lunedì 13 giugno 2016

Italici. Il nuovo Commonwealth come fattore di business per le imprese italiane sui mercati esteri

Questa mattina ho partecipato a Monza al convegno sugli Italici. Ho detto queste poche cose. 
Buona lettura.

 
Buongiorno. Grazie agli organizzatori per aver pensato un evento come questo, che guarda al business italiano in un’ottica innovativa di geopolitica: quella degli italici.
 

Dopo più di 150 anni l’Italia continua a essere un Paese di emigrazione, con una consistente presenza italiana nel mondo.

In questo periodo abbiamo avuto a fasi alterne una politica migratoria.
A volte politiche intelligenti, altre volte politiche inefficaci, altre assenza di politiche generali su questo universo.
Per molto tempo si è discusso – e lo si fa anche oggi – di quali siano i problemi in patria legati all’emigrazione, di come arginarla.
Oggi, poi, va molto di moda la retorica dei “cervelli in fuga”.
Si fanno discussioni, anche corrette, su quanto lo Stato abbia investito nel formare cervelli (o forza lavoro in generale). Di quale perdita rappresenti per l’Italia consegnare questo capitale umano a paesi che ne beneficiano a costo zero.
E si ragiona su politiche che dovrebbero porre un freno a questo esodo e, qualche volta, su provvedimenti che hanno l’illusorio intento di invertire la direzione e far rientrare chi è partito.
Ma raramente si discute seriamente su cosa siano coloro che se sono andati, i loro discendenti, le loro famiglie, coloro che italiani non sono, ma che all’Italia guardano.
Raramente si discute con cognizione e volontà progettuale di cosa sia questa comunità che Bassetti chiama di italici.
E ancor meno si discute di come pensare, valorizzare, mettere l’Italia in connessione sentimentale, culturale, sociale ed economica con gli italici.
Sarebbe già un risultato di compensazione economica rispetto a quanto l’Italia ha investito nel formare cittadini, lavoratori e consumatori, che poi ha regalato a paesi nostri competitor.
Eppure questo universo mantiene un legame con l’Italia, fatto di consanguineità, radice culturale, affetto, interesse (culturale o economico).
Consuma prodotti italiani (dei quali va fiero), crea un substrato fertile che veicola la nostra cultura: intesa come modello di stile di vita e come offerta di prodotti culturali con conseguente risvolto economico.
Si tratta di una collettività fatta di milioni di persone che si rapporta anche istituzionalmente con l’Italia.
E che vorrebbe farlo anche meglio, in modo più strutturato e meno dispersivo da un punto di vista politico e strategico, perché sa di essere un pezzo di politica estera e di proiezione internazionale.
Ma che per farlo avrebbe bisogno di una cabina di regia adeguata, di essere pensata e valorizzata come uno dei pezzi di una megadiplomazia che lavora come sistema Paese a determinati obiettivi.
Una megadiplomazia fatta dalla diplomazia ufficiale, ma anche da quella economica (gli imprenditori), da quella solidale delle ong, da quella della stessa massa umana di italici.
Ma ancora oggi questa comunità valoriale ed economica non è riconosciuta come tale e parte del sistema Paese.
Eppure ha sue istituzioni di rappresentanza articolate in tre livelli:
quello di base dei Comites, che coincide con le circoscrizioni consolari;
quello intermedio del CGIE, che coincide con i livelli statali e continentali, che fa capo alla Farnesina;
quello nazionale parlamentare, fatto di 18 eletti all’estero nei due rami del Parlamento.
Oggi è in corso una riflessione sulla riforma di queste istituzioni e delle realtà associative, che spero porti a un’organicità di strumenti e strategia politica verso le comunità italiche e a un investimento politico (ed economico) in chiave contemporanea in diffusione di lingua, cultura e impresa italiana, di servizi ai cittadini e alle imprese, di valorizzazione e riconoscimento di questo universo italico in un contesto di politica estera e proiezione del sistema Paese.
Sistema che, in una società globalizzata, più di ieri mette al centro gli scambi commerciali a livello planetario:
quindi la circolazione dei prodotti, siano essi materiali, culturali, ideali o politici.
Ma metta al centro questi scambi e prodotti, però, con un approccio progressista, che abbia in mente lo sviluppo sostenibile e le “risorse umane”, o meglio le “Persone”, in particolare le nuove generazioni e gli esponenti della nuova emigrazione e degli italici in generale.
Ciò in quanto le imprese esistono perché c’è gente che vi lavora e investe la propria capacità creativa, oltre che per il capitale che vi è investito.
Occorre evitare che si affermi l’idea che l’universo italico sia riconducibile alla esclusiva funzione di penetrazione commerciale e di marketing.
Se ci si muove su scenari globali, a prescindere dalla funzione sociale che anche l’impresa globale dovrebbe assumere rispetto al Paese che l’ha generata o al quale si richiama, si rischia di operare un ulteriore esproprio di valore del territorio e della cultura originale (che è fatta di capitale investito, sì, ma anche di diverse generazioni di lavoratori manuali o intellettuali che questo capitale hanno valorizzato).
Quindi, il profitto deve tornare percentualmente anche a chi lo ha generato e prodotto (siano esse persone o Paese d’origine), non può vagare nel Globo a valorizzare solo i capitali investiti. 
Se l’italianità è un valore, occorre ricordare che ci sono voluti 2.000 anni di cultura per concretizzarlo e sarebbe sbagliato appropriarsene solo su un piano economico (che pure deve esserci).
Alla fine degli anni ‘70, la Fondazione Agnelli aveva riconosciuto in un suo bellissimo studio, che la penetrazione commerciale di FIAT all’estero era stata molto agevolata dalla presenza di comunità italiane emigrate.
Significa che l’impresa italiana trae un vantaggio di marketing gratuito dalle comunità italiche.
E se noi questo vantaggio spontaneo lo sappiamo organizzare avremo grandi e ulteriori chance anche ideali.
Ma qual è il contributo che poi da queste nuove chance riversiamo sulle persone e sulla comunità?
Penso ai paesi in via di sviluppo, che non possono considerati solo come mercati di sbocco, dove le nostre comunità siano solo accettori e volani di made in Italy.
Qui occorre dare un forte contributo allo al progresso e all’autosufficienza locale.
In una chiave di nuovo Umanesimo italiano.
Ma rimanendo al piano competitivo e strategico, sappiamo che nel sistema globale si gioca sulla base dei rapporti di forza più che con spirito solidale e redistributivo.
Chi ha più forza, risorse economiche, idee e strumenti, riesce a far circolare i propri prodotti e piazzarli meglio sul mercato globale.
Come sostiene una delle massime menti del marketing globale, Mary Douglas, il prodotto oggi non coincide con il suo contenuto, ma con il suo racconto.
Una regola che vale particolarmente per l’Italia, patria del “Cunto de li Cunti”, che fu forse nel pieno barocco del ‘600 il primo straordinario market place del made in italy, dove la dieta mediterranea veniva declinata lungo la linea della magia della commedia dell’arte.
Oggi siamo alla fase suprema di questa strategia, e proprio in questo tornante il nostro Paese si trova disarmato, senza linguaggi e senza lingue.
In questo senso un tema che ancora oggi è un buco nero, riguarda  la TV italiana nel mondo, che il racconto dell’Italia dovrebbe fare più di altri.
Alle nostre spalle abbiamo anni di esperienze infelici.
Ma al contempo, difronte, una straordinaria domanda di italianità.
Non si tratta, però, di riproporre una TV bandiera, che trasmetta  un palinsesto di quanto va in onda in Patria.
Ma di trasformare un obbligo in una strategis, un costo in un affare.
Le nuove forme della TV (personale, on demand, leggera, mixata) ci consentono di riproporre l’essenza stessa dei nostri prodotti in una versione televisiva.
L’idea è quella che ritorna ogni volta: lavorare sullo sfondo più che sulla scena.
Come spiega il giornalista Rai Michele Mezza, occorre costruire colonne sonore e visive che siano di integrazione e di accompagnamento agli eventi che il made in italy organizza nel mondo e in Italia.
Occorre farne un’agenzia di riconfigurazione dell’offerta comunicativa italiana puntando, ad esempio, sulle agenzie di contenuto italiano come i Festival, l’Auditorium della musica di Roma, la Scala di Milano, il San Carlo di Napoli, le Università di qualità ecc…
Assicurare un striscia di informazione sui primati italiani: il mondo e la politica internazionale letti attraverso la geopolitica dell’eleganza, del gusto, della bellezza e della qualità.
Trasformare i musei in format, facendoli parlare.
Trasformare la TV in un centro di traduzione e reimpaginazione del modo italiano di produrre nei vari settori delle sue imprese che guardano ai mercati esteri.
Rai Italia dovrebbe quindi sviluppare una politica di sponsorizzazioni, alleanze e coordinamento con enti, istituzioni e imprese proiettati all’estero, con gli influencer più rappresentativi (tra i quali gli italici), con i distretti di produzione e di eccellenza in Italia e italiani nel mondo.
Occorrerebbe costruire un sistema audiovisivo che sia una piattaforma di coinvolgimento dove si guardi, si ascolti, ma si interviene anche e si acquista o si chiede, un market place della bellezza da modellare area per area, città per città, settore per settore.
E basti immaginare, in questa direzione, una struttura leggera che seleziona priorità (design italiano negli USA, sfondamento dell’enogastronomia in Cina, moda e design italiani in Sud America, arredo design in Asia e Americhe) e allo stesso tempo funge da editore di pacchetti multimediali, dove il web diventa la fabbrica aperta e la TV un network distributivo.
Il tutto intorno a una visione globale e di medio periodo nella geopolitica italiana.
Insomma, per chiudere, bisogna tornare a darsi una politica per gli italici che porti a considerarli ciò che sono: un pezzo consistente, fondamentale e strategico della presenza e proiezione italiana nel mondo.
Grazie e buon lavoro.

 

sabato 16 aprile 2016

A Londra il protagonismo dei circoli europei

Il 16 aprile scorso, all'Assemblea dei circoli europei del PD, ho tenuto la mia relazione politica dicendo queste poche cose.
Buona lettura

Buongiorno e grazie a tutti voi per essere venuti dai diversi paesi e città europee che rappresentate.

Grazie a Roberto Stasi, Massimo Ungaro e a tutto il circolo del PD di Londra che ci ospita e che ha curato l’organizzazione di questa Assemblea.
Grazie ad Alessandra Fabrizio, per il lavoro di supporto che fa quotidianamente da Roma e ad Alessandra Cattoi per quello di comunicazione coi circoli e la stampa all’estero.
Grazie a Massimiliano e Francesco, che su mandato dei circoli europei stanno aiutando il lavoro di raccordo degli stessi circoli, rendendolo più fluido, costante e concreto.
E grazie a Emanuele Fiano per la disponibilità a seguire in continuità i nostri lavori anche oggi, dopo essere stato con noi a Basilea il mese scorso.
E a Sesa Amci ed Ettore Rosato, che saranno con noi domani.

Quella di oggi è un’altra tappa del lungo e articolato percorso politico che stiamo portando avanti in diverse sedi e tra diversi livelli politici e territoriali (formali e informali) per arrivare a definire un quadro complessivo di impegni del PD che sia ampiamente condiviso e dunque concretamente realizzabile.

Cito solo alcune di queste tappe: il documento di giugno 2015, il convegno alla Festa de l’Unità di Milano, la festa Europea de l’Unità e l’Assemblea dei circoli PD di settembre a Lussemburgo, il coordinamento dei circoli del Nord America, l’Assemblea dei circoli del Brasile e il convegno di Basilea.

Tutte tappe frutto di un percorso comune che parte dalla volontà di tenere insieme ogni livello della Comunità Partito, a partire dalla centralità dei circoli che sono il nucleo più vicino al territorio e il motore del rapporto diretto con la comunità.

Circoli che da tempo hanno mostrato un protagonismo nuovo, soprattutto tra le nuove generazioni, fatto non solo di attivismo, quanto anche di capacità di analisi, di elaborazione politica, di visibilità mediatica fuori e dentro il Partito, di capacità di interazione coi gruppi dirigenti nazionali e con esperti e studiosi di diversi campi del sapere.

Ma protagonismo che, in diversi casi, fa ancora fatica a trovare un radicamento diffuso fuori dal Partito e nella società.
In quella fascia della società organizzata e attiva politicamente ed elettoralmente (che vale circa il 35%) e ancor più nella fascia ampia che non partecipa al voto e che si attesta intorno al 65% dei cittadini italiani all’estero.
Che è poi la fascia larga di popolazione che dovremmo intercettare e rappresentare come PD e come Sinistra che guardano al futuro dell’Italia.
E in questa direzione, quindi, sono certamente necessarie alcune riforme di sistema delle quali da tempo si parla.

Riforma della legge elettorale all’estero (con tutto ciò che ne consegue, AIRE compresa);
dell’articolazione della rappresentanza (ne abbiamo parlato anche a Basilea almeno sul metodo);
riforma dei patronati, in un’ottica dell’allargamento della sfera dei servizi e della sussidiarietà;
riforma del sistema di promozione della lingua e cultura, nella direzione della proiezione del sistema Paese e della politica estera e dell’Italia.

Ovviamente, però, il risultato dipenderà da quale direzione vogliamo dare a queste riforme, senza cadere nei rischi del passato e dei Governi Berlusconi e Monti.
Allora, lo ricorderete, la direzione che si stava prendendo era quella dell’arretramento in un conservatorismo liberista ed economicistico, coerente a una visione di chiusura nazionale: il contrario di ciò che è e deve essere, ancor più oggi, la Sinistra.

Il contrario di ciò che come PD stiamo facendo in Europa, dove con forza col nostro Governo e nel PSE stiamo chiedendo il superamento delle politiche dell’austerity e un piano di investimenti ampio.
Dove stiamo contrastando con forza e con coraggio le politiche di chiusura verso rifugiati e migranti: prima da soli oggi con qualche sostegno in più.
Dove stiamo contrastando la paura delle diversità, a cominciare da quella religiosa che qualcuno vuole strumentalmente trasformare in uno scontro Islam-Occidente.
Dove stiamo chiedendo non un ritorno al rafforzamento degli Stati nazione e delle singole cittadinanze, ma una maggiore integrazione politica e una cittadinanza europea.

Dunque, anche le nostre riforme devono essere coerenti sul piano della visione generale, nazionale ed europea, che come PD stiamo costruendo.
E questa coerenza va cercata, a mio avviso, non solo negli aspetti e contenuti politici generali, ma anche negli strumenti che servono per realizzarli: che siano essi anagrafe, legge elettorale o ente per la gestione del sistema della lingua e cultura.
Quest’ultimo,poi, io credo essere il tassello in assoluto più importante e più delicato nel puzzle delle riforme da fare.

Quello nel quale, pur su un piano di generale condivisione, possono in realtà nascondersi i dettagli più diabolici, che Marco Fedi ha fatto intravedere in un suo intervento di qualche giorno fa e ai quali dobbiamo prestare la massima attenzione come PD.
Il rischio, infatti, è quello di favorire qualche specifico interesse e cancellare un mondo dal quale io credo, invece, non si può prescindere per il bene dell’Italia e delle nostre comunità.

Insieme a queste riforme di sistema, devono poi esserci anche temi di contenuto più immediato, di risultati su questioni che riguardano i bisogni quotidiani e concreti delle comunità alle quali poi dovremo andare a chiedere la fiducia e il voto.
Temi ai quali i nostri parlamentari eletti all’estero quotidianamente dedicano attenzione in Parlamento (e dobbiamo essergliene grati perché non è semplice) e che, in parte, hanno già trovato qualche risposta, in parte devono ancora trovarla prima della fine della legislatura.

Sono diversi, ma poi vorrei fossero loro a indicarli nei loro interventi per individuare le priorità.

Io mi limito a ricordare qui le diverse questioni della cittadinanza e le attese di anni ai consolati.
Anche per ricordarvi, a questo proposito, di firmare la petizione che chiede di destinare almeno parte dei 300 euro delle percezioni ai consolati.

Cosa che sia il sottosegretario Amendola che il ministro Gentiloni hanno preso in seria considerazione.
Dunque una petizione con migliaia di firme (e a oggi siamo già a 5.000) aiuterebbe il lavoro del Ministro e del Sottosegretario a spingere con più forza sul MEF per la realizzazione a breve di questo provvedimento che migliorerebbe i servizi ai cittadini.

Ecco, dunque, che anche rispetto al luogo del Partito o delle istituzioni nel quale ci troviamo a discutere;
del Paese o della ripartizione geografica alla quale guardiamo;
degli interlocutori con i quali discutiamo;
oltre a un piano generale di condivisione su alcune priorità, vi è poi una articolazione di temi e di contenuti che rappresentano interessi, priorità o esigenze diverse e, talvolta, persino contrastanti.

Per questo, quindi, serve, è utile, è d’obbligo, avere sempre uno sguardo complessivo, una discussione ampia e aperta, un impegno su tutta la Circoscrizione estero e con essa e l’Italia, per arrivare a individuare insieme temi, priorità, direzione politica e fare così sintesi comune.
Senza fretta, senza paura del confronto, ma con tempi scanditi e certi entro i quali chiudere con una proposta e un impegno del Partito e del Governo.
In questo senso, chiaramente, il contributo dei circoli a questa discussione è fondamentale, anche per le cose dette in apertura e per la loro vicinanza alle comunità.
E il contributo dei circoli europei non è secondario, sia per quantità e livello organizzativo, che per qualità.
Per questo io credo che i contributi che usciranno dalla discussione di oggi e domani qui a Londra, possono essere un ulteriore e importante tassello che si aggiunge a quelli delle altre tappe citate, a quello arrivato dal Coordinamento del Nord America, gli altri dell’Assemblea del Brasile, del convegno di Basilea e dai lavori del CGIE, dove molto di ciò che c’è è anche nostro e del PD, oltre che di quelle realtà associative alle quali dobbiamo guardare con interesse e rispetto, come il FAIM (Forum Associazioni Italiane nel Mondo) che terrà il suo congresso a Roma il 29 aprile prossimo.

E credo che Londra avrà forse un merito in più: quello che, arrivando subito dopo l’approvazione della più importante delle riforme, quella costituzionale, può dare ora una forte accelerazione al cammino delle riforme che servono all’estero.
Per questo io penso che dopo questa importante Assemblea dei circoli europei del PD, con tutti i contributi politici che avremo da qui e dal mondo, dal Partito e dagli organi istituzionali, dai parlamentari e dalle realtà associative, dovremo arrivare a un convegno con tutti gli attori politici, parlamentari e di Governo nel quale fare la sintesi politica e di merito, certificare direzione e priorità e portare a compimento riforme e provvedimenti di contenuto.

Un convegno che io propongo di realizzare tra fine giugno e inizio luglio a Roma e che possa vedere il protagonismo proprio di quegli interlocutori del PD, in Parlamento e al Governo, che dovranno tirare le fila e trasformare le nostre azioni politiche in risposta di Governo partecipata e condivisa, tanto da poterla realizzare in tempi certi.
Se sapremo farlo insieme, credo che il PD ne uscirà unito, protagonista di concretezza nelle comunità, perché avrà fatto ciò che alle comunità serve, e vincente anche alle prossime elezioni politiche.
Grazie e buon lavoro a tutti noi.

sabato 14 novembre 2015

Da Khayyam agli estremismi via Parigi

Omar Khayyam, uno dei più grandi poeti della Persia (attuale Iran) dell’anno Mille, visse le difficoltà del proprio difficile tempo, fatto di conflitti religiosi e politici. Soprattutto politici. Come politici sono i conflitti del nostro tempo. Anche quelli che portano a Parigi.

I temi della poesia di Khayyam sono quelli del vino – oggi bandito dagli integralisti islamici che seminano morte da sobri – dell’importanza del presente, del tempo che passa e che consuma lentamente ...la vita: una vita che vale la pena di vivere e che nessuno ha diritto di interrompere.
Non è l’Islam che mi spaventa, non mi farò terrorizzare da chi l’Islam lo usa per uccidere ed esercitare un dominio politico. Il terrorismo vince se ci lasciamo terrorizzare. 


Io leggo (ri-leggo) Khayyam, poeta persiano dell’anno Mille che beveva vino, godeva dell’attimo presente e delle donne e osannava la vita contro la morte.


I Dottori, che l'ultime ragioni
san del mondo e ne menan tanta guerra,
un dì... avran sonno, e taceranno, proni,
con pochi vermi in bocca e poca terra.
[…]
Tutto tu vedi e ciò che vedi è nulla;
ti parlan tutti e ciò che ascolti è nulla;
l'orbe percorri e ciò che impari è nulla;
ti apparti e pensi ed anche questo... è nulla!
[…]
Chi siam noi, vuoi sapere? Marionette!
Bei burattini con cui Dio si spassa.
E gioca e scherza e poi, via via ci mette,
poveri e ricchi, entro la stessa cassa.
[…]
Dalla taverna, all'alba, esce un richiamo
per il viandante: «Avanti, avanti, avanti!...
La clessidra ti scema, accorri o gramo;
empi il bicchier di vin, l'aria di canti».
[…]
Beviam, ché il tempo vola e ancora, ahi! spesso,
torneranno le stelle al punto istesso,
e le ceneri nostre saran... muri,
abitati da nuovi morituri.
[…]
Non servire al dolor, sordo all'accento
della memoria; cèrcati una fata
che in dote abbia... la bocca inzuccherata,
e godi e non gettar la vita al vento!
[…]
O vin chiaretto, amico del sollazzo,
io ti vo' ber, finché... briaco e pazzo,
io ti somigli tanto, che il vicino
mi dica: «Donde vieni, Messer Vino?»

venerdì 6 novembre 2015

Rilanciare dialogo tra Governo, MAE e Patronati

Oggi sono intervenuto all'evento per i 20 anni della UIM (Unione Italiani nel Mondo) e ho detto queste poche cose.


Buongiorno a tutti.
Grazie innanzitutto a Mario Castellengo per le "parole d'ordine" che ha usato nel suo intervento, "partecipazione politica", e la distinzione da lui fatta tra "apartitico" e "apolitico".
Ha fatto bene, poiché spesso si fa confusione tra le due cose e la sciocchezza che le associazioni debbano essere apolitiche l'ho sentita risuonare persino in una relazione agli Stati generali dell'associazionismo all'estero.
E grazie per avermi invitato ancora, dopo il vostro congresso di qualche anno fa, a questo nuovo e importante appuntamento.
Lo dico con convinzione, perché credo che anche la continuità e la stabilità dei rapporti tra diversi soggetti siano elementi indispensabili per la serietà delle relazioni e il raggiungimento di fini comuni.
Per questo voglio riprendere e, per quanto possibile, provare rilanciare da qui un dialogo tra il mio Partito e il vostro mondo, quello dell’associazionismo e dei patronati all’estero.

Un dialogo che da un po’ di tempo è minato da anacronistiche e ingiustificate posizioni politiche – anche in buona fede, ma non per questo sbagliate – da strumentalizzazioni politiche o, peggio, da campagne giornalistiche mirate a colpire qualcuno o qualcosa più che a correggere errori o insufficienze e a adeguare ai tempi gli strumenti.


Il mondo delle associazioni all’estero e dei Patronati, con l’alleggerimento e l’arretramento sempre più consistente dello Stato sul territorio, con il rinsecchirsi obbligato – diciamo – dell’erogazione dei servizi da parte delle istituzioni competenti, diventa sempre più centrale per le comunità e per i rappresentanti istituzionali e politici.
Certo, queste realtà oggi vanno riviste.

Ma non nella direzione dello smantellamento al quale mirano le campagne giornalistiche e parte della politica a avversa alla mia.

Vanno riviste nella direzione auspicata e indicata da molti di noi, dallo stesso Gilberto De Santis nella veste di coordinatore del CEPA alla Festa nazionale de l’Unità di Milano.
Devono diventare, cioè, quello strumento al quale lo Stato affida parte di quelle competenze che da solo non riesce più a svolgere e che non può delegare ai privati, pena costi spesso insostenibili per i moltissimi che non potrebbero permetterseli.

Devono continuare, come già spesso fanno, a essere i luoghi di riferimento non solo e non più esclusivamente dell’emigrazione tradizionale, ma luogo di accompagnamento all’inserimento anche dell’emigrazione recente. Compiti, ripeto, che in buona parte spesso già svolgono.
In questa direzione, infatti, erano stati presi impegni prima delle ultime elezioni politiche, ma ancora, nonostante la necessità contingente di accelerare, siamo in ritardo.
W io spero che anche da qui, oggi e nelle prossime settimane, si possa riprendere e rilanciare questa discussione anche col MAECI, insieme alla necessità di azzerare o ridurre i pesanti tagli.


Nell’ultimo anno, anche con le elezioni di Comites e CGIE, ho avuto modo di seguire prima di tutto nel mio Partito, il lavoro che una generazione di giovani e nuovi emigrati ha svolto nelle nostre comunità e nel rapporto tra queste, le istituzioni di rappresentanza e l’Italia.

Questi giovani, protagonisti capaci e attivissimi nella partecipazione politica, hanno fatto insieme all’emigrazione tradizionale un gran lavoro di analisi, di elaborazione e proposta.
E anche da loro è emersa la necessità di fare dell’associazionismo un riferimento prioritario per le comunità italiane all’estero, per le istituzioni e per la politica.

Discutono, e io con loro, sulla necessità sì, di riforme incisive, ma nella direzione del potenziamento che ho espresso prima e di un maggiore rapporto tra esse e lo Stato.
Non vogliono invece confondere la richiesta di riforme con il depotenziamento o smantellamento delle strutture e delle funzioni istituzionali esistenti, associazioni e patronati compresi.

Il vostro slogan oggi è “20 anni con i lavoratori italiani nel mondo”.
Ed è proprio con i lavoratori che vuole stare il PD?
Il Governo dimostri con maggior coraggio che vuole stare anche con i lavoratori italiani all’estero, quelli che sono via da tempo e i tanti che continuano a partire oggi e hanno bisogno di assistenza, tutela, servizi, accompagnamento, informazioni.

Tutte  cosa che lo Stato da solo non ce la fa a garantire e che i privati non possono fornire se non a prezzi inaccessibili per i più.


Dunque serve un aiuto per lo Stato, qualcosa che integri e potenzi la sua azione di servizio alla collettività.

Io sono da sempre convinto che oggi chi svolge già da tempo e in modo capillare attività di assistenza ai cittadini all’estero debba essere messo nelle condizioni di allargare il campo delle competenze e degli stessi servizi.
Soprattutto nel quadro della riduzione dei consolati predisposta dai vari governi, penso a cosa potrebbero fare i patronati all’estero in termini di servizi ai cittadini.

Gran parte del lavoro che oggi blocca l'attività dei consolati e produce attese lunghe dei cittadini, deve essere affidata ai patronati, per lasciare ai consolati solo la parte finale e istituzionale, quella che lo Stato non può né deve delegare.

Mi auguro, quindi, che da qui possa riprendere in tempi brevi e in raccordo con tutto il vostro mondo la discussione sulle forme, i paletti, le garanzie e le sanzioni, per arrivare alla firma della convenzione tra patronati e MAECI.

I tempi sono maturi, non solo per convinzione e consapevolezza, ma per necessità del Paese.
E anche per dimostrare, nei fatti, che il Governo non ce l’ha con i Patronati, i sindacati e i cittadini bisognosi di servizi all’estero.

Grazie.
E buon lavoro a tutti.

venerdì 18 settembre 2015

Scassamaroni

Gessica Allegni
Pubblico qui qualcosa che una simpatica amica, Gessica Allegni, ha scritto di me sul suo profilo facebook.
Con Gessica #sischerza spesso. Però ora, "grazie", forse glielo devo dire sinceramente.

Grazie Gessica!

Chi segue il mio profilo avrà notato come da qualche giorno (molti giorni in realtà! Troppi! A nin pòs piò!) a questa parte, ci sia uno strano personaggio che mi tormenta e mi minaccia di pubblicare materiale che mi inchioderebbe in modo irreparabile.
Questo personaggio si chiama Eugenio Marino e, per farvela breve, lui vorrebbe che per evitare il fattaccio io scrivessi una sua biografia che ne esalta le doti e le qualità di grande politico, esperto di politica estera, di lustro pari, se non addirittura superiore, a quello di un noto politico con apostrofo e baffetti.
 Naturalmente lo fa in modo ironico (per quanto non sembri non pecca di cotanta immodestia) ma vuole mettermi in difficoltà e divertirsi con me, che spesso mi diverto con lui, prendendolo in giro e approfittando, per esempio, della sua assenza dal pc per pubblicare status a suo nome che ne distruggono l’immagine di noto esperto di canzone d’autore italiana.

 Beh Eugenio, mi scuserai se non lo faccio…non ne ho le doti e l’idea di andarmi a fare un copia incolla della tua biografia pompandola di note di colore non mi attira e per quanto sia una stupidata mi fa piombare nella nota sindrome del foglio bianco.

 Però qualcosa da dire su di te in fondo ce l’ho e preferisco farlo a mio modo, spero apprezzerai.
Ho conosciuto Eugenio alle riunioni di sinistradem, io "ragazza di provincia" intimorita da quei tavoli pieni di politici e onorevoli navigati mi sentivo parecchio in soggezione, conoscevo poche persone e mi chiedevo chi fosse quell’uomo alto e magro che interveniva sempre con lunghi e corposi discorsi, sul tema degli italiani all’estero. Beh per me di lì a poco è diventato semplicemente noto come “il marito di Marcella Marcelli” (che, per inciso, è una delle persone che stimo e a cui voglio più bene in assoluto in questo arido e assurdo mondo che a volte sa essere la politica).
Ma la conoscenza da lì in poi si è fatta più approfondita.

 Ho scoperto che Eugenio ha veramente una cultura invidiabile, un’ironia fuori dal comune, e soprattutto un bagaglio unico di studi e conoscenze non solo politiche ma anche sulla musica italiana, i suoi principali autori, tutti quelli che ho sempre amato di più.
Ne ho letto e apprezzato il libro “andarsene sognando” che è stato presentato anche a forlì in una bellissima serata di parole e musica, in cui storie di vita e di immigrazione si sono mischiate alla musica e a ricordi e racconti di un tempo che fu, che assomiglia sempre di più a quello che oggi viviamo, di donne, uomini, giovani, che abbandonano il proprio paese in cerca di un futuro, una scommessa su se stessi, una vita e un lavoro migliori.

 Non voglio fare la recensione del libro ma credo che rispecchi al massimo la personalità di Eugenio e la sua sensibilità (mamma mia, quanto mi costerà quello che sto dicendo!), e perché sono felice di averlo letto (si è capito che ve lo sto consigliando?) tra le altre cose perché ho scoperto che la “svizzera verde” di Pablo -De Gregori- non era un hamburger geneticamente modificato. Ebbene sì..non avevo capito fino in fondo una delle canzoni che amo di più in assoluto.
Ma poi oltre a tutto questo, diciamolo, io sono felice di avere Eugenio come amico.

 È uno scassamaroni come si dice in Romagna ma è uno che sa darti davvero buoni consigli (certo che tu non li seguirai mai ma che un giorno sarai costretta a dargli ragione e in fondo credo sia questo che lui cerca veramente), che sa ridere di sé e farti ridere di te stessa, sdrammatizzare quando serve, farti incazzare anche a volte quando si impunta su ciò che a te sembra un’esagerazione. In certi casi (tipo oggi, Eugenio!) diventa davvero insopportabile ma ha la capacità di farti incazzare e scazzare in 2 secondi.

 Perché in fondo, io credo che Marino mi voglia bene.
Anche se ho raccontato in giro della sua passione per Gigi D’Alessio (la nega ma ha persino approfonditamente studiato il testo di "non dirgli mai", ho le prove) e anche se penso che in fondo di donne non ne capisca molto.
Infatti trovo davvero incredibile che abbia potuto costruire una famiglia così meravigliosa con una donna così meravigliosa. Forse in realtà qualcosa ne capisce, o sa farsi capire lui.
Io comunque, che vi devo dire, gli voglio bene.

 Mi ritengo fortunata ad averlo conosciuto e se l'anno prossimo non mi ospita in Calabria organizzerò un concerto di Giggi in suo onore.
Fine.

L'originale si trova sulla pagina facebook di Gessica, qui: https://www.facebook.com/gessica82/posts/10153267200268246

martedì 21 luglio 2015

Cos'altro vi serve da queste vite?

La persona in foto somiglia a quella di cui parla.
Un giorno come tanti altri, un autobus come tanti altri, con nemmeno tutti i posti a sedere occupati. Sul posto davanti un signore molto anziano, barba e capelli completamente bianchi, volto e fronte molto segnati dalle rughe, espressione triste, malinconica.In mano il bastone (fa fatica a reggersi) e un paio di buste: è un "barbone", con tanto di cattivo odore almeno per chi gli sta vicino.

A lamentarsi è per primo l'autista, che si ferma per due volte chiedendogli di spostarsi.
Insieme a lui, a ruota, alcune signore ben vestite, che si parlano addosso aspettando l'approvazione di quelli che stanno intorno e che lamentano "lo schifo" di dover sentire la puzza.
"Deve farlo scendere", dicono non si sa bene a chi, "negli altri paesi questi non li fanno salire". L'internazionale signora mi sta vicino e le chiedo d'impulso, ma gentilmente e sinceramente incuriosito: "in quali paesi, signora?".

Non si aspettava la domanda, entra nel panico, balbetta qualcosa e ripete che "all'estero non li fanno salire i barboni". Domando ancora, sempre gentilmente: "nemmeno se hanno il biglietto? In quali paesi?". Dopo aver premesso che, chiaramente, non è razzista (cosa di cui nessuno la accusava), mi risponde: "in Francia. In Francia non li fanno salire".

Prendo quindi atto che in Francia, secondo l'internazionale signora, se un barbone ha il biglietto dell'autobus, non può salire se supera il livello massimo di cattivo odore (ci saranno anche i rilevatori a segnare quando si supera questo livello o fa da rilevatore il naso dell'autista?).

A quel punto, avrei voluto dire a lei e agli altri che si lamentavano che io sono ateo, non credo in Dio e, tranne il battesimo al quale non ho potuto oppormi, non ho fatto alcun sacramento e non sono nemmeno sposato in chiesa. Avrei voluto spiegare che non vado a messa ma che, da bambino, da mia madre cattolica e da Maria Chiodo che mi portava in chiesa, ho imparato i bellissimi precetti cristiani, i valori della solidarietà e della fratellanza, il dovere e il piacere di aiutare il prossimo, soprattutto se più debole, povero, sofferente, sconfitto, umiliato, offeso, colpito.

E avrei voluto chiedere alla signora se lei fosse cristiana, se avesse fatto con convinzione i sacramenti (battesimo, comunione, confermazione, matrimonio in chiesa ecc.), se qualche volta va in chiesa, se ascolta Francesco (non il dj, il Papa) e che cosa le fosse rimasto (a parte la teatralità degli eventi) di questa sua cristianità.
Insomma, avrei voluto chiedere a lei e agli altri che non potevano sopportare 10 minuti di cattivo odore di un povero Cristo (non è un caso se si dice così): "cos'altro vi serve da queste vite?".

A quell'uomo la vita ha probabilmente tolto ogni bene, ogni possibilità, ogni speranza, ogni dignità. Possibile che non riusciamo almeno a offrirgli, cristianamente se siamo cristiani, 10 minuti del nostro olfatto offeso?

Ecco, in questo io credo che anche un ateo di Sinistra come me possa ritrovarsi nei valori del cristianesimo. Cosa sono, infatti, la Sinistra, il cristianesimo, se non il dovere e il piacere di sacrificare un po' del proprio per aiutare il prossimo? Nel cristianesimo ce lo chiede Cristo, nella Sinistra l'etica.

Chissà se Cristo, oggi, in un autobus di Roma, sentendo "la puzza" di un "povero Cristo", gli chiederebbe di scendere o spostarsi spiegando che "all'estero quelli così non li fanno salire".
Ma certo, lui è Cristo, noi siamo solo cristiani. E peccatori. Quindi basta anche con questa Sinistra buonista, perché chi si lamenta non è razzista!

lunedì 6 luglio 2015

Nella Costituzione le ragioni di una Sinistra non subalterna a Destra e populismo

Premesso che penso che con la Grecia sia stato commesso un errore gravissimo già molto tempo fa, mi pare che questa vicenda sia il classico esempio di un caso in cui due torti non fanno una ragione.

Sono state un errore la rigidità e l’inflessibilità economica che hanno spinto la Grecia nell’angolo in cui si trova oggi; è stato un errore la mancanza di coraggio dei socialisti europei del PSE, troppo concentrati anch’essi sulle questioni nazionali; è stato un errore quello di Tsipras e i suoi di indire un referendum (anche se poi il risultato potrebbe – e me lo auguro davvero – scuotere positivamente l’Europa).

E sbaglia chi oggi parla di “sovranità nazionale”, di “ripristino della democrazia” e di “sovranità del popolo”. Povero popolo, quanto sei strattonato!

È vero, gli stati sono sovrani, come è sovrano il popolo che si esprime democraticamente. Ma attenzione, proprio la sovranità dei singoli stati europei e le decisioni a livello europeo tra singoli stati e in assenza di un governo federale hanno portato alla situazione attuale, nella quale i più forti hanno la meglio.

Alla sovranità degli stati e alle decisioni dei singoli governi nazionali sulla situazione greca ed europea, non credo si dovesse rispondere con la sovranità del popolo greco attraverso un referendum. Perché?

Perché si tratta di materia sovranazionale ed europea, dove vi sono altre sovranità nazionali e altri popoli sovrani. Cosa succederebbe, infatti, se Merkel e Hollande indicessero nei loro paesi lo stesso referendum greco, chiedendo ai loro concittadini se si deve accettare quel compromesso che i greci hanno bocciato e i loro popoli rispondessero con un “si”?

Altri due popoli sovrani, di due stati sovrani dell’Europa, avrebbero detto il contrario (e con egoismo…) di quanto ha detto il popolo greco. Non sarebbe anche quella sovranità popolare e democrazia? Dunque…? In assenza di un unico Governo europeo bisognerebbe andare a una mediazione tra governi europei: esattamente ciò che è stato fatto (bene o male) fino alla vigilia del referendum.
 
E poi, oggi – soprattutto come Sinistra – siamo felici perché è il popolo che si è espresso contro “questa Europa”: “il popolo è sovrano”, “la Grecia ha ripristinato la democrazia” ecc..
Bene, ma teniamo anche conto che altri popoli (quello francese, quello olandese), attraverso i referendum nazionali, qualche anno fa hanno bocciato il Trattato per una Costituzione europea, regalandoci “questa Europa” di stati nazionali in contrapposizione e dove la parte del leone la fanno i più forti.

Dunque, non è con risposte nazionali, con referendum nazionali, che si risolvono i problemi sovranazionali ed europei: non lo è stato qualche anno fa con la Costituzione europea e non lo è oggi col referendum greco. Ma proprio con la cessione della sovranità nazionale e, fino a quando non c’è quella, con la politica e la mediazione al rialzo tra i governi.

Non è un caso, infatti, se la nostra Costituzione, “la più bella del mondo” diciamo sempre e giustamente a Sinistra, nell’art. 75 non ammette il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

I padri costituenti tifavano per la Politica, con la P maiuscola.

Mi preoccupavo quando Francia e Olanda indicevano referendum “emotivi” sulla Costituzione europea (e soprattutto mi preoccupavo quando la Sinistra di Francia e Olanda tifava per il “no” a quella Costituzione) e mi preoccupo oggi. Mi auguro, comunque, che il voto di Atene venga colto per quello che è: non un ‘no’ all’Europa o all’Euro, ma un’occasione per costruire finalmente un’altra Europa, un’Europa politica con un unico governo federale.

Ancora una volta, quindi, preferisco guardare alla nostra Costituzione anche per ritrovare le ragioni di una Sinistra (di un PD di Sinistra) che, nel duello Merkel-Tsipras, non faccia il tifo per la forza di uno Stato nazionale (la Germania) che si impone sugli altri o per la debolezza di un altro Stato nazionale (la Grecia) che come reazione alla forza usa il populismo.

Vorrei una Sinistra non subalterna culturalmente né a Merkel né a Grillo. Da questi due errori, non arrivano soluzioni giuste per la Grecia e si sfascia l’Europa, soprattutto quella che dobbiamo ancora costruire.

La Sinistra, deve essere quella che sa assumersi la responsabilità (e ha la forza per farlo) di una scelta politica che non sia dettata solo da esigenze di bilancio o da interessi nazionali e di parte. Deve essere quella che si fa promotrice di un nuovo ideale europeo.
Così come è stato fatto per l’euro, serve almeno un gruppo di Paesi promotori che sottoscriva accordi di governi sovranazionali prima degli altri, senza rifare l’errore che fecero le sinistre che governarono l’Europa negli anni ’90, da Blayr a Scrhoeder. Ma dov’è, in Europa, questa Sinistra? È in Italia, in Francia, nel PSE? Dove?