sabato 30 settembre 2017

L’evolversi delle comunità italiane nel mondo in rapporto al PD



Oggi ho partecipato alla conferenza organizzata dal Gruppo PD della Camera, dal titolo "Il PD per gli italiani all’estero. Una legislature feconda”.

Mi era stato chiesto di riflettere sul tema "L’evolversi delle comunità italiane nel mondo in rapporto al PD". L'ho fatto dicendo queste cose, per chi avesse voglia ascoltarle o leggerle.

Per vedere l'audiovideo dell'intervento riportato sotto clicca qui

Buongiorno.
Ringrazio il Gruppo PD alla Camera e gli organizzatori di questo Congegno.
Mi fa piacere avere l’opportunità di riflettere “sull’evolversi delle comunità italiane nel mondo in rapporto al PD”.

Non è un tema solo politico ed elettorale.
È anche culturale e nazionale, nel senso di interesse e identità nazionale.

Credo, infatti, che da questo rapporto con il Partito cardine della nostra democrazia e di ogni snodo di Governo, passi il destino delle nostre comunità e il loro rapporto con l’Italia.

Già nel 2011, in occasione del 150° dell’Unità d’Italia, come PD e grazie all’impulso dell’allora presidente del Centro studi Gianni Cuperlo, tenemmo il partecipatissimo seminario “Una grande Italia oltre l'Italia”, nel quale tentammo una riflessione sul ruolo delle nostre comunità nel mondo e della loro evoluzione in rapporto alla storia d’Italia.

Spiegammo quanto l’opera di un grande Partito che raccoglie il meglio della tradizione politica italiana fosse strumento determinante per il destino del Paese e delle nostre comunità e, in questa direzione, ci demmo degli obiettivi di Governo per la successiva legislatura, quella che sta per terminare.

Obiettivi che sono stati in parte realizzati grazie al nostro Partito, ai gruppi di Camera e Senato e ai governi di questi anni.
Ma di quella parte di obiettivi che rappresentavano l’emergenza, la quotidianità; interventi non strutturali, senza effetti nel lungo periodo.

Interventi frutto di un progetto strategico di Stato in una prospettiva di lungo termine.

Tornerò alla fine a riprendere questo punto e il ruolo del PD in rapporto alle nostre comunità e al loro destino, rispetto all’Italia.

Ci arriverò attraverso un excursus storico e quasi per titoli, visti i tempi.

La nostra emigrazione storica, a partire da fine Ottocento, è stata fenomeno di massa: una diaspora quasi unica nella storia dell’umanità se si considera il complesso dei fattori: volume di partenze; continuità nel tempo di queste partenze; dispersione planetaria dei nostri migranti.

E oggi il fenomeno non si è arrestato, poiché continuiamo a essere Paese di emigrazione, tanto che il saldo tra immigrati ed emigrati è ancora a favore dei secondi e le cifre che riguardano gli emigrati sono tornate ai livelli degli anni dell’emigrazione del Dopoguerra, soprattutto se aggiungiamo anche coloro che partono senza iscriversi all’AIRE.

L’antica emigrazione storica, pur essendo fin dall’inizio e quasi esclusivamente una emigrazione di manodopera non qualificata, pur disperdendosi in gran parte oltre oceano, non disponendo di sufficienti  risorse economiche, di strumenti tecnologici e mezzi di trasporto veloce (aerei, e treni a grande velocità), ha sempre tenuto un rapporto strettissimo con la madrepatria e ha sempre avvertito e praticato con forza il senso di comunità.

Intorno a questo sentimento di appartenenza, ha costruito la propria identità cosmopolìta, l’identità “italica” (ne hanno parlato egregiamente Piero Bassetti nei suoi studi e Fabio Porta in questo convegno), ha costruito un patrimonio culturale e perfino immobiliare fatto di migliaia di splendidi edifici sedi di tante “Casa Italia”, di centri culturali e sportivi, di una miriade di sedi di associazioni regionali, provinciali e cittadine.

Ha costruito società di mutuo soccorso, si è costituita in organizzazioni sindacali e di patronato, ha lavorato a difendere da sé, soprattutto dove lo Stato non arrivava, i propri diritti di lavoratori, di perseguitati, di discriminati.

Ha costruito i propri organismi di rappresentanza.
Tutto intorno a un senso di comunità forte e radicato.

Ha costruito e spesso guidato lotte sindacali e di rivendicazione di diritti dell’intero mondo del lavoro che hanno trascinato movimenti operai e di masse di paesi come gli USA:

basti ricordare ciò che fece Arturo Giovannitti all’inizio del Novecento e di come la sua attività di ispirazione socialista e anarco-sindacalista e la sua vicenda giudiziaria anticiparono di circa quindici anni quelle più note di Sacco e Vanzetti, anche sul piano della mobilitazione internazionale.

Allo stesso tempo ha costruito imperi economici che hanno segnato perfino la storia del sistema bancario:
si pensi alla vicenda di Amedeo Giannini, che fonda negli USA la Bank of Italy, per consentire agli emigrati italiani di spedire i risparmi ai propri familiari in Italia a costi bassissimi.

Che elabora un sistema di prestiti sulla parola ai più poveri – italiani e non – colpiti dal catastrofico terremoto di San Francisco del 1906 mettendo insieme sentimento di comunità e spirito solidaristico, creando un sistema fiduciario che porta anche coloro che non hanno mai affidato i propri risparmi a una banca a fidarsi di lui – e solo di lui, dell’italiano – per i propri investimenti dopo la ricostruzione.

Quella banca oggi si chiama Bank of America, nata come banca degli ultimi e divenuta banca di tutti, oltre che la più grande banca del mondo.

Nata dall’idea di un italiano e dal suo sentirsi italiano e parte di una comunità.

E anche durante il Fascismo, quando Stato e Partito nazionale Fascista coincidevano, quando gli esuli politici si rifugiavano in Svizzera e il mondo associativo e solidaristico si costituiva in “Colonie libere”, per sottolineare che il mondo associativo italiano non era fascistizzabile, ma era appunto libero (libero significava ovviamente di Sinistra, perché opposto al Fascismo), il vero tratto identitario italiano e quello sociale, antifascista e di Sinistra caratterizzavano le nostre comunità e incrociavano ancora i destini della Sinistra e delle nostre comunità con l’Italia.

Poi venne il secondo Dopoguerra e l’era degasperiana e democristiana.
Periodo in cui l’Italia entra in nuovo sistema costituzionale, antifascista, caratterizzato dalla dialettica democratica tra mondo democristiano e cattolico e mondo socialista e comunista.

Una dialettica che plasma anche le nostre comunità tra, da una parte,  il PCI e il PSI, le gradi forze sindacali e il mondo associativo che vi ruotano intorno e dall’altra la DC, la Chiesa e il mondo cattolico.

Ma è ancora il mondo del sociale, di ispirazione cristiana o di matrice marxista, che fa la politica e organizza le nostre comunità, da Marcinelle all’Australia, da Mattmark all’Argentina, da Lussemburgo all’Uruguay fino a Berlino.

Già Berlino!
È quella città che, a mio modesto parere, segna nell’89 lo spartiacque nell’evoluzione dei rapporti tra comunità all’estero e partiti, quindi con la madrepatria.

Per molto tempo, durante il fascismo e soprattutto dal secondo Dopoguerra e fino all’89, l’Italia aveva riflettuto, pur con fasi alterne e con approcci diversi, su cosa fossero e come andassero inquadrate le nostre comunità nel mondo, come potevano rapportarsi al sistema Paese.

Nell’Italia democristiana, erano perfettamente inquadrati e incasellati e costituivano un serbatoio economico di rimesse che servivano per finanziare l’ammodernamento del Paese e molto altro.

Ci piaccia o no. Non importa. Erano tuttavia inquadrati in una precisa visione dallo Stato.

E ci furono precisi momenti nei quali lo Stato – e poi a scalare i Partiti nella propria dialettica e diversa visione del mondo – rifletteva su queste comunità, sul loro rapporto con l’Italia e quindi sulle politiche da programmare per questo universo.

Alcuni di questi importanti momenti furono le Conferenze nazionali per l’emigrazione. La prima si tenne a Roma nel 1975 e la seconda nel 1988.

In quell’occasione persino Papa Giovanni Paolo II ricevette i delegati esteri e tenne un importante discorso, ricordando l’opera della Chiesa verso gli emigrati e le figure di monsignor Geremia Bonomelli, Giovanni Scalabrini e santa Francesca Cabrini (della quale quest’anno ricade il centenario della morte).
 
Lo fece in continuità con l’enciclica di Paolo VI Populorum progressio, nonostante i tempi mutati, sottolineando l’arrivo di una “legislazione nazionale e internazionale che sancisce i fondamentali diritti dei lavoratori, tra cui il diritto al ricongiungimento con i propri familiari, il diritto di prendere parte alla vita sociale, sindacale e, almeno parzialmente, a quella politica”.

Sottolineava come “l’uomo [sia] l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale” e che dovesse essere “l’economia a doversi adattare alle esigenze della persona e alle sue forme di vita e non viceversa”.

E il Papa si compiaceva del fatto che quelle sue preoccupazioni fossero vivamente sentite e tenute presenti nell’impegno sociale, sindacale e politico degli emigrati.

Aggiungeva anche “la convinzione che alcuni problemi, divenuti planetari, hanno bisogno di ampia solidarietà, e che tante soluzioni sono possibili soltanto con politiche che superino le barriere nazionali”: cosa che “giova molto alle cause dei migranti”.
Chiudeva sugli immigrati del Terzo Mondo e i profughi, quasi profetizzando come “a lungo termine nessun Paese benestante potrà difendersi dall’assalto di tanti uomini che hanno poco o nulla per vivere”, chiedendo di attrezzarsi per una “ordinata e rispettosa convivenza di diversi gruppi etnici e di diverse razze”.
E poi esortava le istituzioni a “intensificare ogni sforzo teso a coordinare le iniziative, a finalizzare sempre meglio gli interventi”.
Tutta questa elaborazione di tradizione cristiana, questa riflessione voluta dai Governi degli anni 70 e 80, trovava eco in un tratto sociale e solidaristico, di comunità, anche nelle conferenze sull’emigrazione del PCI, nell’opera e nei discorsi di Carlo Levi e Paolo Cinanni, nell’elaborazione di tradizione marxista.

L’incontro – e persino lo scontro – tra queste due anime, la riflessione comune in importanti momenti della storia nazionale, sfociava poi nell’individuazione di una politica pubblica per l’emigrazione rispetto alla quale i singoli Partiti potevano confrontarsi in termini elettorali.
Poi venne, appunto, Berlino e il mondo cambiò.
Come cambiò l’Italia e la storia di DC e PCI.
Arrivò, subito dopo, Tangentopoli e fece irruzione sulla scena Berlusconi.

Da qual momento in poi, a me pare, i fili tra l’Italia e le sue comunità nel mondo sono andati progressivamente assottigliandosi.

Ciò è avvenuto, paradossalmente, nel momento in cui forse c’erano da trarre i maggiori frutti di questa nostra storia di esodi.

L’elaborazione si è un po’ persa, il riassetto dello Stato non ha previsto un pensiero e una seria politica pubblica verso gli italiani nel mondo.

Tra ’96 e 2001, anche grazie all’impulso di Piero Fassino, allora sottosegretario agli esteri e di Mirko Tremaglia, si è arrivati all’introduzione della rappresentanza parlamentare estera e poi al voto per corrispondenza, obiettivi rivendicati nei decenni precedenti da tutto il mondo dell’emigrazione e riconosciuti dalla precedente Conferenza Nazionale dell’88.

Ma all’inizio degli anni 2000 si è anche fermata la riflessione e l’attenzione pubblica dello Stato, come se l’introduzione della Circoscrizione Estero e dei parlamentari, da soli, potessero bastare.

Condannando così all’isolamento gli stessi Parlamentari.

Gli ultimi tentativi di una riflessione complessiva di Stato furono la “Conferenza dei parlamentari di origine italiana nel mondo” del novembre 2000, e la successiva prima Conferenza degli italiani nel mondo del dicembre dello stesso anno, sotto lo slogan di “emigrazione come risorsa”.

Intuizione valida, ma poco praticata.

Da allora il mondo ha continuato a cambiare più velocemente di quanto potessimo pensare, le nostre comunità sono ormai molto diverse socialmente, economicamente, culturalmente da quelle che avevamo di fronte quasi 20 anni fa.

E gli stessi partiti italiani sono del tutto diversi.

L’unico filo comune che lega l’evoluzione delle nostre comunità allo Stato italiano è la tradizione popolare, culturale e sociale frutto delle ispirazioni cristiana e socialista confluite nel PD.

Ecco perché, se davvero oggi riteniamo di essere l’architrave democratico del Paese, anche quello sparso nel mondo, come Partito Democratico abbiamo la responsabilità e il dovere di passare dalla fase delle politiche di emergenza, della quotidianità e degli interventi a breve termine, a una politica di adeguamento e di ripensamento complessivo delle nostre composite comunità e del loro rapporto con il Paese, in termini di complessità, sussidiarietà, integrazione locale, modernità e impresa etica.

Dobbiamo farlo stimolando la riflessione da principale forza di Governo, da reale forza di rappresentanza dell’universo italiano all’estero capace di tenere insieme vecchie e nuove migrazioni, tradizione e nuovi bisogni, opportunità e innovazione.

Anche sulla scia di quanto detto ieri da Marina Sereni.

Dovremmo farlo mettendo nel nostro programma per la prossima legislatura una nuova Conferenza sugli italiani nel mondo – o meglio sugli italici e sui nuovi giovani migranti – da impegnarci a convocare già nel 2018. (Proprio quella dei giovani di qualche anno fa aveva dato buone speranze, ma fu poi abbandonata).

Una conferenza istituzionale, che veda la partecipazione di Presidenza della Repubblica, presidenze di Camera e Senato e Ministero degli esteri.
Una Conferenza nazionale che ridia al Paese una visione complessiva dello Stato verso le nostre comunità, che tra l’altro sono cresciute, in un decennio, di oltre 1,5 milioni di persone e che, probabilmente, continueranno a crescere.

Se non lo faremo, rimarremo nel guado nel quale siamo da molti anni, vanificando anche l’introduzione della Circoscrizione estero che ormai ha compiuto undici anni.

Se lo faremo potremo rafforzare quei fili assottigliati che ci legano a quel mondo che ho tentato di riassumere e magari a capire meglio, proprio attraverso l’emigrazione, cosa siamo e come possiamo evolvere come Sistema Paese.

Ultima nota.
ATTENZIONE! ATTENZIONE!
Lo dico con la solennità che la cosa merita: il PD è stato in questi suoi dieci anni di vita l’erede di quella tradizione cristiana e socialista a cui ho accennato e l’architrave politico e democratico nelle nostre comunità all’estero.

È stato il Partito che ha saputo tenere insieme quell’universo vario di mondo politico di centrosinistra, di mondo sindacale, di realtà associative laiche e cattoliche, di impresa cooperativa.

Lo è stato fino al 2013.
Oggi rischia l’isolamento, rischia di arrivare al 2018 sfibrato e alleggerito, non più punto di riferimento e collante delle nostre collettività e delle nostre migliori tradizioni e realtà associative, ma collettore di rabbie, frustrazioni e generatore di divisioni del nostro stesso campo.

Sarebbe una disfatta non solo per il PD, ma per le altre forze di Sinistra, per le tradizioni che ho provato a raccontare, in definitiva, per le nostre comunità.

Ecco perché, dicevo all’inizio, dal rapporto tra comunità italiane nel mondo e PD passa in buona parte il destino delle nostre stesse comunità e il loro rapporto con l’Italia.

Facciamo di tutto perché ciò non avvenga.
E chi ha ruoli anche all’estero, quanto più importanti, non li usi per esercitare prepotenza e coercizione, che umiliano e dividono, perché ha maggiori e più importanti responsabilità per esercitare dialogo e unità nel PD e nel centrosinistra.

e lancio un appello anche a Piero Fassino, che questo mondo conosce e tanto ha saputo fare da Segretario dei DS in termini di dialogo politico paziente, di cucitura ampia e articolata, di alleanze politiche, di costruzione programmatica e culturale: elementi oggi molto carenti.

Gli dico: facciamo di tutto per tenere insieme il PD e frenare le fuoriuscite che sarebbero un disastro culturale, politico ed elettorale.

Fuoriuscite oggi sempre più probabili da parte di tanti che vengono quotidianamente additati di non essere unitari, di criticare, di essere “gufi rosiconi”, quando andrebbero invece coinvolti e responsabilizzati a ogni livello.

Proviamo, invece, a unire il PD condividendo ruoli e responsabilità per lavorare tutti a recuperare un pensiero complessivo, organico e nella tradizione del nostro mondo e sul nostro mondo.

E facciamolo anche impegnandoci a mettere in programma, già alla Conferenza programmatica, la convocazione istituzionale di una nuova Conferenza degli italici e della nuova emigrazione.

Proviamo, quindi, a lanciare il cuore tanto in alto quanto alto è l’ostacolo che ci si presenta nel 2018.

Anche così io ho voluto cogliere ieri le parole sagge di Marina Sereni e oggi quelle di Marco Fedi.

In questo senso faccio ancora gli auguri ad Anna Grassellino, affinché possa riuscirci meglio di come abbiamo fatto fin qui.

Grazie a tutti e buon lavoro.

venerdì 28 aprile 2017

Il 30 aprile votiamo Andrea Orlando

"Dobbiamo tornare a parlare alla comunità democratica nel mondo. In questo, gli italiani nel mondo rappresentano un pezzo del sistema Paese. Una comunità straordinaria di singole intelligenze, imprese, associazioni, sindacati, missioni religiose, mondo della scuola e della cooperazione, istituzioni di base, e che il Partito Democratico deve saper valorizzare attraverso il concetto culturale, economico e sociale degli Italici”




Care e cari,
domenica 30 aprile 2017 si voterà in Italia e in tutto il mondo per eleggere il nuovo segretario e i delegati all’Assemblea nazionale del Partito Democratico.

Sarà un passaggio molto importante non solo per il futuro del PD, ma della politica italiana.
Lo dico perché in questi anni tutti noi abbiamo fatto parte del PD e con lealtà e spirito di comunità abbiamo seguito la doppia azione di segretario e Presidente del Consiglio di Matteo Renzi.
Dopo quattro anni dalla sua elezione a Segretario, dobbiamo però riscontrare, con dispiacere, che il Partito Democratico è stato indebolito come strumento democratico e di partecipazione, poiché ha subito uno smembramento delle sue strutture organizzative nazionali e sul territorio, una importante diminuzione degli iscritti e della partecipazione popolare, una perdita di radicamento tra la gente, un verticismo delle decisioni e, soprattutto, ha perso prima diversi milioni di elettori e poi ha subito una grave e storica scissione.

In circa tre anni di Governo come Presidente del Consiglio, Matteo Renzi ha guidato e imposto una serie di riforme (giuste o sbagliate che siano, e molte sono giuste e di grande civiltà) che non hanno trovato il consenso e la partecipazione popolare. Tanto che nel referendum del 4 dicembre la sconfitta del disegno di riforma delle istituzioni è stata molto più grave di quanto potessimo immaginare. Ed è solo l’ultima delle sconfitte, arrivata dopo quella alle elezioni regionali e quella alle amministrative, dove abbiamo perso grandi città come Roma, Torino e Napoli e la gran parte dei piccoli centri.
La segreteria del PD da parte di Renzi, quindi, ci consegna un PD lontano dal popolo e dal consenso elettorale, verticistico, diviso e indebolito, isolato nel campo democratico e progressista e incompatibile per alleanze elettorali con il Movimento 5 stelle e con i partiti del centrodestra, che invece vanno verso l’unità delle proprie forze. E persino M5S e lega cominciano prove di intesa. Il tutto in un’Italia nella quale è ancora forte lo squilibrio tra Nord e Sud, che vive una forte crisi economica e un’alta percentuale di disoccupazione (soprattutto giovanile).

In questo contesto, gli italiani e gli elettori del campo democratico e progressista più ampio (al di là di meriti ed errori), vedono in Renzi e nella sua leadership del PD e del Governo la causa delle divisioni, della mancata ripresa economica e dell’impossibilità di costruire una alternativa al M5S e al centrodestra.

Per questo motivo il PD ha bisogno di una nuova guida, di un segretario che sia prima di tutto in grado di riunire le diverse anime e culture all’interno del PD, superando la fase di attuale divisione e poi di unire il campo democratico più ampio, dialogando e alleandosi con le realtà sociali, culturali e politiche fuori dal PD, a cominciare dai movimenti come quello dell’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia.

Andrea Orlando è la persona giusta, perché ha deciso di dedicarsi, da Segretario del PD (e il 30 aprile si elegge proprio il segretario del PD e non il Presidente del Consiglio) esclusivamente alla ricostruzione e al rilancio del Partito, a partire dalla necessità di ritrovare una connessione sentimentale e sociale col suo popolo e con gli elettori che sono andati via delusi e arrabbiati. In questo contesto e con questo obiettivo (già molto ambizioso) Orlando è disponibile a individuare prima delle elezioni il candidato giusto per tutti i democratici alla Presidenza del Consiglio.
Inoltre, per quanto ci riguarda più da vicino, Andrea Orlando è l’unico candidato che ha un progetto chiaro sugli italiani nel mondo ed è l’unico che ne parla nella propria mozione, che puoi trovare qui: http://www.partitodemocratico.it/congresso-2017/unire-litalia-unire-pdmozione-congressuale-andrea-orlando/

E' anche l'unico candidato che si è rivolto con un appello agli italiani nel mondo. Puoi ascoltarlo qui: https://www.facebook.com/andreaorlandosp/videos/1325493467543928/

E che ha fatto una visita in uno dei luoghi simbolo della nostra emigrazione storica, Marcinelle, dove ha tenuto questo bel discorso: https://www.facebook.com/andreaorlandosp/videos/1291882404238368/

Anche per questi motivi, quindi, vi chiedo di votare Andrea Orlando e la lista “Andrea Orlando Segretario. Unire l’Italia, unire il PD”.

Potete votare il 30 aprile nei seggi che trovate qui: https://www.partitodemocratico.it/pd-nel-mondo/seggi-esteri-primarie-2017/

Grazie e buon futuro a tutti noi.
Eugenio Marino



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lunedì 23 gennaio 2017

Ripartire dal Sud

Sabato 21 gennaio ero invitato all'evento "Ripartire dal Sud", organizzato da SinistraDem nazionale e della Calabria, conclusa da Gianni Cuperlo.
Purtroppo, a causa di quello che Fantozzi avrebbe definito un "mostruoso ritardo di Alitalia", insieme ad Andrea De Maria siamo arrivati tardi e ad evento ormai concluso. Ma se fossimo arrivati in tempo avrei detto queste poche cose.
 
Buongiorno a tutti.
Grazie a Giovanni Forciniti, agli organizzatori e relatori di questo evento per l’invito e l’occasione che ci danno.
 
Grazie a SinistraDem, che anche in Calabria sta organizzando occasioni di discussione politica su temi di interesse specifico o generale.
Grazie naturalmente a Gianni Cuperlo e ad Andrea De Maria per essere con noi.
Grazie a tutti voi venuti qui in tanti, anche da fuori Crotone.
Io vorrei provare a dire solo poche cose sul tema di questa giornata: “Ripartire dal Sud”.
Ripartire implica il fatto che ci sia stata, in un tempo alle nostre spalle, almeno una partenza. E che a un certo punto ci si sia fermati.
Che saremmo, insomma, al punto in cui trovare nuovamente lo slancio per riprendere il cammino.
Magari in modo diverso da come lo si è fatto prima.
E in effetti al Sud si è provato molte volte a partire, in diversi modi.
Solo una “partenza” non si è mai arrestata, pur mutando di intensità: quella di chi, dal Sud, emigra.
Di chi lascia il Sud per ragioni economiche e parte.
Oggi assistiamo a un nuovo ciclo di partenze, prevalentemente per l’estero.
Solo nell’ultimo lustro, secondo il Rapporto Italiani nel mondo  della Fondazione Migrantes, più di centomila persone l’anno hanno lasciato l’Italia per cercare lavoro all’estero.
E, diversamente da quanto ‘raccontato’troppo spesso strumentalmente, il saldo tra emigrati e immigrati risulta negativo: sono di più gli italiani che partono che gli stranieri che arrivano. 
Quindi continuiamo a essere un Paese di emigrazione.
E anche se i dati assoluti ci dicono che la maggior parte delle partenze è concentrata al Nord, una analisi più attenta ci racconta una realtà diversa:  
chi parte dal Nord è in buona parte un lavoratore immigrato che in un primo tempo aveva trovato lavoro lassù e lo ha perso, o un meridionale che si era trasferito al Nord e ora va all’estero. 
Quindi il Sud continua a vivere una desertificazione umana. 
La Svimez, infatti, rileva che dal 2000 a oggi sono quasi 2 milioni gli emigrati dal Mezzogiorno, in gran parte laureati e sotto i 35 anni di età.  
E che entro il 2050 solo un italiano su 4 abiterà le città meridionali. 
Ecco che il titolo di questa iniziativa, quindi, seppur pensato come ripartenza del PD e del Governo, ho voluto interpretarlo anche come una intelligente provocazione culturale, per ragionare più a fondo sul perché della diaspora meridionale. 
Sono convinto che l’emigrazione economica – e quella meridionale è emigrazione economica – sia da sempre il termometro che misura la febbre di un Paese, cioè l’efficacia delle politiche di sviluppo, fiscali e del lavoro di un Paese.
Quindi il livello di progresso e di redistribuzione del reddito.  
Più l’emigrazione è alta, meno le politiche economiche e sociali sono efficaci. E viceversa. 
Il problema è che al Sud, dall’Unità a oggi, questa febbre è quasi sempre stata alta, configurando il Meridione come un problema strutturale.  
Per di più intrecciato a un altro problema strutturale: la criminalità organizzata, diventata parte della Questione meridionale e radicatasi ormai da tempo ben fuori dal Meridione. 
E quando il problema è strutturale e di lunga durata, il rischio è che le persone finiscano per rassegarsi a questo stato di cose, per perdere la speranza.
Il rischio è la rassegnazione allo status quo economico e al fatto che l’illegalità sia, al fondo, un ‘sistema’ con cui convivere, in assenza di alternative migliori. Quindi subentra la disperazione. 
E come scriveva Corrado Alvaro, si sa, “la disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile”.  
E il rischio è che al Sud, se non si aggrediscono i problemi strutturali, qualcuno possa cedere a questo stato d’animo, a una subalternità culturale, alla criminalità, all’antipolitica. 
Con buona pace delle numerose risorse che pure vi sono: sul piano paesaggistico, culturale, economico, lavorativo. 
Quindi il problema di una ripartenza del Sud, è tutto politico e culturale.
Serve un cambiamento, come direbbe il professor Costabile, di tipo gramsciano.
Gramsci rilevava che se ogni relazione umana è una relazione educativa, ogni rapporto educativo è un rapporto di potere.
E spiegava che occorre una egemonia culturale che deve farsi progetto di cambiamento del modo di intendere e vivere le relazioni umane, sia produttive che compiutamente pedagogiche.  
Occorre uscire dalla politica della navigazione a vista, dell’intervento emergenziale, o degli interventi settoriali e parcellizzati, non sorretti da un’idea complessiva di Paese.  
Occorrerebbe un Piano, vorrei dire grande, di sviluppo del Sud, per il quale non bastano – seppure sono condizione essenziale – le azioni di contrasto alla criminalità intese come lotta condotta dalla magistratura e dalle forze di polizia.
Servono soprattutto interventi strutturali sul capitale umano, innovazione logistica e tecnologica, investimenti culturali consistenti che accompagnino quelli economici.  
Il Meridione non deve essere pensato come una “Questione” a sé e slegata da un piano nazionale, ma deve essere trasformato nel cantiere della speranza:  
la speranza dei giovani del Sud – che non devono emigrare per necessità – e la speranza del Paese, che non può pensare di mettersi al passo con le economie forti del mondo se ha un terzo del suo territorio in una condizione di arretratezza economica.
Quindi “Ripartire dal Sud” sì, certo, ma culturalmente, economicamente e politicamente. Col PD che deve ritrovare anche qui la propria missione e il proprio impegno prioritario. 
Perché per ripartire politicamente serve una Sinistra che sappia assolvere al suo ruolo storico.
Il PD vorrà e saprà farlo con le potenzialità che ha anche al Sud?
Questa è la sfida da cogliere.
Grazie a tutti e buon lavoro.
 

mercoledì 18 gennaio 2017

Desaparecidos, processo Plan Condor: giustizia è stata fatta, almeno in parte

Dopo la sentenza sul Processo Condor, per il quale mi sono molto speso in questi anni insieme a Fabio Porta, Giacomo Filibeck, Francesca D'Ulisse, Danilo Leva, Luciano Vecchi, Antonello Madeo, ho scritto questo articolo per l'Unità, il giornale fondato da Antonio Gramsci, che di queste battaglie sarebbe orgoglioso, perché sapeva bene cosa significasse essere oppositori politici sotto i regimi.

Raul Sendic non è solo il vicepresidente dell’Uruguay, è anche figlio di quel Raul Sendic Antonaccio conosciuto come el Bebe, leader dei tupamaros, per 14 anni prigioniero politico. L’attuale vicepresidente del Paese sudamericano, da bambino poteva vedere suo padre solo in carcere a una distanza di tre metri dalle sbarre, senza poterlo mai abbracciare o toccare. Dal 1971 al 1985. E lui era uno di quelli “fortunati” perché il padre, almeno, non glielo avevano ammazzato.

Ieri, quel bambino diventato vicepresidente della Repubblica democratica dell’Uruguay, era nell’Aula bunker di Rebibbia per ascoltare la lettura della sentenza del processo sul Plan Condor, il piano frutto di un accordo internazionale tra le dittature sudamericane per reprimere, uccidere e far sparire gli oppositori politici, i sindacalisti e gli studenti e intellettuali di Sinistra, con la complicità degli USA di quegli anni.

In questo processo, nel quale gli italiani coinvolti sono stati tanti, sia tra le vittime che tra i carnefici, il nostro Governo e il Partito Democratico si sono costituiti parte civile al fianco delle vittime. Ed è giusto che sia così, perché i diritti umani sono universali e il loro valore non può essere soggetto al tempo, né allo spazio. Il PD deve stare laddove ci sono diritti umani da difendere.
Anche per questo, l’avvocato del PD e del Frente amplio Antonello Madeo ha deciso di rappresentare le parti senza alcuna parcella.

Anche per questo, ieri ero in Aula a Rebibbia a rappresentare il PD nel mondo, così come c’era il Sottosegretario Boschi in rappresentanza del Governo, come c’erano Fabio Porta e Luciano Vecchi in rappresentanza degli italiani in Sud America e del Dipartimento esteri del PD, per testimoniare l’impegno a ogni livello del nostro Partito, la vicinanza alle famiglie delle vittime, la domanda di giustizia della nostra comunità democratica.
E giustizia ieri è stata fatta. Almeno in parte e almeno nei confronti di molte vittime e di alcuni colpevoli.

Dico almeno perché sono stati condannati all’ergastolo otto imputati: coloro che avevano cariche di rilievo nei rispettivi paesi e nell’organizzazione del Plan Condor. Una condanna importante, con la quale si ribadisce il principio internazionale secondo il quale nessuno può pensare di commettere crimini gravi contro la persona e di farla franca, semplicemente lasciando passare il tempo, i governi, le frontiere.

Una condanna che sancisce ancora una volta l’importanza della legislazione internazionale (con tutte le sue pecche, le sue maglie larghe) e di quella cosa che Berlinguer chiamava, proprio negli anni delle dittature sudamericane, “il valore universale della democrazia”, nel quale noi continuiamo più che mai a credere e che sempre più va attualizzato, saldato alla sfera ampia dei diritti in un contesto di inclusione nazionale e globale. A maggior ragione nel nostro tempo, quello delle grandi migrazioni di massa, che siano esse scatenate dai mutamenti climatici, dalle guerre o dalla fame.

In diciannove, ieri, sono stati assolti dalla Corte, con la motivazione che le prove a carico erano contraddittorie, insufficienti o assenti. Cosa diversa dall’assoluzione con formula piena perché il fatto non sussiste. Questo non ci consola, ci lascia l’amaro in bocca e negli occhi la delusione delle vittime e dei loro familiari. Ma come sempre e come è giusto, le sentenze si rispettano, in ogni loro parte.
In attesa, speriamo, dei successivi gradi di giudizio sarebbe comunque ingeneroso, oggi, parlare solo di luci e ombre. Quella di ieri resta una giornata storica, una tappa importante nella ricerca della verità su quanto è successo nella lunga notte del Sud America e per arrivare alla condanna dei responsabili di ogni crimine commesso in quegli anni.

Per quanto è nelle nostre possibilità continueremo sulla strada intrapresa.
È un impegno che dobbiamo al vicepresidente Sendic, al suo sguardo inclemente a lungo puntato sulle sbarre dell’Aula bunker, a tutti i familiari delle vittime, a un’intera generazione perduta per sempre e a un Continente vicino, fratello per tanti versi, che ha dovuto cercare con fatica la strada del suo riscatto.

Qui il link dell'articolo a l'Unità: http://www.unita.tv/focus/desaparecidos-processo-plan-condor-giustizia-e-stata-fatta/