lunedì 22 settembre 2008

Colonia: Zacchera - Pro-Koln, le relazioni pericolose

Questo sabato ero a Colonia, insieme a Laura Garavini, Rosella Benati, Giuseppe Bartolotta e altri compagni e amici della Germania, per partecipare alla manifestazione contro il raduno europeo neonazista "Pro-Koln".
Pro-Koln aveva organizzato un congresso anti-islam, da tenere nella tollerante città tedesca che ha deciso di costruire la più grande moschea della Germania. Aveva aderito al congresso la creme del nazionalpopulismo europeo: dal francese Jean Marie Le Pen ai fiamminghi del Vlaams Belang, al nostro "soldatino" padano, come lui stesso si è definito, Mario Borghezio.
Contro questo evento si sono mobilitati i tradizionali partiti e sindacati tedeschi, insieme al sindaco di Colonia, Fritz Schramma (CDU), per organizzare le grandi controdimostrazioni di sabato. E con loro ho voluto essere in piazza anch'io.

Devo dire che la città ha reagito come meglio non si potrebbe alla provocazione neonazista, cioè ribellandosi civilmente: gli hotel hanno rifiutato alloggio ai sostenitori Pro-Koln, tassisti e autobus privati non li hanno portati da nessuna parte, ristorantori e baristi gli hanno rifiutato i viveri. In queste condizioni solo pochissimi sono riusciti a raggiungere Colonia e quei pochi hanno dovuto rinunciare a manifestare perché, all'ultimo momento la manifestazione è stata annullata.
In piazza non c'era traccia nemmeno dei militanti mantovani della Lega Nord né di "Padania cristiana" annunciati da Borghezio. Una fortuna, poiché la sola, rumorosa, presenza di Borghezio, insieme a quella "tecnica" della rappresentante tedesca del PDL, Luciana Martena, aveva già cominciato ad alimentare qualche sentimento anti-italiano.

Eppure, un autorevole dirigente tedesco di Pro-Koln "in contatto con Marco Zacchera", un certo Hans Breninek, aveva portato nella piazza dei nazional-populisti una bandiera italiana. Perché? Chi glielo ha chiesto di farsi interprete degli italiani fino al punto di sventolare una bandiera che non gli appartiene? Zacchera ne era a conoscenza? Che tipo di rapporti ha con il signor Breninek e con Pro-Koln?
Sono domande per le quali mi piacerebbe avere delle risposte da un dirigente di AN che pure stimo. Le sue risposte sarebbero anche un segnale di rispetto per quegli italiani di varia estrazione politica spontaneamente costituitisi in "Comitato italiano contro ogni discriminazione" e che sabato hanno partecipato alla manifestazione della Chiesa e dei sindacati per dire, con il proprio striscione, che gli italiani di Germania sono "per il dialogo religioso e la comprensione tra i popoli".

Sono loro, dunque, che con la bandiera italiana in mano nell'altra piazza, quella vicino al Duomo, hanno tenuto alto il buon nome dell'Italia e mostrato la vera faccia delgli italiani in Germania. A questi connazionali nella democratica e civile Colonia non può rimanere il dubbio che il Responsabile esteri di AN (o PDL) intrattenga relazioni sottobanco con esponenti neonazisti, così come non può rimanere a noi in Italia.
Mi pare che troppi elementi si tengano per non fare chiarezza: la Martena nominata in Germania da Zacchera che doveva partecipare alla manifestazione; un dirigente di Pro-Koln che porta una bandiera italiana e che mostra orgoglioso il biglietto da visita di Zacchera che tiene nel portamonete, come suo "contatto politico in Italia". Tutto ciò non aiuta gli italiani in Germania.
Per quanto ci riguarda, invece, durante la manifestazione antirazzista nella Roncalliplatz, abbiamo incontrato il sindaco Fritz Schramma, al quale abbiamo ribadito che come Partito Democratico, insieme ai nostri militanti in Germania, eravamo al suo fianco per il rifiuto della xenofobia e del razzismo e per l'identità multiculturale. Schramma ci ha dunque abbracciati e si è voluto far fotografare con la bandiera del PD.

martedì 9 settembre 2008

Minacce di morte

Proprio ieri avevo scritto degli esponenti di AN Alemanno e La Russa in chiave di revisionismo e riabilitazione del Fascismo, accennando a come quel regime avesso privato i cittadini delle libertà di pensiero, di opinione politica e di stampa e, dunque, di come quel regime (e i suoi effetti concreti) andasse condannato senza esitazione alcuna.
Oggi, invece, in tempi di democrazia, ho inviato la mia piena e sincera solidarietà a due avversari politici, proprio esponenti di AN, minacciati a causa delle opinioni e attività che, democraticamente, svolgono. Si tratta del direttore de L'Italiano, Gian Luigi Ferretti, e del suo vice, Tullio Zembo, minacciati di morte domenica scorsa da Franco Arena dai microfoni di una radio argentina (“Cuidado a no bajarse del cordon porque podria pizarlo un coche” - Stia attento a non scendere dal marciapiede perché potrebbe investirlo un’auto).
Trovo la cosa intollerabile e invito tutti coloro che credono nella democrazia e nella libertà della Persona a condannare quanto accaduto.

La mia solidarietà al Direttore Ferretti e al suo Vice, Tuttlio Zembo.
Caro Direttore,
invio a Lei e al vice direttore Zembo la mia più sentita solidarietà per le minacce ricevute. Ritengo quanto accadutoLe un fatto inaccettabile non soltanto perché gravemente lesivo della Sua libertà personale, ma anche perché chi La minaccia offende e mortifica la libertà di opinione e di stampa così come sancite dalla nostra Carta costituzionale. Dunque colpisce l'essenza stessa della democrazia. Penso che in momenti come questi, chiunque, vieppiù chi fa politica o informazione, debba sentirsi indignato e colpito in prima persona e reagire con fermezza, senza se e senza ma. Poiché se è sempre legittimo il confronto di idee, principi e valori differenti in una battaglia politica anche aspra, non lo è mai la scelta della violenza e dell'insulto nei confronti dell'avversario.
Cordiali saluti.
Eugenio Marino

lunedì 8 settembre 2008

Dalla Festa di Firenze alla tragedia di Roma...

Ieri ero alla giornata conclusiva della Festa Democratica (devo pensarci un po' prima di dirlo o scriverlo, la mente va ancora a "Festa de l'Unità") dove si è tenuto il tradizionale dibattito sulle politiche che riguardano gli italiani nel mondo, insieme a Maurizio Chiocchetti, Franco Danieli, Gino Bucchino, Laura Garavini, Elio Carozza e Fabio Porta.
Quest'anno sono arrivati a Firenze nostri connazionali dal Lussemburgo, dal Belgio, dalla Francia, dagli USA e dalla Svizzera, dove in contemporanea si teneva la commemorazione delle vittime della tragedia del Lotschberg, del 1908.
Abbiamo dunque ricordato quelle vittime del lavoro italiano all'estero, insieme a quelle di Mattmark - il cui anniversario ricorreva il 30 agosto - di Marcinelle e di Monongah osservando, in contemporanea con la cerimonia in Svizzera, un minuto di silenzio per tutti i morti sul lavoro.

Da parte mia, ho sottolineato come il tema della sicurezza sul lavoro debba essere uno di quelli che determina l'identità del Partito Democratico. Proprio su questo il PD dovrebbe insistere quotidianamente (così come quasi quotidianamente abbiamo un morto sul lavoro) e costruire l'iniziativa politica (o le iniziative) anche sul territorio. Gli altri partiti, infatti, anche se non dovrebbero, possono permettersi di rimuovere questo tema dalla propria agenda politica, ma il PD no. Non può permettersi di sottovalutarlo o di non considerarlo tra le priorità del Paese, pena un altro colpo al deficit di identità e alla battaglia per i diritti della Persona. Insomma: un'altra tragedia politica, come quelle di Marcinelle, Mattmark e Monongah e del Lotschberg.
A proposito di tragedie, all'estero come in Italia, vogliamo parlare di quelle romane di La Russa e Alemanno?
Il Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, intervenuto alla cerimonia di commemorazione del 65° anniversario della Difesa di Roma e dell'Armistizio, ci ha ricordato che tra combattenti di Salò e partigiani e angloamericani non vi è differenza.
"Farei un torto alla mia coscienza - ha detto La Russa - se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell'esercito della Rsi, soggettivamente, dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli anglo-americani e meritando quindi il rispetto, pur nella differenza di posizioni, di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d'Italia".

Una sola domanda:
1) se nel 1945, invece dei partigiani e degli anglo-americani, avessero vinto i repubblichini di Salò e i nazisti, cosa sarebbe successo, tanto per dire, in Italia?
Penso che non avremmo avuto un'Assemblea costituente né una Costituzione repubblicana, così come non avremmo avuto un Parlamento democraticamente eletto e cinquant'anni di pace.
Ma non avremmo avuto nemmeno libertà di stampa né avremmo più visto circoloare alcun avversario politico.
Avremmo, invece, continuato a veder partire treni piombati e carichi di oppositori politici ed ebrei verso i campi di concentramento, dato che il Fascismo aveva introdotto da tempo anche le leggi razziali.
Sarà anche per questo che quel comunista di Gianfranco Fini aveva definto il Fascismo come "il male assoluto". Naturalmente prima che il mio sindaco, Gianni Alemanno, rettificasse la cosa, spiegandogli e spiegandoci che il Fascismo "non fu il male assoluto e non mi sento di condannarlo".

Già, perché condannarlo? A pensarci bene nel Ventennio "si poteva lasciare la chiave di casa attaccata alla porta" e "i treni arrivavano in orario", soprattutto quelli per Auschwitz...
Penso che il vizio di fondo della Destra italiana, di non voler mai condannare davvero il Fascismo, non sia affatto sparito, così come penso che le dichiarazioni di La Russa e Alemanno siano il frutto di una visione condivisa e di uno stesso progetto: la revisione storica e la riabilitazione del Fascismo a discapito della Resistenza.
Bene farà Veltroni se, in rottura con le affermazioni dell'attuale sindaco, si dimetterà dal dal Comitato per il museo della Shoah, di cui era stato promotore.

mercoledì 3 settembre 2008

Il ritorno

Questo agosto è stato politicamente movimentato e sono successe parecchie cose. Al rientro, dunque, ho ripreso il filo da dove lo avevo interrotto prima di partire e guardando le cose nell'arco temporale di qualche mese, ho riscontrato una serie di fatti curiosi. Alcuni li riporto schematicamente:

a) il neo Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha istituito una commissione per il "rilancio di Roma" e ha voluto che a guidarla fosse Giuliano Amato, che ha accettato. Se la commissione è stata fatta per il "rilancio", nelle intenzioni del Sindaco significa che Roma non era affatto lanciata, bensì ferma, quindi che la passata gestione non funzionava (non a caso lo slogan elettorale era "Rialzati Roma").
Io non la penso affatto così, anzi. Se Amato ha accettato, da ex Ministro del Governo di Centrosinistra e uomo di Sinistra, significa che implicitamente condivide l'esigenza di rilanciare una Roma ferma (o in ginocchio), quindi è come se facesse una critica alla passata gestione. Ma forse sbaglio io;

b) in campagna elettorale, l'Alemanno candidato aveva puntato moltissimo sulla questione "sicurezza", cavalcando il caso della signora Reggiani e alimentando fobie contro gli immigrati, soprattutto rom. Aveva parlato di misure per rendere la città sicura e per espellere i rom. Oggi leggo l'Alemanno Sindaco che dice che "Roma è sicura" e che non ci sarà nessuna espulsione di rom. Ma, per la cronaca, ho visto numerosi altri annunci e retromarcia del nuovo sindaco - compresa la mancata intitolazione di una strada ad Almirante, già annunciata tempo fa - che gli hanno addirittura procurato l'appellativo di Retromanno;

c) su Alitalia, poi, la Destra si era opposta con forza - con la motivazione che la compagnia di bandiera doveva rimanere italiana - all'offerta di Air France, che originariamente prevedeva esuberi per circa 2000 dipendenti. Oggi, a campagna elettorale finita, Berlusconi riparte proprio da Air France, ma con un piano di esuberi arrivato a 5000 dipendenti. Non c'è che dire: bel risultato per i lavoratori;

d) sui problemi interni al PD, mi ero lasciato tutto alle spalle confidando nel fatto che le vacanze avrebbero ritemprato e motivato tutti noi. Durante tutto agosto, invece, ho trovato sul territorio molti compagni e amici iper critici e delusi. In molte sezioni mi sono sentito riproporre un accostamento tra situazione politica nazionale e locale, accomunate da modalità suicide, incompetenze, confusione, presunzione.
Fino allo sfinimento mi sono sentito ripetere: “le sezioni sono considerate dai dirigenti nazionali e locali luoghi in cui se va bene si perde del tempo, se va male si intralcia ‘la linea’ decisa altrove”; oppure “i nostri voti sono dati per scontati, ma se continua così alle prossime elezioni amministrative del 2009 facciamo la lista alternativa a quella del PD”; o “Perché da Roma non si spende una parola di chiarezza sulle modalità che portano a scegliere i riferimenti locali e gli interlocutori del PD sul territorio che sono oggi spesso 'figure' senza una chiara posizione politica, senza un legame esplicito col partito quando non in odore di malavita?”. Anche nei paesi più piccoli, come il mio, mi sono sentito dire che le decisioni e le candidature vengono prese tra pochissime persone, senza ascoltare la "base".
Insomma, ho potuto riscontrare che anche localmente si riproducono i problemi nazionali;

e) la cosa politicamente bella e positiva di questo mese, è stata per me la partecipazione ad alcune tappe del tour della Fondazione Mezzoggiorno Europa e del Presidente della Delegazione italiana al PSE, Gianni Pittella. Certo anche in queste occasioni abbiamo ascoltato molte critiche da parte di cittadini, militanti e dirigenti locali. Ma abbiamo anche raccolto proposte concrete, indicazioni e suggerimenti utili. Di quelli che ti riconciliano con la politica e con la gente.
In questo senso, sono certo, Gianni Pittella è la persona più indicata a fare questo lavoro. E' uno di quei politici di razza capace di non risparmiarsi mai sul lavoro, di quelli che sa mantenere sempre un contatto diretto, costante e di qualità con l'elettorato che è chiamato a rappresentare. E soprattutto ha una grande capacità di ascolto.
Se ho voluto dare il mio contributo al tour è proprio per questo, e perché se le elezioni ci hanno confermato che è vitale il rapporto e il radicamento sul territorio, con Gianni Pittella il radicamento lo si costruisce e rafforza davvero, poiché da sempre questo è uno dei suoi punti di forza e di consenso.
Tanto per fare un esempio, rioporto le 10 proposte concrete che Gianni ha lanciato a fine tour, raccogliendo e sintetizzando le indicazioni e i suggerimenti raccolti in ben sei regioni del Mezzoggiorno. Proposte che, naturalmente, sottoscrivo e per le quali chiedo a tutti di mandarmi la propia adesione, o sul blog o alla mia mail (e.marino@partitodemocratico.it):

1. La Giornata europea della memoria per le vittime di tutte le mafie;
2. Una Direttiva della Commissione europea mirata ad un più efficace utilizzo dei beni confiscati alle organizzazioni criminali;
3. Un "Centro permanente di formazione di cultura europea" a Caserta da ospitarsi in una struttura confiscata alla criminalità organizzata;
4. Il coinvolgimento, per i prossimi tre anni, attraverso il programma Erasmus, di alcune decine di migliaia di ragazzi e ragazze italiani di scuole di diverso ordine e grado (fino all'Università);
5. Ospitare, in accordo con le università italiane, alcune decine di migliaia di ragazzi dei Paesi della sponda sud del Mediterraneo;
6. La nomina in ogni Consiglio comunale, di centrodestra e di centrosinistra, di un delegato alle politiche comunitarie, in modo da rendere percettibile l’Europa e da diffondere tutte le informazioni che riguardano l’Ue;
7. L'inserimento nei Pof (Piani dell'offerta formativa) delle scuole di ogni ordine e grado dei temi inerenti i programmi e i valori europei";
8. Erasmus per professionisti e dipendenti pubblici;
9. Interventi infrastrutturali sui porti di Napoli, Salerno, Gioia Tauro, Brindisi,Taranto e Bari, per rendere il Mezzogiorno la piattaforma logistica del Mediterraneo;
10. La modifica dell'attuale legge elettorale italiana e la reintroduzione dei collegi uninominali o delle preferenze.

lunedì 21 luglio 2008

Uno studente che studia, che si deve prendere una laura

Devo dire che era diverso tempo che, aprendo i giornali della mattina, non mi capitava di sentirmi allo stesso tempo sconfortato e, mi si passi il termine, divertito. È l’ennesimo insulto di Bossi all’inno nazionale a ispirare il primo sentimento, mentre il sorriso (amaro) lo ha suscitato l’esternazione sui professori terroni che rubano le cattedre agli insegnanti padani e poi bocciano i candidati perché rei di ispirarsi ai grandi del pensiero politico pre unitario.
Il Senatùr dice testualmente:
"Dopo il federalismo bisogna passare anche alla riforma della scuola. Non possiamo lasciare martoriare i nostri figli da gente che non viene dal Nord. Il problema della scuola è molto sentito perché tocca tutta la famiglia”;
E ancora:
“E’ anche un problema occupazionale, che denuncia lo stato attuale dell'istruzione che permette ad insegnanti del meridione di togliere lavoro agli insegnanti del Nord e consente loro di giudicare negli esami di maturità quei ragazzi che si azzardano ad avere idee del Nord e di presentare tesine su Cattaneo”.

Intanto voglio dire che mi sento parte lesa in quanto insegnante terrone e precario, seppure per una breve stagione della mia vita. Poi vorrei suggerire all’Umberto nazionale di andarsi a rivedere i concorsi a cattedra di ogni ordine e grado degli ultimi venti anni. Vedrà senza difficoltà che i cittadini del Nord non manifestano il minimo interesse per il mestiere dell’insegnante.
Non si iscrivono nelle graduatorie delle domande a supplenza;
non tentano i concorsi;
non scelgono le scuole di specializzazione all’insegnamento.
Le ragioni sono tante e mi scuso se le banalizzo. Lo stipendio è da fame, l’autorevolezza inesistente, riconoscimento e prestigio sociale ridotti a zero, possibilità di carriera nulle… e va a finire che i parenti ti pure sfottono. Avevo un amico di Padova, “plurimasterizzato”, che a ogni festa comandata si doveva sorbire la reprimenda compassionevole dei parenti per aver scelto una strada (l’insegnante di filosofia) che lo metteva nell’impossibilità di fronteggiare dignitosamente il cugino piastrellista, con la terza media, nell’eterno, atavico confronto delle cilindrate.
Per contro, ho un numero imprecisato di conterranei, compaesani, parenti sparsi per il Nord e Centro Italia a fare supplenze o insegnanti di ruolo. Diversi di loro il concorso non lo hanno neppure dovuto vincere. Perché i candidati erano in numero inferiore alle cattedre messe a bando.

Paola Goisis, rappresentante della Lega nella commissione Cultura della Camera, sta studiando la riforma dell'istruzione. Per la Goisis “i ragazzi sanno tutti i nomi dei sette Re di Roma, ma non sanno nemmeno cos'è un doge, che dettava legge in tutto il mondo orientale”…“sono disorientati, non sanno più cosa significa il rispetto delle istituzioni”. C’è da crederci, se dalla bocca di un Ministro della Repubblica esce un tale florilegio.

Si informi meglio il Ministro Bossi (e già che c’è passi pure le carte alla Goisis) e scoprirà un vasto mondo, non solo al Nord, dove cultura, educazione e formazione non sono ‘priorità’. Dove il precoce abbandono scolastico dei giovani e la mancanza di appeal della professione di insegnante sono solo alcuni dei sintomi di un malessere profondo. Di un’etica del “fare” che si è da tempo arresa a un malinteso mito del successo fondato sull’“avere” a ogni costo, sull’accumulo forsennato e senza regole che diventa l’unico metro per valutare l’affermazione individuale.

Ma qui il discorso si fa lungo e rischia di spegnere il mio sorriso. Invece voglio tenerlo bello brillante e mi soccorre nell’intento la vicenda di un giovanotto padano, tale Renzo Bossi, che per il secondo anno consecutivo ha affrontato la temibile (lo è stata per tutti) prova di maturità. Ci immaginiamo quanto debba averlo mortificato la prima bocciatura a Varese, un anno fa. Immaginiamo che dopo un primo momento di sconforto, il giovane epigono di Alberto da Giussano si sia rimboccato le maniche e abbia chiesto come prima cosa a “papi” di cambiargli scuola. “Papi” lo iscrive a Tradate, in un Istituto religioso parificato (hai visto mai lo aiutasse l’esercizio spirituale). Immaginiamo un anno di dedizione assoluta alle sudate carte culminata nella redazione di una prestigiosa tesina dal titolo “La valorizzazione romantica dell’appartenenza e delle identità”.
A nulla però valgono gli sforzi. La perfida Commissione d’esame, strumento del più vasto e pernicioso complotto demo-pluto-giudaico che vampirizza il Nord, incredibilmente, lo boccia ancora. E non provate nemmeno ad adombrare il sospetto che ci sia un qualche nesso tra la vicenda del povero Renzo e le parole severe del Ministro Bossi. Al quale va, tutta intera, la mia solidarietà di padre non sempre fiero delle performance del proprio figlio e un consiglio: ma ricominciare dai sette re di Roma, no?

P.S. Dubbio atroce: se passasse la riforma di Bossi-Goisis che vuole insegnanti padani per i giovani padani, potrebbe ancora insegnare e dirigere la “Scuola bosina” di Varese (Istituto parificato con asilo, scuola elementare e media nelle quali si insegnano “le nostre tradizioni locali e la nostra lingua locale”) la signora Manuela Marrone, siciliana e moglie di Umberto Bossi?

martedì 8 luglio 2008

Ma dove vanno i marinai?

Ho letto con una certa apprensione l'articolo di Fabio Bordignon sulla Repubblica di oggi intitolato “Dove va il PD”.
Dalle rilevazioni di Demos & Pi emergerebbe una tendenziale perdita di appel del Partito Democratico, percepito al suo esordio come la vera (l’unica?) novità della politica italiana e a due mesi dalla sconfitta elettorale come soggetto ‘confuso’ sotto il profilo politico/programmatico e culturale. Smarrimento e sfiducia investirebbero ugualmente il progetto politico, la strategia di opposizione al Governo e la leadership.

L’idea di un ritorno a prima dell'ottobre 2007 (ovvero ai due partiti DS e Margherita) troverebbe d’accordo il 23% di tutti gli elettori e l'11.3% degli elettori del PD.

Di questi ultimi oggi solo il 61,1% confermerebbe la scelta compiuta lo scorso 13 e 14 aprile (l’8,1% voterebbe per l'IDV, l'11,4% si asterrebbe, il 12,5% si definisce indeciso e il 7% voterebbe per un altro partito che non è l'IDV).

Ma anche quel 61% è lungi dal costituire un corpaccione omogeneo e compatto risultando viceversa attraversato da almeno due linee politiche distinte se non opposte: un 29.2% anelante una linea di opposizione più intransigente e un 39,4% che vorrebbe un maggior dialogo con questa maggioranza.

Un malessere che inevitabilmente si riflette sul Segretario del Partito, che vedrebbe il proprio gradimento in flessione dal 93.5% del marzo 2008 al 70.5% di oggi tra gli elettori del solo PD e dal 52.1% al 40.7% nell'elettorato nel suo insieme.

Ora, fermo restando che i sondaggi valgono quanto valgono (e nessuno dovrebbe saperlo meglio di noi…) è evidente che numeri come questi non sono molto rassicuranti per un gruppo dirigente alle prese con la gestione di una fase delicatissima almeno sotto due fronti (peraltro tra loro intrecciati): quello interno, relativo alla definizione di un profilo e di una identità più netti e riconoscibili per il PD; e quello esterno del rapporto con la maggioranza e con le altre forze di opposizione.

Personalmente sono convinto che possiamo ancora volgere a nostro vantaggio questo passaggio stretto e accidentato. A patto però di affrontare finalmente – senza rimozioni e letture edulcorate – quei nodi che i congressi di DS e Dl hanno rimandato e che un Governo instabile e una maggioranza rissosa prima, una campagna elettorale difficile (per qualcuno disperata) poi, hanno fatto finora mettere da parte.
Mi riferisco, chi ha la pazienza di seguire questo blog lo sa già, alla necessità non più rinviabile di aprire un’autentica ‘fase costituente’ del PD che sorregga un dibattito approfondito, sincero, anche duro se necessario, nel quale il confronto sia sulle idee e sul profilo e non sugli apparati; sull’identità e la cultura di questo partito e sulle battaglie che darà e non su componenti/correnti/anime; sull’idea di Paese (e di mondo) che propone agli elettori.
Insomma, non mi rassegno al fatto che l’unico elemento di originalità nel dibattito italiano sulla globalizzazione da 15 anni a questa parte l’abbia introdotto Tremonti.
Se non faremo questo, credo sarà piuttosto inutile passare alla fase B (“ridefinizione degli assetti e delle strategie”).

Alcuni segnali incoraggianti sono arrivati. Ma penso che nuove strade, nuove parole e nuove ‘visioni’ abbiano bisogno di nuove facce e nuove teste. Per questo mi unisco a chi, riconoscendo con gratitudine i meriti non piccoli di una leadership collettiva che ha dato moltissimo alla politica e al Paese, oggi le chiede di sostenere con forza e generosità, fino in fondo, l’avanzare di una nuova classe dirigente. Fermo restando che alcuni e molto isolati pezzi di quella leadership collettiva hanno già dato esempi di questo tipo.
Tuttavia, penso che ogni leadership dovrebbe conquistare sul campo la propria credibilità, con tanto di battaglie, morti, feriti e prigionieri e non perché qualcuno, per benevolenza, stanchezza o disperazione ha deciso di farsi da parte.

lunedì 30 giugno 2008

Tunisi: il mio intervento alla Settimana del dialogo interculturale

Sono tornato dalla Tunisia, dove ho partecipato, insieme ai Parlamentari Marco Fedi e Nino Randazzo, alla "Settimana del dialogo interculturale" organizzata dallo storico Corriere di Tunisi, della famiglia Finzi.
E' stata anche l'occasione per rivedere Manuelita Scigliano, una brillante ragazza del mio paese.
Manuelita, che nei giorni scorsi ha presieduto uno dei dibattiti in programma e che vive e lavora nella città nordafricana, è riuscita a trovare anche il tempo di farmi godere un po' di Tunisi: venerdì notte mi ha portato, insieme ad altri amici e amiche, in un bellissimo e panoramico locale sul mare nel quale, nella quiete della notte tunisina, tra una chiacchierata e l'altra, seduti su bellissimi tappeti mediorentali, abbiamo bevuto l'ottimo thè ai pinoli e menta e fumato in compagnia il narghilè. Il mondo mi è sembrato, come non mi succedeva da parecchio tempo, a misura d'uomo, lento, tranquillo e civile. Peccato solo non aver potuto comprare proprio uno di quei grandi narghilè da portare nella mia oasi a Zifarelli, dove il mondo è sempre a misura d'uomo.

Sabato, poi, è stata la volta del convegno. Io ho detto le cose che seguono.

"Gli studi antropologici ci insegnano che l’uomo ha fatto la sua comparsa sulla Terra in Africa.
Da li ha cominciato subito e pian piano a muoversi e viaggiare, fino ad attraversare lo Stretto di Bering e ridiscendere l’intero continente americano fino alle Ande, in America del Sud.
In tutte le ere geologiche e storiche, i nostri antenati hanno continuato a spostarsi, portandosi dietro il proprio bagaglio di conoscenze, piccole o grandi che fossero, di abitudini, buone o cattive che le si interpreti, di culture, primitive o progredite.
Questi nomadi, primitivi, moderni e contemporanei, si sono incontrati e scontrati sulla base di un’appartenenza e per il possesso di un territorio o per l’imposizione di un’identità e di una cultura sull'altra, generando morte e distruzione: basti pensare all'affermazione latina "Cartago deleda est", tanto per rimanere ai casi a noi più prossimi culturalmente.

La storia dell’umanità è segnata da guerre per il predominio dell’uomo sull’uomo, di una civiltà su un’altra, di una religione sull’altra, di una cultura sull’altra, di una identità sull’altra.
La storia del mondo, come lo abbiamo conosciuto fino a poco tempo fa, fino al superamento degli stati nazione, poggiava su divisioni di carattere locale basate sul valore e sul concetto di identità e di cittadinanza.
Proprio nel concetto di identità rientrava il sentimento dell’appartenenza, basato sull’etnia, sulla religione, sugli stili di vita, sulla permanenza in un luogo geografico ben definito e sul percorso storico privato e collettivo che ci si portava dietro.
Da questa identità-appartenenza, poi, derivava il concetto e il diritto di cittadinanza, che determinava il confine tra chi stava dentro e chi fuori, tra l’uguale e il diverso, fino all’estremo dell’incluso e l’escluso, dell'amico e nemico.

Con l’avanzare delle nuove tecnologie che hanno potenziato, migliorato e ingigantito il sistema delle comunicazioni e dei trasporti, il mondo è diventato quel villaggio globale di cui molto si parla.
Il Pianeta è oggi più piccolo, più veloce, più eterogeneo.
Le distanze si sono ridotte, è cambiata la geografia delle comunicazioni, la filosofia e la scienza politica, lo stesso concetto dello stare insieme e il sistema di valori e di riferimenti.
Se dovessi provare a caratterizzare questo nuovo mondo e la sua civiltà con un unico aggettivo dovrei certamente dire che viviamo in una realtà "complessa", come l’ha definita Edgar Morin.
Con la categoria della "complessità", infatti, possiamo dare un valore e un significato a tutto l’insieme di trasformazioni, problemi, spesso drammi che connotano la nostra contemporaneità.
Spaziando dalla globalizzazione economica e gli squilibri sociali che essa, per sua natura, genera.
Alle nuove e grandi migrazioni, ai problemi di carattere energetico e al pericolo militare e terroristico globale.

Per interpretare e governare questa realtà molteplice e "complessa", dunque, serve un pensiero che sia a sua volta "complesso", un apparato valoriale e culturale di riferimento, un’etica condivisa.
E a mio avviso questa etica, per la politica che è chiamata a governare i grandi processi, non può che essere laica, di una laicità intesa come metodo di analisi della realtà e dei suoi fenomeni e non, banalmente, come contrapposizione a religioso.
Attraverso una lettura laica dei fenomeni – tutti i fenomeni, anche quelli non religiosi – il tema dell’etica deve essere declinato al dialogo interculturale, alla pace globale in un mondo oggi a serio rischio di distruzione e in cui è divenuta esigenza vitale l’individuazione di obiettivi comuni e condivisi di costruzione del futuro.
In questa complessità, poi, anche il concetto valoriale dell’identità, come l’ho poc'anzi descritto, sta mutando, e deve continuare a mutare.
Non più un’identità fondata sull’appartenenza dunque, ma sulla condivisione.
Quindi un’identità che poggi non più solo su uno sguardo rivolto al passato, a ciò che siamo stati, bensì al futuro, e che parta dal capire ciò che ci accomuna, che scegliamo di condividere per individuare il percorso che vogliamo fare insieme e il traguardo che vogliamo raggiungere.

Che è poi il sentimento che spinge l’UE nel costruire l’identità europea, per la quale uno sguardo rivolto al passato finirebbe per accentuare gli elementi di divisione, piuttosto che quelli di unità.
E’ necessario, quindi, mettere insieme la ricchezza e la pluralità delle identità
verso obiettivi comuni e scelte condivise: cosa che, per quanto ci riguarda nel nostro piccolo e nell’ambito della vita democratica di un partito politico che si candidata a guidare un Paese e disegnarne l’identità, stiamo cercando di fare in Italia con la nuova esperienza del Partito Democratico.
In questo partito confluiscono identità e culture diverse per tradizione storica, politica, religiosa e sociale.
Un’esperienza che va proprio nella direzione della mescolanza e della multiculturalità, che noi vogliamo proiettare nella fisionomia e organizzazione dell'intero Paese.
In Europa, l’interculturalità costituisce una sfida difficile, allo stesso tempo naturale e obbligata.
Si tratta di gestire molte e importanti diversità che dovranno convivere in modo armonioso all’interno di un destino comune, all’interno di una identità che concili non solo le differenze del Vecchio Continente, ma che sappia integrare anche le componenti extraeuropee nell’ambito dei valori della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948.

Tutto ciò implica aspetti positivi e negativi: lo sforzo deve essere quello di valorizzare quelli positivi e minimizzare quelli negativi, guardando al futuro e alle prossime generazioni, poiché è chiaro a tutti che parliamo di questioni che si protrarranno per molte generazioni a venire.
Per l’Europa è dunque indispensabile assecondare la molteplicità delle espressioni culturali, così com’è vitale sancire l'universalità dei valori essenziali, quelli appunto della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
La stessa anima dell’Europa pensata a partire dalla fine della Seconda Guerra mondiale è quella che si riconosce in questi valori.
Valori che hanno consentito più di mezzo secolo di pace e di integrazione, oltre che di espansione e unione territoriale, economica e monetaria basate sulla libera e volontaria adesione piuttosto che sulla conquista e il predominio.
Una Unione, quella europea, nata e ingranditasi contro le guerre e per la pace, nella diversità e integrazione, contro le esperienze totalizzanti, il razzismo e l’antisemitismo e nell’ottica di un multipolarismo globale basato sulla competizione economica e la solidarietà sociale.

Un quadro di valori che non rientra, però, nel relativismo culturale, ma che mira a difendere e consolidare la "dignità di ogni essere umano, uomo, donna o bambino, salvaguardarne l'integrità fisica e morale, impedire il deterioramento del suo ambiente naturale, rifiutare ogni umiliazione e ogni discriminazione abusiva legata al colore, alla religione, alla lingua, all’origine etnica, al sesso, all’età, alla disabilità".
Dunque un’idea di Europa fondata sull’universalità di valori comuni e condivisi e la diversità delle espressioni culturali.
Fino a quando il mondo era quello degli Stati nazione i confini erano netti, anche sul piano culturale e geografico.
Erano possibili distinzioni categoriche tra diverse civiltà e culture, poteva funzionare anche il modello di una pluralità di etiche diverse e distinte.
Il mondo contemporaneo – e l’11 settembre 2001 ce lo ha dimostrato ancor di più – fatto di interdipendenza, permeabilità delle civiltà nel loro reciproco interagire, ci obbliga a una riflessione nuova e alta sull’etica, sulla governance locale e globale che regola il vivere dell’Umanità e l’esistenza individuale, sul problema dei rapporti fra culture diverse.

Quindi la prospettiva deve essere quella della pace, a cui occorre tendere nella riflessione filosofico-politica.
Una pace da perseguire attraverso il dialogo interculturale, il solo in grado di evitare il pericolo dello scontro fra civiltà.
Un dialogo che conduca a una multiculturalità che mette tutti nelle condizioni di conoscenza tali da poter indurre scelte coscienti e ragionate.
Che permetta a tutti di essere pienamente liberi culturalmente.
Se così non fosse, se si trattasse solo di diffondere tolleranza culturale, ci ritroveremmo sempre alle porte casi come quello inglese del 2005, di alienazione di giovani figli di immigrati che si danno al terrorismo.
O casi come quelli delle rivolte delle Banlieu francesci, sempre del 2005.
Si tratterebbe, quindi, di riproposizione di quel modello che Amartya Sen definisce "monoculturalismo plurale".

La giusta strada, invece, come dicevo va individuata in una riflessione pacifista e interculturale che occorre declinare anche nella pratica educativo-formativa, su scala globale e verso le nuove generazioni.Viene naturale che su questi argomenti possa dunque esservi un confronto non semplice fra etiche diverse a livello mondiale.
Per questo lo sforzo oggi si concentra nel provare a costruire quell’"etica razionale universale", il cui massimo teorico è Habermas, che vuole essere un tentativo per costruire una relazione di dialogo e confronto interculturale, il cui fine ultimo sia proprio la pace globale quale soluzione del processo etico-storico.
In questo contesto, nell’ambito dell’Anno europeo del dialogo interculturale, penso sia giusto accogliere l’invito che Asma Jahangir, relatrice dell’ONU sulla libertà di religione e di credo, ha fatto al Parlamento europeo.

Un appello affinché "il dialogo interculturale sia inteso in senso ampio, e comprenda le prospettive religiose e laiche, includa un dialogo a tutti i livelli, si opponga a ogni incriminazione per diffamazione delle religioni" e coinvolga nel dialogo interreligioso anche i "non deisti" e gli atei, poiché è fondamentale "che i governi e la società civile abbiano un ruolo da svolgere nella creazione di un ambiente in cui le persone di diverse religioni e diverso credo possano interagire senza sforzi".
E’ normale che, nella dialettica vi sia chi vuole dimostrare che la propria cultura, religione o lingua è superiore a quella degli altri.
Eppure le religioni offrono anche spunti per condividere valori morali che consentirebbero una comprensione comune e il rispetto reciproco: esempi del genere vi sono persino in Israele, in Palestina e in Irlanda del Nord, seppure raramente evidenziati dai media, che preferiscono puntare sul sensazionalismo delle violenze interreligiose.

Un altro punto fondamentale nel dialogo interculturale e interreligioso è il punto di vista delle donne, quasi sempre marginalizzato, invece, nel dibattito su questi temi.
Così come sarebbe utile ascoltare chi, pur condividendo la stessa fede, ha opinioni e visioni diverse, o gli artisti, i quali meglio degli altri hanno sempre dato prova di saper creare ponti, mescolanze, contaminazioni tra diverse culture.
Nel contesto globale delle differenze economiche, etniche, religiose e culturali, della mescolanza, dell’interculturalità e della pace, la storia del Mediterraneo non può essere scissa da quella dell'Europa e assume una importanza strategica per l’intero pianeta e vitale per il Vecchio Continente e per le sue relazioni con i Paesi che si affacciano su questo Mare Nostrum.
E’ in quest’area infatti che si concentrano le problematiche più calde del pianeta:
questione israeliano-palestinese, conflitto tra le tre religioni monoteiste che sono state all’origine di civilizzazioni e culture millenarie, lotta alle criminalità organizzate, flusso di grandi migrazioni e importanti commerci.

Quest’area è oggi più che mai la porta tra il Nord e il Sud del Pianeta, tra l'Oriente e l'Occidente.
È qualcosa che va molto al di là della semplice strada o frontiera per l'Europa.
È una regione la cui stabilità è divenuta essenziale sia per la sicurezza e prosperità dell’Europa che per quella di tutti i Pasesi dell’Area nord-africana e mediorientali, come dell’intero pianeta.
A che cosa, dunque, la politica – e quella italiana ed europea soprattutto – deve guardare per promuovere la pace mondiale attraverso il principale snodo del dialogo interculturale?
A mio avviso alla cooperazione, avvicinandola il più possibile ai cittadini, attraverso alcuni obiettivi fondamentali che per me sono quelli indicati dal "Processus di Barcellona".
Un processus che va sostenuto e rilanciato, dopo la sua crisi, soprattutto in quegli aspetti che mirano al rafforzamento del livello politico delle relazioni dell’UE con i Paesi del Mediterraneo;
alla divisione delle responsabilità nelle relazioni multilaterali;
alla promozione di progetti regionali concreti utili ai cittadini;
al coinvolgimento del settore privato;
al multilinguismo.

Ad essi andrebbero aggiunti la realizzazione di progetti concreti tendenti a rendere operativa una "solidarietà dei fatti", come la chiamava Robert Schuman, incontri periodici dei capi di Stato e di Governo dei paesi del Mediterraneo che rafforzino il ruolo dell’Assemblea parlamentare euro-mediterranea.
Se tutte queste cose le sapremo fare, se la multiculturalità sapremo tradurla in un modo di essere quotidiano e strumento pedagogico, sono certo che consegneremo alle future generazioni un mondo migliore di quello che abbiamo alle spalle e di quello in cui viviamo oggi.
Un modo più ricco, non solo economcamente, più misto e più bello.
Grazie per l'attenzione e buon lavoro a tutti".

martedì 10 giugno 2008

Rischiamo il fallimento di un progetto alto e ambizioso

Ammetto che sono preoccupato. Preoccupato per quello che si sta muovendo e per gli effetti negativi che potrebbero ricadere sul Partito Democratico: rischiamo il fallimento o il ridimensionamento di un progetto molto ambizioso.
Oggi inizia a Napoli il tradizionale appuntamento annuale di incontro, confronto e riflessione sui principali dossier all’attenzione delle istituzioni comunitarie, organizzato dal PSE e dal suo Gruppo Parlamentare. Secondo Gianni Pittella, Presidente della delegazione italiana al PSE, "e' stata scelta l’Italia per la sua lunga tradizione europeista, per il suo impegno profuso nel corso degli anni per la costruzione dell'Europa e per conoscere da vicino il senso della novità politica maturata nel campo riformista con la nascita del PD. E' nostra intenzione approfondire forme di cooperazione e discussione con questa nuova forza politica - dice Pittella - oltre che con le altre componenti nazionali storicamente già legate all’esperienza del socialismo europeo".

In questo contesto esce oggi, invece, sul Corriere della sera, un'intervista a Francesco Rutelli in cui sostanzialmente dice che è impensabile una confluenza del PD nel PSE o nell'Internazionale Socialista: un vero colpo basso alla delicata discussione che con grande equilibrio, apertura e attenzione si sta facendo da lungo tempo sulla collocazione internazionale del PD tra noi e i vertici del PSE.

A questa intervista, poi, io collego anche l'editoriale non firmato di ieri su Famiglia Cristiana (Il peccato originale di un partito fantasma), nel quale si invita Veltroni a mettere alla porta i Radicali di Pannella e Bonino e si ipotizza una scissione nel PD: la tesi è che i cattolici siano stati stritolati e rischiano di finire in una riserva a fare solo testimonianza. Per questo una consistente pattuglia, guidata da Carra e Binetti, sarebbe pronta a lasciare il porto del PD per approdare nel PDL. Una scelta, questa, che riprodurrebbe il cammino già fatto nelle recenti elezioni dagli elettori cattolici, che in quanto cattolici, appunto, avrebbero votato per il PDL, non riconoscendosi in un PD senza identità in cui convivono il diavolo e l'acqua santa: cattolici e integralisti laici spinti.

A questo proposito, invece, a me le cose non paiono affatto così. Gli elettori cattolici non sembrano affatto spaventati dal PD, anzi. E vorrei citare a proposito l'illuminante studio sul voto cattolico segnalatomi dal sempre preziosissimo Professor Stefano Ceccanti, Senatore cattolico proveniente dalla FUCI. In questa rilevazione mi colpiscono due cose:
in primo luogo il dato su come ha votato il segmento dei praticanti regolari, che sono il 31% dei cittadini. Ad una messa tipo, in una parrocchia media, su 100 partecipanti 44 hanno votato per il PDL, 35 per il PD, 7 per la Lega, 6 per l'UDC, 3 per l'IDV e il restante per gli altri.
I praticanti, dunque, sono assolutamente bipolaristi. E d'altronde fu già Giovanni Paolo II a dirci che l'unità politica dei cattolici era da considerarsi finita;

in secondo luogo il fatto che l'UDC non rappresenta un'attrazione particolare per i centristi né per i cattolici. Infatti il partito di Casini è sotto alla Lega e le nostalgie per lo scudo crociato tra i praticanti cattolici non esistono, al contrario di quanto affermavano molte analisi dei mesi scorsi, secondo le quali la Chiesa sponsorizzava il leader centrista ed equidistante dai poli: cosa che avrebbe dovuto far confluire sull'UDC il voto dei cattolici praticanti.

Dico tutto ciò in maniera quasi scomposta perché, in previsione delle prossime elezioni europee, il PD corre molti rischi, alla base dei quali mi pare ci sia, sopravvalutata, una errata questione cattolica:
non abbiamo ancora definito con chiarezza quale sia o quale dovrà essere, in un partito che è e deve essere plurale, la nostra identità e la nostra collocazione in campo europeo;
rischiamo di trovarci, dopo il voto alle europee, con una parte del PD nel PSE e un'altra in altri gruppi o, in una ipotesi sciagurata, tutti nel gruppo misto;
addirittura rischiamo di arrivare a questo voto con una parte di cattolici che ha lasciato il PD;
e rischiamo di perdere, in conseguenza del sistema di voto proporzionale, il voto di quella parte di Sinistra italiana che ci aveva votato solo per contrastare Berlusconi (il così detto voto utile) e di finire al di sotto del 30%, poiché alle europee questi voterebbero per la Sinistra radicale.

In questo caso non avremmo realizzato quella sintesi alta tra culture politiche diverse, non avremmo disegnato una nuova, moderna e innovativa identità politico-culturale, non avremmo trovato una partnership internazionale credibile e in grado di metterci nelle condizioni di contare in Europa e, ultimo, non avremmo nemmeno raggiunto un mero (seppur effimero) risultato elettorale apprezzabile.
Non credo che la Sinistra, o il centrosinistra, abbiano bisogno di un fallimento di questo tipo. Non servirebbe, anzi sarebbe dannoso, sia all'intera politica italiana ed europea che all'l'Italia tutta.

martedì 3 giugno 2008

La Repubblica di Rino. Non la reggo più?

Ieri ricadeva il ventisettesimo anniversario della morte di Rino Gaetano. Una data beffarda per morire come è morto il dissacrante cantautore crotonese. Il due giugno è infatti la festa della Repubblica. Quella Repubblica che Rino spesso cantava nelle sue contraddizioni, nei suoi vizi, nelle sue inefficienze, nei suoi limiti. Tanti limiti...
Rino cantava una Repubblica a due velocità: quella del Nord industrializzato e ricco e quella del Sud contadino e povero dal quale partivano ogni anno migliaia di emigranti, quelli delle sue canzoni appunto (Agapito Malteni il ferroviere).

Una Repubblica nella quale c'era chi si arricchiva costruendo ospedali (Ok papà) e un'altra nella quale si moriva perché negli ospedali non c'era posto (La ballata di Renzo).

Esattamente com'è successo a lui, vittima di un incidente stradale e rifiutato, in condizioni gravi, in ben cinque ospedali, cinque, della capitale perché non c'era una sala operatoria pronta a ospitarlo. Ironia della sorte ciò che scriveva dieci anni prima in una canzone mai pubblicata...


Una Repubblica inamovibile, statica, priva di ricambio, perché le solite facce e i soliti nomi stanno sempre là, fermi, a fare la storia piccola e grande del Paese.

Una Repubblica nella quale, nonostante il passare degli anni, il cambiare delle circostanze, l'avvicendaresi delle generazioni, il mutare delle situazioni politiche, i problemi del Paese restano sempre uguali a se stessi.

Una Repubblica nella quale lo stesso grido di rivolta allo status quo è, in effetti, uno sbadiglio di noia.

Basta ascoltare uno dei suoi brani più indicativi, in questo senso, per capire come la nostra Repubblica stia ferma, con le sue facce e i suoi vizi, la sua incapacità a ribellarsi davvero.

Basta ascoltare come Rino Gaetano, già negli anni Settanta, gridava di non farcela più. Eppure, di anni ne sono passati ventisette, ma la nostra Repubblica è, per molti versi, ancora quella.

E ancora oggi, spesso, mi viene in mente quell'attualissima, dissacrante e ironica canzone che ascolto anche su youtube cliccando su: Nuntereggaepiù


Abbasso e alè/ abbasso e alè/ abbasso e alè con le canzoni/ senza fatti e soluzioni/ la castità/ la verginità/ la sposa in bianco, il maschio forte/ i ministri puliti i buffoni di corte/ ladri di polli/ super pensioni/ ladri di stato e stupratori/ il grasso ventre dei commendatori/ diete politicizzate/ evasori legalizzati/ auto blu/ cieli blu/ amore blu/ rock and blues/ NUNTEREGGAEPIU'/ Eya alalà/ pci psi/ dc dc/ pci psi pli pri dc dc dc dc/ Cazzaniga/ avvocato Agnelli, Umberto Agnelli/ Susanna Agnelli, Monti, Pirelli/ dribbla Causio che passa a Tardelli/ Musiello, Antognoni, Zaccarelli/ Gianni Brera/ Bearzot/ Monzon, Panatta, Rivera, D'Ambrosio/ Lauda, Thoeni Maurizio Costanzo, Mike Bongiorno/ Villaggio, Raffà, Guccini/ onorevole eccellenza, cavaliere senatore/ nobildonna, eminenza, monsignore/ vossia cherie, mon amour/ NUNTEREGGAEPIU'/ Immunità parlamentare/ abbasso e alè/ il numero 5 sta in panchina/ s'è alzato male stamattina/ mi sia consentito dire/ il nostro è un partito serio/ disponibile al confronto/ nella misura in cui/ alternativo/ aliena ogni compromess, ahi lo stress/ Freud e il sess/ è tutto un cess/ ci sarà la ress/ se quest'estate andremo al mare/ solo i soldi e tanto amore/ e vivremo nel terrore, che ci rubino l'argenteria/ è più prosa che poesia/ NUNTEREGGAEPIU'/ Ue paisà/ il bricolage/ il quindicidiciotto/ il prosciutto cotto/ il quarantotto/ il sessantotto/ le pitrentotto/ sulla spiaggia di Capocotta/ Cartier Cardin Gucci/ portobello e illusioni/ lotteria a trecento milioni/ mentre il popolo si gratta/ a dama c'è chi fa la patta/ a settemezzo c'ho la matta/ mentre vedo tanta gente/ che non c'ha l'acqua corrente e non c'ha niente/ ma chi me sente... ma chi me sente/ e allora amore mio ti amo/ che bella sei/ vali per sei/ ci giurerei/ ma è meglio lei/ che bella sei/ che bella lei/ vale per sei/ ci giurerei/ sei meglio tu/ che bella sei/ NUNTEREGGAEPIU'

domenica 25 maggio 2008

A Berlino per analisi del voto e Statuto

Oggi sono in Germania, alla Willy Brandt House di Berlino, per un seminario sull'analisi del voto, con particolare riferimento a quello in Europa e in Germania.
Di seguito la mia relazione introduttiva.

Cari amici e compagni,
mi fa davvero molto piacere essere qui oggi, in Germania, dove non venivo ormai da moltissimo tempo, cioè da prima che si avviasse il percorso costituente del Partito Democratico: un’altra era politica dunque.

Tornarci oggi, quindi, fa un certo effetto, poiché ci troviamo con un altro partito, un’altra situazione politica e un altro Governo.
Anche la platea che mi trovo davanti è molto diversa da allora.
L’ultima volta che sono stato in Germania c’erano ancora DS e Margherita, c’era da poco il Governo de L’Unione e la Germania non aveva eletti in Parlamento.
Oggi c’è il Partito Democratico, purtroppo c’è il Governo della Destra, ma almeno avete un eletto della Germania.

Per questa prima parte della giornata è stato chiesto a me di fare una relazione sui risultati del recente voto politico, probabilmente perché negli ultimi mesi, tra Gruppo ristretto per lo Statuto, seminari e campagna elettorale, non ho fatto altro che relazioni.
Il compito, naturalmente, non è dei più semplici, poiché analizzare il voto è sempre cosa ardua.
In Italia, tra l’altro, non è stata ancora fatta una discussione approfondita all'interno del partito su quanto è accaduto.

E questo limita enormemente la mia analisi generale.
Per questo cercherò di dare una lettura di quanto successo più circoscritta possibile, con maggiore attenzione proprio al dato tedesco.
Prima del 14 aprile immaginavamo tutti una probabile sconfitta. Ma nessuno avrebbe immaginato un distacco di nove punti, soprattutto al Senato.
La Destra ha ottenuto il 46% dei consensi degli italiani contro il nostro 37%: ben nove punti in più.

Il solo PDL ha raggiunto il 38% contro il nostro 33%: ben cinque punti in più.
In questo pessimo risultato, però, dobbiamo saper vedere anche il molto che c’è di buono.
A parte la semplificazione di tutta la vita politica e democratica italiana, merito esclusivo del PD, c’è anche il grande risultato di aver raccolto intorno al nostro progetto il consenso di un italiano su tre.

Così come c’è il coraggio che abbiamo avuto nel proporre un modello di discontinuità, la scelta dell’innovazione e del riformismo, insieme a quella di costruire un partito plurale, aperto e radicato nei territori.
Ora bisogna, però, che quelli che fin qui sono stati progetti, premesse e ambizioni, d’ora in avanti divengano realtà, a cominciare dalla sintesi delle diverse culture che formano il Partito Democratico e dal suo radicamento tra i cittadini.
Se non sapremo fare davvero bene tutto ciò, questo nostro grande progetto potrà fallire.
Perché esso non fallisca, dunque, dobbiamo partire dal fare tesoro dall’esperienza di quanto è stato, dalla nostra capacità di dialogo e dall’abitudine all’agire democratico di un partito e dei suoi militanti.

Fino a oggi, invece, troppo spesso, in Italia e in alcuni casi all’estero, abbiamo visto di più la concorrenza tra gruppettini del PD – permettetemi di dirlo – che tra progettualità e visioni diverse dell’identità e strategia politica del partito.
E tutto ciò non è un buon segnale in un partito che del rifiuto delle correnti e nella sintesi delle diverse culture ha fatto un suo punto di forza nell’atto fondativo.
Abbiamo perso – anche se all’estero non è così – quindi ci conviene sviscerare fino in fondo i ragionamenti sul perché e riflettere bene sui risultati, cercando di fare un tutt’uno di strategia, identità e cultura politica.

Lo stesso segretario Veltroni ha insistito qualche settimana fa sull’importanza della lettura del voto dopo una sconfitta.
E la mia lettura del voto, come spero la vostra, non deve essere fatta con lo spirito di chi cerca conferme a ciò che pensava prima del voto, qualsiasi cosa pensasse.
La lettura deve servire a distinguere tra ciò che di positivo è uscito dalle urne e i limiti che esse ci hanno evidenziato e che dobbiamo superare nel futuro.

Noi abbiamo certamente pagato il debito dell’impopolarità della precedente maggioranza politica de L’Unione, che io però distinguo dal Governo, che a mio avviso ha ben operato.
Questa impopolarità ci assegnava una sconfitta certa e pesante, anche se in campagna elettorale abbiamo molto recuperato in termini di consenso.

Forse tutto il possibile, insieme a una parte di voti provenienti da altre forze politiche della Sinistra, spinta dall’esigenza di dare un "voto utile" contro la Destra, e dall’astensionismo critico, quello del ceto medio riflessivo o quello di Sinistra.
Ma questo consenso non è acquisito una volta per sempre. Esso può sparire già alle prossime elezioni europee, alle quali non funzionerà il meccanismo del "voto utile".
Quell’area di elettorato gravitante intorno alla Sinistra radicale, infatti, oggi non più rappresentata in Parlamento, domani tornerà a votare alle europee non più contro Berlusconi, ma per una rappresentanza in cui si riconosce di più di quanto non si riconosca nel Partito Democratico.

E allora tutto ciò che fin qui ho detto esserci stato di positivo, tanto da portarci al 33% dei consensi, domani semplicemente non ci sarà più.
Nel 2009 rischieremmo di ritrovarci sotto la soglia del 30%, ancora meno di quanto ottenemmo alle passate elezioni europee, quando la lista Uniti nell’Ulivo raggiunse poco più del 31% dei consensi.
Che fare, dunque, per evitare che ciò accada.
E soprattutto che fare per evitare che ciò accada all’estero.
Prima di tentare di dare una risposta, penso sia utile provare ad analizzare proprio il risultato estero.

Va innanzitutto detto che, per quello che ci riguarda, il voto nella nostra Circoscrizione è stato ben diverso da quello italiano.
Nel complesso della Circoscrizione estero il Partito Democratico vince le elezioni, ottenendo nove parlamentari su diciotto, contro i sette del PDL e i due indipendenti.
Da solo vince alla Camera con circa un punto in più e perde al Senato con circa un punto in meno in termini percentuali.

Insieme all’IDV vince bene in entrambi i rami del Parlamento.
In questo quadro, però, è da sottolineare che il risultato del Partito Democratico all’estero è in linea con quello in Italia, intorno al 33%.
Quello del PDL, invece, è di quattro punti in meno all’estero rispetto che all’Italia (33% all’estero contro 38% in Italia) e di addirittura sei alla Camera (31% all’estero contro 37% in Italia).
Segno, dunque, che l’appeal generale della Destra fuori dai confini nazionali si riduce di molto.
Se poi guardiamo alla sola Europa, il dato non può che migliorare per noi.
In questa ripartizione, infatti, il Partito Democratico ottiene il 40% dei consensi alla Camera contro il 33% del PDL.

Sette punti in più: quasi il rovescio di ciò che succede in Italia.
Che in termini di voti assoluti significa 204.393 voti del PD contro i 171.658 del PDL.
Circa 33.000 voti in più, pari al totale di quelli che nel 2006 ottenne in più L’Unione in Italia per vincere le elezioni, ma su un numero di elettori di molti milioni in più rispetto a noi.
Analizzando, inoltre, il dettaglio di questi dati, nazione per nazione, vediamo che il Partito Democratico vince molto bene in quasi tutti i Paesi in cui è più consistente la presenza italiana, più forte il comune sentire democratico, e dove vi è almeno una qualche forma di organizzazione e presenza del Partito.
Vediamo che in Belgio, in entrambi i rami del Parlamento, il PD ottiene 15 punti percentuali in più del PDL.

In Francia 16 punti in più alla Camera e 15 al Senato.
In Lussemburgo 28 punti in più alla Camera e 22 al Senato.
In Olanda 16 punti in più in entrambi i rami.
In Svizzera 17 punti in più in entrambi i rami.
In Spagna, dove però la nostra presenza organizzata è minima, un solo punto in più in entrambi i rami.

Unica eccezione negativa, è purtroppo proprio la Germania, dove il Partito Democratico ottiene ben 10 punti in meno rispetto al PDL, e in entrambi i rami del Parlamento.
Un risultato tanto più preoccupante se paragonato alla situazione del 2006 e agli altri paesi europei.
Nel 2006, infatti, nei paesi già citati, L’Unione vinceva bene quasi ovunque, anche se confrontata alla somma di tutti i partiti dell’allora Casa delle libertà.
L’Unione senza IDV e UDEUR, infatti, vinceva nel 2006 con 19.000 voti in più in Belgio rispetto a tutta la CDL; con 27.000 voti in più in Francia; con 41.000 in Svizzera; con 2.000 in Lussemburgo (su un totale di circa 5.000 elettori) e 2.000 in Olanda (su un totale di circa 7.000 elettori).

In questi ultimi due casi parliamo di paesi molto piccoli e con pochi voti, dunque lo scarto, seppur di poche migliaia di voti, è da considerarsi un ottimo risultato.
Le uniche eccezioni erano ancora la Germania, dove L’Unione vinceva di soli 3.000 voti in più (su circa 134.000 elettori) e pur essendo il Paese con il più alto numero di italiani, e la Gran Bretagna, dove L’Unione addirittura perdeva, seppur di soli 1.000 voti (su circa 40.000 elettori).
Oggi, poi, il PD senza Italia dei valori, Sinistra Arcobaleno, Partito Socialista e Sinistra critica, vince quasi dappertutto sul PDL unito senza l’UDC.
E vince con scarti alti, come ho già detto. Tanto che anche se alla CDL si sommasse l’UDC noi vinceremmo lo stesso.

In Germania, invece, il PD perde sul PDL con lo scarto alto già accennato: di 10 punti.
Uno scarto tanto alto che seppure aggiungessimo ai voti del PD quelli di tutta la Sinistra radicale non raggiungeremmo ugualmente il centrodestra.
E tutto il centrosinistra compresa l'IDV è al di sotto di tutto il centrodestra compresa l'UDC.
Il che significa che neanche in una situazione di alleanze simile a quella di due ani fa avremmo vinto e che il centrosinistra tutto è minoritario rispetto al centrodestra ed è in perdita rispetto a due anni fa.

Una perdita di voti che si concentra proprio tra PD e Sinistra della coalizione, poiché l’IDV, rispetto al 2006, guadagna diverse migliaia di voti.
E non si può certo dire che abbia semplicemente guadagnato aritmeticamente quelli liberatisi dall’Udeur, poiché nel 2006 il partito di Mastella aveva solo 1.560 voti in tutta la Germania, meno della metà di quanti ne guadagna l’IDV.
Tutto ciò è molto preoccupante.

Sono voti persi da tutto il centrosinistra, tranne Di Pietro, che avanza in tutta Europa, tranne che in Belgio, dove invece perde voti per quasi mezzo punto.
Caso unico in Europa, dunque, quello tedesco del PD e del centrosinistra nel suo insieme.
Nemmeno in Gran Bretagna, infatti, dove pure perdiamo con uno scarto minimo, si ripete questa situazione.
Se in Gran Bretagna, infatti, ai 14.175 voti del PD sommiamo i 6.966 voti della Sinistra radicale e dell’IDV arriviamo a 21.171 voti: 5.418 voti in più del PDL e addirittura 3.944 voti in più de L’Unione di due anni fa.
In questo caso, dunque, il centrosinistra cresce rispetto a due anni fa ed è maggioritario, come nel resto d’Europa.

Nella sola Germania, dunque, il PD e l’intero centrosinistra, risultano oggi più deboli del 2006 e minoritari.
E tutto il Centrosinistra non raggiunge il centrodestra.
Il Partito Democratico, inoltre, oltre ad essere largamente minoritario in Germania a livello di Paese lo è anche a livello locale.
Fanno eccezione solo poche realtà come Berlino e Amburgo, dove il PD vince bene sul PDL, e Monaco, dove siamo però avanti di un magro 0.6% in più.
Com’è dunque accettabile un tale risultato nel Paese a più alta concentrazione di italiani al mondo?

Com’è dunque possibile un simile risultato in un Paese in cui l’immagine di Berlusconi non è certo un punto di forza?
Dove abbiamo sbagliato?
E che fare? Dicevo poc’anzi.
Probabilmente è rispondendo a queste domande che troveremo la forza e le risorse per cominciare a costruire il cammino che potrà portarci a diventare maggioranza fra cinque anni, ma speriamo anche di meno.

A mio avviso, ma su questo non voglio costruire certezze, bensì stimolare dialogo, in Germania si è verificato questo disastro perché erano già deboli in passato sia i DS che la Margherita: cioè le due forze principali del PD.
E perché manca sia un associazionismo forte, organizzato e radicato come in Svizzera, sia un rapporto sano e proficuo con quello esistente.
Tutto ciò si è verificato perché queste forze, poco radicate davvero sul territorio, avevano anche una grave difficoltà a parlarsi, a stare insieme, a mescolare idee, progetti, risorse, competenze, uomini.

Queste due forze non sono riuscite a fare sintesi e, per usare una metafora genetica, non sono riuscite a mescolare il loro sangue.
E ancora nel passato recente, con la costruzione del PD, non riescono né a radicarsi tra la gente, né a mescolarsi, ad amalgamarsi, a sentirsi parte di un tutto, a trovare una giusta sintesi.
Su quali premesse, dunque, in Germania stiamo fondando la struttura, l’identità e la forza del nuovo Partito?

Ho l’impressione che chi proviene da gruppi e gruppetti pre-esistenti o dalle vecchie identità non riesce a guardare a una evoluzione di esse e a una nuova identità, magari post-ideologica.
Ho l’impressione, spero vivamente sbagliata e viziata dal fatto che negli ultimi tempi sono stato solo osservatore esterno della Germania, che in molti pensano ad una autosufficienza culturale che è dannosa per il PD.
Il mondo che ci circonda, infatti, i fenomeni che vogliamo governare sono estremamente complessi. Le forze che abbiamo di fronte sono ampie e dispongono di molti mezzi.
Da solo, dunque, non può farcela nessuno. Nessuno è in grado di interpretare la società, coglierne i bisogni e trovare le soluzioni.

E la risposta a tutto ciò non è certamente il sommare aritmeticamente le forze all’interno del PD, poiché questo è stato già fatto comunque, anche in Germania, e non è bastato, anzi.
Occorre riprendere una discussione seria sullo stare insieme, sul mescolare le culture, le identità, il sangue, per capire come stiamo insieme e quale profilo e identità culturale diamo al partito e che tipo di alleanza vogliamo, anche nelle prossime consultazioni per i Comites e successivamente per le politiche.

Tutto ciò lo dico, e scusatemi se appaio duro, ma spero sempre di sbagliare, perché ho la terribile sensazioni che noi tutti ci guardiamo con sospetto e come tante piccole componenti distinte e inavvicinabili.
Ho l’impressione di un partito in cui convivono tante piccole signorie, tanti piccoli duchi come nell’Italia di molti secoli fa.

Ho l’impressione che ancora ci si veda in competizione come DS contro Margherita, vecchio contro nuovo, veltroniani contro lettiani e bindiani, dalemiani contro rutelliani, integralisti laici contro integralisti cattolici, CGIL contro UIL e ACLI, bertaliani contro coppiani, beatlesiani contro stoniani e romanisti come laziali.
Un po’ il clima che si respira nell’"Inno nazionale" di Luca Carboni, di ormai parecchi anni fa, eppure sempre attuale.

Non è, né deve essere così: pena la morte di un progetto molto ambizioso che ha già cambiato l’Italia e semplificato la politica, anche se perdendo le elezioni.
Per questo, amici e compagni, non abbiate paura del confronto e del dialogo, anche se duro.
Non abbiate paura delle idee e delle identità diverse.
Non chiudetevi in recinti o signorie né di superiorità culturale, né di egemonia numerica, né di altro tipo.

Create e moltiplicate luoghi di discussione approfondita, nei quali è possibile sviscerare fino in fondo le cose, guardarsi negli occhi e poi provare a mescolare davvero le identità e il sangue politico.
Vedete, amici e compagni, c’è un bel film di qualche decennio fa, il cui titolo è entrato a far parte del lessico italiano e che mi piace ricordare.

In questo film, ambientato proprio in quell’Italia delle signorie e dei cavalierati, gli scalmanati protagonisti si presentano alla corte di un’antica famiglia bizantina per chiedere il riscatto per la liberazione del figlio del signorotto locale.
Entro le chiuse mura del castello, ad accoglierli c’è la corte tutta schierata nei suoi abiti tradizionali, intenta nei suoi seri riti, ottusamente orgogliosa e fiera della sua nobile storia, ma per nulla aperta agli altri, al diverso da se, alla mescolanza.
Eppure, al suo interno, pronta a ogni tipo di nefandezza, tradimento e guerra intestina.

Quando il cavaliere protagonista del film chiede al finto sequestrato chi è quella gente dai volti pallidi, Teofilatto dei Leonzi, figlio illegittimo del signorotto, nato da una relazione "impura" con la serva e quindi rinnegato perché sangue misto, risponde così:
"Sono gli ultimi duchi di Bisanzio, sangue prezioso e malato mischiato a se stesso. Membra febbrili, fiacchi alla spada, ma ratte a pugnare, dedite a ogni amplesso. Gente meglio da perdere che da trovare".

Ecco amici e compagni, fuor di metafora, io spero che all’interno di questo nostro partito, si riesca a superare il periodo delle signorie e dei cavalierati.
Spero che il nostro sangue si mescoli e che la smettiamo di guardarci come DS e Margherita, come veltroniani, lettiani, bindiani, dalemiani, rutelliani, fassiniani e chi più ne ha più ne metta.
Spero che riusciremo a creare l’incontro tra le varie anime e le diverse persone.
A rendere agibile a tutti i luoghi della democrazia interna e a rafforzarla, come ancora non siamo riusciti a fare.

Se lo facciamo e cerchiamo di capire dalla dura analisi del voto come rimediare per il futuro, sono sicuro che riusciremo a radicare davvero il PD sul territorio, facendone un grande partito in grado di tornare a vincere, sia in Italia che in Germania.
Se non lo facciamo, e continuiamo a guardarci con sospetti reciproci, il radicamento reale del partito non ci sarà.
Ci sarà, invece, quell’Armata Brancaleone appena citata, per la quale i cittadini penseranno ciò che nel film recitava Teofilatto dei Leonzi: "gente meglio da perdere che da trovare".
E così avremo fatto fallire un grande progetto e perso numerosi altri consensi.

Grazie a tutti per l'attenzione e buon lavoro.

martedì 20 maggio 2008

Sabato a Parigi sullo Statuto

Sabato scorso si è tenuto a Parigi il seminario sullo Statuto del PD all'estero. Di seguito la mia relazione introduttiva, che è servita da base della discussione per le linee guida del futuro Statuto e che ha trovato una larghissima condivisione.

Cari compagni, cari amici,
per la seconda volta in pochi mesi spetta a me il difficile compito di relazionare davanti ai delegati all’Assemblea costituente e ai gruppi dirigenti del partito sull’importante lavoro di redazione dello Statuto per la Circoscrizione estero.

Un impegno di cui avverto tutto il peso e la responsabilità, poiché lo Statuto è la raccolta di quelle norme fondamentali e necessarie che regolano la vita di un partito e, quanto più è chiaro e forte l’indirizzo politico che uno Statuto disegna, tanto più forte, incisiva e rappresentativa sarà la capacità politica di quel partito e dei suoi gruppi dirigenti.

Per questo motivo, ho ritenuto, e ritengo ancora per il futuro, che la mia azione di coordinamento debba sempre essere guidata e accompagnata da una forte dose di capacità di ascolto di tutti coloro che hanno ritenuto di scrivermi o parlarmi per sottopormi i propri pareri in merito alle questioni di volta in volta affrontate.

Nel corso dei mesi che abbiamo alle spalle ho sentito per telefono, per e-mail e di persona molti di voi e molti che oggi non sono qui, ma che pure mi hanno fatto avere un parere.

Tutto ciò mi ha permesso, nelle riunioni del Gruppo ristretto, come a Moena e in questa sede, di preparare i miei interventi sapendo che rappresentano molto più che una relazione sullo stato dell’arte o una mia singola riflessione sul da farsi, bensì il frutto di discussioni e pareri condivisi con molti di voi e di coloro che discutono sui vari media: siti, blog e organi di stampa.

Ma tutto ciò va ancora integrato con il parere di quanti ancora non ho sentito né hanno voluto esprimersi e che da qui in poi dovranno far sentire la propria opinione prima della stesura della bozza provvisoria dello Statuto.

Per quanto riguarda le procedure e le modalità di stesura della bozza di Statuto e il percorso che porterà all’approvazione definitiva, non mi sono inventato nulla, ma ho semplicemente cercato di riprodurre quelle modalità che il professor Vassallo ha adottato per l’Italia e che hanno funzionato molto bene ai fini della stesura e dell’approvazione definitiva dello Statuto nazionale.

Per questo penso che, da qui in poi, una volta delineatesi le linee guida che già da oggi discuteremo insieme, così come faremo probabilmente a breve anche in un’iniziativa simile a Berlina e un’altra negli USA, procederò, se siete d’accordo, alla stesura di una prima bozza divisa per “Parti” e per articoli che sarà poi inviata a tutti i delegati e ai circoli, affinché ognuno possa discuterla e preparare eventuali integrazioni o modifiche.

Ci sarà poi, in concomitanza con l’Assemblea nazionale che si terrà a Roma il 20 e 21 giugno prossimi, una nuova giornata in cui sarà convocata l’Assemblea costituente degli eletti all’estero e, in quella sede, i delegati potranno presentare e discutere gli eventuali emendamenti alla bozza definitiva.

Naturalmente, la votazione dovrà avvenire prima per ogni singolo articolo o emendamento e infine all’intero Statuto.
Solo allora, dopo un voto favorevole a maggioranza assoluta, lo Statuto della Circoscrizione estero sarà definitivamente approvato.

Attualmente lo Statuto nazionale ci dice che “il Partito Democratico è un partito federale, costituito da elettori ed iscritti, fondato sul principio delle pari opportunità”;

che esso “affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali”;

che “al fine di garantire la partecipazione politica, sociale e culturale degli italiani residenti all’estero, organizza le proprie strutture anche in altri Paesi”;

che “le forme e le modalità di organizzazione del Partito Democratico all’estero sono stabilite dallo Statuto della Circoscrizione”;

che “il Coordinamento nazionale è composto da centoventi membri eletti dall’Assemblea nazionale, e da quattro rappresentanti eletti dai delegati all’Assemblea nazionale della Circoscrizione estero”.

Infine, è specificato che “il Partito Democratico eroga annualmente le risorse necessarie alle attività politiche, in rapporto al finanziamento percepito in occasione di elezioni politiche nella stessa Circoscrizione Estero”.

Tutto ciò ci spinge oggi a declinare, sul modello federale, questi importanti principi generali con norme adeguate alla realtà specifica in cui ci muoviamo e operiamo, molto diversa da Paese a Paese e da continente a continente e che ci garantiranno una piena autonomia politica e organizzativa, una maggiore forza, autorevolezza e rappresentatività sia all’estero che in Italia.

Per questo, dunque, occorre partire dall’articolazione del partito sul territorio, dalla struttura e dalle forme organizzative, oltre che dal rapporto di esse col centro del partito e gli organismi dirigenti nazionali.

Lo Statuto, dunque, dovrà prevedere quelle regole che spingono nella direzione di un sempre maggiore e rappresentativo radicamento del partito sul territorio.

Un radicamento che passi, non solo attraverso il pieno coinvolgimento del più ampio numero di cittadini anche non iscritti al partito, ma ancche attraverso forme di adesione e iscrizione che permettano una differenziazione di diritti e doveri dei militanti al partito – cioè coloro che si dedicano ad esso quotidianamente – rispetto a coloro che vi si avvicinano solo in occasioni particolari.

Penso dunque a una differenziazione tra tesserato ed elettore.

Lo stesso segretario Veltroni, proprio qualche giorno fa, ha parlato di tesserati e ha annunciato di voler lanciare a breve una grande campagna di tesseramento.

Dunque lo Statuto nazionale distingue di per sé le due figure.

Il tesserato, quindi, dovrà godere di diritto di parola in ogni occasione democratica e di voto attivo e passivo in tutti gli organismi dirigenti.

Il simpatizzante, invece, godrà del pieno diritto di parola, sempre e comunque, ma avrà un diritto di voto limitato a particolari passaggi democratici, tipo le primarie.

Il luogo del tesseramento, naturalmente, dovrà essere esclusivo e sarà il livello di base, cioè quei circoli territoriali, ambientali e/o di studio sui quali si fonda il Partito Democratico.
È da qui che deve necessariamente partire ogni forma di coinvolgimento e partecipazione alla vita democratica del Partito.

Ogni circolo, poi, per essere riconosciuto e considerato tale dal centro del Partito, a mio avviso dovrà avere almeno tre figure istituzionalizzate: un Presidente dell’Assemblea, un Segretario esecutivo e un Tesoriere.

Eventuali altre cariche esecutive, saranno stabilite localmente e liberamente dal segretario in rapporto alle finalità politiche e alle esigenze territoriali.

Essi dovranno essere naturalmente iscritti al partito e promuovere in tutte le forme possibili l’adesione e il tesseramento dei cittadini al partito, che potrà prevedere anche il versamento di una quota di iscrizione stabilita localmente.

Copia dell’iscrizione di ogni singolo cittadino con tutti i dati anagrafici e i recapiti dovrà essere inviata al Centro del Partito a Roma.

Il Segretario di circolo, poi, dovrà essere eletto con il sistema delle primarie.

Vedremo, in discussioni successive, quanto dovrà durare il suo mandato e quante volte potrà essere rieletto.

Il livello successivo al circolo locale è la Segreteria nazionale (intesa naturalmente come segreteria dei singoli paesi), che sarà istituita laddove esista almeno un certo numero di circoli da stabilire.

Essa avrà compiti l'indirizzo politico nazionale e un fondamentale ruolo di raccordo tra i vari circoli locali e gli altri livelli di rappresentanza del Partito.

Il livello di rappresentanza della segreteria nazionale potrebbe essere parificato a quello del livello provinciale italiano.

Anche in questo caso, la segreteria dovrà avere almeno le tre figure istituzionalizzate di cui ho già detto: un Presidente dell’Assemblea, un Segretario esecutivo e un Tesoriere iscritti al partito, per i quali verrà stabilita successivamente una durata del mandato.

Ma per questo livello si potrebbe pensare a rendere necessarie anche altre figure principali, quali un responsabile organizzazione e un responsabile comunicazione.

Con lo Statuto a regime, poi, anche il Segretario nazionale dovrà essere eletto con il sistema delle primarie.

L’ultimo livello territoriale sarà quello di un Coordinamento di Ripartizione.

Detto Coordinamento, importante soprattutto ai fini della nascita di nuovi circoli in paesi dove non ve ne sia presenza, dell’organizzazione e del raccordo del partito a livello continentale e, in alcuni casi, anche intercontinentale, potrebbe essere l’espressione di rappresentanti dei singoli Paesi in cui sono presenti organizzazioni del Partito.

Avrà al suo interno certamente un Coordinatore, a cui si affiancheranno altre figure esecutive stabilite a seconda delle esigenze continentali e dei passaggi elettorali più prossimi.

Anche in questo caso si tratterebbe poi di deciderne la durata.

A questo livello, dunque, penso sia da escludere un’elezione del Coordinatore con il sistema delle primarie poiché, coinvolgendo potenzialmente tutti i cittadini italiani all’estero, le primarie non assicurerebbero le pari condizioni minime di partenza a ogni candidato che vorrebbe concorrere alla carica di Coordinatore.

Vi sarebbero inoltre una serie di differenze legate alle condizioni economiche, al tipo di lavoro, alla notorietà del candidato e alle dimensioni (in termini di cittadini italiani) del Paese di residenza dei singoli candidati.

In questo caso, dunque, la riflessione dovrebbe essere declinata sulla possibilità di pensare a designazioni nazionali per i singoli delegati di ciascun Paese al Coordinamento e ad eventuali elezioni di secondo livello per il Coordinatore, che potrebbe essere votato solo dai segretari di circolo e da quelli nazionali o dai delegati all’Assemblea Costituente della Ripartizione.

Lo Statuto nazionale, poi, ci dice che l’Assemblea costituente nazionale della Circoscrizione estero dovrà eleggere i quattro componenti di diritto del Coordinamento nazionale.

Il loro ruolo è importantissimo, poiché sono l’unica rappresentanza della Circoscrizione estero negli organismi dirigenti nazionali, la voce diretta del PD all’estero in un organismo esecutivo e di indirizzo politico nazionale del Partito Democratico.

In questo caso, purtroppo, lo Statuto nazionale non specifica se i quattro rappresentanti devono essere espressione delle quattro ripartizioni geografiche, nonostante il principio che ha portato a questo numero sia stato ispirato proprio dall’esigenza di rappresentare le quattro ripartizioni elettorali.

Spetta a noi, dunque, la riflessione su come fare in modo che il voto dei delegati non diventi una riproduzione dei rapporti di forza proporzionali ad elettori e delegati delle singole ripartizioni.

Il rischio di un atteggiamento campanilistico, infatti, finirebbe col favorire esclusivamente l’Europa che, con i suoi 37 delegati, ha la maggioranza assoluta dell’Assemblea e l’America Latina, che ne ha 19, a discapito dell’America Settentrionale che ne ha 9 e dell’Australia che ne ha solo 6.

È per questo motivo, dunque, che penso che il nostro Statuto dovrebbe prevedere dei criteri che assicurino un minimo di rappresentanza a tutti nel Coordinamento nazionale.

Una giusta soluzione potrebbe essere quella di prevedere che non può essere eletto più di un rappresentante per ogni Ripartizione.

Vorrei a questo punto, dopo aver tirato le fila delle discussioni fatte fin qui sul partito, spendere qualche parola su ciò che sta oltre il partito, ma di cui lo Statuto penso debba tener conto, così come avviene anche per l’Italia.

Mi riferisco a tutto ciò che sta sotto alla definizione di “società civile” e che trova ancora delle resistenze a farsi coinvolgere nell’attività politica.

Penso al mondo dell’associazionismo, che io giudico ancora di grande importanza soprattutto in quella fetta di elettorato della vecchia emigrazione.

Quell’elettorato iscritto all’AIRE e che si riconosce nell’associazionismo regionale o provinciale, in quello di mutuo soccorso, in quello vicino alla Chiesa, alle tradizionali associazioni di Sinistra e ai circoli sportivi.

Ma anche a quello sindacale e ai patronati.

Si tratta di un universo vasto che sicuramente è fisiologicamente in esaurimento, ma che partecipa al voto, e spesso in maniera compatta.

Molto più di quanto non fanno ancora quelle giovani generazioni che esprimono un voto d’opinione e alle quali dobbiamo guardare per l’immediato futuro, ma che ancora con difficoltà si iscrivono all’AIRE e partecipano alla vita politica italiana.

Con quest’associazionismo, a mio avviso, dobbiamo cercare un rapporto stretto e possibilmente codificato. Così come dobbiamo cercarlo con quei giovani restii alla politica.

Un buon segnale sarebbe quello di introdurre nello Statuto le norme che riconoscono e regolano i nostri rapporti con possibili associazioni interessate e con forum tematici e/o online che coinvolgano i giovani.

Il tutto dovrebbe prevedere, in qualche modo, oltre al dialogo anche forme di rappresentanza di queste realtà all’interno del partito.

In questo contesto organizzativo e politico, dunque, noi guardiamo lontano, attraverso il radicamento nella società, il coinvolgimento della società civile, delle nuove generazioni, dei nuovi mezzi di comunicazione, dei sistemi democratici aperti e partecipativi.

E in questo contesto il nostro Statuto assegnerà, dunque, alle organizzazioni territoriali, un forte e autorevole peso politico a livello locale e nazionale e uno altrettanto forte sul piano organizzativo a livello continentale.
Avremo dirigenti politici locali espressione di un voto popolare molto largo, rappresentativi e autorevoli.

Un’organizzazione che godrà di una forte autonomia politica e finanziaria, visto che lo Statuto nazionale ci assegna i rimborsi elettorali come forma di finanziamento e di cui parlerò nelle conclusioni alle quali mi avvio.
Un partito all’estero con una presenza di rappresentanti autorevoli ed eletti nel Coordinamento nazionale che, lo ricordo, è organismo esecutivo e di indirizzo politico.

Ne avremo ben quattro, mentre alle regioni italiane, tanto per fare un esempio, ne spetta solo uno, il segretario.

Il che significa anche la specificità della Circoscrizione estero è stata riconosciuta in pieno e questo ci da un valore di rappresentanza in certi casi più alto della regione italiana.

Insomma, lo Statuto nazionale a base federale, insieme a quello all’estero, daranno alla nostra organizzazione un forte peso politico e di rappresentanza sul territorio, o sui territori.

Un peso che, per funzionare al meglio, democraticamente e in maniera coordinata, ha bisogno di un raccordo politico centrale che rappresenti un altrettanto autorevole, rappresentativo e politicamente rilevante coordinamento nazionale.

Un Coordinamento che sia parte importante di un sistema democratico di pesi e contrappesi.

Non si può pensare, infatti, di andare solo verso un potere sempre più crescente e autorevole delle organizzazioni territoriali e dei parlamentari - che da qui in poi dovrebbero essere selezionati con le primarie - a discapito di una carenza di rappresentatività e autorevolezza del centro del partito.

A mio avviso sarebbe il caos e l’ingovernabilità.

È per questo che penso vada fatta anche una riflessione su come lo Statuto dovrà regolare il rapporto politico tra centro e periferia, tra dirigenza nazionale e locale.

Penso che dobbiamo immaginare l’introduzione di criteri di condivisione e consultazione anche per l’organizzazione del partito a livello centrale che, una volta che lo Statuto sarà entrato a regime, permetteranno un’evoluzione democratica in linea con quanto avviene in Italia e con quanto lo Statuto nazionale impone a ogni livello di rappresentanza e direzione politica.

Il Segretario nazionale del partito, infatti, è stato eletto, e lo sarà sempre di più, direttamente dai cittadini.

Stessa cosa avviene per i segretari regionali, provinciali e locali e per i candidati alle principali cariche amministrative italiane.

Si tratta di ruoli di dirigenza e indirizzo politico per i quali si sente, oggi più che mai, il bisogno di una investitura forte e dal basso, di una certa dose di rappresentatività e di vicinanza all’elettorato.

Per questo penso dobbiamo fare una riflessinoe franca e aperta per capire se non sia il caso di prevedere, nel nostro statuto, una qualche forma di consultazione del partito all’estero, o dei suoi gruppi dirigenti, con il segretario nazionale.

Qualcosa che coinvolga, in qualche particolare momento o forma, anche l’Assemblea costituente della Circoscrizione estero, i segretari locali e nazionali e i coordinatori di Ripartizione, nella fase di decisione e designazione degli assetti e delle responsabilità nazionali del Partito per la Circoscrizione estero, fin qui decisi solo dal segretario senza alcuna forma di coinvolgimento e di interlocuzione del partito all'estero o dei suoi rappresentanti più autorevoli.

Penso che una forma aperta, partecipativa e democratico di questo tipo, che abbia una spinta politica anche dal territorio, potrà rappresentare quel giusto contrappeso di cui chi è slegato dal territorio ha bisogno per la propria legittimità nell’azione di gestione e indirizzo politico, proprio in un momento in cui, invece, il peso politico locale sta giustamente crescendo.
Un partito così disegnato, quindi, lo immagino come un partito vero, solido, democratico ad ogni livello, radicato e rappresentativo, con una forte capacità di attrazione tra le nostre comunità all’estero.

Un partito che, nelle società moderne e nella nostra realtà all’estero, più che mai ha bisogno di risorse finanziarie assegnate e gestite in maniera certa, codificata e trasparente.

Nella difficoltà dell’autofinanziamento locale, lo Statuto nazionale, come accennavo in precedenza, ci assegna la quota del rimborso elettorale delle elezioni politiche in rapporto alla quota percepita in virtù del voto all’estero.

Questo deve spingerci a formulare i criteri certi con i quali, annualmente, la tesoreria nazionale del Partito versa il finanziamento alle organizzazioni sul territorio e in che quantità.

È da qui, dunque, che deve cominciare la riflessione su quali siano i criteri che stabiliscono quanta parte di finanziamento debba essere riconosciuta ad una determinata nazione o a un dato circolo.

In questo senso, gli snodi principali potrebbero essere la Direzione nazionale del Partito e le segreterie di Paese.

Si potrebbe infatti riservare una quota del finanziamento al centro del partito, per iniziative che coinvolgono l’intera Circoscrizione estero, tipo quella di oggi ad esempio, ma anche molte altre.

Il resto del contributo potrebbe essere ripartito, in proporzione, alle Ripartizioni, tenendo conto dei diversi tassi di cambio e in percentuale ai voti ottenuti.

Potrebbe essere il Coordinamento continentale, d’intesa con le segreterie nazionali e con la Direzione nazionale, a stabilire quali siano i circoli realmente effettivi ai quali la tesoreria nazionale verserebbe il finanziamento e in che misura.

Sono convinto che, se sapremo disegnare bene questa importante e faticosa struttura architettonica, ne raccoglieremo presto l’ammirazione dei cittadini italiani all’estero in termini di democrazia, trasparenza, partecipazione e consenso elettorale: i quattro pilastri fondamentali della struttura e sopravvivenza di un partito politico.

Grazie per la pazienza e buon lavoro a tutti.