
Ieri, mentre tornavo a Roma in macchina, ascoltavo
Guccini. Mi è venuto in mente che quest'anno, contrariamente agli anni passati, non ho scritto niente per ricordarne il compleanno che cade a giugno: né per il sito per cui recensivo dischi, né per le agenzie con le quali in passato collaboravo. Vorrà dire che mi limiterò a fargli gli auguri da queste pagine. Lo farò con il testo di una canzona che ritengo appropriata all'occasione, estendendone la dedica a
mio padre, anche lui nato a giugno, precisamente il 15 giugno del 1950: una data simbolica, che spacca esattamente a metà il Novecento (metà del mese, metà dell'anno, metà del secolo). Ma voglio dedicarla anche a
Marcella, che ritrovo molto nei versi della canzone che ho scelto.
E sperando di non essere invadente, voglio dedicarla anche a Dioniso e Zucchero, poiché immagino che avranno da identificarsi anche loro in molti versi.
E' una canzone che a me piace molto. La trovo profonda e delicata, adatta a chi si interroga sul fascino della vita e a chi la vita non basta mai, a chi la cerca in altre vite facendole sue, a chi da piccoli segni, tratti o cose, cerca la vita di altri. A chi, infine, cerca in quelli che sono stati, l'origine di se stessi e in quelli che verranno un senso alla vita propria.
Spero davvero che la conosciate e che vi piaccia.
Vite
Mi affascina il mistero delle vite che si dipanano lungo la scacchiera
di giorni e strade, foto scolorite, memoria di vent’anni o di una sera
e mi coinvolge l’eterno gocciolare del tempo sopra il viso di un passante
e il chiedermi se nei suoi tratti appare l’insulto di una morte o di un’amante,
la rete misteriosa dei rapporti che lega coi suoi fili evanescenti
la giostra eterna di ragioni o torti il rintocco scaglioso dei momenti,
il mondo visto con occhi asfaltati rincorrendo il balletto delle ore
noi che sappiamo dove siamo nati, ma non sapremo mai dove si muore...
Mi piace rovistare nei ricordi di altre persone, inverni o primavere,
per perdere o trovare dei raccordi nell’apparente caos di un rigattiere:
quadri per cui qualcuno è stato in posa, un cannocchiale che ha guardato un punto,
un mappamondo, due bijou, una rosa, ciarpame un tempo bello e ora consunto,
pensare chi può averli adoperati, cercare una risposta alla sciarada
del perché sono stati abbandonati come un cane lasciato sulla strada,
oggetti che qualcuno ha forse amato ora giacciono lì, senza un padrone,
senza funzione, senza storia o stato, nell’intreccio di caso o di ragione...
E la mia vita cade in altra vita ed io mi sento solamente un punto
lungo la retta lucida e infinita di un meccanismo immobile e presunto.
Tu sei quelli che son venuti prima che in parte hai conosciuto
e quelli dopo che non conoscerai, come una rima vibrante e bella, però senza scopo.
E’ inutile cercare una risposta, sai che non ce ne sono e allora tenti
un bussare distratto a quella porta che si schiude soltanto ai sentimenti.
Non saprai e non sai questo dolore che vagli fra le maglie di un tuo cribro
svanisce un po’ nel contemplare un fiore, si scorda fra le pagine di un libro...
Perché non si fa a meno di altre vite, anche rubate a pagine che sfogli,
oziosamente e ambiguo le hai assorbite da fantasmi inventati che tu spogli
rivestendoti in loro piano piano come se ti scoprissi in uno specchio
L’Uomo a Dublino, o l'ultimo Mohicano che ai venticinque si sentiva vecchio
e percorriamo strade non più usate figurando chi un giorno ci passava
e scrutiamo le case abbandonate chiedendoci che vita le abitava,
perché la nostra è sufficiente appena, ne mescoliamo inconsciamente il senso,
siamo gli attori ingenui su una scena d'un palcoscenico misterioso e immenso...