processo che non è il frutto del caso, ma di una visione distorta della presenza italiana nel mondo.
Gli italiani all’estero, i loro organismi di rappresentanza e i capitoli di spesa ad essi dedicati sono considerati come un costo improduttivo e anacronistico a carico dello Stato.
Per questo motivo non si è fatto altro che tagliare le risorse e sminuire il ruolo delle rappresentanze, parlamentari compresi.
Si sono praticamente azzerati i corsi di lingua e cultura, cioè l’anima del Paese e il filo conduttore tra le diverse generazioni e l’Italia, oltre che il volano della proiezione e conoscenza dell’Italia nel mondo.
Tutti i Paesi moderni conquistano spazi e autorevolezza all’estero non più con le armi, ma investendo nel mercato soprattutto attraverso la cultura.
Si è usata la mannaia sull’assistenza, penalizzando gravemente una fetta si minoritaria di cittadini, ma quella più indifesa e bisognosa che non può essere lasciata sola e al mercato.
E questo è grave non solo da un punto di vista politico e istituzionale (e a me già basterebbe così), ma anche etico e morale per un Paese che si dice cristiano e che accoglie in Parlamento il Papa con i più alti onori.
Si sta mortificando il ruolo dei Comites e del CGIE prorogandone di tre anni il rinnovo.
Questo continuo rinviare, fino quasi a raddoppiarne la durata legalmente riconosciuta, lascia intendere che la loro funzione istituzionale, democratica e sostanziale non è importante.
Inoltre si sfiancano le persone che in questi organismi lavorano a titolo volontario e che dopo cinque anni avrebbero l’esigenza di un naturale ricambio o di una nuova spinta che viene dal confronto elettorale.
Lo abbiamo detto tutti, in tutti i contesti.
Eppure si continua a ignorarlo.
Ma non perché non vi sia la consapevolezza che le elezioni andassero fatte già lo scorso anno, ma perché si vuole barattare il rinnovo dei Comites con l’approvazione di una proposta di riforma degli stessi Comites e del CGIE che nessuno vuole.
E siccome nessuno la vuole, sostanzialmente si opera un vero ricatto istituzionale: “o accelerate e facilitate l’approvazione della riforma o non si rinnovano i Comites”.
Questo ricatto è inaccettabile!
E lo è non perché qui qualcuno non vuole riformare Comites o CGIE.
Ma perché già nel 2003 si rinviarono le elezioni dei Comites.
Si disse che li si doveva riformare tenendo conto dell’introduzione del voto e della rappresentanza parlamentare degli italiani all’estero.
Ciò che si dice anche oggi.
Ma quella riforma allora è stata fatta.
A meno che non si dica chiaramente che è stata fatta talmente male che occorre rifarla oggi. Ma si abbia il coraggio di dirlo però.
E poi, in quanto al CGIE, già qualche anno fa erano state date delle linee di autoriforma dalle quali si poteva partire.
Invece non se ne è tenuto conto e si è andati in tutt’altra direzione.
Persino sbagliando, anche seguendo una logica puramente economicista, dato che questa riforma porterebbe anche un incremento di costi, mentre oggi si vuole fare riforme che li diminuiscono.
Ecco perché, quindi, oggi a Francoforte, poi a Buenos Aires e successivamente a Vancouver, le comunità e le loro rappresentanze sono unite e devono manifestare facendo sentire con forza la propria voce.
Ed ecco perché il Governo deve rivedere la decisione del rinvio.
C’è ancora tempo se solo si ha la buona volontà di ascoltare e dialogare senza ricatti.
Si vada al voto e poi si riprenda con la giusta saggezza e i giusti tempi il percorso della riforma del CGIE partendo proprio dalle linee di autoriforma che lo stesso CGIE ha tracciato.
C’è ancora tempo per convocare entro giugno le elezioni.
Ci credo ancora.
Perché c’è stato un atto di coraggio trasversale ai partiti in questo senso.
Atto di coraggio che ha però subito una battuta d’arresto nei giorni scorsi.
Prima in Commissione e poi in Aula, quando si è votata la conversione del Decreto per il rinvio delle elezioni.
Mi sarei aspettato, e lo dico davvero senza alcuno spirito di polemica – che sarebbe inutile e dannoso – ma con un po’ di amarezza, che anche i parlamentari del PDL eletti all’estero avessero votato non contro il Decreto, ma almeno a favore degli emendamenti contro il rinvio.
In questa direzione si è impegnata, insieme a tutti i parlamentari del PD, persino il Vice Presidente della Camera, l’on. Rosi Bindi, per presentare un emendamento che, coerentemente con quanto detto alla plenaria del CGIE, chiedeva l’annullamento del rinvio delle elezioni.
Questo il CGIE aveva chiesto all’on. Bindi nella sua veste di Vice Presidente della Camera tempo fa. Questo lei si era impegnata a fare e questo ha fatto.
C’era dunque, l’altro giorno, a chiedere l’annullamento del rinvio, una alta carica istituzionale, c’era il principale partito di opposizione, e ci sono il CGIE e i Comites.
Sarebbe stato un segnale fortissimo se anche i parlamentari del PDL eletti all’estero, uniti come è stato unito il CGIE e come siamo uniti oggi qui, avessero votato si agli emendamenti contro il rinvio.
Probabilmente, anzi sicuramente, gli emendamenti non sarebbero passati, ma non sarebbe stata scalfita l’unità delle comunità e, soprattutto, sarebbe stata inequivocabile e senza appello la bocciatura della decisione del rinvio: che è la cosa che oggi ci importa per non far morire i Comites.
Comunque c’è ancora tempo se c’è una volontà di ascolto.
C’è ancora tempo se il Sottosegretario Mantica vuole guardare a quello che è avvenuto in questi due giorni a Francoforte.
Se ha la modestia di capire che non ci sono contrasti strumentali o ideologici, ma richieste sensate e ragionate.
Assuma, dunque, il Sottosegretario, un atto di responsabilità nei confronti degli italiani all’estero.
Nessuno lo interpreterà come un suo passo indietro o una sua sconfitta.
Ma come l’atto di ascolto di una persona saggia verso il mondo che è stato chiamato a rappresentare.
Se non lo farà, invece, sarà legittimo per tutti pensare c’è un disegno politico tendente a smantellare l’intera rete degli italiani nel mondo: dalle politiche che li riguardano alle rappresentanze che si sono dati in decenni di battaglie e di rivendicazioni.
Un errore davvero grave e anacronistico.
Grazie a tutti.
lunedì 24 maggio 2010
Il PD e la Presidente Bindi contro il rinvio delle elezioni dei Comites

Venerdì scorso ho scritto per La Gente d'Italia questo articolo. Buona lettura.
Nei giorni scorsi la Commissione Esteri della Camera ha votato un Decreto che contiene il rinvio delle elezioni per il rinnovo dei Comites (e dunque del CGIE) di altri due anni. Dico di altri due perché già lo scorso anno le elezioni erano state rinviate. Se il Decreto andrà in porto il mandato di cinque anni dato dai cittadini ai consiglieri di Comites e CGIE durerà ben otto (quasi il doppio).
La cosa sorprendente è che, nella relazione del Governo per giustificare il rinvio, si parla della necessità di rinviare le elezioni per approvare proprio la riforma dei Comites. La stessa motivazione data dallo stesso Governo Berlusconi nella legislatura 2001-2005, quando anche allora rinviò di due anni (e sono già tre volte) le elezioni, con lo stesso motivo di oggi (la riforma poi si fece – condivisa anche dall’allora minoranza – proprio in virtù dell’introduzione del voto e della rappresentanza dei cittadini italiani all’estero).
Delle due, quindi, l’una: o la volta scorsa si fece una riforma che doveva tener conto di qualcosa di cui poi non si è realmente tenuto conto (quindi l’allora Governo Berlusconi ha fallito) oppure oggi si racconta una falsità (e non sarebbe la prima). Inoltre nel Decreto è spiegato che “da un’accurata analisi della successione degli atti e dei relativi termini risulta che tali elezioni richiedono un complesso meccanismo organizzativo – da avviare entro i primi mesi del 2010 – derivante dall’impatto della regolamentazione e dal contesto normativo e operativo nel quale le elezioni dovrebbero avere luogo. Il termine, pertanto, deve necessariamente essere ulteriormente prorogato”.
Rileggiamo bene: “Un complesso meccanismo”, dunque, “da avviare entro i primi mesi del 2010”. Già. Andava avviato a inizio anno. Non lo si è fatto, quindi il “termine deve necessariamente essere prorogato”. Domanda: ma chi e perché non ha avviato questo meccanismo? Gli stessi che ora propongono il Decreto.
Quindi per colpa di inettitudine del Sottosegretario Mantica oggi pagano tutti gli altri? E poi, suvvia, indicendo le elezioni entro il mese di giugno ci sarebbero i tempi per farle entro la fine del 2010, data stabilita dal Decreto dello stesso Governo Berlusconi dello scorso anno. Quindi si raccontano falsità per nascondere contraddizioni politiche e disegni riformatori fallimentari che si vuole imporre con ricatti perché non condivisi.
Per questo, dunque, il Gruppo del PD in Commissione Esteri ha presentato degli emendamenti soppressivi dell’articolo 2 che vuole il rinvio. Emendamenti firmati dal Vice Presidente della Camera, Bindi – che aveva raccolto al CGIE le preoccupazioni espresse dall’Assemblea in merito al rinvio delle elezioni – e da tutti i parlamentari del PD eletti all’estero. Un atto di serietà politica e di coerenza istituzionale, quello della Bindi e dei deputati del PD, non raccolto dalla maggioranza.
Ma noi non demorderemo. Per questo, infatti, e non solo per questo, il PD si mobiliterà e sarà il 28 e il 29 maggio a Francoforte al fianco di Comites, CGIE e associazioni per sostenere il loro appello per il rafforzamento degli interventi pubblici a sostegno delle nostre comunità oltre confine, il reintegro delle risorse per la stampa italiana all’estero, il mantenimento di adeguati e opportuni livelli di presenza ed efficienza dei servizi consolari e il rinnovo dei Comites entro l’anno.
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