mercoledì 13 luglio 2016

L'Europa del lavoro e dei diritti. Senza frontiere

"L'Europa del lavoro e dei diritti. Senza frontiere"
Intervento di Eugenio Marino a Bruxelles
Ieri a Bruxelles ero invitato all'iniziativa organizzata dall'INCA sui 60 anni di Marcinelle. L'evento era intitolato "L'Europa del lavoro e dei diritti. Senza frontiere". Io ho detto queste cose.

Buongiorno a tutti.
E grazie all’INCA per aver organizzato, ancora una volta, questo importante evento.
Io credo anche sia importante il formato con il quale è stata costruita questa iniziativa, coinvolgendo insieme al mondo sindacale
italiano ed europeo anche espressioni del mondo della cultura, delle realtà associative e della rappresentanza politica.
E credo sia utile anche averlo fatto con l’intera rete degli operatori INCA nel mondo, poiché Marcinelle – o eventi come Marcinelle – non sono un tema locale, ma globale, come la stessa “Giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo” che Marcinelle rappresenta ci ricorda.
Non si tratta di semplici ricorrenze o argomenti di settore, ma di simboli e moniti universali.
Con Marcinelle non si ricorda solo un episodio in un determinato momento storico, ma una condizione umana, sociale, lavorativa e politica universale.
E se nel quotidiano delle singole persone, dei popoli, dell’impresa e della politica, la si rèlega nel dimenticatoio, quella anziana e saggia maestra che è la memoria storica, illustrandoci la fotografia dell’attualità e della contemporaneità del nostro complesso e disordinato mondo, ce la ricolloca invece nell’attualità.
Un’attualità fatta di situazioni, bisogni, principi e contenuti sempre validi.
La Marcinelle di 60 anni fa non era solo una miniera dalla quale si estraeva carbone e nella quale si è verificato un disastro.
Ma era la fotografia di un mondo fatto di stati nazione che, dopo una terribile guerra mondiale, cercava di rimettersi in moto ricostruendo se stesso e un sistema economico, politico e sociale in Europa, anche attraverso la costruzione di una nuova Europa integrata e sovranazionale: quella del sogno di Spinelli.
E questa ricostruzione in buona parte vi fu, su nuove basi politiche e con successi anche economici generali, soprattutto per Inghilterra, Francia, Germania e Benelux.

Ma fu fatta tutta a spese dei paesi più deboli dell’Europa di allora (o di alcune zone di questi) e dei bisognosi delle fasce sociali più deboli, quindi dei migranti.
Soprattutto quelli italiani e, tra questi, quelli del Sud Italia.

L’esodo dei lavoratori migranti dall’Italia fu il più massiccio d’Europa e si svolse anche sulla base di accordi tra paesi ai quali l’Italia forniva quella manodopera che consentì poi, ad esempio al Belgio, di uscire come vincitore della battaglia del carbone.

Difficile, però, dire quale sia stato il vantaggio per il nostro Paese se, a conclusione di quel ciclo, l’Italia ci rimise circa 800 morti nelle varie catastrofi (488 solo dal 1946 al 1955, di cui 136 solo a Marcinelle); decine di migliaia di invalidi per infortuni o per silicosi; migliaia di famiglie disgregate e disperse e, conseguentemente alla partenza di manodopera italiana per l’estero, desertificazioni di intere aree del Paese, contrapposta a un vantaggio competitivo dei paesi del nord Europa che, come possiamo constatare, dura ancora oggi.

È poi difficile ricordare qui – e in poco tempo – lo scontro quotidiano degli interessi che si palesava nell’insufficienza delle “gerarchiche” dichiarazioni sulla libera circolazione, destinate a rimanere pura retorica, visto che non si procedeva ad armonizzare le difformi legislazioni nazionali del lavoro dei singoli paesi della Comunità;

non si abolivano le discriminazioni nei confronti dei lavoratori stranieri;
non si raggiungeva una completa parità di trattamento.

E in questo contesto, il governo italiano portava le sue responsabilità, poiché essendo impegnato a perseguire una politica di emigrazione, non si preoccupava delle modalità di applicazione reale dei Trattati e dei provvedimenti contenuti nel “Protocollo” del ’46 col Belgio o quelli che sottoscriveva con altri paesi.

Governo e autorità consolari italiane, quindi, in Belgio come in altre realtà, erano concentrati su priorità di carattere demografico ed economico e tralasciavano condizioni, diritti e trattamento reale degli italiani.

Permettetemi, dunque, una parentesi, poiché quest’anno ricorre, insieme al 70° degli accordi Italia-Belgio, del 60° di Marcinelle e quello dell’INCA, anche il centenario della nascita di Paolo Cinanni:

un intellettuale meridionalista ed esperto di emigrazione, cofondatore insieme a Carlo Levi della Filef e autore di quell’importante e attuale libro che è Emigrazione e imperialismo.

Libro che meriterebbe una attenta rilettura in chiave di moderna globalizzazione.
Cinanni scriveva nel 1970 che “l’Italia è l’unico paese della Comunità che attua a sue spese la libera circolazione della manodopera:
l’unico, quindi, che ha interesse a contrattare e a far rispettare, poi, le norme di tutela del lavoro immigrato;
ma come vi ha provveduto il governo italiano?
"L'Europa del lavoro e dei diritti. Senza frontiere"
Eugenio Marino, Susanna Camusso, Morena Piccinini a Marcinelle
La stessa lettera dei Trattati di Roma avrebbe richiesto, e consentito anche, un’azione più conseguente e più energica a tutela dei nostri interessi, ma l’errata concezione del fenomeno migratorio in sé, con la sottovalutazione dell’apporto eccezionale che il lavoro immigrato fornisce al processo di sviluppo dell’economia che se ne serve;

il fine politico interno che volle realizzare, con l’emigrazione, la dispersione di una forza di classe antagonista;

e, infine, l’incapacità dei burocrati ministeriali preposti a compiti loro non confacenti, con l’esclusione dei sindacati dalla trattativa comunitaria, tutto ciò ha letteralmente tradito i nostri interessi nazionali, insieme con gli interessi dei nostri lavoratori all’estero.

Potrebbe sembrare follia – prosegue Cinanni – ma la più ferma posizione assunta dal nostro governo è stata proprio quella contro la più forte e prestigiosa organizzazione sindacale italiana, con la più odiosa discriminazione nei suoi confronti:

ciò ha privato il lavoro italiano all’estero dell’apporto di conoscenze e della forza contrattuale propria dell’organizzazione sindacale di classe.

Di fronte al padrone straniero il nostro emigrato è rimasto spesso senza tutela.
I rapporti stessi fra i nostri lavoratori e le imprese straniere non vengono ‘contrattati liberamente’, né dai singoli né dalle organizzazioni sindacali di loro fiducia:

sono invece i funzionari dei nostri ministeri degli affari esteri e del lavoro che accettano per essi, puramente e semplicemente, le condizioni offerte unilateralmente dalle imprese, senza che alcuno si curi poi di farle almeno rispettare.

Parte, dunque, da qui, dalla mancata presenza del sindacato nella trattativa del rapporto fra il nostro lavoratore e l’impresa, fra il nostro paese esportatore e gli altri paesi importatori di manodopera, la deficiente tutela del nostro lavoro all’estero:

da qui il ‘lento progresso’ della stessa politica sociale comunitaria […].

Ministeri, ambasciate e consolati debbono fornire ai legittimi sindacati tutta l’assistenza necessaria per la tutela, sul posto, del nostro lavoro all’estero:
ma non possono, per la loro stessa natura, sostituirsi ad essi”.

E ancora, Cinanni aggiungeva che “È anche merito della vitalità e del dinamismo della popolazione italiana, […]
e soprattutto dell’azione condotta in alcune memorabili lotte combattute nei bacini minerari, […]
se le autorità belghe e della CECA sono state costrette a intervenire e prendere alcuni provvedimenti a loro favore;

[…] è dovuta alla medesima azione unitaria dei lavoratori belgi e stranieri, la conquista della legge sulle malattie professionali, ch’era stata per anni ‘il cavallo di battaglia dell’emigrazione italiana’ in Belgio”.

Questo per dire, dunque, con le autorevoli parole scolpite da Cinanni, quanto non sia sufficiente, non basti, il lavoro dei governi e della politica di uno Stato per garantire integrazione, diritti e progresso degli uomini, dei lavoratori, dei migranti, delle stesse istituzioni europee.

Quanto sia importante anche il lavoro e l’opera dei lavoratori e del mondo associativo, dei corpi intermedi come i sindacati.

Quanto lo era in passato (e oggi possiamo misurarlo) e quanto lo è oggi, anche se non sempre lo vediamo e lo riconosciamo, quindi tendiamo a sottovalutarlo o, peggio, a prenderne le distanze e a procedere per semplificazioni e in solitudine o, al massimo, con interlocutori privilegiati e ben disposti, evitando l’impegno paziente e faticoso del confronto e della concertazione ampia.

E mi spiace che anche pezzi locali e autocentrati del mio Partito si spingano, anche in momenti importanti e delicati come questi, anche in Belgio, nella pericolosa emulazione di modalità ad excludendum dei sindacati, nelle quali la priorità è il proprio ruolo e la compiacenza interna al Partito.

Tralasciando invece il merito e il ruolo degli interlocutori utili e storici come i sindacati, che a discussioni come quelle su Marcinelle, emigrazione e integrazione europea dovrebbero essere coinvolti per le ragioni richiamate da Cinanni già nel 1970.

La storia, soprattutto quella del nostro Paese - ce lo ricordava qualche giorno fa Gianni Cuperlo in una iniziativa a Roma - ci ha insegnato che i risultati migliori e più duraturi non si sono avuti mai quando si è cercato di depotenziare i corpi intermedi, esaltando l’uomo forte e le decisioni in solitaria (da Crispi a Mussolini, da Tambroni a Berlusconi);
ma proprio con la condivisione e la concertazione con i corpi intermedi e la condivisione ampia nella società (da Giolitti a De Gasperi, fino a Prodi).

E in questi contesti ampi e generali, poi, l’emigrazione è stata ed è un termometro che misura se e come funziona una società nei suoi vari aspetti: economici, politici e sociali.

Vorrei quindi proporvi questa lettura, che parte dalle diverse zone di emigrazione o immigrazione:
se il lavoro migrante serve ad accentuare piuttosto che a contenere gli squilibri tra aree e paesi, vuol dire che si è in una logica di un suo uso strumentale e di super sfruttamento delle persone.

Se al contrario il lavoro migrante può contribuire a costruire relazioni più equilibrate tra paesi erogatori e paesi di accoglienza, esso va accolto come positivo.

Vale a dire che la libera circolazione delle persone è certamente un valore in sé dal punto di vista individuale, ma non lo è necessariamente dal punto di vista dei diversi territori (e degli stati) che costituiscono l’Europa.

Per questo vi è bisogno di una funzione politica forte che abbia degli obiettivi riconoscibili di solidarietà interna (e anche esterna, per esempio verso i paesi che circondano il Mediterraneo).

Stare insieme vuol dire condividere (armonizzare come scriveva Cinanni), altrimenti non vi è una ragione particolarmente plausibile.
Le nuove migrazioni oggi ripropongono, se possibile con maggiore forza, gli stessi dilemmi.

Oggi ci troviamo di fronte a scenari che non avremmo voluto conoscere:
sul lavoro migrante e sui migranti in generale si stanno scatenando le contraddizioni irrisolte che Marcinelle ci ha sbattuto in faccia, e frutto del modello di sviluppo che si è perseguito soprattutto negli ultimi decenni e dopo la caduta del Muro di Berlino.

Ciò è inaccettabile da ogni punto di vista:

bisogna ricostruire rapidamente una capacità di lettura condivisa delle vere cause della crisi e, insieme, di unità interna e internazionale del mondo del lavoro che superi realmente divisioni e confini e non metta la persona su un piano secondario a quello dei capitali.

Come oggi purtroppo avviene nella realtà.

Senza queste indispensabili condizioni assisteremo – e concludo – alla fine del sogno europeo, quando invece oggi, dopo la Brexit, servirebbe ancor più un concreto rilancio.

"L'Europa del lavoro e dei diritti. Senza frontiere"
Platea a Marcinelle
Pur nel nostro limitato ambito di azione, quindi, abbiamo anche noi una grande responsabilità:

le vicende dell’emigrazione italiana vecchia e nuova e quelle degli esodi mediorientali e africani, pur nelle loro differenze e articolazioni, sono di nuovo uno degli snodi nevralgici per la costruzione del nostro futuro e del rilancio dell’UE.

Ciò che a mio avviso potrebbe essere una soluzione, come ebbe a dire qualche temo fa anche Romano Prodi, è un primo accordo di pochi grandi paesi dell’Unione che rinuncino alla propria sovranità istituzionale e costituiscano un primo nucleo di Unione realmente politica con un unico esercito, unica cittadinanza e unico governo.

Con politiche sociali, fiscali e del lavoro armonizzate.

Io credo che sia il compito, o la missione, della nostra generazione, non in senso anagrafico, ma quella che oggi guida le istituzioni nazionali ed europee e, soprattutto, la Sinistra di questo Continente.


Anche questo aiuterebbe ad evitare nuovi squilibri nei diritti e nell’emancipazione delle persone, nuove e diverse Marcinelle.

Che oggi magari si chiamano tragedie nel Mediterraneo.

Grazie ancora e buon lavoro a tutti.

lunedì 13 giugno 2016

Italici. Il nuovo Commonwealth come fattore di business per le imprese italiane sui mercati esteri

Questa mattina ho partecipato a Monza al convegno sugli Italici. Ho detto queste poche cose. 
Buona lettura.

 
Buongiorno. Grazie agli organizzatori per aver pensato un evento come questo, che guarda al business italiano in un’ottica innovativa di geopolitica: quella degli italici.
 

Dopo più di 150 anni l’Italia continua a essere un Paese di emigrazione, con una consistente presenza italiana nel mondo.

In questo periodo abbiamo avuto a fasi alterne una politica migratoria.
A volte politiche intelligenti, altre volte politiche inefficaci, altre assenza di politiche generali su questo universo.
Per molto tempo si è discusso – e lo si fa anche oggi – di quali siano i problemi in patria legati all’emigrazione, di come arginarla.
Oggi, poi, va molto di moda la retorica dei “cervelli in fuga”.
Si fanno discussioni, anche corrette, su quanto lo Stato abbia investito nel formare cervelli (o forza lavoro in generale). Di quale perdita rappresenti per l’Italia consegnare questo capitale umano a paesi che ne beneficiano a costo zero.
E si ragiona su politiche che dovrebbero porre un freno a questo esodo e, qualche volta, su provvedimenti che hanno l’illusorio intento di invertire la direzione e far rientrare chi è partito.
Ma raramente si discute seriamente su cosa siano coloro che se sono andati, i loro discendenti, le loro famiglie, coloro che italiani non sono, ma che all’Italia guardano.
Raramente si discute con cognizione e volontà progettuale di cosa sia questa comunità che Bassetti chiama di italici.
E ancor meno si discute di come pensare, valorizzare, mettere l’Italia in connessione sentimentale, culturale, sociale ed economica con gli italici.
Sarebbe già un risultato di compensazione economica rispetto a quanto l’Italia ha investito nel formare cittadini, lavoratori e consumatori, che poi ha regalato a paesi nostri competitor.
Eppure questo universo mantiene un legame con l’Italia, fatto di consanguineità, radice culturale, affetto, interesse (culturale o economico).
Consuma prodotti italiani (dei quali va fiero), crea un substrato fertile che veicola la nostra cultura: intesa come modello di stile di vita e come offerta di prodotti culturali con conseguente risvolto economico.
Si tratta di una collettività fatta di milioni di persone che si rapporta anche istituzionalmente con l’Italia.
E che vorrebbe farlo anche meglio, in modo più strutturato e meno dispersivo da un punto di vista politico e strategico, perché sa di essere un pezzo di politica estera e di proiezione internazionale.
Ma che per farlo avrebbe bisogno di una cabina di regia adeguata, di essere pensata e valorizzata come uno dei pezzi di una megadiplomazia che lavora come sistema Paese a determinati obiettivi.
Una megadiplomazia fatta dalla diplomazia ufficiale, ma anche da quella economica (gli imprenditori), da quella solidale delle ong, da quella della stessa massa umana di italici.
Ma ancora oggi questa comunità valoriale ed economica non è riconosciuta come tale e parte del sistema Paese.
Eppure ha sue istituzioni di rappresentanza articolate in tre livelli:
quello di base dei Comites, che coincide con le circoscrizioni consolari;
quello intermedio del CGIE, che coincide con i livelli statali e continentali, che fa capo alla Farnesina;
quello nazionale parlamentare, fatto di 18 eletti all’estero nei due rami del Parlamento.
Oggi è in corso una riflessione sulla riforma di queste istituzioni e delle realtà associative, che spero porti a un’organicità di strumenti e strategia politica verso le comunità italiche e a un investimento politico (ed economico) in chiave contemporanea in diffusione di lingua, cultura e impresa italiana, di servizi ai cittadini e alle imprese, di valorizzazione e riconoscimento di questo universo italico in un contesto di politica estera e proiezione del sistema Paese.
Sistema che, in una società globalizzata, più di ieri mette al centro gli scambi commerciali a livello planetario:
quindi la circolazione dei prodotti, siano essi materiali, culturali, ideali o politici.
Ma metta al centro questi scambi e prodotti, però, con un approccio progressista, che abbia in mente lo sviluppo sostenibile e le “risorse umane”, o meglio le “Persone”, in particolare le nuove generazioni e gli esponenti della nuova emigrazione e degli italici in generale.
Ciò in quanto le imprese esistono perché c’è gente che vi lavora e investe la propria capacità creativa, oltre che per il capitale che vi è investito.
Occorre evitare che si affermi l’idea che l’universo italico sia riconducibile alla esclusiva funzione di penetrazione commerciale e di marketing.
Se ci si muove su scenari globali, a prescindere dalla funzione sociale che anche l’impresa globale dovrebbe assumere rispetto al Paese che l’ha generata o al quale si richiama, si rischia di operare un ulteriore esproprio di valore del territorio e della cultura originale (che è fatta di capitale investito, sì, ma anche di diverse generazioni di lavoratori manuali o intellettuali che questo capitale hanno valorizzato).
Quindi, il profitto deve tornare percentualmente anche a chi lo ha generato e prodotto (siano esse persone o Paese d’origine), non può vagare nel Globo a valorizzare solo i capitali investiti. 
Se l’italianità è un valore, occorre ricordare che ci sono voluti 2.000 anni di cultura per concretizzarlo e sarebbe sbagliato appropriarsene solo su un piano economico (che pure deve esserci).
Alla fine degli anni ‘70, la Fondazione Agnelli aveva riconosciuto in un suo bellissimo studio, che la penetrazione commerciale di FIAT all’estero era stata molto agevolata dalla presenza di comunità italiane emigrate.
Significa che l’impresa italiana trae un vantaggio di marketing gratuito dalle comunità italiche.
E se noi questo vantaggio spontaneo lo sappiamo organizzare avremo grandi e ulteriori chance anche ideali.
Ma qual è il contributo che poi da queste nuove chance riversiamo sulle persone e sulla comunità?
Penso ai paesi in via di sviluppo, che non possono considerati solo come mercati di sbocco, dove le nostre comunità siano solo accettori e volani di made in Italy.
Qui occorre dare un forte contributo allo al progresso e all’autosufficienza locale.
In una chiave di nuovo Umanesimo italiano.
Ma rimanendo al piano competitivo e strategico, sappiamo che nel sistema globale si gioca sulla base dei rapporti di forza più che con spirito solidale e redistributivo.
Chi ha più forza, risorse economiche, idee e strumenti, riesce a far circolare i propri prodotti e piazzarli meglio sul mercato globale.
Come sostiene una delle massime menti del marketing globale, Mary Douglas, il prodotto oggi non coincide con il suo contenuto, ma con il suo racconto.
Una regola che vale particolarmente per l’Italia, patria del “Cunto de li Cunti”, che fu forse nel pieno barocco del ‘600 il primo straordinario market place del made in italy, dove la dieta mediterranea veniva declinata lungo la linea della magia della commedia dell’arte.
Oggi siamo alla fase suprema di questa strategia, e proprio in questo tornante il nostro Paese si trova disarmato, senza linguaggi e senza lingue.
In questo senso un tema che ancora oggi è un buco nero, riguarda  la TV italiana nel mondo, che il racconto dell’Italia dovrebbe fare più di altri.
Alle nostre spalle abbiamo anni di esperienze infelici.
Ma al contempo, difronte, una straordinaria domanda di italianità.
Non si tratta, però, di riproporre una TV bandiera, che trasmetta  un palinsesto di quanto va in onda in Patria.
Ma di trasformare un obbligo in una strategis, un costo in un affare.
Le nuove forme della TV (personale, on demand, leggera, mixata) ci consentono di riproporre l’essenza stessa dei nostri prodotti in una versione televisiva.
L’idea è quella che ritorna ogni volta: lavorare sullo sfondo più che sulla scena.
Come spiega il giornalista Rai Michele Mezza, occorre costruire colonne sonore e visive che siano di integrazione e di accompagnamento agli eventi che il made in italy organizza nel mondo e in Italia.
Occorre farne un’agenzia di riconfigurazione dell’offerta comunicativa italiana puntando, ad esempio, sulle agenzie di contenuto italiano come i Festival, l’Auditorium della musica di Roma, la Scala di Milano, il San Carlo di Napoli, le Università di qualità ecc…
Assicurare un striscia di informazione sui primati italiani: il mondo e la politica internazionale letti attraverso la geopolitica dell’eleganza, del gusto, della bellezza e della qualità.
Trasformare i musei in format, facendoli parlare.
Trasformare la TV in un centro di traduzione e reimpaginazione del modo italiano di produrre nei vari settori delle sue imprese che guardano ai mercati esteri.
Rai Italia dovrebbe quindi sviluppare una politica di sponsorizzazioni, alleanze e coordinamento con enti, istituzioni e imprese proiettati all’estero, con gli influencer più rappresentativi (tra i quali gli italici), con i distretti di produzione e di eccellenza in Italia e italiani nel mondo.
Occorrerebbe costruire un sistema audiovisivo che sia una piattaforma di coinvolgimento dove si guardi, si ascolti, ma si interviene anche e si acquista o si chiede, un market place della bellezza da modellare area per area, città per città, settore per settore.
E basti immaginare, in questa direzione, una struttura leggera che seleziona priorità (design italiano negli USA, sfondamento dell’enogastronomia in Cina, moda e design italiani in Sud America, arredo design in Asia e Americhe) e allo stesso tempo funge da editore di pacchetti multimediali, dove il web diventa la fabbrica aperta e la TV un network distributivo.
Il tutto intorno a una visione globale e di medio periodo nella geopolitica italiana.
Insomma, per chiudere, bisogna tornare a darsi una politica per gli italici che porti a considerarli ciò che sono: un pezzo consistente, fondamentale e strategico della presenza e proiezione italiana nel mondo.
Grazie e buon lavoro.

 

sabato 16 aprile 2016

A Londra il protagonismo dei circoli europei

Il 16 aprile scorso, all'Assemblea dei circoli europei del PD, ho tenuto la mia relazione politica dicendo queste poche cose.
Buona lettura

Buongiorno e grazie a tutti voi per essere venuti dai diversi paesi e città europee che rappresentate.

Grazie a Roberto Stasi, Massimo Ungaro e a tutto il circolo del PD di Londra che ci ospita e che ha curato l’organizzazione di questa Assemblea.
Grazie ad Alessandra Fabrizio, per il lavoro di supporto che fa quotidianamente da Roma e ad Alessandra Cattoi per quello di comunicazione coi circoli e la stampa all’estero.
Grazie a Massimiliano e Francesco, che su mandato dei circoli europei stanno aiutando il lavoro di raccordo degli stessi circoli, rendendolo più fluido, costante e concreto.
E grazie a Emanuele Fiano per la disponibilità a seguire in continuità i nostri lavori anche oggi, dopo essere stato con noi a Basilea il mese scorso.
E a Sesa Amci ed Ettore Rosato, che saranno con noi domani.

Quella di oggi è un’altra tappa del lungo e articolato percorso politico che stiamo portando avanti in diverse sedi e tra diversi livelli politici e territoriali (formali e informali) per arrivare a definire un quadro complessivo di impegni del PD che sia ampiamente condiviso e dunque concretamente realizzabile.

Cito solo alcune di queste tappe: il documento di giugno 2015, il convegno alla Festa de l’Unità di Milano, la festa Europea de l’Unità e l’Assemblea dei circoli PD di settembre a Lussemburgo, il coordinamento dei circoli del Nord America, l’Assemblea dei circoli del Brasile e il convegno di Basilea.

Tutte tappe frutto di un percorso comune che parte dalla volontà di tenere insieme ogni livello della Comunità Partito, a partire dalla centralità dei circoli che sono il nucleo più vicino al territorio e il motore del rapporto diretto con la comunità.

Circoli che da tempo hanno mostrato un protagonismo nuovo, soprattutto tra le nuove generazioni, fatto non solo di attivismo, quanto anche di capacità di analisi, di elaborazione politica, di visibilità mediatica fuori e dentro il Partito, di capacità di interazione coi gruppi dirigenti nazionali e con esperti e studiosi di diversi campi del sapere.

Ma protagonismo che, in diversi casi, fa ancora fatica a trovare un radicamento diffuso fuori dal Partito e nella società.
In quella fascia della società organizzata e attiva politicamente ed elettoralmente (che vale circa il 35%) e ancor più nella fascia ampia che non partecipa al voto e che si attesta intorno al 65% dei cittadini italiani all’estero.
Che è poi la fascia larga di popolazione che dovremmo intercettare e rappresentare come PD e come Sinistra che guardano al futuro dell’Italia.
E in questa direzione, quindi, sono certamente necessarie alcune riforme di sistema delle quali da tempo si parla.

Riforma della legge elettorale all’estero (con tutto ciò che ne consegue, AIRE compresa);
dell’articolazione della rappresentanza (ne abbiamo parlato anche a Basilea almeno sul metodo);
riforma dei patronati, in un’ottica dell’allargamento della sfera dei servizi e della sussidiarietà;
riforma del sistema di promozione della lingua e cultura, nella direzione della proiezione del sistema Paese e della politica estera e dell’Italia.

Ovviamente, però, il risultato dipenderà da quale direzione vogliamo dare a queste riforme, senza cadere nei rischi del passato e dei Governi Berlusconi e Monti.
Allora, lo ricorderete, la direzione che si stava prendendo era quella dell’arretramento in un conservatorismo liberista ed economicistico, coerente a una visione di chiusura nazionale: il contrario di ciò che è e deve essere, ancor più oggi, la Sinistra.

Il contrario di ciò che come PD stiamo facendo in Europa, dove con forza col nostro Governo e nel PSE stiamo chiedendo il superamento delle politiche dell’austerity e un piano di investimenti ampio.
Dove stiamo contrastando con forza e con coraggio le politiche di chiusura verso rifugiati e migranti: prima da soli oggi con qualche sostegno in più.
Dove stiamo contrastando la paura delle diversità, a cominciare da quella religiosa che qualcuno vuole strumentalmente trasformare in uno scontro Islam-Occidente.
Dove stiamo chiedendo non un ritorno al rafforzamento degli Stati nazione e delle singole cittadinanze, ma una maggiore integrazione politica e una cittadinanza europea.

Dunque, anche le nostre riforme devono essere coerenti sul piano della visione generale, nazionale ed europea, che come PD stiamo costruendo.
E questa coerenza va cercata, a mio avviso, non solo negli aspetti e contenuti politici generali, ma anche negli strumenti che servono per realizzarli: che siano essi anagrafe, legge elettorale o ente per la gestione del sistema della lingua e cultura.
Quest’ultimo,poi, io credo essere il tassello in assoluto più importante e più delicato nel puzzle delle riforme da fare.

Quello nel quale, pur su un piano di generale condivisione, possono in realtà nascondersi i dettagli più diabolici, che Marco Fedi ha fatto intravedere in un suo intervento di qualche giorno fa e ai quali dobbiamo prestare la massima attenzione come PD.
Il rischio, infatti, è quello di favorire qualche specifico interesse e cancellare un mondo dal quale io credo, invece, non si può prescindere per il bene dell’Italia e delle nostre comunità.

Insieme a queste riforme di sistema, devono poi esserci anche temi di contenuto più immediato, di risultati su questioni che riguardano i bisogni quotidiani e concreti delle comunità alle quali poi dovremo andare a chiedere la fiducia e il voto.
Temi ai quali i nostri parlamentari eletti all’estero quotidianamente dedicano attenzione in Parlamento (e dobbiamo essergliene grati perché non è semplice) e che, in parte, hanno già trovato qualche risposta, in parte devono ancora trovarla prima della fine della legislatura.

Sono diversi, ma poi vorrei fossero loro a indicarli nei loro interventi per individuare le priorità.

Io mi limito a ricordare qui le diverse questioni della cittadinanza e le attese di anni ai consolati.
Anche per ricordarvi, a questo proposito, di firmare la petizione che chiede di destinare almeno parte dei 300 euro delle percezioni ai consolati.

Cosa che sia il sottosegretario Amendola che il ministro Gentiloni hanno preso in seria considerazione.
Dunque una petizione con migliaia di firme (e a oggi siamo già a 5.000) aiuterebbe il lavoro del Ministro e del Sottosegretario a spingere con più forza sul MEF per la realizzazione a breve di questo provvedimento che migliorerebbe i servizi ai cittadini.

Ecco, dunque, che anche rispetto al luogo del Partito o delle istituzioni nel quale ci troviamo a discutere;
del Paese o della ripartizione geografica alla quale guardiamo;
degli interlocutori con i quali discutiamo;
oltre a un piano generale di condivisione su alcune priorità, vi è poi una articolazione di temi e di contenuti che rappresentano interessi, priorità o esigenze diverse e, talvolta, persino contrastanti.

Per questo, quindi, serve, è utile, è d’obbligo, avere sempre uno sguardo complessivo, una discussione ampia e aperta, un impegno su tutta la Circoscrizione estero e con essa e l’Italia, per arrivare a individuare insieme temi, priorità, direzione politica e fare così sintesi comune.
Senza fretta, senza paura del confronto, ma con tempi scanditi e certi entro i quali chiudere con una proposta e un impegno del Partito e del Governo.
In questo senso, chiaramente, il contributo dei circoli a questa discussione è fondamentale, anche per le cose dette in apertura e per la loro vicinanza alle comunità.
E il contributo dei circoli europei non è secondario, sia per quantità e livello organizzativo, che per qualità.
Per questo io credo che i contributi che usciranno dalla discussione di oggi e domani qui a Londra, possono essere un ulteriore e importante tassello che si aggiunge a quelli delle altre tappe citate, a quello arrivato dal Coordinamento del Nord America, gli altri dell’Assemblea del Brasile, del convegno di Basilea e dai lavori del CGIE, dove molto di ciò che c’è è anche nostro e del PD, oltre che di quelle realtà associative alle quali dobbiamo guardare con interesse e rispetto, come il FAIM (Forum Associazioni Italiane nel Mondo) che terrà il suo congresso a Roma il 29 aprile prossimo.

E credo che Londra avrà forse un merito in più: quello che, arrivando subito dopo l’approvazione della più importante delle riforme, quella costituzionale, può dare ora una forte accelerazione al cammino delle riforme che servono all’estero.
Per questo io penso che dopo questa importante Assemblea dei circoli europei del PD, con tutti i contributi politici che avremo da qui e dal mondo, dal Partito e dagli organi istituzionali, dai parlamentari e dalle realtà associative, dovremo arrivare a un convegno con tutti gli attori politici, parlamentari e di Governo nel quale fare la sintesi politica e di merito, certificare direzione e priorità e portare a compimento riforme e provvedimenti di contenuto.

Un convegno che io propongo di realizzare tra fine giugno e inizio luglio a Roma e che possa vedere il protagonismo proprio di quegli interlocutori del PD, in Parlamento e al Governo, che dovranno tirare le fila e trasformare le nostre azioni politiche in risposta di Governo partecipata e condivisa, tanto da poterla realizzare in tempi certi.
Se sapremo farlo insieme, credo che il PD ne uscirà unito, protagonista di concretezza nelle comunità, perché avrà fatto ciò che alle comunità serve, e vincente anche alle prossime elezioni politiche.
Grazie e buon lavoro a tutti noi.

sabato 14 novembre 2015

Da Khayyam agli estremismi via Parigi

Omar Khayyam, uno dei più grandi poeti della Persia (attuale Iran) dell’anno Mille, visse le difficoltà del proprio difficile tempo, fatto di conflitti religiosi e politici. Soprattutto politici. Come politici sono i conflitti del nostro tempo. Anche quelli che portano a Parigi.

I temi della poesia di Khayyam sono quelli del vino – oggi bandito dagli integralisti islamici che seminano morte da sobri – dell’importanza del presente, del tempo che passa e che consuma lentamente ...la vita: una vita che vale la pena di vivere e che nessuno ha diritto di interrompere.
Non è l’Islam che mi spaventa, non mi farò terrorizzare da chi l’Islam lo usa per uccidere ed esercitare un dominio politico. Il terrorismo vince se ci lasciamo terrorizzare. 


Io leggo (ri-leggo) Khayyam, poeta persiano dell’anno Mille che beveva vino, godeva dell’attimo presente e delle donne e osannava la vita contro la morte.


I Dottori, che l'ultime ragioni
san del mondo e ne menan tanta guerra,
un dì... avran sonno, e taceranno, proni,
con pochi vermi in bocca e poca terra.
[…]
Tutto tu vedi e ciò che vedi è nulla;
ti parlan tutti e ciò che ascolti è nulla;
l'orbe percorri e ciò che impari è nulla;
ti apparti e pensi ed anche questo... è nulla!
[…]
Chi siam noi, vuoi sapere? Marionette!
Bei burattini con cui Dio si spassa.
E gioca e scherza e poi, via via ci mette,
poveri e ricchi, entro la stessa cassa.
[…]
Dalla taverna, all'alba, esce un richiamo
per il viandante: «Avanti, avanti, avanti!...
La clessidra ti scema, accorri o gramo;
empi il bicchier di vin, l'aria di canti».
[…]
Beviam, ché il tempo vola e ancora, ahi! spesso,
torneranno le stelle al punto istesso,
e le ceneri nostre saran... muri,
abitati da nuovi morituri.
[…]
Non servire al dolor, sordo all'accento
della memoria; cèrcati una fata
che in dote abbia... la bocca inzuccherata,
e godi e non gettar la vita al vento!
[…]
O vin chiaretto, amico del sollazzo,
io ti vo' ber, finché... briaco e pazzo,
io ti somigli tanto, che il vicino
mi dica: «Donde vieni, Messer Vino

venerdì 6 novembre 2015

Rilanciare dialogo tra Governo, MAE e Patronati

Oggi sono intervenuto all'evento per i 20 anni della UIM (Unione Italiani nel Mondo) e ho detto queste poche cose.


Buongiorno a tutti.
Grazie innanzitutto a Mario Castellengo per le "parole d'ordine" che ha usato nel suo intervento, "partecipazione politica", e la distinzione da lui fatta tra "apartitico" e "apolitico".
Ha fatto bene, poiché spesso si fa confusione tra le due cose e la sciocchezza che le associazioni debbano essere apolitiche l'ho sentita risuonare persino in una relazione agli Stati generali dell'associazionismo all'estero.
E grazie per avermi invitato ancora, dopo il vostro congresso di qualche anno fa, a questo nuovo e importante appuntamento.
Lo dico con convinzione, perché credo che anche la continuità e la stabilità dei rapporti tra diversi soggetti siano elementi indispensabili per la serietà delle relazioni e il raggiungimento di fini comuni.
Per questo voglio riprendere e, per quanto possibile, provare rilanciare da qui un dialogo tra il mio Partito e il vostro mondo, quello dell’associazionismo e dei patronati all’estero.

Un dialogo che da un po’ di tempo è minato da anacronistiche e ingiustificate posizioni politiche – anche in buona fede, ma non per questo sbagliate – da strumentalizzazioni politiche o, peggio, da campagne giornalistiche mirate a colpire qualcuno o qualcosa più che a correggere errori o insufficienze e a adeguare ai tempi gli strumenti.


Il mondo delle associazioni all’estero e dei Patronati, con l’alleggerimento e l’arretramento sempre più consistente dello Stato sul territorio, con il rinsecchirsi obbligato – diciamo – dell’erogazione dei servizi da parte delle istituzioni competenti, diventa sempre più centrale per le comunità e per i rappresentanti istituzionali e politici.
Certo, queste realtà oggi vanno riviste.

Ma non nella direzione dello smantellamento al quale mirano le campagne giornalistiche e parte della politica a avversa alla mia.

Vanno riviste nella direzione auspicata e indicata da molti di noi, dallo stesso Gilberto De Santis nella veste di coordinatore del CEPA alla Festa nazionale de l’Unità di Milano.
Devono diventare, cioè, quello strumento al quale lo Stato affida parte di quelle competenze che da solo non riesce più a svolgere e che non può delegare ai privati, pena costi spesso insostenibili per i moltissimi che non potrebbero permetterseli.

Devono continuare, come già spesso fanno, a essere i luoghi di riferimento non solo e non più esclusivamente dell’emigrazione tradizionale, ma luogo di accompagnamento all’inserimento anche dell’emigrazione recente. Compiti, ripeto, che in buona parte spesso già svolgono.
In questa direzione, infatti, erano stati presi impegni prima delle ultime elezioni politiche, ma ancora, nonostante la necessità contingente di accelerare, siamo in ritardo.
W io spero che anche da qui, oggi e nelle prossime settimane, si possa riprendere e rilanciare questa discussione anche col MAECI, insieme alla necessità di azzerare o ridurre i pesanti tagli.


Nell’ultimo anno, anche con le elezioni di Comites e CGIE, ho avuto modo di seguire prima di tutto nel mio Partito, il lavoro che una generazione di giovani e nuovi emigrati ha svolto nelle nostre comunità e nel rapporto tra queste, le istituzioni di rappresentanza e l’Italia.

Questi giovani, protagonisti capaci e attivissimi nella partecipazione politica, hanno fatto insieme all’emigrazione tradizionale un gran lavoro di analisi, di elaborazione e proposta.
E anche da loro è emersa la necessità di fare dell’associazionismo un riferimento prioritario per le comunità italiane all’estero, per le istituzioni e per la politica.

Discutono, e io con loro, sulla necessità sì, di riforme incisive, ma nella direzione del potenziamento che ho espresso prima e di un maggiore rapporto tra esse e lo Stato.
Non vogliono invece confondere la richiesta di riforme con il depotenziamento o smantellamento delle strutture e delle funzioni istituzionali esistenti, associazioni e patronati compresi.

Il vostro slogan oggi è “20 anni con i lavoratori italiani nel mondo”.
Ed è proprio con i lavoratori che vuole stare il PD?
Il Governo dimostri con maggior coraggio che vuole stare anche con i lavoratori italiani all’estero, quelli che sono via da tempo e i tanti che continuano a partire oggi e hanno bisogno di assistenza, tutela, servizi, accompagnamento, informazioni.

Tutte  cosa che lo Stato da solo non ce la fa a garantire e che i privati non possono fornire se non a prezzi inaccessibili per i più.


Dunque serve un aiuto per lo Stato, qualcosa che integri e potenzi la sua azione di servizio alla collettività.

Io sono da sempre convinto che oggi chi svolge già da tempo e in modo capillare attività di assistenza ai cittadini all’estero debba essere messo nelle condizioni di allargare il campo delle competenze e degli stessi servizi.
Soprattutto nel quadro della riduzione dei consolati predisposta dai vari governi, penso a cosa potrebbero fare i patronati all’estero in termini di servizi ai cittadini.

Gran parte del lavoro che oggi blocca l'attività dei consolati e produce attese lunghe dei cittadini, deve essere affidata ai patronati, per lasciare ai consolati solo la parte finale e istituzionale, quella che lo Stato non può né deve delegare.

Mi auguro, quindi, che da qui possa riprendere in tempi brevi e in raccordo con tutto il vostro mondo la discussione sulle forme, i paletti, le garanzie e le sanzioni, per arrivare alla firma della convenzione tra patronati e MAECI.

I tempi sono maturi, non solo per convinzione e consapevolezza, ma per necessità del Paese.
E anche per dimostrare, nei fatti, che il Governo non ce l’ha con i Patronati, i sindacati e i cittadini bisognosi di servizi all’estero.

Grazie.
E buon lavoro a tutti.